numero   37  marzo 2003

Una sfida per una nuova era

DUE SUPERPOTENZE 


Lucio Magri   

 

 

15 Febbraio: più di cento milioni di persone in piazza per dire no alla guerra, lo stesso giorno, in ogni continente. Quanto all’Italia, io non avevo mai visto, in cinquant’anni, qualcosa di così grande e appassionato.Tutti sono stati costretti a riconoscere la dimensione e la novità del fatto. E anche a riconoscere che la gente in piazza non rappresentava solo una minoranza dissenziente, ma l’orientamento e il sentimento di una maggioranza. Nessuno potrebbe dirlo meglio di quanto abbia fatto il «New York Times»: «Nel pianeta ormai ci sono due sole superpotenze: gli Stati Uniti e l’opinione pubblica».

 

                                                                                                                                  

Subito è però scattato il tentativo delle interpretazioni, per svuotare e deformare il significato e la portata dell’evento, per negarne l’incidenza e il carattere non effimero: con argomenti ipocritamente rispettosi, oppure polemici ma stupidi. Occorre subito citarne e contrastarne alcuni, perché coinvolgono anche una parte della sinistra moderata fino ai massimi vertici istituzionali.

Le manifestazioni sono state così grandi perché esprimono desideri e valori di pace che tutti condividono, non scelte politiche precise, perciò non vincolano coloro che tali scelte devono compiere? Chiunque ha partecipato, o solo visto quelle manifestazioni sa che ciò è falso. C’è un rifiuto morale e diffuso della guerra e della violenza per principio? Certo, e non sarebbe poco, se ripensiamo alla lunga storia che abbiamo alle spalle, di nazionalismi e furori ideologici. Ma in questo caso c’è molto di più e di più preciso: un no senza se e senza ma contro l’intervento in Iraq, malgrado il ricordo partecipe dell’11 settembre, e il pieno riconoscimento del carattere autoritario e repressivo del regime di Saddam Hussein. Non era gente che aspettava un avallo dell’Onu alla guerra, era gente che non vuole questa guerra, perché non ne riconosce né la legittimità, né l’utilità, non crede che i suoi fini siano quelli dichiarati, né che servirebbe a quei fini anche se fossero dichiarati in buona fede.

Hanno manifestato contro l’intervento coloro che non si sentono direttamente coinvolti o minacciati, un pacifismo fellone e a buon mercato? Altra solenne menzogna: grandi mobilitazioni ci sono state perfino a New York, una mai vista a Londra, altre imponenti in Australia, i paesi che già hanno inviato truppe in Medio Oriente.

La protesta è stata stimolata da forze politiche e sindacali respinte all’opposizione dal voto popolare e desiderose di rivincita, un pacifismo quindi di convenienza e ad altri fini? Anche in questo caso nessun riscontro nei fatti. Si è manifestato a Londra come a Berlino, contro o a favore del governo, e in Italia o in Spagna per una spinta di movimenti sociali, o di organizzazioni cattoliche malgrado colpevoli ritardi e non superate ambiguità dei grandi partiti di opposizione.

Riemerge un antico e non rimosso antiamericanismo? Ma da quale angolo sconosciuto e sotterraneo, dopo quasi un ventennio in cui il modello americano era diventato un mito condiviso nell’intera classe dirigente ed era, attraverso i media, penetrato nel costume e nel senso comune del popolo?È stata una richiesta all’Onu di esperire ogni strada prima di concludere che la guerra è necessaria e in attesa del suo avallo per non comprometterne l’autorità, o una richiesta imperativa all’Onu di rispettare il suo statuto e la volontà dei popoli anziché piegarsi al ricatto di dissennati potenti?

Tutte sciocchezze dunque da confutare, che è facile confutare, ma è indispensabile confutare prima che una macchina propagandistica dia loro spazio di influenza nei settori meno consapevoli dell’opinione pubblica. Un altro interrogativo invece è fondato, nella spiegazione dell’evento; e ha bisogno di una risposta anche per coloro che, come noi, in questa mobilitazione ha creduto, ha lavorato per contribuirvi, ed è rimasto colpito ed emozionato dalla estensione che essa ha assunto e dalla rapidità con cui la ha assunta. Fino a qualche mese fa il movimento pacifista era inadeguato, non aveva conquistato la dovuta centralità, eppure nel decennio altre guerre c’erano state, anch’esse confutabili, sanguinose e unilateralmente decise. Quale è stato dunque il motore e il cemento di questo salto di qualità? È una domanda cui serve rispondere per capire, per valutare le forze reali, per sapere dove andare e come.Io credo che la risposta principale, non la sola, sia abbastanza semplice e certa. Una serie di fatti, incalzanti, coordinati, e assolutamente eloquenti hanno convinto grandi masse, di ogni colore, ceto, tradizione, che l’intervento armato in Iraq rappresentava e accelerava una grande e terribile svolta nella storia mondiale, ratificava un nuovo ordine, regolato senza limite da una superpotenza, definiva una risposta ai drammatici problemi della nostra epoca fondata sulla supremazia militare e sull’uso della violenza, sulla guerra preventiva, e prometteva per tutti, per decenni, un futuro tragico. Sull’evidenza di questi fatti, che già da tempo erano in corso, occorre non stancarsi di tornare, aggiornandoli di continuo, prevedendone gli sviluppi, perché questa è la forza principale, mai del tutto acquisita, del movimento, qui sta la debolezza di chi può ancora vincere ma non convincere, qui la risorsa di chi deve convincere per vincere.

Molto schematicamente, per non ripetere, ma per aggiungere.

1. Dopo l’11 settembre, e l’irruzione del terrorismo internazionale, è intervenuta una svolta profonda nella politica e nella strategia degli Stati Uniti. Sia perché aveva abusivamente prevalso nelle elezioni un nuovo gruppo dirigente corto di idee ma radicale nella volontà di potere e nell’estremismo ideologico, sia perché la fiducia che il mercato e le sue gerarchie spontanee avrebbero stabilizzato il mondo, malgrado le sue drammatiche contraddizioni, era ormai incrinata da una crisi economica e dalla crescita di una contestazione diffusa. Non si tratta di una svolta casuale priva di precedenti: covava da anni. Ma Bush la ha resa radicale e, come tutti i fondamentalismi, l’ha esplicitata e le ha sottratto l’involucro di ogni ipocrisia (che, si sa, è anche un omaggio alla virtù e comporta l’accettazione di un limite).

Per una prima fase i suoi discorsi, quelli di Condoleezza Rice o di Cheney o di Rumsfeld, non sono stati presi sul serio, anzi governi e partiti europei, la Russia e la Cina si sono sforzati di ignorarli e, più o meno consapevolmente, sono stati corrivi. È la vicenda dell’Afghanistan. Ma con l’Iraq è diventato evidente che l’idea della guerra preventiva e duratura, della supremazia militare permanente, del potere di decisione in ultima istanza unilaterale, era una cosa maledettamente seria. Le ‘guerre umanitarie’ sono diventate una parodia. Gli interessi immediati della superpontenza – il controllo diretto del petrolio – e quelli di lunga portata – il nuovo ordine mondiale – sono stati posti con brutale evidenza.

2. Si trattava questa volta di intervenire in un paese dove il terrorismo non aveva una diretta matrice; il pretesto della ‘esportazione della democrazia’ suona ipocrita rispetto alla tolleranza e al sostegno che sono stati riservati ad altre dittature; il mancato rispetto delle risoluzioni dell’Onu è già stato duramente punito con sanzioni e bombardamenti, mentre altrove non pare costituire un problema. Occorreva dunque inventarsi una ‘minaccia incombente’, che giustificasse una prima vera ‘guerra preventiva’. Inventarsela era difficile, non perché Saddam fosse affidabile, ma perché non aveva assolutamente i mezzi per minacciare neppure i suoi vicini, potentemente armati e protetti, né la tendenza ideologica a preferire il rapido accesso al paradiso di Allah anziché la continuità a rischio del suo potere dispotico. Ma su questa invenzione della ‘minaccia incombente’ Bush ha potuto all’inizio contare su molte tolleranze, il che l’ha spinto ad andare avanti, avanti nel preparare materialmente un intervento unilaterale, mentre ‘l’Onu faceva le ispezioni’. Ma altri Stati su quelle ispezioni si impegnavano, gli ispettori hanno cominciato a lavorare seriamente e l’Iraq ha avuto il buon senso di accettarle. Alla fine gli ispettori hanno fatto la loro relazione, provvisoria ma importante. Blix ha detto all’Onu che non erano stati trovati rilevanti armamenti proibiti, che il regime non aveva ostacolato il loro lavoro e anzi collaborava sempre un po’ di più, che non si poteva certo escludere l’esistenza di armi proibite nascoste, ma neppure affermarne l’esistenza, e in un tempo ragionevole si poteva sia accertarne l’esistenza sia imporne lo smantellamento, che le ‘prove in contrario’ esibite da Powell e Blair erano inconsistenti. Tutto ciò è apparso chiaro come il sole. Ma ciò che Blix ha detto implicitamente, è ancor più importante: se anche, per ipotesi, rimanessero a Saddam armi pericolose, si tratta di un residuo minore in un processo, scelto o necessitato, di abbandono di una politica di riarmo, precedentemente vagheggiata, ma ora in via di riduzione: non certo di una minaccia crescente e in atto. 

E infatti gli americani ormai dicono che il problema è un altro, non accertare una ‘minaccia incombente’ ma verificare un’intenzione eventuale, anzi in sostanza, quello di rovesciare il regime e occupare il paese. A questo punto non solo Francia, Germania, Russia e Cina sono incoraggiate a chiedere tempo per le ispezioni, per risolvere il problema con la politica e non con una guerra ‘prematura’, e l’opinione pubblica finalmente capisce di che si tratta. Non crede nel ‘mandato Onu’ alla guerra di difesa preventiva, e si convince che quel mandato sarebbe insensato. E capisce che la guerra, oltre a colpire l’Iraq, sancisce la subordinazione totale dell’Europa e di ogni suo ruolo futuro, anzi immediatamente la divide, che Blair non è un suo esponente ma una quinta colonna al suo interno, che Aznar e Berlusconi sono due comparse ininfluenti, che i nuovi paesi dell’Est, in procinto di entrarvi, sono già manipolabili e manipolati da un potere estraneo. La Chiesa – già fortemente scossa sul piano dei princìpi da una prospettiva di guerra permanente – ha ragione di temere di essere trascinata, da un suo secco connubio con questa versione dell’Occidente, in un conflitto storico di religioni e di civiltà che già tanto le costò. I lavoratori capiscono che la guerra è funzionale all’accettazione definitiva di una riorganizzazione dei rapporti sociali secondo un modello neoliberista, che Bush afferma come binomio inseparabile con l’esportazione della democrazia. I nuovi movimenti acquisiscono piena consapevolezza del fatto che la gerarchia tra gli Stati e la loro forza repressiva specifica, quella militare, non è rispetto al passato meno ma ancor più di ostacolo alla costruzione di un mondo diverso.

3. Nel frattempo contano anche i risultati concreti e i meccanismi già in atto, prodotti dagli interventi armati precedenti. Non meno eloquenti: la guerra in Afghanistan è stata facilmente vittoriosa, ha assicurato il controllo di una zona importante nel controllo del mondo, ma l’Afghanistan è lontano dall’essere pacificato, è tuttora in mano a signori della guerra da tenere d’occhio o da corrompere, Bin Laden e Omar sono in circolazione, al-Qaeda si è dispersa ma il pericolo terrorista è tanto poco intaccato che gli americani stessi ne enfatizzano la pericolosità e l’ubiquità. Il conflitto palestinese israeliano non ha ritrovato la strada della trattativa ma al contrario percorre quella della violenza disperata e della repressione senza limiti. L’Asia centrale è largamente sotto occupazione militare, ma con il risultato di una disgregazione di ogni forma di Stato, di un precario equilibrio di bande armate, di tensioni ricorrenti e sempre più acute con il maggior vicino: qualcosa che ricorda la disgregazione del centro-Africa post-coloniale.

E lo stato di guerra permanente, la lotta al terrorismo ridotta a repressione, già si riflette in Occidente, per comune ammissione, in una serie crescente e multiforme di legislazioni e di pratiche di emergenza, in limitazioni dello stato di diritto (dal dramma di Guantanamo alle più banali e diffuse forme di controllo dell’intera cittadinanza), nella programmata sollecitazione di una psicologia di massa di pericolo e di paura, terreno di incubazione di ogni autoritarismo. Esatto contrario dell’esportazione della democrazia: importazione dei veleni che la corrodono.

Tutto ciò si inserisce in un fiume più lento e più largo: la graduale presa di coscienza, per vie diverse, in ogni parte del mondo, della dimensione e della drammaticità dei problemi connessi al modello e all’assetto dei poteri prevalso negli ultimi decenni. Il movimento new-global ne è stato al tempo stesso espressione, motore, coscienza critica. Coloro che l’hanno visto solo come ala estrema non hanno capito nulla: con le sue denunce implacabili ma concrete sullo stato del mondo, con l’individuazione dei poteri reali cui attribuire le responsabilità, con le forme appassionate, non violente, partecipate delle sue azioni militanti ha dato vita ad una protesta altrettanto forte, ma alternativa al fondamentalismo etnico e religioso, ha rovesciato l’ordine delle priorità, contestato le forme delle istituzioni. 

 

 

Comincia a riemergere così la più straordinaria invenzione della storia degli ultimi due secoli, che sembrava invece sepolta per sempre: l’idea della politica non come professione, come affare di amministrazione affidato alle élites ma, tutto al contrario, come azione collettiva animata da valori e progetti, per cambiare lo stato delle cose. E dunque come modo di dare ad un credente lo strumento per testimoniare la propria fede e sopratutto ad un laico lo strumento per dare un senso alla propria vita, che considera transitoria ma non vuole futile, inserendola in un corso storico cui partecipa e in cui vuole lasciare un piccolo segno, che lo sollecita a capire e a schierarsi.

Questo insieme di cose, immediate e di lungo periodo, costituisce la base razionale e l’elemento motiplicatore di una così straordinaria e improvvisa opposizione alla guerra, ne spiega la forza e la portata, ne garantisce la tenuta. Se non si frena la guerra un nuovo mondo non è possibile: e non si fermerà la guerra senza dar forma a un mondo diverso.

Riuscirà questa resistenza di popoli e di governi a fermare l’intervento armato in Iraq? Il mio parere è che se essa fosse stata opposta con questa ampiezza fin dall’inizio della vicenda avrebbe probabilmente raggiunto il proprio obiettivo. Perciò un discorso sulle responsabilità, le omissioni – fin dal tempo del Kosovo, ma soprattutto dopo l’elezione di Bush – a un certo punto dovrà essere fatto, niente andrà perdonato.

Oggi però è molto improbabile che la spinta alla guerra si fermi. Al momento in cui scrivo la Comunità europea, incalzata dalle manifestazioni e preoccupata dalle conseguenze delle sue divisioni, ha firmato un documento di compromesso che chiede per le ispezioni un tempo maggiore, ma non ‘infinito’, rivendica per l’Onu il diritto di decidere, ma ribadisce la necessità di un disarmo ‘completo’ e considera la forza solo come soluzione estrema, ancora evitabile ma da non escludere. È un compromesso formale, elastico nelle definizioni, dietro il quale le posizioni restano divergenti anche se crea per gli americani un imbarazzo e un freno. 

Ma per gli americani il ‘disarmo’ non è l’obiettivo essenziale, e comunque sono andati troppo avanti per tornare indietro, salvo un eventuale tracollo interno del regime di Saddam. Kissinger, che pure all’inizio era critico, lo ha detto con il solito compiaciuto cinismo: Bush non può più fermarsi senza compromettere se stesso e il ruolo degli Stati Uniti e dei loro alleati nel mondo; e per essere più chiaro, Kissinger ha, cinquanta anni dopo, criticato la prudenza di Foster Dulles, il quale fermò in corso d’opera il pur sciagurato attacco a Suez, pagando prezzi salati a vantaggio dei ‘paesi del male’ di allora. Quindi gli americani probabilmente accetteranno di traccheggiare qualche settimana in trattative diplomatiche per convincere qualche indeciso, ma poi cercheranno qualche ragione o qualche modo per scendere in campo, anche se ben difficilmente strapperanno un mandato esplicito del Consiglio di sicurezza. Perciò – come diceva Fouchet – continuare ad evitare il ‘no alla guerra senza se e senza ma’ è peggio di un delitto, è un errore.

Assai meno compromesso mi pare, invece, il seguito della vicenda. Se anche non si può forse fermare questa guerra, si può fermare il disegno che la anima e la strategia che dovrebbe avviare. Non mi riferisco ovviamente allo scontro militare, la cui durata e difficoltà non sarebbe comunque indifferente. L’Iraq non è il Vietnam, anche perché non ha l’Unione Sovietica e la Cina di allora alle spalle. Mi riferisco ai costi umani che la guerra comporterà, alle difficoltà di stabilizzare il territorio invaso e di organizzare un’occupazione permanente, e ai costi politici e ai riflessi nell’opinione pubblica mondiale e nel sistema delle alleanze. L’Onu e le altre istituzioni internazionali del tutto delegittimate, la Nato incrinata, la divisione tra Stati Uniti ed Europa, dell’Europa al suo interno; conflitti che facilmente possono trasferirsi in tutta la geopolitica del mondo (dal Medio Oriente alla America Latina) e dalla geopolitica possono estendersi al terreno economico. Il disordine ben prima e ben più di un nuovo ordine mondiale.

Ciascuno di questi fenomeni può prendere strade non tranquille per gli stessi Stati Uniti, che possono reagirvi radicalizzando e minacciando, ma anche per chi li contrasta. Pensiamo ad esempio cosa potrebbe voler dire una diffusa, duratura, e forse manipolata, presenza di un terrorismo suicida in Occidente: una riproduzione su scala allargata di ciò che è avvenuto nel conflitto Israele-Palestina. Ma c’è un punto sul quale la partita è ancora aperta e, sulla base di ciò che è avvenuto in questi mesi, può profondamente modificarne il corso.

Bush (come del resto Sharon nel suo piccolo) non è un puro usurpatore, né un folle, esprime interessi, vocazioni, ideologie, ben radicati nella classe dirigente e anche in parte nella società, ma non esprime il suo insieme; esercita un potere autoritario e ha i mezzi per rafforzarne il carattere, ma non un potere totalitario al riparo dal dissenso e dal voto. Se i costi politici, economici, morali della sua avventura diverranno troppo pesanti, può essere rovesciato (dico non a caso rovesciato, non condizionato, illusione ancora molto diffusa). Ciò che non è più imposto dall’equilibrio del deterrente atomico, può realizzarsi sul fronte interno del consenso. E se Bush fosse battuto – non da un semplice avvicendamento elettorale, ma per una crisi reale della sua linea politica e degli interessi che lo sostengono – non si tornerebbe al punto di partenza, ma si realizzerebbe un diverso equilibrio mondiale.

Ma se pure il raggiungimento di tale obiettivo si misurerà alla fine sul fronte interno americano, esso dipenderà in gran parte da ciò che crescerà fuori di esso. Dalla forza, l’intelligenza, la durata, i risultati del movimento mondiale di popolo che in queste settimane si è manifestato, dalla sua capacità di tenere e allargare i suoi consensi. E dagli sviluppi della situazione politica particolarmente in due punti dello scenario mondiale, che in questi mesi sono in sofferenza e in ebollizione: l’America Latina, che sta cambiando tumultuosamente in meglio, ma ha un gran deficit di risorse e di organizzazione; e soprattutto l’Europa, che ha un gran potere di resistere al ricatto e di ritorcerlo, ma è divisa tra i suoi Stati, debole nelle istituzioni comuni, è per propria scelta da anni culturalmente ed economicamente subalterna al sistema americano, eppure ha interessi e conserva culture che da esso la distinguono.

Anche e soprattutto in questo senso, e torno al punto di partenza del ragionamento, il movimento della pace che abbiamo visto in campo costituisce una novità straordinaria. Alla stretta, al momento della verità, l’Europa dei governi si è positivamente divisa, ma insieme ha compiuto un primo passo una possibile Europa dei popoli, un’identità nazionale con radici profonde e potenzialità inattese. Perciò questo movimento – in particolare in Italia – non solo è grande, ma è al tempo stesso contro la guerra e anche contro la precarizzazione del lavoro, contro lo smantellamento dello Stato sociale, contro le esasperate diseguaglianze nella propria società e nel mondo, contro la distruzione dell’ambiente, contro l’eversione della democrazia e delle regole costituzionali. Nessuno potrà continuare a dire che il berlusconismo e il modello americano sono ormai passati e sono irreversibili. O che l’appartenenza all’Europa ci vincola e non anche ci stimola.
Certo è ‘un movimento’ e come tale con limiti e differenze che non si possono e non si debbono violentare. Ma è anche una forza potente, non condannata ad essere minoritaria, a non incidere, nel presente nella vicenda politica effettiva. 
Il buco nero sempre più evidente resta e si conferma però, in tutta Europa, la debolezza del ceto politico, peggio, la sua lontananza dai problemi e dalle esperienze maggiori, in ogni campo, la sua incapacità a pensare e a fare in grande. Se non si sovverte questa cupola – senza negare la specificità e l’importanza della politica – e non si costruiscono alternative credibili, le cose non resteranno ferme, precipiteranno al peggio. Lo sapevamo da tempo, ora dovremmo sentirci sfidati ad una responsabilità. Non rimuovere l’angoscia per ciò che accade o può accadere, ma essere più fiduciosi sulle occasioni che si offrono. Non è più tempo dei piccoli passi e delle miserevoli convenienze.

PS Quando questo articolo era già licenziato ho seguito il dibattito e il voto del Parlamento italiano. Non mi pare di dover correggere o precisare nulla del testo. Ma solo esprimere amarezza e rabbia di fronte a un Ulivo che non trova il coraggio di pronunciare concordemente un no alla guerra in Iraq, ma «impegna il governo a non considerarla inevitabile» (e dunque riconosce che a un certo punto si potrebbe o si dovrebbe accettarla). Un certo numero dei suoi parlamentari, per esprimere un doveroso dissenso hanno votato contemporaneamente due mozioni, – quella dell’Ulivo e quella di Rifondazione, divergenti tra loro –; altri al contrario si sono astenuti sulla mozione del governo. Alla faccia di quei milioni di persone con le quali avevano marciato il 15 febbraio e che dicevano una cosa sola: no alla guerra senza se e senza ma, e anche contro la maggioranza degli italiani. Poi ci si lamenta ‘dell’antipolitica’ presente nei movimenti. Almeno contro questo modo di fare politica non è arrivato il tempo del rifiuto?
 


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