Lucio in the sky

Gianni Ferrara - 30 novembre 2011

Intelligenza politica e gentilezza

 

 

 

Mi ha telefonato, lunedì, un po' dopo le 10. Mi ha detto che voleva salutarmi e mi abbracciava. Era la sua voce di sempre, solo un poco più ferma. A quel che ho provato ancora a ripetergli, ha risposto che mi abbracciava. Ho avvertito un silenzio durato alcuni secondi. Li ha interrotti un clic, agghiacciante.

 

Ho conosciuto tardi Lucio Magri. Trenta anni fa, ai tempi di Pace e Guerra. Lucio mi chiamava Giacinto, alludendo alla mia provenienza (il Psi di Nenni, Basso, De Martino, Lombardi) e collocandomi idealmente tra i massimalisti di Serrati, passati al Pcd'I nel 1924. Si discuteva molto nella redazione di quel settimanale e molto bene. Mi impressionò l'attenzione di Lucio per ogni intervento ma anche la giustezza della scelta che suggeriva sul tema e sul tono del numero da redigere. Soprattutto le argomentazioni che usava nel motivare e il grande rispetto delle opinioni che non condivideva.

 

Ho capito dopo che si trattava di un tratto tipico della sua personalità. L'acutezza della sua intelligenza politica, la solidità della sua cultura, mai ostentata, si accompagnavano alla gentilezza d'animo. Teneva moltissimo al giudizio degli altri, alla solidarietà che per lui non era solo un rapporto emotivo, ma intellettuale, culturale. Nel dirigere la Rivista del Manifesto, la cercava ancora.

 

È che Lucio amava i suoi simili. Gli ho sentito tante volte deprecare che della triade della Rivoluzione borghese si era perduta la memoria del terzo ideale: la fraternità. Tante volte ha lamentato che la sconfitta della Rivoluzione proletaria rinviava chissà per quanto tempo la nascita dell'uomo nuovo, l'opposto di quello di Hobbes. 

 

Per me Lucio è il compagno che mai ha smesso di credere a quegli ideali che ci resero rivoluzionari.

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