Lucio in the sky

Norma Rangeri - 30 novembre 2011

Lo sguardo chiaro dello stratega del gruppo

 

 

Osservava silenzioso l'immenso corteo del 15 ottobre. Un saluto nello sguardo chiaro, veloce, l'ultimo. Nei ricordi Lucio era lo stratega, come a Luigi Pintor spettava il ruolo di polemista appassionato, due caratteri complementari di quel formidabile gruppo fondatore. Un sodalizio di scintille, tra elementi nobili della migliore cultura politica.

 

Noi, giovanissimi universitari, salivamo con soggezione le scale di via del Grillo. Per ascoltare e capire, naturalmente mai immaginando che un giorno quelle stanze avrebbero atteso l'estrema notizia. Come con libertà frequentavamo la redazione di via Tomacelli, per noi centro del mondo, osservatorio privilegiato della sinistra.

 

Discussioni infinite e scontri impetuosi, alimentati quotidianamente da una società in ebollizione, con un partito comunista che spalancava praterie alla critica e il femminismo che portava scompiglio nei rapporti personali e di gruppo. Poi le vicende già declinanti del Pdup, la successiva separazione di Lucio dal manifesto, fino al ritorno di una discussione comune sulle pagine della Rivista.

 

Quando anche questa esperienza finisce, Lucio, che ne era il direttore, scrive un commento che scandaglia e riassume i temi all'ordine del giorno: l'unità delle forze di cambiamento, il programma di governo, un leader capace di rappresentare l'una e l'altro, la questione di quale sinistra radicale, e, in conclusione, la delusione per non avere saputo mettere in campo «un modo di fare politica non solo predicato, ma praticato».

 

Appunto. La scelta di morire, lungamente meditata come approdo di un percorso umano e politico, addolora ma non stupisce, è l'ultimo atto di chi non si è mai accontentato di predicare soltanto.

 


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