numero  51  giugno 2004

 

 

Election Day

CONSIGLI PER IL VOTO 

Lucio Magri   


Non è compito di un mensile politico-culturale - tanto più se sin dall'inizio ha ricavato una ricchezza dalla pluralità di posizioni tra coloro che lo fanno - dare ai suoi lettori indicazioni nel momento delle scelte elettorali. Vi può contribuire con l'insieme delle analisi e dei giudizi politici sviluppati nel tempo. Lo abbiamo fatto senza pause e senza alcuna reticenza. Tuttavia in questo momento, a pochi giorni dal 12 giugno, alcune cose semplici vanno ribadite e altre se ne possono aggiungere. Ci parrebbe colpevole non farlo.

1. La battaglia contro l'astensionismo di sinistra - talora comprensibile ma non razionale e non giustificabile - non è per noi cosa nuova. Per certi versi può apparire questa volta di scarsa utilità: perché con quello che bolle in pentola tra gli elettori politicamente attenti, come sono i nostri lettori, questa tentazione si è molto ridotta, anche se e quando mantengono forti riserve rispetto alle forze di opposizione, o restano incerti nello scegliere chi votare fra loro. Ma per un altro aspetto quella battaglia non è affatto vinta. Mi riferisco a un settore più vasto e profondo della società, che permane, forse si estende, politicamente disinformato, diffidente e confuso, anche se su singole fondamentali questioni, o lotte concrete, ha opinioni o comportamenti precisi: un'area sulla quale agisce in modo devastante l'attuale monopolio mediatico.

Guardando a questo aspetto, si capisce che ora rinunciare all'astensionismo non vuol dire solo andare personalmente a votare, vuol dire, particolarmente a ridosso del voto, anche attivarsi per stimolare, orientare, convincere un elettorato passivizzato e incerto. Alla crisi dei partiti di massa - di cui quella confusione politica è conseguenza e sintomo - occorre opporre la supplenza di un volontariato diffuso, che per un momento vinca il proprio stesso disincanto, si mobiltii per mobilitare. È questo un primo appello che possiamo e dobbiamo rivolgere.

2. La sconfitta di Berlusconi è la priorità assoluta di questa scadenza elettorale, passaggio decisivo di uno scontro che occuperà i prossimi due anni - forse meno - che ci separano dalle elezioni politiche. È chiaro ormai, in base a ciò che è successo e a ciò che ancora ci minaccia. In tutti i campi: dalla guerra alla questione sociale, alla difesa dell'impianto costituzionale. Il popolo di sinistra e l'opinione democratica ne sono largamente consapevoli, anche quella parte che sa bene quanto ancora difficile sia definire, e forse più ancora gestire, un'alternativa. L'avversario è in un momento di difficoltà, nella sua compagine e nel rapporto con il paese. Vi sono buoni motivi dunque per nutrire fiducia sull'esito del 13 giugno. Di tutto ciò la «rivista» ha parlato a sufficienza per doversi ripetere.

Una cosa va però aggiunta, anche per noi finora non abbastanza chiara. Questa volta una sconfitta di misura del centro-destra non basta: occorre un risultato netto, pesante. Per due ragioni. Anzitutto perché, su tutti i terreni, la situazione è in rapida e incerta evoluzione. Possono crearsi occasioni favorevoli per una controffensiva di Berlusconi o per indurre divisioni nel fronte dell'opposizione; il governo può blindare una larga maggioranza parlamentare per creare fatti compiuti difficili successivamente da rimuovere. Se dal 13 giugno in Italia esce un `testa a testa', in una congiuntura favorevole, la partita che appare ora ben avviata può pericolosamente tornare incerta. In secondo luogo, si vota in tutta Europa. Alcuni recenti risultati, in Spagna e in Francia, sono stati di buon auspicio, e hanno cambiato in meglio la situazione complessiva. Ma ora in paesi decisivi, come la Germania, e in tutti i paesi di `nuovo ingresso' le previsioni sono negative. Il quadro complessivo è e resterà quindi molto incerto se non preoccupante. In tale quadro un segnale netto, non reversibile, dall'Italia certamente avrebbe sullo scenario politico europeo un riflesso che a sua volta inciderà sulla nostra vicenda nazionale. Rapporto reciproco che, in forma più mediata, giocherà pure in occasione delle ormai prossime elezioni americane. Anche perciò la posta in gioco è molto più alta di alcuni seggi nel Parlamento europeo o dei sindaci di alcune città.

3. C'è qualcosa da dire chiaramente, senza forzare la mano, anche a proposito del voto a sinistra. Due passi avanti si sono compiuti negli ultimi mesi. Da un lato il movimento di massa (contro la guerra e sul terreno della lotta sindacale) ha mostrato una forte tenuta, per certi versi (Melfi, la scuola) si è cimentato su terreni più avanzati; per altri versi si sono recuperate tensioni già preoccupanti. Dall'altro lato, si è consolidata la volontà di andare alle prossime elezioni politiche con una coalizione molto ampia e, per la prima volta, sulla base di un accordo di governo.

Non si può nascondere però - e noi non l'abbiamo nascosto - il fatto che la definizione di un programma comune resta ancora tutta da fare, e che anzi non si sono affatto riavvicinate le culture di fondo e le collocazioni strategiche tra le varie componenti dell'opposizione. Si è venuta, al contrario, determinando una polarizzazione tra una componente moderata, che aspira a diventare un partito, e una serie di forze minori convergenti a sinistra. Questa volta almeno, non è onesto dividere la responsabilità di tale divaricazione salomonicamente tra i due campi. Tanto meno darne la responsabilità al `massimalismo' di Rifondazione comunista, saggiamente ormai molto rivisto. Le distinzioni si sono invece determinate su scelte concrete - come le due guerre mediorientali, o le nuove lotte operaie, la democrazia sindacale, le pensioni, o la critica delle politiche economiche monetariste - ciascuna delle quali raccoglieva e interpretava volontà e sentimenti di forze sociali e di culture molto vaste, senza forzature estremistiche e con disponibilità al dialogo.

Rompere questa tendenza polarizzante è arduo, e non si potrà farlo all'ultimo momento e sotto la pressione di pure convenienze elettorali. Occorre da subito avviare un confronto serio nel quale possano intervenire movimenti e associazioni. Perché il confronto sia produttivo occorre però superare una tendenza alla rigidità e all'autosufficienza mostrata finora dalla Lista Prodi e dai suoi leader che continuano a considerare tutto il resto accessorio o subalterno. Anche a questo servono le prossime elezioni: a dimostrare che per sostituire Berlusconi non basta una `sinistra di governo' disposta ad accettare sussidi occasionali, ma è indispensabile una vera coalizione. Su tutto ciò quindi peserà un rapporto di forze.
Perciò, al di là di ogni logica di appartenenza o pregiudizio ideologico, ma tenendoci ai contenuti e ragionando sulla prospettiva di comuni interessi, noi non possiamo non augurarci che gli elettori di sinistra, votando no a Berlusconi, rafforzino anche quelle forze che in questi anni, a loro giudizio, più limpidamente si sono battute, o più credibilmente si batteranno, contro la politica di Bush, per una svolta profonda rispetto alla politica economica neoliberale, per una difesa piena della nostra Costituzione e per una correzione di ciò che ancora la contraddice in quella proposta per l'Europa.

Se tutto ciò avverrà si aprirà una fase nuova e feconda nella vicenda politica italiana nel suo complesso, e nella sinistra italiana particolarmente. Che ciascuno faccia dunque tutto il possibile perché avvenga. (l.m.)
 

 


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