il manifesto      numero 2/3                                                              luglio - agosto 1969  

 

 Discutiamo del che fare

 

Lucio Magri

 

CRISI MOVIMENTO ALTERNATIVA

 

 

 

 

La forbice tra il movimento di lotta che si estende e si intensifica nella società, e le soluzioni politiche che dovrebbero rappresentarne l'espressione e lo sboc­co, continua ad allargarsi.

Se qualcuno aveva sperato, all'inizio di quest'anno, che la tumultuosa spinta di protesta esplosa nel 1968 si stesse placando e venisse comunque assumendo carat­teri e dimensioni tali da poter essere utilmente assor­bita nel quadro degli equilibri politici esistenti, o in altri facilmente apprestabili, deve ormai ricredersi. L'esplosione non più episodica della rabbia meridio­nale, l'incontrollabile pressione rivendicativa di grup­pi e categorie solitamente moderati, come gli statali, ma soprattutto la crescita delle lotte operaie, concor­rono a creare una tensione sociale da decenni ormai sconosciuta. Non tutto, come vedremo, è limpido in questo movimento; ma è evidente che per dimensioni, contenuti e forme di lotta, esso tende a travalicare non solo i limiti di compatibilità del sistema, ma anche le piattaforme e le consuedini organizzative delle forze politiche e sindacali esistenti. La vicenda appas­sionante e drammatica delle ultime settimane alla Fiat, che in questo stesso numero cerchiamo di analizzare, offre il test forse più significativo del carattere radi­cale della rivolta operaia e delle difficoltà che si in­contrano a ricondurla entro i confini delle soluzioni sindacali, per quanto avanzate siano. Sull'altro versante, quello politico, continua e si ag­grava invece l'impressione di disgregazione e di pa­ralisi.

Il panorama non è immobile; non per questo è meno preoccupante. Un congresso democristiano lacerato da aspre rotture ma senza reali discriminanti program­matiche; specchio di uno smarrimento cui solo la lo­gica del potere più miope riesce a porre riparo. Un partito socialista che si rompe e corrompe senza che sia chiaro per cosa e su cosa, e senza che maturi, anche nella sua parte migliore, un ripensamento strategico e una impennata di iniziativa politica. In tal modo, l'operazione politica che si era avviata negli ultimi mesi e di cui già abbiamo cercato di dimostrare la fragilità — quella della « fase costituente » o dei « nuovi rapporti tra maggioranza e opposizione » — si è già confermata, almeno per ora, impraticabile. Non uno dei molti problemi maturi nel paese, e neppure uno di quelli giunti alla discussione in Parlamento, ha fornito l'occasione di un sia pur minimo discorso comune, neppure di un serio confronto critico, tra maggioranza e opposizione. Alla scarsità di margini riformisti presenti nel sistema, si somma infatti, an­cor più grave, l'incapacità delle forze politiche al go­verno di saggiarne con coraggio e fantasia la reale am­piezza. Da ultimo, una scissione e ma crisi di go­verno che accentuano all'estremo instabilità e confu­sione ma che non paiono offrire alcuna soluzione nuo­va e promettente.

In assenza di una prospettiva chiara, e ancor più di forze che ne assumano fermamente la direzione, anche il movimento di lotta sociale si intorbidisce, perde la carica e lo slancio ideale unitario che l'avevano carat­terizzato nel 1968, vede rafforzarsi le spinte corpora­tive e centrifughe degli strati parassitari; la stessa avanguardia operaia non riesce ad affermare la pro­pria egemonia e a definire piattaforme sicure, radica-lizza quindi la propria rivolta, ma insieme può ripie­gare su obiettivi più elementari offrendo spazio alle manovre padronali.

Padroni e governo non sono estranei a questo proces­so tumultuoso e anzi, per debolezza e per malizia, vi intervengono direttamente. Per debolezza, giac­ché, mancando loro la capacità di resistere alle spinte corporative, allargano disordinatamente i cordoni del­la borsa prima che maturino gli scontri più duri; e per malizia, giacché c'è chi consapevolmente punta a scatenare anzitempo un processo inflattivo che de­prima il movimento e lo costringa ad uno scontro cui è impreparato.

La illusione che aveva caratterizzato così i partiti di sinistra come i gruppi contestatari, di poter « caval­care la tigre » del movimento, sostenendolo e ade-guandovisi per ricondurlo ai propri disegni, ma sen­za dirigerlo — anticipandone gli sviluppi, selezionan­done gli obiettivi, proponendogli una prospettiva — appare oggi insostenibile.

Eppure la sinistra in ogni sua componente tutto fa oggi fuorché affrontare senza reticenze l'interrogativo che è nella mente di tutti: dove andiamo? Essa è maestra nelle più raffinate discussioni strategiche — se per strategia si intend^, la definizione di una meto­dologia generale della rivoluzione — ed altrettanto esperta nell'analizzare i fatti di ogni giorno — leggi o lotte, congressi o guerre — ma fra questi due estremi, là dove si situa realmente la scelta politica, tende, per antico vizio, a limitarsi a formule assai labili, che lascino aperte tutte le strade ed eludano i problemi più spinosi. In una situazione come l'attuale, indulgere a questo vizio significa somigliare perico­losamente a Serrati, con quel che segue.

 

 

Linea offensiva o riflusso moderato

 

La prima scelta da compiere è se si debba spingere per quanto possibile il movimento, e coordinarlo al fine di ottenere, in luogo di una crisi strisciante e spontanea, uno scontro generale politicamente preparato e diretto, o se si debba evitare che le tensioni sociali facciano precipitare una crisi acuta, fatalmente esorbitante dalla normalità costituzionale, per dirigerle invece, dall'inizio, verso più ragionevoli conquiste rivendicative e più sicuri spostamenti elettorali. In parole semplici: dobbiamo prepararci ad uno scontro simile a quello del maggio francese, ma in modo preordinato e con qualche idea sugli sbocchi cui approdare, oppure consideriamo una sciagura l'ipotesi di uno scontro frontale e ci preoccupiamo fin d'ora di evitarlo?

Sono molti anni che al movimento operaio occidentale non si poneva un interrogativo del genere; molti anni che la ipotesi stessa di una offensiva, con quanto di rischioso comporta, non poteva essere formulata. Questa lunga parentesi ipoteca fortemente la risposta. Pesa ancora il condizionamento di una linea internazionale che, dal tempo del fronte popolare, scontava l'inopportunità di un tentativo rivoluzionario in occidente; affiorano le ambiguità di una strategia mai definitivamente liberata né dall'attesa di una crisi catastrofica né dalla prassi parlamentaristica; conta, soprattutto, la natura oggettiva di un movimento, politico e sindacale, che esiste da cinquant'anni, da venticinque lavora nella legalità, e che si è costruito, nel bene e nel male, consuetudini, posizioni di potere, quadri, per i quali la rottura e lo scontro prima che pericolosi appaiono difficilmente pensabili. C'è di più: la convinzione, non priva di argomenti, che in una società di capitalismo maturo troppi sono coloro che hanno qualcosa da perdere, troppo vitale il bisogno di non distruggere la macchina che assicura la sopravvivenza generale, perché un processo di crisi non sia destinato a produrre, nella maggioranza, un riflesso conservatore. L'idea stessa della crisi evoca più facilmente il timore del fascismo che non la speranza della rivoluzione.

A questa radicata comprensibile tendenza moderata, si può, ovviamente, rispondere su diversi piani. Ad esempio, con una osservazione di carattere generale, che però l'esperienza recente ha reso assai persuasiva; e cioè che senza scosse laceranti, che rompano la routine quotidiana, e la divisione dei ruoli sociali, che facciano compiere alle masse una straordinaria esperienza che le trasformi, la rivoluzione, proprio in una società come la nostra, non sarà mai possibile. Poiché, nella normalità, i meccanismi di integrazione sono abbastanza forti da assicurare stabilità al potere dominante e da condizionare le opposizioni; così che mancheranno non solo la forza per conquistare il potere, ma i protagonisti politici e sociali capaci di costruire un ordinamento realmente diverso.

Ma, al di là di questo tipo di considerazioni che rimanda a discorsi troppo vagamente strategici, deve valere un elemento di fatto: che è ormai tardi per evitare una crisi e uno scontro generale senza pagare prezzi estremamente pesanti. Le dimensioni del movimento in atto, la paralisi del potere e delle istituzioni borghesi, la disgregazione delle forze politiche, sono ormai andati troppo in là perché una stretta possa essere evitata senza che il PCI e i sindacati intervengano attivamente per frenare il movimento e stabilizzare la situazione.

Ma queste organizzazioni non potranno e non vorranno compiere una scelta del genere, che sarebbe ostacolata sia dalle loro virtù che dai loro difetti. Dalle loro virtù, perché si tratta di organizzazioni profondamente legate alle masse, imperfettamente controllate dagli apparati, prive di un mitico spirito di corpo e sensibili invece ai problemi di un movimento che hanno contribuito a creare e la cui tematica non è quindi loro estranea. Dai loro difetti, anche, perché l'irresolutezza, le preoccupazioni elettorali e le alchimie di potere che paralizzano la struttura politica italiana incidono anche su di loro, e le rendono ^disadatte a decisioni controcorrente — anticipatrici e rischiose — e prodivi assai spesso a seguire il vento dove tira più forte. Non è un caso che nell'ultimo anno partito e sindacato, in Italia, si siano dimostrati assai più aperti che non in Francia ad accogliere le spinte insorgenti nel paese, e disposti a stimolare il movimento anche nelle sue forme più avanzate. Una svolta brusca, a questo punto, aprirebbe grosse lacerazioni nelle organizzazioni e nel loro rapporto con le masse.

La scelta non sta dunque tra una linea che sconti una crisi acuta, ed una che la eviti assicurando risultati più modesti ma più sicuri; è tra una crisi preparata e gestita dalle forze di sinistra, e quindi con caratteri offensivi e di scontro politico, ed una crisi imposta dalle cose su cui si innesti uno spontaneo riflusso moderato e poi l'iniziativa della destra. Nel primo caso uno sbocco positivo è incerto; nel secondo uno sbocco negativo è sicuro. Opportunismo e avventurismo, come sempre avviene nei momenti difficili, tendono a coincidere.

 

 

Evitare gli errori della sinistra francese

 

Preparare, dunque, una crisi e assumerne la direzione e lo sbocco. Ma come? Diciamo subito, perché ci pare l'essenziale, che il problema di uno sbocco politico non si può porre né solo, né soprattutto, come problema di governo o di equilibrio parlamentare. Affermare che la crisi che viviamo è generale, significa che essa, nel suo sviluppo, non potrà non investire direttamente il potere statale, e dunque non porre un problema di nuovi schieramenti politici e di un nuovo governo. Ma il cammino da percorrere perché a questo si arrivi, e ci si arrivi bene, è lungo. Un potere capace di risolvere i problemi oggi posti dal movimento, e oggettivamente pressanti, deve avere le idee, le forze, la struttura istituzionale per realizzare io modo rapido e organico una svolta radicale su tutti i terreni.

Noi pensiamo che tale svolta non possa non aveere il carattere di una transizione ad un diverso si-scema; ma anche chi resiste a tale conclusione non può negare che essa comporta un rovesciamento della collocazione internazionale dell'Italia, l'organizzazione di un potere economico pubblico in grado di controllare l'intera struttura degli investimenti, dei redditi e dei movimenti di capitale; e ciò presuppone sia una struttura di potere diversa a tutti i livelli, sia soggetti sociali capaci di esprimere bisogni nuovi e nuove capacità di gestione.

Che di questo potere oggi manchino le premesse è del tutto evidente: non è imponendo un « nuovo programma » (e quale?) alla maggioranza, e neppure con un nuovo raggruppamento delle forze politiche esistenti, così deboli e incerte, che tale problema può essere risolto; ma solo attraverso la costruzione, nel corso di una crisi prolungata, di un blocco sociale e politico adeguato al livello dello scontro. Costruzione per la quale, ecco il fatto importante, cominciano ormai a formarsi i materiali, sia pur grezzi, così nelle lotte come nel fermentare dei dati politici e ideali.

Rovesciare il problema, sperare di avviare questo processo, per così dire, « dall'alto » cioè partendo da una svolta parlamentare, da alcune convergenze su programmi minimi, sia pure sotto la pressione del movimento, significa costruire sulla sabbia, applicare gli sforzi ad un obiettivo che, raggiunto, scoprirebbe «ferro di sé un vuoto di idee e forze reali; far precipitare, dunque, una controffensiva reazionaria. È' l'errore che ha soffocato in fasce l'unità della sinistra francese, il cui calcolo elettoralistico e parlamentaristico non si è rivelato alla prova dei fatti più realistico delle tentazioni insurrezionali. Non si tratta dunque di contrapporre « sociale » a « politico », « base a « vertice », « paese » a parlamento : si tratta di vedere da dove cominciare per costruire un'offensiva, su quale terreno lavorare, e come.

 

Strutturare il movimento in funzione del potere

 

Il primo terreno è, oggi, quello delle lotte operaie. Non solo e non tanto perchè questo sarà, nel prossimo autunno, il fronte più acuto dello scontro; Non solo e non tanto perchè un radicale miglioramento della condizione operaia è il punto di partenza obbligatorio per una linea nuova di sviluppo economico; ma soprattutto perché è soltanto nella classe operaia che il movimento di protesta' può trovare l'elemento unificante e l'avanguardia reale.

Ora, se la mobilitazione operaia appare adeguata a questo compito, così non si può dire del suo livello di consapevolezza e di organizzazione politica. Il « maggio » francese ha dimostrato come questo ritardo non possa essere recuperato, di colpo, nella fase più acuta della crisi. Al contrario, quando lo scontro si fa più duro, l'insufficienza della consapevolezza politica è destinata a ritorcersi sulla stessa unità rivendicativa e ad offrire spazio al ricatto dell'inflazione e della disoccupazione. Il problema è, dunque, come saldare lotta rivendicativa e lotta politica, come far maturare nel corso stesso delle vertenze contrattuali un più alto grado di coscienza e di unità politica.

Ma per « politicizzare » le lotte non basta una surenchère quantitativa sugli •obiettivi sindacali (nell'illusione infantile che portando le richieste molto al di là delle compatibilità del sistema la lotta sindacale si trasformi in lotta rivoluzionaria); né sovrapporre alla lotta rivendicativa la propaganda politica. Su questa strada non si ottiene molto di più che qualche sussulto ribellistico o qualche successo elettorale.

Occorre invece elaborare e sperimentare piattaforme rivendicative e forme di organizzazione e di lotta che intrinsecamente tendano a costruire l'unità della classe, un sistema di alleanze, nuove istituzioni politiche-sindacali in fabbrica, e quindi naturalmente strutturino il movimento e lo conducano alle soglie del problema del potere. Sotto questo profilo, abbiamo, nel 1° numero de « Il Manifesto » cercato di analizzare le prossime lotte contrattuali. Non è dunque il caso di tornare sull'argomento se non per precisare alcuni punti che nelle ultime settimane si sono rivelati decisivi.

Anzitutto la questione del salario. Stiamo assistendo al crescere di una polemica tra chi propone di ridurre tutto alla rivendicazione salariale, forzandola, e chi sottolinea il rischio di una piattaforma quantitativa e propone in primo piano rivendicazioni di potere e di controllo. Si tratta, a nostro avviso, di una polemica mistificante; non perché una scelta di questo genere non possa presentarsi mai ma perché oggi essa sarebbe, comunque, catastrofica. Senza una fortissima pressione salariale, come sarebbe possibile esprimere a fondo la carica di lotta di una massa operaia di diseguale livello di coscienza, e che giustamente pretende un risultato in qualche modo decisivo?

Per contenere tale pressione e orientarla in altra direzione, i sindacati si logorerebbero nello scontro con vasti strati operai, compromettendo in partenza la propria forza contrattuale e offrendo spazio a quella manovra paternalistica delle aziende maggiori che dicono di temere. E proprio le conquiste di potere, oggi giunte ad un punto di rottura, esigono, per non corrompersi e recedere, un massimo di mobilitazione, di unità, di slancio. Certo, gli aumenti salariali sono esposti al logoramento della inflazione: ma proprio per questo l'azione sindacale deve trovare una proiezione politica. D'altra parte, una piattaforma che non recepisse e promuovesse le spinte che maturano in tema di diritti e di organizzazione e di controllo (e che non nascono dal « vertice » dei sindacati ma sono presenti anche nelle lotte più « di base »: Rhodiatoce, Marzotto, ecc.) non solo lascerebbe via aperta alla controffensiva padronale sui ritmi e sull'occupazione, ma mancherebbe l'occasione decisiva per far compiere un salto di qualità al potere operaio in fabbrica. La vera scelta, che quella polemica nasconde, riguarda piuttosto il livello complessivo delle rivendicazioni: 50 o 100 lire di aumento? tutto subito, o scaglionato nel tempo? quali diritti di organizzazione e di potere far sancire dal contratto nazionale?

Su questo è necessario che si esprima, e fino in fondo, la combattività delle masse. Proporsi in partenza una mediazione per « salvare il salvabile » sul terreno sindacale, per sfiducia nella possibilità di un positivo sbocco politico, significa compromettere luna cosa e l'altra. In secondo luogo la natura degli aumenti: egualitari o proporzionali. Non è senza fondamento la preoccupazione, da parte del sindacato, che gli aumenti eguali per tutti, diventino uno strumento per nuove forme di paternalismo padronale verso certe categorie. Ma al punto in cui sono le cose, essa deve essere — secondo noi — superata. Questo è infatti il solo modo, diretto e radicale, per impostare una discussione sull'assetto delle qualifiche; e conseguentemente, rompere il circolo vizioso delle progressive differenziazioni di reddito tra lavoratori dipendenti.

L'illusione di conservare l'unità dei lavoratori aderendo alle rivendicazioni specifiche di ciascun gruppo, e ai rapporti di forza di cui gode, accettando la tendenza alle differenziazioni crescenti, se pure regge nel breve periodo, a lungo andare determina una frammentazione corporativa, una somma di contraddizioni che compromettono l'unità di classe. Certo, gli aumenti in cifra assoluta, così come ogni forma di egualitarismo ingenuo, non bastano all'interno dell'attuale sistema a risolvere il problema, ma lo fanno emergere, e possono costituire la base per quel discorso di fondo sulla struttura delle retribuzioni, la cui portata politica è esplosiva e il valore economico decisivo. Infine la questione delle nuove istituzioni operaie (assemblee, delegati).

Devono essere organi di base del sindacato, strumenti della lotta rivendicativa, oppure — come noi pensiamo — organismi unitari eletti e governati dal basso, nati su un terreno ri vendicativo ma suscettibili di uno sviluppo politico dentro e fuori la fabbrica? Il timore che in fase di riflusso organi unitari a base aziendale (come è già avvenuto per le CI.) possano essere riassorbiti dal paternalismo padronale, o comunque coltivino spinte corporative, è legittimo solo nel senso che questo è un rischio sempre presente. Ma che è pur necessario correre, poiché se è vero che occorrono istituzioni permanenti per unificare a livello nazionale la classe (sindacato, partito), è anche evidente che, soprattutto nei momenti acuti del conflitto sociale esse divengono impotenti se non reggono su di una struttura « consiliare », cioè su di una classe che sui luoghi di lavoro si dà forma e organizzazione e di qui muove per realizzare, a livello dell'intera società, un suo sistema di alleanze, una propria capacità di governo.

Sotto tutti questi profili, si può dire che le cose procedano bene? A noi non pare. La discussione della linea rivendicativa è insieme tumultuosa e regolata dall'alto: i lavoratori sono « consultati » piuttosto che investiti di una scelta e messi in grado di compierla La preoccupazione dei vertici sindacali per una eccessiva radicalizzazione della lotta è evidente. Al Congresso della CGIL i problemi della direzione del movimentc sono stati relegati in secondo piano, e si sono diplomatizzate le alternative che essi pongono. Quanto ai partiti, il loro passivo fiancheggiamento delle scelte sindacali tradisce una sostanziale estraneità, a volte un impaccio, rispetto a questa tematica. Certo, sia i sindacati che i partiti operai si adeguano alla spinta del movimento, ne sostengono la lotta, ne recepiscono le sollecitazioni nuove; ma in modo troppo lento ed estrinseco perché il distacco tra ciò che si fa e ciò che la situazione esigerebbe, anziché aggravarsi, tenda a scomparire.

 

 

Unificazione delle lotte contro i pericoli corporativi

 

Carenze ancora più serie, e più profondi dissensi, si avvertono ad un livello superiore: in tema, cioè, di unificazione tra i vari settori di lotta.

Pesano qui incertezze di linea che sottintendono inespresse, e forse inconsapevoli, opzioni strategiche. Non è un caso che le forze di sinistra, tanto quelle tradizionali che le correnti contestatrici, abbiano sempre trascurato, e ancora trascurino, di individuare obiettivi e forme di lotta che, già a livello sociale, unifichino il movimento. Si tratta infatti di un problema per sua natura estraneo ad ogni strategia che da un lato punta ad evitare lo scontro generalizzato (preferendo che la lotta, per quanto vasta, resti lotta di categoria, perciò manovrabile) e dall'altro tende a sovrapporre ad un « livello rivendicativo » un programma e un'alleanza fra forze politiche a livello parlamentare. Ma estraneo anche alla strategia delle cor-] renti estremistiche, che pensano di unificare il complesso delle spinte solo nel momento in cui diventano esplosive e sulla parola d'ordine, astrattamente politica, della conquista del potere.

Sembra a noi, invece, che nella situazione attuale questo problema assuma un rilievo fondamentale. Lo assume, soprattutto, per la ricchezza, e dunque la varietà, del movimento. È forse la prima volta dal dopoguerra che spinte di rivolta sociale vengono contemporaneamente dal Sud e dal Nord, dalle campagne e dalla città, dai disoccupati e dagli occupati, dagli studenti a dagli operai, dalle masse povere e dagli intellettuali in un processo permanente, nel quale la protesta, le forme di lotta, i successi di un settore stimolano e orientano l'altro; e tuttavia restano sempre strettamente legati ad esigenze immediate, radicati nella convinzione sociale di ogni gruppo. Questa immediatezza e concretezza del movimento sono la sua forza. Non si tratta né di una generica spinta politica a sinistra, né di una somma di pressioni corporative. Dovunque, infatti, la tentazione corporativa appare contrastata, con maggiore o minore forza, dal faticoso ma spontaneo affermarsi di esigenze di potere e di riforma. Questo è evidente nelle campagne (le lotte bracciantili), lo è tra gli operai (le lotte della Fiat), lo è nel Mezzogiorno (la rivolta di Palermo), lo è ancora, malgrado il momento di difficoltà, tra gli studenti, comincia ad esserlo tra i lavoratori intellettuali (ricercatori, Rai-tv).

La saldatura di queste componenti è insieme ardua e possibile: non basta a garantirla una parola d'ordine genericamente politica, ma esistono tendenze effettive che appaiono coordinabili e già implicitamente convergenti. Anzi, nel momento in cui questa saldatura si realizzasse, avremmo qualcosa di più che non una tradizionale opposizione; avremmo il primo abbozzo di un nuovo blocco sociale e di un programma di trasformazione della società. Ma senza questa saldatura a livello sociale, ogni discorso politico radicale, pur necessario, resterebbe astratto, e, nei vari settori prenderebbero forma, in alcuni forse prevarrebbero, le pressioni corporative.

 Unificare il movimento significa elaborare obiettivi di lotta di massa che possano essere sentiti come comuni dalle sue varie componenti, e comportino una capacità di rottura e insieme un valore prefigurante tali da esprimere veramente la sua carica rivoluzionaria. È questo un discorso che va affrontato in modo analitico e con una vasta discussione. Ma già ora le esperienze in atto e i motivi che vi affiorano, indicano qualche preciso punto di ricerca e di iniziativa: la struttura del mercato di lavoro, la contrattazione dei livelli di occupazione, la questione delle città. Scuola, collocamento, organizzazione del lavoro, qualifiche, sono segmenti di uno stesso problema - il processo di formazione e di valorizzazione del lavoro - sul quale si affrontano, nel concreto, la logica del capitalismo e la logica della rivoluzione; ciascuno di questi segmenti ha maturato oggi un punto di rottura, e solo con l'unificazione dello scontro che nelle varie zone e punti del tessuto sociale ne deriva, il problema può essere affrontato alle radici — aggredendo cioè il principio della selezione, che ormai appare alle radici del privilegio e si rovescia nello spreco tematico di capacità.

Su questo punto si saldano realmente le lotte di studenti, operai, intellettuali. La lotta per l'occupazione nell'industria come nell'agricoltura sta diventando, o può diventare, lotta degli occupati: lotta, cioè, per una contrattazione preventiva e dinamica dei livelli di occupazione, e per ciò intervento e contestazione delle scelte capitalistiche unificando nord e sud, operai e contadini, occupati e disoccupati.

La lotta per la riorganizzazione della città, per la casa, per i servizi, contro la loro «struttura di classe, può far convergere interessi di diversi gruppi sociali (operai, emigrati, donne) su obiettivi precisi che già contengono una critica di tutto l'ordinamento sociale, di cui la città è uno spaccato.

La realizzazione dell'insieme di questi o di analoghi obiettivi e anzi già il fatto di essere veramente perseguiti , non solo produrrebbe modificazioni sostanziali in punti decisivi del meccanismo di accumulazione, ma creerebbe a livello dei centri della produzione e della organizzazione civile, il nucleo di un antagonismo effettivo, di un dualismo di potere, di due schieramenti di classe: maturerebbero cioè oggettivamente la necessità e i presupposti di un nuovo potere politico, di una nuova linea di sviluppo.

Ciò implica evidentemente nuove forme di lotta e di organizzazione. Obiettivi unitari, se non sono pure parole d'ordine propagandistiche, esigono lotte unitarie. Fino ad oggi così non è stato: al di là dell'ambito di ciascuna categoria, la lotta prendeva un carattere essenzialmente dimostrativo, di pura pressione (gli scioperi generali di 24 ore, le manifestazioni per la terra, per i fitti). Le lotte per le pensioni e per il riassetto zonale, hanno già stabilito una prima positiva rottura. Si è trattato però di un « assaggio »; poiché esse non erano destinate a provocare una tensione grave con la controparte (esisteva già una consistente area di convergenza) e non investivano i meccanismi di accumulazione e la struttura del potere. Quando questi limiti fossero superati e posti sul tappeto i reali obiettivi che il movimento tende ad esprimere, solo « vertenze » lunghe e dure potrebbero strappare un risultato. Le lotte sulla scuola, sul collocamento, sulla occupazione, sulla casa, impostate appunto come « vertenze », con una controparte precisa e una prospettiva cui approdare, sono per loro natura destinate a diventare grandi scontri politici.

Di qui, due esigenze vitali. Innanzi tutto l'esigenza di un'unità sindacale rapida e fortemente controllata dal basso, perché se al momento della stretta il processo di unificazione non avrà sufficientemente proceduto, rischierà di arretrare rapidamente, e se avrà proceduto senza una contemporanea esplosione di democrazia, rischia di esercitare, quando la lotta diverrà politica e la trattativa meno sottoposta al controllo di massa, un forte elemento di contenimento. In secondo luogo, e parallelamente, l'esigenza di un forte sviluppo di organi, comitati, istituzioni di collegamento alla base tra categorie e gruppi sociali impegnati in una lotta comune. Senza di questo, infatti, l'« unificazione » del movimento rischia di diventare un diversivo; si può perdere in profondità ciò che si guadagna in estensione; le punte più intransigenti possono essere emarginate; la lotta diverrebbe « politica » solo per dar luogo ad una deludente mediazione. E inoltre ogni conquista strappata, ogni modificazione imposta, rifluirebbe o si svuoterebbe per mancanza di nuovi soggetti in grado di gestirla, e utilizzarla per un ulteriore rilancio del movimento.

Su questo ordine di problemi il dibattito tra le forze sindacali e politiche — lo ripetiamo — appare inesistente, o quanto meno inadeguato. Certo non prive di significato, le questioni del « docente unico » o della incompatibilità delle cariche politiche e sindacali — oppure, secondo una pura logica di calendario parlamentare, del divorzio e delle regioni — su cui si è concentrata negli ultimi mesi la « carica riformatrice » di partiti e sindacati, rispondono realmente agli interrogativi che il movimento pone e ai tempi della sua maturazione?

 

 

Un processo di rifusione delle forze politiche

 

L'aspetto più difficile, e il più controverso, della costruzione di uno sbocco resta quello degli schieramenti politici. Quale tipo di alleanze politiche può esprimere il processo in atto nella società, e come costruirle? Vi è chi nega l'esistenza stessa del problema, e dalla constatazione della crisi in atto nelle forze politiche deduce direttamente l'inutilità delle formazioni organizzate (e dunque la nuova supremazia della spontaneità delle masse), o l'inutilità di ogni discorso sulle alleanze (e dunque la necessità di un ritorno alla concezione del partito rivoluzionario monolitico e settario come esclusiva e sufficiente espressione sia del proletariato che degli altri strati progressivi). Sono posizioni a nostro avviso profondamente errate.

Esse prescindono da una analisi della società capitalistica avanzata, la quale induce a ritenere più necessaria che mai la mediazione politica, cioè un progetto generale e di lunga prospettiva, e una forza organizzata capace di far vivere tale discorso in ogni momento e in ogni piega della società. Non solo la complessa stratificazione caratteristica di ogni società sviluppata, ma la frammentazione all'interno di ciascuna classe e il profondo condizionamento che il sistema esercita sugli individui e sui gruppi, fanno sì che, senza una fortissima mediazione politica e ideale, le contraddizioni latenti nel corpo sociale o non esplodano, o, quando esplodono, assumano il carattere della ribellione confusa o della protesta corporativa.

Né si può dimenticare che una società di capitalismo avanzato, per quanto profondamente contraddittoria, assicura una qualche forma di sopravvivenza, una qualche possibilità di integrazione alla maggioranza dei suoi membri; e che in essa la divisione del lavoro ha tanto proceduto che ogni crisi e paralisi prolungata dello stato e delle grandi strutture produttive minaccerebbe la stessa sopravvivenza di ciascuno. Non è dunque pensabile che la rivoluzione si compia come pura rottura, o come prolungata endemica situazione di guerra civile; in assenza, cioè, di una soluzione rapida, di una alternativa chiara nei suoi contenuti e sostenuta da una forza sicura. Un'alternativa, una forza, però, che per queste stesse ragioni non può essere rappresentata da una avanguardia giacobina, unicamente finalizzata al problema del potere, e che sovrapponga una propria strategia alla rivolta elementare delle masse; ma solo da una forza capace di egemonia, capace cioè di fare lievitare una prospettiva nel vivo di lotte articolate, di far maturare una alternativa positiva dalla dialettica sociale ed ideale latente nella società capitalistica. È in grado, oggi, in Italia, il Pei, il marxismo codificato, di rappresentare da solo e pienamentequesta dialettica, di costruire questa forza? A noi pare di no: se tutto ciò che ancora vive nel paese della tradizione politica e ideale cattolica, socialista e genericamente democratica, fosse oramai ridotto a null'altro che a una mistificante copertura del sistema non solo il problema della rivoluzione, ma perfino quello di uno sviluppo democratico, sarebbero, almeno per ora, senza soluzione. E ancora più disperata apparirebbe la situazione se già dovessimo, come pretendono alcuni gruppi minoritari, iscrivere anche i partiti di sinistra, tout court, tra i sostenitori del sistema . La crisi attuale può invece — secondo noi — concludersi con una vittoria, o almeno dar luogo ad un processo preparatorio di vittorie future, perché crediamo che alla crisi della società si accompagni una crisi delle forze politiche, e sia quindi possibile operare ad una riorganizzazione rapida e profonda d« tessuto politico.

Quale crisi e quale riorganizzazione? Il dato macroscopico dal quale partire, è la disgregazione dei partiti di centro sinistra. Il congresso delle Acli, poi quello della democrazia cristiana, ora e soprattutto la scissione socialista, non dimostrano soltanto il fallimento del centro-sinistra. Testimoniamo di come questo fallimento stia travolgendo i due pilastri su cui poggia il disegno di stabilizzazione capitalistica nel nostro paese: l'unità dei cattolici e l'esistenza di una consistente socialdemocrazia.

Alla radice della crisi di questi partiti è indubbiamente la loro progressiva trasformazione in apparati di potere tormentati da lotte intestine, cioè una frantumazione corporativa e clientelare paralizzante. Non è fenomeno nuovo, e neppure soltanto italiano. Il fatto caratteristico emergente però è che, avvenendo in grandi partiti, in un quadro istituzionale come il nostro, ed esposto continuamente alla contestazione di vecchie e nuove correnti rivoluzionarie, esso ha prodotto una vera disgregazione di queste forze e del loro rapporto con le masse. Tutto il quadro politico italiano ne è rimesso in questione e riflette, sia pure in ritardo, il sommovimento in atto nei rapporti sociali e nelle correnti ideologiche. Lo riflette, lo subisce, oppure riesce in qualche modo ad esprimerlo?

Ecco il punto di analisi da cui nascono vere discriminanti. La democrazia cristiana, il partito socialdemocratico sono in grado di esprimere attraverso la propria dialettica interna, e financo con le loro scissioni, ciò che avviene nel paese, di elaborare e di imporre persuasivamente una qualche risposta Oppure il grado di corrompimento di queste formazioni (ideologia, classe dirigente, rapporti con le masse) è ormai tale che le loro tensioni riflettono in modo deformante la problematica reale, soffocano, distorcono le nuove forze in sviluppo?

E, dunque, un nuovo schieramento politico può essere costruito attraverso uno spostamento di maggioranza all'interno di questi partiti, magari anche di una scissione e ricomposizione delle loro correnti, oppure implica un processo di fondo che metta in discussione il loro modo di essere, la loro classe dirigente, il loro rapporto con le masse?

 


blog comments powered by Disqus