Al centro dell’ampia stanza stava un uomo triste e solo, disperatamente  sofferente, fanciullesco nel suo esibito dolore. Aveva appena terminato quello che  sapeva essere il suo testamento umano e politico, Il sarto di Ulm. Una possibile storia del  Pci, l’ultima resistenza al vortice di una depressione divorante.


Ricordo ancora nitido il disagio di essere ospitati dentro quella tragedia, i nostri tentativi di comunicare con un muro dagli  occhi cerulei ancora bellissimi, ma resi smarriti dall’angoscia.


Nella sua decisione di porre termine alla sua vita con il suicidio assistito vidi il solco di unradicalismo e un gusto per l’intransigenza che avevano accompagnato tutta la sua esistenza:dalla giovanile militanza cattolica e democristiana nel gruppo dossettiano nel segno della riforma morale e intellettuale dell’Italia, allo scontro con Fanfani, all’ingresso nel Pci dopo il 1956, conquistato dall’inquieta sensibilità di Franco Rodano; dalla radiazione nel 1970 dal partito all’avventura giornalistica, umana e politica prima del Manifesto e poi del Pdup; dal rientro, all’inizio degli anni Ottanta, nel Pci di Berlinguer, ma non da pentito della sua esperienza nella sinistra extraparlamentare, sino al rigetto della svolta del 1989, all’ingresso in Rifondazione comunista e alla difesa dell’esperienza del comunismo italiano.


A un anno dalla sua morte, il 28 novembre 2011, è uscita una raccolta di saggi di Lucio Magri Alla ricerca di un altro comunismo. Saggi sulla sinistra italiana a cura di Luciana Castellina, Famiano Crucianelli e Aldo Garzia (il Saggiatore, 18,50 euro).


Un libro composito che comprende una lunga e partecipata prefazione della Castellina, a lungo sua compagna di vita e di impegno politico, che ripercorre l’itinerario biografico e intellettuale di Magri; una bella intervista frutto di una serie di incontri con gli amici Crucianelli e Garzia «per ricostruire eventi particolari e fasi politiche in una sua autonoma rilettura della storia politica degli ultimi cinquant’anni », con una particolare attenzione alle vicende della sinistra comunista dagli anni Sessanta al 1989; dieci scritti di Magri  composti tra il 1962 e il 1993, fra cui Il modello di sviluppo capitalistico e il problema dell’alternativa proletaria pubblicato in Les Temps Modernes; il ricordo dello storico dell’assolutismo Perry Anderson che ne traccia il profilo di «intellettuale rivoluzionario in grado di  pensare in sintonia con i movimenti di massa sviluppatisi durante il corso della sua vita»; l’annuncio, infine, di una preziosa iniziativa online: l’allestimento di un sito (www.luciomagri.com nel quale saranno pubblicati via via tutti i suoi scritti.


Lo sguardo esistenziale si incrocia con l’avventura politica ed è difficile distinguere le due dimensioni.


È la solitudine dei primi anni di vita, un’infanzia trascorsa nel deserto libico alseguito del padre ufficiale d’aviazione a conferirgli, secondo Luciana Castellina, «il pessimo carattere che si è poi portato dietro tutta la vita», venato da una rigidissima intransigenza, privo, come affermava l’amico Michelangelo Notarianni «di sentimenti intermedi». Non integralista, mai dogmatico, capace di continue autocritiche politiche, refrattario a ogni forma di incoerenza, eclettismo, faciloneria. Il tratto di fondo è la passione lucida per la politica, nutrita dalla lettura critica di Lukács, di Adorno, di Marcuse, di Galbraith, l’analisi dei nessi nazionali e internazionali per comprendere non solo la forza e l’originalità dell’esperienza dei comunisti italiani da Togliatti in poi, ma anche i limiti e gli  errori commessi.


Come ricorda Castellina, Magri è stato un uomo integralmente  novecentesco che ha vissuto in modo drammatico la crisi della sinistra, a causa del suo  «assolutismo caratteriale diventato un rovello costante». Un rovello, intorno al peso di una  sconfitta che era anche un atto di amore nei confronti di una storia. Questo pensai quando vidi i  suoi occhi brillare l’ultima volta dall’alto della tromba delle scale, mentre accompagnava la nostra  vitalità con un sorriso triste, troppo triste, per non dirci addio: «Io son giunto alla  disperazione calma, senza sgomento. Scendo. Buon proseguimento».

 


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