UN  VERO  CHIARIMENTO  DI  LINEA 

 

 

 

Non c’è dubbio che la mia relazione ha suscitato diversi dissensi, ma ancor di più incomprensioni ed equivoci.

Alcuni, francamente, bizzarri. Perché nulla nel testo li giustificava, e perché mi attribuivano opinioni o analisi contro cui non solo in passato mi sono pronunciato ma anche molto di recente ho combattuto. Ad esempio: da sempre sono stato accusato di attribuire carattere troppo “catastrofico” e oggettivo alla crisi; o di recente molti compagni, a Rimini, mi hanno rimproverato di continuare a dare troppa importanza alla classe operaia occupata nella lotta anticapitalistica. Ora d’improvviso gli stessi compagni si preoccupano del contrario, isolando un testo dall’insieme del nostro discorso, e attribuendo un significato politico al fatto che, nella relazione, per concentrare l’attenzione sull’argomento prescelto, si danno altri argomenti per acquisiti.

Più bizzarra di tutte mi è parsa l’obiezione di chi, riferendosi a un tema di riflessione da me proposto (quello del partito unico della sinistra come a una delle future forme e fasi possibili di una ristrutturazione della sinistra stessa) hanno confuso questa questione con quella di un “regime politico a partito unico”.

E tuttavia io mi guarderò bene, in queste conclusioni, dal fermarmi a precisare o a rispondere, per dissipare equivoci, per superare obiezioni. Non solo perché questo è un seminario, che si tiene alla vigilia di una fase congressuale, ed è quindi bene lasciare il dibattito più aperto e articolato possibile, senza sforzi “unificanti” prematuri. Ma per due ragioni di sostanza.

La prima è che la mia relazione voleva, e c’è riuscita, porre senza reticenze sul tappeto un problema scottante che tutti cercano di rimuovere. E cioè: come si spiega che in una crisi acuta del sistema, con un grande e prolungato movimento di lotta, e uno spostamento a destra delle forze tradizionali, non si è tuttavia formata una alternativa culturale e organizzativa credibile sulla loro sinistra? Se non si affronta alla radice questo interrogativo non si può costruire niente. Non c’è discorso sul programma o sulla crisi che possa reggere se non si rapporta ad un discorso sul soggetto sociale e politico che deve sostenerlo e gestirlo.

La sconfitta della nuova sinistra è infatti troppo prolungata e troppo generale nel mondo perché la si possa ridurre ad errori soggettivi, a inadeguatezze di gruppi dirigenti (o a fattori oggettivi casuali e superficiali). Tutto ciò certo ha pesato, ma ci deve essere qualcosa di più profondo. Nella mia relazione ho cercato di definire di questo qualcosa una ipotesi interpretativa, che offre qualche spunto per riflettere sul che fare. Ho utilizzato il concetto di rivoluzione passiva come tratto saliente del primo cinquantennio del nostro secolo; riconosco che può essere impreciso. Ma quello che mi preme è questo. Da un lato la necessità di valutare fino in fondo i condizionamenti esercitati dallo sviluppo storico passato sulla dinamica nuova dello scontro sociale (cioè di ripensare alla storia di questo secolo come ad un processo complesso di trasformazione–transizione in cui capitale – classe operaia – “forme che precedono” già agivano come forze politiche organizzate e reciprocamente agivano l’una sull’altra, generando una realtà economica e culturale nuova, inattesa, e da analizzare a fondo). Dall’altro lato la necessità di cogliere, in tale processo, tutta l’ambiguità: cioè non solo gli aspetti di integrazione e recupero messi in atto dal sistema, ma anche il terreno e gli strumenti nuovi offerti da una “democrazia” di tipo nuovo frutto di lotte operaie, primo di ogni altro il patrimonio di coscienza e di potere sedimentato dalle successive e imperfette forme di organizzazione politiche e sindacali proletarie.

Questa impostazione del problema ci porta a vedere insieme: a) come la storia passata non sia un cimitero di sconfitte ma un itinerario attraverso il quale matura la crisi di sistema e per la prima volta il “problema del comunismo”; b) le ragioni profonde dell’incapacità delle forze spontanee  a risolvere tale problema; c) e anche alcuni punti di forza su cui far leva per superare quella spontaneità. Ci porta insomma a considerare la nostra storia di nuova sinistra (la sua ricchezza e le sue sconfitte) come aspetto di un processo di superamento della II e III Internazionale, cioè delle forme politiche prevalenti in un movimento operaio che non poteva ancora esprimere una piena egemonia.

Francamente non mi sembra che nella discussione a questo seminario sia stata avanzata non dico alcuna altra risposta organica al problema (perché certo non lo è neppure la mia), ma neppure un qualsiasi tentativo di affrontarlo. La crisi della nuova sinistra, nella maggior parte degli interventi, è stata del tutto rimossa. (E del resto anche la rivoluzione del movimento operaio tradizionale viene così letta come un errore soggettivo, non se ne colgono radici e spessore). Il che, nella pratica, vuol dire pensare, dopo la rottura del Pdup, e la crisi dei gruppi, puramente e semplicemente di andare avanti da soli a fare quello che altri ci hanno impedito di fare. Tale bisogno di continuità e di autoconservazione sarebbe anche positivo se corrispondesse ad una eccezionale mobilitazione, a una grande carica di certezze. Ma non è così, di fatto, copre dubbi e un attivismo sempre più saltuario: il che è naturale, perché gli interrogativi rimossi rivengono subito fuori. Ecco perché voglio riproporre al dibattito dei compagni il testo della relazione, senza preoccuparmi della sua forma unilaterale e provocatoria.

La seconda, e decisiva ragione per cui evito precisazioni e repliche, è che sono convinto di una cosa: che gran parte delle obiezioni e delle incomprensioni abbiano radici politiche, esprimano cioè la preoccupazione, sana e legittima, di essere trascinati da un certo tipo di discorso sulla ristrutturazione della sinistra ad una tale problematizzazione del nostro rapporto con il Pci da finire risucchiati dalla sua forza materiale.

E a questa preoccupazione pratica che vorrei cercare di offrire qualche risposta. Sforzandomi di dire come e perché io credo si possa oggi prevedere una crisi reale degli orientamenti del Pci, e come in questa crisi, reali siano i presupposti per una azione nostra unitaria e non subalterna.

Su quali elementi si fonda questa previsione?

a) Sul piano internazionale siamo di fronte ad un ulteriore acutizzazione e generalizzazione della crisi economica. Non solo, ma all’evidente logoramento della “grande manovra” di ristrutturazione-stabilizzazione con cui, al tempo di Kissinger, si cercò di padroneggiare la crisi: cooperazione Usa-Urss, riciclaggio dei petroldollari, espansione dei sub imperialismi come forme decentrate di controllo politico-economico. Di qui nuovi fattori di tensione tra le due superpotenze, crescita di instabilità e di resistenza contro il loro egemonismo sul terzo mondo. Ma di qui, ecco ciò che più ci interessa, crisi dell’ipotesi di un eurocomunismo (ed eurosocialismo) come ipotesi di ricambio indolore, nel quadro di una armonia universale. La rottura dell’unione della “gauche” in Francia è l’espressione più evidente di questa difficoltà; ma lo è anche la contraddizione in cui vive la socialdemocrazia tedesca. O si liquida l’ambizione dell’eurocomunismo, e ci si riduce a una squallida gestione di una tattica nazionale oscillante, o bisogna andare molto più in là nel definire una linea programmatica, e un rapporto con l’Urss e con gli Usa. In realtà Marchais ha vinto  prima di vincere, per non trovarsi nelle difficoltà in cui oggi si trova Berlinguer: la sua è una risposta conservatrice e perdente al problema che anche il Pci non ha risolto, quello di come gestire dal governo una trasformazione della società in crisi. Nel prossimo futuro questo nodo a livello europeo e mondiale emergerà sempre più.

b) La crisi italiana sta entrando in una fase nuova. Il governo Andreotti ha speso, per rinviarne e tamponarne il decorso tutto ciò che in termini di lotta alla rendita e di arretramento sindacale era spendibile senza sconvolgere i blocchi sociali che stanno rispettivamente dietro ai due grandi partiti. E ciò nonostante la recessione si ripropone prima e più duramente che in passato. Ormai siamo arrivati all’osso. Perché occorre mettere in discussione gli interessi delle maggiori forze sociali.

Siamo all’inizio della crisi acuta dell’occupazione industriale, del sistema delle partecipazioni statali, del sistema pensionistico e previdenziale. Senza che si siano delineate le politiche con cui affrontare questi nodi, e senza che esista il prestigio politico in nome del quale l’attuale maggioranza può strappare ulteriori deleghe in bianco per imporre sacrifici alla propria base sociale.

c) Parallelamente, la crescita dell’area dell’emarginazione, e la caduta verticale di tutte le istituzioni primarie tradizionali (famiglia, religione, scuola, ecc.) sta producendo una rivolta sociale di tipo nuovo, del tutto diversa da quella del ’68, sia per un reale antagonismo con gli interessi e la cultura operaia, sia per la forma violenta cui la costringe l’assenza di margini per conquiste parziali. E ciò è destinato non solo ad approfondire il fossato tra il Pci e larghi strati sociali che pure l’hanno sostenuto fino al 20 giugno, ma anche a produrre una spirale repressione-lotta alla repressione al cui centro si troverà proprio il ruolo del Pci in quanto forza democratica di massa.

d) Infine, è prevedibile una crisi delle alleanze politiche del Pci stesso. Penso all’accumularsi di nuove spinte all’anticomunismo in settori anche di “sinistra” della Dc. Ma penso soprattutto alla formazione di una nuova area di “anticomunismo di sinistra” che va ben oltre i confini dell’area rivoluzionaria, coinvolge quasi l’intero partito socialista, buona parte della stampa democratica, e si alimenta ogni giorno della delusione e della rabbia contro la miseria dei compromessi di governo. Buona parte insomma di quelle forze culturali e politiche che avevano sostenuto la vittoria del 20 giugno, assumono sempre più la connotazione di una “area del dissenso”, che resiste, spesso per buone ragioni, al “potere”, e in tal modo si allontana organicamente dal problema del governo e dalla trasformazione della società, dal come affrontare e risolvere la crisi.

Non è dunque una incrinatura passeggera di rapporti tra partiti, è una separazione culturale, due diversi “modi di essere” che tendono a dividere la sinistra.

Ciò che voglio dire, in sintesi, è questo: dobbiamo prevedere, nel prossimo futuro, non solo un maggiore malcontento, e difficoltà persistenti, rispetto alla linea del compromesso storico; ma una stretta nel suo sviluppo, una resa dei conti. È finita la fase della propaganda, la esplosione e la raccolta di consensi. I nodi della crisi e del governo vengono al pettine. (Lo vengono per il Pci; ma altrettanto e ancora di più per il Psi, lacerato nella confusa ricerca eclettica di un proprio spazio sul versante socialdemocratico e su quello radical-libertario).

Non è detto affatto che la crisi della linea del Pci, di cui parlo, si sviluppi in forme e con esiti positivi. Anzi dalle cose che ho appena detto appare ben chiaro come mai la crisi della società stringa così da vicino, i problemi oggettivi da affrontare siano così aggrovigliati, la crudeltà delle organizzazioni politiche e sindacali così scossa, la segmentazione della società così avanzata, la confusione delle culture e il vuoto di modelli tanto grave, che un vero recupero di una linea alternativa appare enormemente difficile. Non si sono solo perduti anni preziosi, ma un tempo storico qualitativamente irripetibile; l’intreccio tra rivoluzione culturale cinese, lotta antimperialista, esplosione delle lotte operaie e studentesche, e mentre ancora le servitù della crisi produttiva non erano tanto pesanti. Recuperare oggi non è semplice: non a caso anche i tentativi di riflessione più interessanti che si avviano ad esempio nello stesso Pci (e per altro verso nella nuova sinistra), si svolgono in modo sempre collaterale ai nodi brucianti della crisi oggettiva, avanzano come nuova cultura piuttosto che come nuova politica, in una separazione sempre più netta con le scelte concrete. La gestione della politica e della lotta quotidiana al contrario si immiseriscono, diventano gestione dell’esistente (un accordo a sei soffocante) oppure lotta dura quanto arretrata (contro la “germanizzazione” ecc.). L’autonomia del politico è in realtà ormai codismo del politico, gestione tattica o al meglio una navigazione attenta e sensibile su una realtà che si insegue e si riflette anziché dirigere e trasformare. E tuttavia io credo che esistano spazi e forze per rovesciare la tendenza al peggio. Credo cioè che, se non si è in questi anni sviluppato un soggetto politico e sociale capace di offrire una alternativa, si sono però nel contempo accumulati materiali culturali e organizzativi sui quali e con i quali volgere in positivo la crisi della politica del Pci. La sconfitta della nuova sinistra come progetto di partito non vuol dire infatti che la sua storia, la nostra storia si sia tradotta in nulla. Già prima del ’68, la democrazia in Italia e non solo in Italia era cresciuta sotto il segno di una forte autonomia ideale e di una costante conflittualità di classe. Ciò non solo ha creato determinati rapporti di forza sociali e politici tra classe operaia e borghesia, ma ha anche rimesso in moto e riqualificato soggetti culturali e sociali preborghesi (i cattolici, i contadini, i paesi del Terzo mondo, le donne, la intellettualità umanistica) che hanno portato un contributo qualitativamente specifico alla critica dell’economicismo e dello statalismo del movimento operaio della II e III Internazionale. In questo crogiolo, di cui il partito di Gramsci e Togliatti è stato il punto di incrocio, sono cresciute dopo il 1960 lotte operaie di contenuti e forme ineguali ad ogni altro, un contagio reciproco tra classe operaia e nuovi movimenti, una trasformazione delle forze intermedie e delle stesse istituzioni.

Tutto ciò non è stato cancellato dalla stretta della crisi, anche se nella crisi ha trovato un muro difficilmente superabile. Sopravvive nella coscienza anticorporativa delle piattaforme operaie sulla riconversione e sull’occupazione (magari inconcludenti, nei risultati, ma segno di un enorme livello politico). Sopravvive nella forza rinnovata degli orientamenti democratici, fin dentro gli apparati dello Stato. Sopravvive nell’emergere di nuovi protagonisti sociali come il movimento femminista, e comunque nell’irriducibile politicità delle nuove generazioni. Sopravvive soprattutto nell’incapacità ideologica e politica del fronte borghese sia di riattivizzazione di un’opinione moderata, sia di raccogliere le forze per una offensiva reazionaria.

Non si può proprio ridurre questa realtà alla linea del compromesso storico o a quella degli autonomi. C’è tutta una ricchezza di soggetti, di culture, di consuetudini pratiche, su cui cercare ancora di gettare le basi di una nuova linea, di una strategia vincente. Ciò di cui qui discutiamo è però: come organizzare tutte queste resistenze e contraddizioni in una politica, come cristallizzare in un soggetto rivoluzionario, prima che la crisi le macini. E io ripeto che non credo più alla possibilità di realizzare tale obiettivo a partire dalle forze e dalla cultura che va sotto il nome di nuova sinistra. Il problema certo è, oggi più che mai, l’unificazione tra classe operaia e movimenti emergenti, tra vecchia e nuova sinistra, ma il centro motore di tale unificazione è la crisi-rifondazione del movimento operaio, della sua tradizione, della sua collocazione di forza alla soglia del governo. Solo la classe operaia, questa classe operaia che è passata (portandole fino in fondo) attraverso l’esperienza del leninismo e poi la scoperta del suo limite, e poi il tentativo del neoriformismo, può essere il centro motore, il lato più attivo di una autocritica che la porti al di là di se stessa, a riunire il fronte anticapitalistico intorno ad un progetto positivo di rifondazione della società e dello stato. Parallelamente, non credo più che tale crisi-rifondazione del soggetto rivoluzionario possa avvenire se non si riesce a raggiungere certi obiettivi limitati ma reali di trasformazione della realtà, di gestione della crisi: come ad esempio nuova occupazione, trasformazione della scuola, democratizzazione degli apparati, ecc. La costruzione del soggetto rivoluzionario, e del partito, implica l’uso positivo di un patrimonio culturale e organizzativo dei rapporti di forza già raggiunti.

Tutto ciò non si realizza dall’interno del Pci (la cui dialettica al contrario tende a riflettere le contraddizioni della realtà, anziché a produrre nuova strategia). Né si realizza con una pressione politico-intellettuale (anche se a volte non riusciva neppure a esercitare questa pressione, con coerenza e grinta). Ormai il dibattito intellettuale è inflazionato, le suggestioni nascono e muoiono come mode effimere.

Si realizza con iniziativa politica costante e concreta sui punti caldi in cui via via emerge la crisi della linea del Pci. Quando propongo la rifondazione della sinistra nel modo più netto, l’intervento sulla crisi dell’area riformista come priorità, non cerco affatto un rapporto meno conflittuale. Al contrario: in questo momento quello che il Pci vuole da noi è delegarci (con L. C. ) la gestione-controllo di quell’area sociale che la sua linea non può coprire. Una coesistenza quasi pacifica. Ciò che dobbiamo fare, e di cui siamo i soli capaci, è invece intervenire in prima persona sulla base sociale e sulle tematiche in cui la linea del Pci entra in crisi. Perché se non si muovono le cose nella pratica in quel settore tutto è destinato ad arretrare. In questo modo entreremo in conflitto magari meno vistoso, ma più profondo con buona parte del Pci, perché portiamo confronto e lotta sul suo territorio; ma in questo modo, anche, lavoreremo per un recupero positivo della sua crisi.

Quale può essere lo sbocco di questo processo e le sue fasi è impossibile dire. Io ho nella relazione formulato un’ipotesi, quella, a medio termine, del partito unico della sinistra (laico e articolato, non frazionistico) come un possibile passaggio, e come un’accelerazione di un complesso itinerario di ricostruzione dell’avanguardia comunista in Italia. È un’ipotesi come un’altra. E se il solo parlarne può dare il senso di una scarsa convinzione nel costruire oggi un partito autonomo, sono pronto a farne a meno, a tacerne per sempre, perché penso che senza un partito autonomo oggi ogni ristrutturazione futura è impossibile. Ciò che mi preme è però l’idea della scelta di un campo privilegiato di impegno, che vuol dire anche scelta della tematica, dello stile di lavoro, e soprattutto di punto di vista da cui muovere. In sostanza scelta di operare e di pensare, in ogni momento, in ogni iniziativa o proposta, tenendo conto, anche senza subirlo, del fatto che la classe operaia italiana è impegnata in uno scontro per il governo e per il potere, e che in questo scontro non può vincere senza andar oltre le esperienze rivoluzionarie del passato, risolvendo la irrisolta questione socialismo-democrazia, emancipazione-produzione. Perché senza tale scelta alla crisi del Pci si resta marginali, o meglio si può solo accelerarla a vantaggio dell’avversario di classe. C’è qualcuno qui che può sostenere in coscienza che questa scelta, più volte fatta, siamo capaci di praticarla, e comunque impegniamo ogni forza per farlo? O non è vero piuttosto che, volendo dire tutto ciò andare controcorrente, finiamo assai più spesso a occupare anche noi, peraltro con poco entusiasmo, il nostro “spazio naturale”: quello di ala ragionevole della nuova sinistra, accentandone opportunisticamente il senso comune subalterno e protestatario e magari riscattando con grandi aperture ideologiche sul futuro? Che insomma ripieghiamo nella pratica sul ruolo di una forza centrista, la cui identità si scolorisce, cavalca, non solo fino a un certo punto, un po’ tutto il possibile, e scontenta, prima degli altri, se stessa? Io credo che dopo il 20 giugno non sia più possibile durare così. Che possa sopravvivere solo chi (come a suo modo L. C.) porta a fondo una ridefinizione del proprio ruolo.

Cosa vuol dire tutto ciò in concreto per noi? È una domanda che esula dai compiti di questo seminario. Ma solo per indicare come, a mio parere, la linea di cui parlo è tutto l’opposto di un gruppo di pressione politico-intellettuale voglio indicare tre terreni di impegno immediato che da questa scelta di linea derivano.

1. Dobbiamo far avanzare a livello di massa e tra le forze politiche l’idea del programma comune. Trovo sbagliata la posizione di quei compagni, pochi per la verità, secondo i quali la proposta di un programma comune non è praticabile fino a che non si cambia l’orientamento dei partiti storici e il rapporto di forza con loro. In realtà se è vero che un programma comune non può realizzarsi senza un cambiamento di strategia nelle grandi forze (perché è cosa ben diversa non solo dal compromesso storico ma altrettanto dall’alternativa socialista) è vero anche che di tale cambiamento l’idea stessa del programma comune può essere strumento determinante.

A patto però che essa non resti, come finora è spesso stata per noi, un esercizio fondamentalmente intellettuale, se non addirittura una affermazione esigenziale e metodologica, la chiusa generica di un discorso ripetitivo sulla gravità della crisi. Deve diventare discorso politico, iniziativa, e articolarsi ogni giorno, localmente e nazionalmente sui nodi concreti dello scontro: diventare proposta e lotte sulle partecipazioni statali o sul piano agricolo, sul piano energetico e sulla riforma universitaria, sul sistema pensionistico e sull’equo canone, sul sindacato di polizia o sul sistema fiscale e via dicendo. Un quadro di riferimento è indispensabile, anzi è caratterizzante per noi sostenere che senza una “massa critica” coerente di misure di trasformazione la crisi non può essere affrontata e un nuovo tipo di sviluppo non può avviarsi. Ma si tratta poi di far vivere questa linea generale rapportandola agli scontri che emergono, ai livelli di coscienza, agli schieramenti possibili. E dunque farla vivere in un lavoro tutto proiettato all’esterno, attento alla contingenza politica, portato avanti dai militanti reali e non dagli articoli solo, con una verifica di risultati. Senza tutto ciò il discorso sul programma è solo un alibi, uno schermo per una presenza ideologizzante o agitatoria su come la realtà dovrebbe essere e su come sono stronzi tutti a non capirlo.

2. Dobbiamo scegliere alcune priorità di intervento nel movimento. Non voglio ora ripetere quanto abbiamo già concordemente chiarito sulle forze decisive del blocco anticapitalistico in questa fase: come cioè il rapporto classe operaia- movimenti emergenti non sia oggi essenziale solo per evitare un isolamento degli uni e degli altri, ma anche per garantire un salto della classe operaia oltre l’economicismo e lo statalismo necessario a gestire la crisi e a costruire un nuovo tipo di socialismo.

Nella relazione a questo seminario ho inoltre cercato di dimostrare come l’unità operai-emarginati sia sempre meno un fatto spontaneo, e come la spontaneità operaia possa pericolosamente rifluire in una chiusura, come non sia più quel soggetto immediato di egemonia incipiente che era nel ’69.

Ma ciò non rende per noi meno essenziale il concetto di centralità operaia. La classe operaia pare ancora il solo punto trainante possibile per ricucire una dialettica unificante del blocco anticapitalistico. Non è una petizione di principio: ma un giudizio determinato su questa classe operaia italiana con la sua specificità culturale-organizzativa. Che ci troviamo oggi di fronte a una difficoltà della lotta operaia è indubbio. Ma è solo da questo nodo che si può risalire al resto. Nei prossimi mesi la contraddizione masse-linea del Pci coinvolgerà anche la classe operaia e dal modo del suo sviluppo dipenderà tutto il resto. Qui comunque è anche il nostro ruolo ormai naturale, l’interlocutore sociale verso cui abbiamo trovato crescente credibilità, e il solo motore possibile di crescita della nostra struttura organizzativa. Questo non vuol dire non essere presenti negli altri movimenti: ma esservi con le posizioni e con gli strumenti adeguati a porre subito in concreto il problema dell’unità con gli operai, con il grosso degli operai. Ecco ad esempio il valore prioritario che dobbiamo dare alle leghe per l’occupazione come la forma più feconda e corretta del movimento dei giovani o il valore di questioni come l’energia (e non solo la repressione) nel rapporto con gli intellettuali, ecc.. Non dunque estraniarsi dal movimento, ma scegliere nel movimento interlocutori e terreni che corrispondano ad un progetto e a una fisionomia politica. Il che implica più e non meno lavoro militante, continuità organizzativa, capacità di collegarsi con la gente semplice. Ed implica soprattutto capacità di stare nel movimento facendovi politica e non solo intuendone le spinte: nella stessa classe operaia non è più possibile cogliere e assecondare i comportamenti “di sinistra”, al contrario bisogna saper anche andare controcorrente, usare e spostare il patrimonio politico accumulato, costruire insomma un’iniziativa egemonica che non c’è.

3. Dobbiamo per questo avere un partito. In una strategia di ristrutturazione della sinistra questo partito, ho detto nella relazione, deve concepire la propria provvisorietà, e deve sapersi mettere in discussione, giocarvi di continuo in una iniziativa unitaria.

Ma ciò esige tanto più una autonomia ideologica, una alta qualità dei quadri. Un gruppo settario, o per converso un gruppo di pressione che affondi le radici della propria autonomia sulla specificità “dell’area rivoluzionaria”, possono anche vivere su discriminanti solo ideologiche, su una ispirazione, con un corpo di militanti fluttuanti: Lotta continua è il caso limite e più vitale, essa non ha bisogno di partito, la sua identità la succhia immediatamente dalla realtà sociale e culturale cui si riferisce. Per noi, e per questa politica, senza un forte partito, una compatta definizione di linea, e una fisionomia ideale radicata in una cultura organica, consapevole, sedimentata, non si può esistere, si è risucchiati nell’area del Pci o si sopravvive inutilmente.

Ho già detto che l’ipotesi del partito unico, (non come sbocco della ristrutturazione ma come sua fase, ad un certo punto e a certe condizioni) era appunto solo un’ipotesi, cui si può tranquillamente rinunciare.

Ma ammesso che fosse un’ipotesi giusta allora tanto più sarebbe necessario costruire una organizzazione autonoma capace di imporre nel medio periodo alle altre forze le novità che diano un senso non trasformistico al partito unico, e capace poi di sopravvivere come lievito di idee, come meschina frazione entrista, in una superiore esperienza.

Questo è forse per noi l’obiettivo più difficile da raggiungere perché, anche all’origine, come Manifesto, proprio sulla questione del partito, della sua stabilità, del suo gruppo dirigente, del suo sedimento culturale, della sua efficacia nel lavoro, abbiamo registrato le maggiori incapacità e i maggiori insuccessi.

In conclusione, a me sembra che la storia di questo decennio si concluda con una ricchezza di contraddizioni e di forze in movimento da rendere ancora possibile il progetto generale da cui nel ’69 siamo partiti. A condizione però che rinunciamo a considerare l’alternativa comunismo-barbarie come un nodo che si scioglierà in pochi anni; e che sappiamo d’altro lato capire come la costruzione di una nuova direzione comunista può essere solo il risultato di un processo lungo e contraddittorio, nel quale coinvolgere il patrimonio storico e organizzativo (senza sperare di poterlo solo sostituire) e da consolidare ad ogni passo con modificazioni reali dell’assetto sociale esistente. È una strada difficile. E se l’avessimo meglio e prima avuta chiara avremmo evitato errori e ritardi. Ma ci consola pensare che altri, di noi ben più forti non hanno meglio e più chiaro visto la dimensione della crisi storica che maturava. E soprattutto che un’altra strada non c’è.

 


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