numero  52   luglio-agosto 2004 

 

Dopo le elezioni

L'ESIGENZA DI UNA SVOLTA 


Lucio Magri   

 

 

Avvertimento preliminare. Al giorno d'oggi è quasi impossibile chiedere ai risultati di un turno elettorale indicazioni precise sui rapporti di forza e sulle tendenze durature nella politica e nella società. Non a caso parliamo tanto di crisi della politica. L'opinione pubblica è reattiva ma anche confusa e volatile; i partiti - perduta una coerente matrice ideologica e un preciso radicamento sociale - ne inseguono le oscillazioni cambiando fisionomia, a volte il nome, le alleanze, con l'ossessione di vincere e vincere subito; i loro programmi elettorali sono volutamente generici e convergenti, e quando sottintendono intenzioni più precise si riservano di rivelarle dopo o lontano dal voto; i media li aiutano a creare confusione e a marginalizzare le questioni più scottanti per sottomissione al potere o per il bisogno di spettacolarizzare il confronto, frantumandolo in risse occasionali. L'elettore, nella quotidianità poco informato e soprattutto poco formato, partecipa e riflette questa crisi: anche quando ha convinzioni precise su un certo argomento, fa fatica a collegarle in una scelta complessiva, è diviso tra antiche appartenenze, nuove passioni, interessi personali.

La difficoltà di lettura è tanto maggiore quando, come il 13 giugno, i cittadini sono chiamati a dare contemporaneamente e distintamente il voto su questioni diverse (Europa, politica nazionale, amministrazioni locali), in paesi diversi e con diversi sistemi elettorali. D'altra parte, al contrario ma per le stesse ragioni, c'è una convulsa tendenza a usare i risultati elettorali attraverso i media come strumento potente per influire sull'immaginario collettivo, e una maggiore possibilità di manipolarli, selezionando a piacere dati eterogenei e diversi parametri temporali di riferimento. Perciò è comunque importante cercare quel tanto di vero, influente e duraturo che i dati possono offrire.

Chiediamo quindi al lettore di perdonarci, per uno sforzo di verità, ciò che può apparire un eccesso di pedanteria nell'analisi, di complicazione nell'interpretazione, di problematicità nelle conclusioni. Il voto europeo Vogliamo mettere in primo piano il voto europeo nel suo complesso. Nella campagna elettorale, a dispetto di tanta retorica, e anche per ragioni comprensibili, si può dire infatti che il tema Europa non sia esistito, ed è rimasto marginale anche nella discussione successiva al voto. Eppure, su questo piano, è accaduto molto di nuovo, e di importante.

Non era un voto di ordinaria amministrazione, non si trattava solo di eleggere un Parlamento, che ha del resto poteri assai limitati. Né di formulare un auspicio, un'opzione ideale. Si trattava ormai di esprimere un giudizio su una realtà in atto, sulle sue scelte e sulle istituzioni che la regolano. Di decidere se dare all'Europa un ruolo di soggetto pienamente politico autonomo, e non quello di un comprimario subalterno al modello economico e all'egemonismo geopolitico degli Stati Uniti. Infine di misurare se e come sia possibile finalmente far intervenire in questo processo una sovranità popolare effettiva. Ora, che cosa ci dicono in proposito le elezioni del 13 giugno? Niente di buono. Per due aspetti.1. La partecipazione al voto: era del 63% quando, nel 1979, ancora si era ai primi passi, poi invece di crescere progressivamente è costantemente calata, e si è ridotta oggi al 45,5 per cento.

Tutti riconoscono il fenomeno, e se ne rammaricano, senza però cercare di indagarlo, né di trarne appropriate conseguenze. Gli euro-entusiasti lo considerano scontato, frutto di indifferenza, ignoranza, di residui nazionalisti nei popoli, e di inutili rinvii o capziosi contrasti in chi li governa: bisogna andare avanti quindi - essi dicono - con più rapidità e più convinzione sull'itinerario già percorso. L'intendance suivra. Gli euroscettici si illudono invece che basti questa diserzione di massa, o un semplice ostruzionismo nelle istituzioni, per bloccare le cose, e propongono di riportare l'Unione entro i limiti di una zona di libero scambio, tra Stati pienamente sovrani, integrati in diverse alleanze esterne e portatori di diverse politiche.

Ma le cose non stanno così. Lo si vede dai voti, dalle motivazioni, e dal contesto in cui si collocano: questo astensionismo segnala una vera novità.

 
Esso non era sorprendente quando il processo di unificazione muoveva i primi passi, aveva poca incidenza pratica, gli Stati nazionali potevano realmente fare una propria politica, la guerra fredda e l'Alleanza atlantica rappresentavano e garantivano comunque un'identità e una convergenza nel quadro mondiale, Ma ora tutti sanno che le istituzioni europee hanno via via assunto poteri pesanti, condizionano pesantemente le politiche monetarie e macroeconomiche, assicurano e distribuiscono grandi sovvenzioni, intervengono nelle grandi ristrutturazioni industriali, premono per riforme dello Stato sociale e per nuove privatizzazioni; siamo poi in una nuova fase storica nella quale emergono problemi drammatici (guerra, esclusione e precarietà sociale, questione ambientale, globalizzazione sregolata) praticamente insolubili senza scelte nette a livello continentale che le istituzioni europee non sono però in grado di compiere; infine, proprio per questo, si è riattivata una partecipazione conflittuale: sociale, politica, culturale. Come è possibile allora attribuire l'astensionismo solo ad ignoranza, indifferenza? Come è possibile non vedere le divisioni tra gli Stati e all'interno di essi - che non riguardano dettagli dell'ordinamento, ma le grandi scelte sull'identità culturale, il modello economico-sociale, la collocazione internazionale del continente -; o ignorare che i diversi e contrastanti orientamenti nella divisione si elidono?
Inoltre, insieme all'astensionismo, sono emerse o si sono rafforzate in queste elezioni forze che manifestano un'aperta ostilità all'europeismo. Non solo, e sorprendentemente, nei paesi dell'Est, che pure avevano voluto e sollecitato fino a ieri il proprio ingresso e ora cominciano a inquietarsi delle sue conseguenze. Ma anche in paesi cruciali, dove la diffidenza era di lunga data, ma sembrava attenuarsi, e invece riemerge più forte: Inghilterra, Francia, Svezia, Belgio, Austria. Una minoranza radicale certo, ma che influenza anche partiti maggiori e spinge già alcuni governi a promettere referendum sulla nuova Carta costituzionale.

È realistico, è possibile, è legittimo proporsi la formazione di una nuova realtà statuale, sia pure gradualmente e in forma federativa, con questo miserrimo livello di consenso e senza sforzarsi di recuperarlo con una correzione di rotta, un profilo più alto, maggiore partecipazione democratica? Si approvi quindi o meno un Trattato costituzionale, che è stato ulteriormente peggiorato nell'ultimo passaggio al Consiglio d'Europa, il processo costituente anziché decollare il 13 giugno di fatto si è arenato, comunque deperisce. Non è cosa da poco.

Chi, come noi, ha spesso duramente criticato la linea e le istituzioni di questa Europa, potrebbe essere tentato di compiacersene, o realisticamente scontare che solo una crisi vera può consentirle di mutarne il percorso (come ha già scritto Gianni Ferrara) 1. In realtà non ci sentiamo di farlo: perché l'opposizione che per ora emerge mostra in prevalenza orientamenti molto ambigui e velleitari, è in grado di complicare la vita a chi finora comanda, ma non sembra avere la forza di definire o di imporre una qualche alternativa. Quali sono stati, infatti, gli orientamenti e le forze politiche che escono rafforzate dal 13 giugno?

 
2. Rispondere a questa domanda semplicemente sommando voti e seggi delle famiglie politiche europee, raggruppandole in base ad affinità tradizionali o secondo i gruppi presenti nel Parlamento europeo uscente, è molto difficile e può trarre in inganno. I nomi dei partiti sono a volte cambiati senza cambiare sostanza o gruppi dirigenti, o restano gli stessi pur rappresentando idee diverse tra loro (ad esempio sulla questione cruciale della guerra), diversa da paese a paese è la collocazione dei vari partiti (al governo o all'opposizione), incerti sono i riferimenti temporali su cui misurare gli spostamenti di voti (le elezioni più recenti possono non aver nessun significato per la difformità della partecipazione, e altrettanto possono esserlo elezioni più lontane perché nel frattempo sono avvenuti troppi sconvolgimenti, che avevano già prodotto nuovi rapporti di forza). In alcuni paesi, soprattutto all'Est, c'è ancora un totale subbuglio.

Il solo elemento che tutti i commentatori hanno usato per approssimarsi a un giudizio complessivo su chi ha vinto e chi ha perso è stato perciò quello del voto `generalmente punititivo': hanno soprattutto perso i partiti attualmente al governo, vinto quelli all'opposizione. Non si può negare che tale interpretazione abbia - sia pure con qualche eccezione - una base di verità. Ma fermando qui l'analisi e il giudizio, il discorso, a mio parere, è da un lato logicamente monco e dall'altro politicamente ingannevole.

 

Logicamente monco, perché, se tutti i governi - di centro-destra e di centro-sinistra - sono stati puniti, da cosa è nata, che segno porta, tale punizione? Dirimenti, purtroppo, non sono risultate le scelte sulla guerra (malgrado l'opinione pubblica vi fosse quasi ovunque avversa). Altri fattori, comuni a tutti i governi, devono essere prevalsi. Non è difficile individuarli, nei dati stessi, e nel dibattito pubblico: la consapevolezza ormai ampia e vissuta di una situazione di ristagno o di declino economico, di disagio sociale, di incertezza sul futuro, un po' in tutti i paesi europei, che non vi erano abituati; la convinzione confusa ma generale che le politiche neoliberiste ovunque prevalenti - particolarmente nella loro versione europea, monetarista e restrittiva - ne sono responsabili e non permettono di uscirne; infine una generale insofferenza rispetto alla mediocrità e all'arroganza del ceto politico che gestisce il potere alternandosi. Insomma l'esigenza di una svolta, non si sa bene quale, ma visibile: esigenza che, dopo ricorrenti insuccessi, e anche ora malgrado questa ultima `punizione' non sembra affatto raccolta, anzi neppure discussa.

Ho detto anche politicamente ingannevole perché, sempre con delle eccezioni, non è vero che la `punizione' abbia egualmente colpito tutti. Partiti e coalizioni di centro-destra, tornati al potere dopo il 2000 in molti paesi, hanno mediamente perduto quattro o cinque punti in percentuale; mentre i partiti socialdemocratici, ancora al governo in grandi paesi, hanno subito tracolli mai visti nel dopoguerra, come è il caso del Labour inglese e della Spd tedesca. Non a caso, perché lo spostamento al centro li ha messi in conflitto con la loro naturale base sociale.

Ma a questo spostamento non ha corrisposto, come logica vorrebbe, una crescita significativa di una sinistra più radicale; anche in paesi nei quali già essa esiste, e si è intrecciata con i grandi movimenti di protesta sociale o pacifista (Spagna, Italia, Grecia, Francia e Germania). Nel complesso la sinistra `radicale', nelle diverse componenti che ormai vi concorrono - comunisti ortodossi, comunisti rinnovati, eco-socialisti nordici -, ha mantenuto le posizioni. È avanzata un poco in alcuni paesi (Italia, Portogallo, Repubblica ceca), si è stabilizzata al meglio (Grecia, Svezia, Olanda e Danimarca) o è invece sensibilmente arretrata (Francia, Spagna). Altrove, sul piano politico-elettorale, tuttora è assente. Comunque oscilla sempre e ovunque entro quella forbice tra il 5 e il 12 % che ne segna il confine da quindici anni. I `nuovi movimenti', sia dove si astenevano, sia dove votavano, non hanno sostanzialmente cambiato il panorama elettorale. 
Il quadro che emerge dunque dal complessivo voto europeo non è statico; ma, a tutt'oggi, non è affatto tranquillizzante: né dal punto di vista della stabilità democratica, né da quello di una svolta seriamente riformatrice. Occorre dunque sapere che se e quando, in Italia, come dirò più avanti, si riuscisse a rovesciare Berlusconi e a portare una diversa coalizione al governo, si dovrà fare i conti, in Europa, con governi nazionali e istituzioni comunitarie in affanno ma prevalentemente nelle mani di forze conservatrici. Le imminenti elezioni americane, di esito ancora incerto, possono cambiare in meglio o in peggio questo quadro, non certo - se guardiamo all'ultima mozione votata all'Onu sull'Iraq - rovesciarlo.

Il voto italiano Le elezioni italiane rappresentano un'eccezione: nella partecipazione, nelle percentuali, nei voti assoluti.

Il confronto si può qui ragionevolmente fare soprattutto con le ultime elezioni politiche: perché è indubitabile che - nelle dichiarazioni dei leaders, ma anche sentendo chiunque capitasse di incontrare - per tutti si trattava di elezioni politiche, un sì o un no a ciò che il governo finora ha fatto, una opzione per lo scontro del 2006. Il risultato è senza alcun dubbio abbastanza positivo. Come risulta nella accurata tabella che pubblichiamo, le forze che hanno dato vita all'attuale maggioranza di governo e tuttora lo sostengono hanno perduto molti voti, tanti da trovarsi ormai in parità con la coalizione di centro-sinistra che le si era opposta e le si opporrà. Anche con qualche trucchetto non si può alterare questa parità se non dello zero e qualcosa per cento.

Si può obiettare giustamente che dietro o a fianco del centro-destra restano come riserva forze frastagliate ad esso sostanzialmente affini; mentre il centro-sinistra ha ormai recuperato quanto poteva degli scismi precedenti (Di Pietro, D'Antoni). Ma questa risorsa non basta a cambiare lo stato delle cose: anzi è largamente soverchiata da un altro dato, di valore opposto e da tutti trascurato. Tutte le tabelle in circolazione - compresa la nostra - sommano infatti necessariamente i voti espressi nel 2001 nel settore proporzionale, mentre tutti sanno che allora, in quel settore, il centro-sinistra - compresa Rifondazione - era in svantaggio di dieci punti, mentre nel risultato complessivo, integrato cioè dai collegi uninominali, la differenza si è poi ridotta all'uno e qualcosa per cento. (La maggioranza parlamentare è stata larga solo per i meccanismi del sistema elettorale).

Per parlare seriamente di sconfitta della maggioranza di governo si può e si deve comunque soprattutto considerare fatti e dati ulteriori, evidenti ma meno facili da misurare.

Il primo è lo specifico tracollo di Forza Italia, architrave della coalizione, e misura diretta del consenso al suo esorbitante leader. Si può discutere sul come e sul quanto questo elemento inciderà sulla compattezza della coalizione, si può obiettare che anche Prodi non è un fulmine e non ha tuonato; ma comunque avviarsi a elezioni politiche maggioritarie, dovendo tenersi un capo che da `fattore aggiunto' si è trasformato in un'anatra zoppa, costituisce per il centro-destra uno svantaggio pesante e difficilmente recuperabile.

Il secondo elemento da considerare è quello delle elezioni amministrative. Non va esagerato, come ha fatto Fassino, perché alla conquista di molte amministrazioni non corrisponde un'analoga crescita di voti e perché nelle amministrazioni in intere regioni la maggioranza si è presentata divisa. È comunque un elemento molto significativo: da un lato perché avere in mano la grande maggioranza delle amministrazioni locali non sarà irrilevante anche ai fini delle elezioni politiche: dall'altro perché si conferma il fatto che il centro-sinistra dispone di un ceto politico diffuso, con tanti limiti, ma comunque riconosciuto come più radicato, competente, corretto di quello avversario, risorsa non piccola in un sistema uninominale e maggioritario.

 

 

Nel complesso quindi si può dire che le cose sono cambiate, e sicuramente in meglio: l'opposizione oggi parte con un vantaggio, superiore a quello che dicono i semplici numeri delle europee, anche se, con tutto ciò che è avvenuto in Italia negli ultimi tre anni, poteva andare ancor meglio, e doveva andare meglio per metterci più tranquilli (non solo sul piano elettorale, ma negli scontri aspri che ci attendono sul piano sociale e su quello internazionale da oggi al 2006).
Qualche conclusione L'analisi del voto porta in primo piano un problema che la nostra rivista ha molte volte sollevato ma finora, o per leggerezza o ritenendolo imbarazzante, è stato rimosso.

Malgrado tutto ciò che Berlusconi ha fatto e detto, i movimenti di protesta che l'hanno contrastato nella società, la delusione di una parte dei suoi elettori per le promesse mancate, un vero sfondamento, un convinto cambiamento di campo, non c'è stato; né sul fronte dei moderati né tra il popolo minuto. Ciò vuol dire che, a una stretta finale, per batterlo, tanto più per sostituirlo con un governo che duri, occorre una coalizione che unisca tutte le forse di opposizione e abbia la capacità di offrire una proposta alternativa convincente per tutti i suoi attuali elettori o sia in grado di conquistarne di nuovi. In due anni molte novità possono intervenire (le elezioni americane, il confitto mediorientale, la congiuntura economica, le riforme istituzionali); ma non è detto a chi, spontaneamente, possano portare vantaggio. La porta dunque è stretta, la sfida pericolosa: si può accettarla o declassarla, ma così stanno le cose. L'esito finale è legato all'evoluzione della sinistra, alle sue scelte.

Cosa si può prevedere e cosa si può fare al riguardo?

Partiamo pure riconoscendo e valorizzando tre elementi che permettono un ottimismo della volontà.

1. L'obiettivo di arrivare alle elezioni politiche con una coalizione ampia, questa volta impegnata su un programma di governo e per una intera legislatura, appare ormai un obiettivo, per necessità o per convinzione, da tutti - partiti e senso comune di massa - accettato e da nessuno rimesso in dubbio. Le scelte obbligate non producono sempre il meglio, ma sono anche quelle più tenaci.

2. Le conseguenze tragiche e non risolte della `guerra preventiva', le difficoltà strutturali dell'economia europea, il declino dell'industria italiana, sono ormai evidenti agli occhi di una maggioranza, e hanno incrinato l'ottusa fiducia che si possa porvi riparo con dosi più massicce di neoliberismo e di subalternità agli Stati Uniti. Perfino la Confindustria e la Banca d'Italia non escludono l'opportunità di un ricambio, cercano piuttosto di ipotecarlo; la gerarchia ecclesiastica ribadisce su alcune questioni una scelta clericale più che cattolica, ma sulla guerra si è mossa con grande coraggio. Grandi corpi dello Stato - magistrati, medici, insegnanti - sono in gran parte già all'opposizione; intellettuali e giornali, oscillando, mostrano come sempre una disponibilità a piegarsi a venti nuovi. 

3. I movimenti di protesta sociale e pacifisti durano ancora, più forti e più ampi che in altri paesi, e si sforzano di elaborare proposte positive e di farle avanzare in forme non violente. Ancora diffidano della politica, e respingono tutte le ambiguità del suo gioco attuale, elezioni comprese: ma scavano comunque nel profondo, attivano consapevolezza e capacità critica oltre il confine dei militanti.

Ci sono però anche elementi che giustificano il pessimismo dell'intelligenza.

Una coalizione di governo, al meglio, nasce e si sviluppa, in certe condizioni storiche, tra forze politiche e sociali diverse tra loro, che però trovano e riconoscono, per una fase, una affinità di ideali, di interessi, di strategie e allora durano a lungo e lasciano comunque, nel bene e nel male, segni profondi: per esempio il New Deal roosveltiano, laburisti e sinistra liberale nell'Inghilterra del dopoguerra, la coalizione degasperiana in Italia. Oppure, più limitatamente, coalizioni di governo possono nascere dalla necessità di tenere insieme forze molto eterogenee nell'analisi e nelle prospettive, ma unite dalla necessità di contrastare un pericoloso avversario comune e di gestire un'emergenza. Hanno avuto solitamente, in questi casi, una durata più breve, e spesso sono state sconfitte, ma lasciando a volte dietro di sé conquiste rilevanti e preziosi residui: questo fu il caso dei Fronti popolari, che anticiparono l'unità antifascista, o dei governi italiani del dopoguerra, che partorirono la Costituzione repubblicana.

Il primo tipo di coalizione è oggi fuori portata, per evidenti ragioni oggettive e soggettive, interne e internazionali. Ma anche il secondo tipo di coalizione - com'è ora il nostro caso - ha bisogno di una qualche disponibilità a capire l'importanza dell'interlocutore, tenendone conto, e tanto più ha bisogno di definire con chiarezza un programma sul quale ciascuno possa in parte riconoscersi e sentirsi impegnato.

È questo lavoro difficile che non è ancora cominciato. Si sente dire: c'è una sinistra moderata, c'è una sinistra radicale, dobbiamo camminare `su due gambe'. È vero, e riconoscerlo è già un primo passo per un confronto sereno. Ma due gambe per camminare devono muoversi in una direzione minimamente convergente - altrimenti sono spastiche - e non essere di lunghezza troppo diversa tra loro, altrimenti, più che zoppicare, si cade.
Fuori metafora, consideriamo, anche con l'aiuto dei risultati elettorali, il cammino della `sinistra moderata'. 

L'operazione della Lista Prodi ha portato più danni che benefici. Non enfatizzo il dato in sé: sommare sbrigativamente sotto un simbolo unico diverse appartenenze, comporta sempre qualche prezzo. Voglio piuttosto sottolineare il fallimento dell'obiettivo politico che i suoi promotori si erano posti - quello di conquistare al centro-sinistra una parte significativa dell'elettorato moderato, di proporsi così come forza guida indiscussa sia al paese che alla propria coalizione -, le cause e le conseguenze di tale insuccesso, che stanno nella sostanza politica della operazione, non nei suoi modi e nei suoi tempi. E la sostanza non è quella, come si dice, dell'`unità dei riformisti', ma semplicemente quella di una forza di centro, che di riformista ha ben poco, perciò allarga il solco con i prossimi alleati, e non offre al paese una proposta innovatrice, ma solo l'aggiornamento di quella linea, culturale e programmatica, che è stata sconfitta in una fase precedente ed è oggi in estrema difficoltà in molti paesi d'Europa.

Un dibattito dunque subito si è riaperto in quel campo, da parte della sinistra Ds che non ha mai condiviso quella scelta e da parte della Margherita che ne ha pagato il prezzo più pesante. Ma resta un dibattito, che si concentra prevalentemente sui tempi e sui modi, e facilmente risulterebbe neutralizzato se alle regionali non si ripresenterà un listone, e se il progetto di un partito nuovo si dovesse stemperare in una formula blandamente federativa.


Se, invece, sulla sostanza della linea politica i gruppi dirigenti dell'Ulivo continueranno a procedere nell'operazione, non solo sarebbe difficile definire un programma comune delle opposizioni, ma ancora più difficile poi governare insieme. È probabile che accada così: perché la speranza politica, a questo punto, è quella di prepararsi come possibilità di riserva una maggioranza di ricambio di tipo centrista. A questo li sospingono infatti non solo convinzioni ormai radicate, ma anche la possibilità di trovare spazio e interlocutori nel potere economico, o grazie a un risultato positivo delle elezioni americane.

Si pongono allora due problemi alla cui soluzione è determinante un contributo delle varie forze che si collocano alla sinistra dell'Ulivo.

Dal 13 giugno quest'area è, in Italia, uscita elettoralmente rafforzata. Anche mettendo tra parentesi la lista Di Pietro-Occhetto (la cui evoluzione è incerta ma nella campagna elettorale non è stata ambigua) la sinistra radicale ha infatti guadagnato voti (circa il 3%, un terzo della sua forza precedente), ha via via assunto posizioni convergenti, e ha una riserva di consenso potenziale più ampio, tra i Ds, nelle associazioni, nella Cgil, nei movimenti.

È dunque in grado, se lo vuole, di proporre e imporre subito un rovesciamento dell'agenda politica: cioè l'immediata apertura di un confronto sul programma. Andando a tale confronto - non tranquillo e non breve, e che dovrebbe continuamente trovare verifiche nella gestione dell'opposizione - con un formale impegno d'unità d'azione tra le proprie componenti, e coinvolgendo attivamente in esso una diretta presenza di associazioni e movimenti, almeno di quelli che ci stanno e nelle forme che loro autonomamente scelgono.

Una tale scelta finora non è stata compiuta, e non a caso. La difficoltà maggiore sta nel definire con precisione alcuni punti circoscritti ma netti che, per la sinistra radicale, devono essere presenti in un programma comune della coalizione per sentirvisi rappresentata. Faccio qualche esempio possibile solo per farmi capire: il rifiuto, già presente nella Costituzione, a partecipare in futuro a qualsiasi azione militare che non abbia carattere strettamente difensivo, e non sia preventivamente promossa e direttamente gestita dall'Onu in osservanza della sua Carta costitutiva; la ridiscussione dei parametri del Patto europeo di stabilità sottraendo al vincolo le spese di investimento direttamente produttive; una iniziativa attiva dell'Italia e dell'Europa per una politica di pace, particolarmente in Palestina, e per la fine dell'occupazione straniera imposta da una guerra illegale in Iraq; la difesa dei diritti sociali e di cittadinanza, la garanzia di una scuola pubblica e laica per tutti e di una sistema sanitario universalmente goduto e finanziato; un recupero dei salari partendo da quelli più bassi; il blocco delle privatizzazioni nei settori di pubblica utilità; la riduzione delle forme contrattuali precarie e una nuova legge sulla rappresentanza sindacale; la difesa dell'autonomia della magistratura e del carattere non prevalentemente commerciale della televisione pubblica; un intervento programmato nelle grandi ristrutturazioni industriali, non solo nei momenti di crisi, ma proponendo qualche scelta strategica, come una nuova politica dell'energia; un sostegno aggiuntivo alla ricerca scientifica non solo finanziandola ma orientandone le priorità; infine un no netto ad ogni forma di presidenzialismo.

Tutti questi punti non basterebbero a definire una vera radicale svolta riformatrice; questioni essenziali - ad esempio il ruolo dell'intervento pubblico in economia, il disarmo, la legislazione elettorale - resterebbero aperte. Né su tutti questi punti si possono ottenere soluzioni adeguate. Resta da selezionare ciò che è irrinunciabile, e poi anche giudicare sul resto mediazioni che non li snaturino. Segnerebbero comunque un discrimine tra un serio compromesso programmatico e un generico accordo di facciata.

Dal voto è anche emersa una seconda questione, connessa ma distinta dalla prima, ma più complessa e di lungo periodo. Quella della `costituente' di un nuovo soggetto, prioritariamente politico, che non solo rappresenti nelle istituzioni, ma contribuisca a formare nella società una sinistra alternativa. Ma entrerebbero qui in campo problemi (identità, bilancio della storia passata, progetto di lungo periodo, riflessioni teoriche e analisi della fase, forme organizzative) che travalicano del tutto l'oggetto di questo già lungo articolo.

Devo però concludere con due osservazioni che la riguardano direttamente. La prima è questa. L'esperienza insegna che una sfida di governo non si gioca solo sulla elaborazione e poi sulla leale attuazione di un compromesso programmatico definito in partenza. Più spesso si vince o ci si divide poi su eventi nuovi che intervengono e nuove scelte che essi impongono. Per affrontarle, occorrerebbe almeno un comune sentire della sinistra vera, e un grado di fiducia del suo elettorato tale da chiedergli una sospensione di giudizio su soluzioni che non condivide pienamente e per il tempo necessario a valutarne i risultati. Compiere i primi passi verso la costituente di un soggetto politico, che abbia una dimensione e una qualità adeguate, non è dunque irrilevante anche ai fini della politica immediata.

La seconda osservazione è questa. Per avviare tale processo costituente non ci sono scorciatoie o semplificazioni. Il voto aggiuntivo - che si è `spalmato' tra loro - ha confermato e consolidato diverse organizzazioni politiche in quest'area. La pura somma, in qualsiasi forma, tra di esse non solo sarebbe fragile e potrebbe generare nuova competizione, ma avrebbe un effetto respingente in quanto perpetuazione di un ceto politico. Ma anche il tentativo di discriminare tra loro e scegliere `l'Eletto', destinato ad essere riconosciuto come stella polare dai movimenti e dagli incerti comincerebbe col dividere quel 13 % che pure c'è; mentre la stessa Rifondazione, che è il partito più forte e vivace, non è ancora una stella polare, e il Partito europeo che si è appena costituito non ha avuto risultati esaltanti. D'altra parte, interrogare `il movimento', farvi un bagno rigeneratore è giusto, vitale. Ma meno semplice di quel che si creda. Il movimento stesso, infatti, è molto plurale, questa pluralità è una risorsa e non impedisce l'unità, fin quando si tratta di condurre una lotta o di elaborare valori da tutti condivisi, ma è anche un limite quando occorre decidere su scelte immature o con un'agenda imposta anche da altri soggetti. Anche per questo esso diffida della politica, dei suoi tempi, della delega che comunque comporta. La questione è dunque complicata e va affrontata da molti lati. 

Una forza politica vera nasce certo solo da una domanda storica, però non per colmare un vuoto per quanto evidente esso sia, ma per trovare lo spazio adatto ad un pieno già in parte modellato. È sempre stato così, e mai altrimenti. Ecco perché non archiviamo il tema della `costituente' - anzi vogliamo ancora una volta sottolinearne insieme l'importanza, l'urgenza ma anche la difficoltà. E in altri articoli di questo stesso numero avviamo un dibattito anche tra noi - dato che al riguardo non la pensiamo tutti allo stesso modo - e cercheremo di proseguirlo a più voci e nel modo più schietto.


note: 
1  Cfr. Gianni Ferrara, Costituzione o Costituente?, in Dossier Europa/2, la «rivista del manifesto», n. 51, giugno 2004, pp. 38-40. 


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