numero 30  luglio-agosto 2002

Dove va l’Europa?

UN NUOVO CICLO


Lucio Magri  

 

Questo fascicolo della «rivista» è in gran parte dedicato a un tema di grande rilievo sul quale l’opinione pubblica non è sufficientemente avvertita, il dibattito politico in grande ritardo e ancora reticente: il rovesciamento del ciclo politico europeo.

Alla fine del 1997 l’Europa, per la prima volta, si trovò pressoché per intero governata dalla sinistra. Uso questo termine, anziché quello di centro-sinistra, anzitutto perché quasi ovunque la direzione effettiva dei governi era nelle mani dei partiti socialdemocratici, e in alcuni casi erano presenti e determinanti nelle maggioranze anche forze che si erano collocate alla loro sinistra (verdi, comunisti) e solo in due casi (Olanda e Italia) anche formazioni minoritarie di centro. Ma anche per sottolineare il fatto che quella vittoria era stata il frutto di una critica diffusa – tra il popolo e anche nell’intellettualità – alle politiche neoliberiste degli anni ottanta-novanta, critica che in alcuni casi aveva assunto la forma di grandi mobilitazioni sociali (il ’95 francese, il ’94 italiano). Non solo dunque una domanda di alternanza ma anche di svolta.

 

 

Le difficoltà erano grandi: maggioranze elettorali in generale risicate, crisi della finanza pubblica congelata ma non superata e finanza privata libera ormai di muoversi senza controllo, pesanti vincoli imposti dal Trattato di Maastricht e da un potere esclusivo concentrato nelle mani delle autorità monetarie sopranazionali. I programmi dei nuovi governi erano generici e poco ambiziosi, segnati anche essi dal pensiero unico neoliberista da tempo dominante. Ma le possibilità di affrontare tali difficoltà non mancavano: la congiuntura economica era favorevole, il calo dei tassi di interesse e dell’inflazione dava respiro, soprattutto si offriva la grande occasione del compimento dell’Europa unita come nuovo strumento possibile per governare la globalizzazione. E un’idea almeno univa questa sinistra al governo: poter difendere e sviluppare i tratti distintivi della tradizione europea, cioè un’intervento pubblico rivolto a garantire una certa equità nella distribuzione del reddito, a perseguire la piena occupazione, a risolvere la crisi di funzionamento dello Stato sociale senza demolirne il carattere universalistico né ridurne le tutele. Seppur vaga, comunque un’alternativa al modello anglosassone di modernizzazione.

Alla fine del 2002 ci troviamo invece di fronte a un quadro del tutto diverso. Non è una sorpresa. I segnali di un logoramento, premonitori di una sconfitta, erano infatti cominciati presto. Le elezioni europee, diversi turni di elezioni parziali, poi, in rapida successione, le elezioni politiche: Austria, Spagna, Italia, Norvegia, Danimarca, Portogallo, Olanda, Francia (nel prossimo settembre sarà il turno della Germania): la destra è tornata, come non mai, al governo pressoché in tutti i paesi d’Europa. E anche in questo caso – per la spinta che la sorregge, e per le intenzioni che la animano – non si presenta come pura alternanza, ma con i caratteri di una controffensiva radicale. Unica eccezione di rilievo, Blair, che pure ha anche lui i suoi guai ma resta in sella: è però un’eccezione che conferma la regola, perché si realizza prendendo più nettamente le distanze da ogni sinistra, e non a caso si intende bene con i nuovi signori d’Europa.

Il fatto è così evidente e così importante da imporre uno sforzo di analisi e di riflessione: sulle cause, le conseguenze, le lezioni da trarre. Anzitutto a coloro che hanno avuto in questi anni le massime responsabilità e hanno fallito, e che invece in sostanza continuano a ribadire la giustezza della loro linea. Anche però a quei movimenti democratici che generosamente e sinceramente chiedono un’autocritica severa, ma non si interrogano troppo rigorosamente sulla propria precedente acquiescenza e concentrano tuttora l’attenzione su errori (gli inciuci della Bicamerale, la tolleranza sul conflitto di interesse, lo scarso sostegno alla magistratura) certamente importanti e significativi, ma che valgono poco a spiegare un sommovimento così grande e che certamente travalica la situazione italiana. Per altro verso, sono interrogativi che non risparmiano neanche chi, come noi, ha visto con molto anticipo la sconfitta, ha letto la vittoria di Berlusconi come un caso ma non un’anomalia, ne ha cercato le cause più profonde nei processi sociali di lungo periodo e negli errori strategici oltre che tattici della sinistra, e spesso aveva già visto confermato dai fatti le sue previsioni.

Perché la sconfitta ha parimenti coinvolto governi che pure dicevano e facevano cose abbastanza diverse, ad esempio il centro-sinistra olandese con il suo tentativo coerente di mettere in pratica la ‘terza via’, e la gauche-plurielle di Jospin che muoveva in altra direzione? E perché, se è vero che tutti i governi sono stati puniti da un elettorato deluso nelle sue speranze ideali e nelle sue aspettative concrete, questa delusione e questo disagio non si sono tradotti in una crescita quantitativa e qualitativa, elettorale e organizzativa, di una sinistra alternativa, che al contrario conclude il ciclo ovunque dispersa, tuttora molto minoritaria e con elettori ‘fluttuanti’? 

Una risposta richiede la ricostruzione accurata dell’esperienza di un quinquennio, una lettura di ciò che è accaduto nella società e nella cultura e non solo nella politica in senso stretto, su scala mondiale, non solo europea e non solo italiana. In questo numero della «rivista» muoviamo solamente i primi passi di questo lavoro, su molteplici terreni e con diversi punti di vista. Per aiutarlo posso qui e ora cercare solamente di premettervi una traccia di ragionamento.
Anzitutto: motore della sconfitta è stata la crisi politica della sinistra – in particolare i partiti socialdemocratici – e la perdita di fiducia concentrata nel suo elettorato naturale (il lavoro dipendente, gli esclusi, i giovani). Basta misurare il peso dell’astensionismo e la sua incidenza per classi sociali e di età e analizzare la nuova composizione sociale dei diversi blocchi elettorali per rendersene conto al di là di ogni dubbio. Il caso francese – il meno atteso e il più grave – mostra nel modo più clamoroso questo fenomeno e la sua dinamica: una maggioranza che fino a quel momento sembrava meno travagliata di altre, al primo turno delle presidenziali è esplosa in frammenti aspramente divisi, la protesta operaia e giovanile si è espressa soprattutto con l’astensionismo fino al 50%, e alla fine un centro-destra, che all’inizio era in netta minoranza, nel giro di un mese, ha trionfato nelle elezioni legislative.

Secondo fatto: la destra torna al potere, indubbiamente, su di un’onda lunga di processi sociali e culturali profondi, riallaccia il filo di una offensiva vittoriosa che si prolunga ormai da un ventennio, e fa leva su molte idee o scelte che anche la sinistra aveva in parte accettato e che ora la destra promette di radicalizzare. E tuttavia non è la stessa destra. La precedente ondata era caratterizzata infatti da una forte fiducia nella capacità del mercato, liberato da intrusioni e lacciuoli, di garantire, pur tra diseguaglianze e ingiustizie, una grande modernizzazione, una forte espansione, e dunque gradualmente un maggiore benessere per tutti i meritevoli, e un mondo pacificato. Su quella fiducia essa aveva mobilitato i moderni ceti intermedi, e illuso il popolo dei risparmiatori. Questa seconda ondata interviene invece in un contesto di stagnazione economica, di crisi finanziaria, di crescita della precarietà e dell’esclusione, di ripresa di tensioni sociali, e di conflitti internazionali tanto violenti quanto imprevedibili nel loro sviluppo. A unificarla è ora l’incertezza del presente e la paura dell’avvenire: la convinzione nei privilegiati che occorre difendersi con la mano dura, o la protesta degli esclusi che non credono più in un’alternativa democratica e sono vittime del ricatto o del mito. La saldatura tra liberismo e populismo, tra anarchismo individualistico e richiesta di un potere forte trova qui una base oggettiva. Si estendono movimenti variamente reazionari, che si traducono anche in partiti di protesta, di cui la destra dominante assorbe i contenuti, neutralizzando le punte estreme, ma assorbendone i veleni.

A partire da queste constatazioni di fatto si può già leggere qualcosa di significativo sulle cause e le conseguenze del nuovo ciclo politico europeo, e intravedere alcune lezioni per il futuro. La responsabilità delle forze che hanno governato in questi cinque anni emerge ormai più chiaramente e in elementi di fondo. E si può collocare su due piani distinti.

 

 

Da un lato l’azione di governo in senso proprio. Ho già detto che non tutti i governi hanno detto o fatto le stesse cose. In Germania e Francia, ad esempio, gli interventi sullo Stato sociale sono stati più prudenti e contenuti che non in Italia, in Spagna e in Olanda. La flessibilità e la precarietà del lavoro, in alcuni paesi, è stata dai governi direttamente agevolata, nella convinzione di trarne un beneficio per l’occupazione, in altri, è stata solo tollerata o frenata (ad esempio con leggi o accordi sulla riduzione dell’orario di lavoro). Non ovunque si è intervenuti per imporre una moderazione salariale che poi si traduceva in una decurtazione. Nelle scelte sul piano internazionale, drammatiche, non tutti hanno avuto la collocazione bellicista di Blair. Né lo stesso entusiasmo e la stessa acquiescenza rispetto a istituzioni come la Banca europea o il Fondo monetario (penso all’opposizione francese all’Ami, l’accordo capestro sugli investimenti esteri). Gli esempi si potrebbero moltiplicare.

Il fatto è, però, che le scelte di governo non hanno saputo né voluto varcare il confine delle compatibilità prescritte da un assetto dominante e dalle istituzioni che vi presiedono, e neppure far intravedere un’alternativa possibile sulle questioni decisive. 
In primo luogo: varcato il passaggio di Maastricht e della moneta unica, si doveva e poteva mettere in discussione l’accordo successivo del ‘Patto di stabilità e di crescita’, aprire spazi reali a una politica monetaria anticiclica, ristabilire qualche forma di controllo sulla mobilità dei mercati finanziari, definire obiettivi e strumenti unitari di una politica economica comune per lo sviluppo e l’occupazione, stabilire confini invalicabili oltre i quali la privatizzazione è socialmente dannosa e economicamente inefficiente, definire strategie comuni e di lungo periodo per la ricerca e per la ristrutturazione industriale nei settori di punta, imporre una redistribuzione del reddito più equa e capace di sostenere la domanda interna.

Qualche tentativo, in questa direzione, fu all’inizio compiuto da Jospin e da Lafontaine, che però rimasero isolati (e il secondo venne subito liquidato). L’unità dell’Europa e la sua autonomia restarono così entro il quadro già stabilito dai governi conservatori e imposto dai mercati, fino al momento in cui, sotto la pressione dell’euforia finanziaria, passò del tutto acriticamente il mito del modello americano e la gestione della politica economica europea ritornò pienamente nella logica bipartisan. Quando poi quell’euforia si acquietò e intervennero annunci di crisi, l’Europa (particolarmente l’Italia) trovò ancor più difficile onorare le regole dell’autorità monetaria senza precipitare nella recessione e si trovò prigioniera – in un mercato declinante – di un modello tutto centrato sulle esportazioni con un apparato industriale invecchiato o largamente integrato in una globalizzazione che lo sovrastava. Di conseguenza, il disagio sociale (disoccupazione di lungo periodo, precarizzazione del lavoro, crescente diseguaglianza di redditi e crescente vantaggio per profitti e rendite, minori coperture effettivamente garantite dal Welfare, degrado delle periferie urbane, logoramento del potere contrattuale dei sindacati) è cresciuto in ogni paese e in particolare per il lavoro dipendente e i giovani.
Nulla di meno grave è accaduto quanto all’altra grande questione: l’assetto dei rapporti internazionali e il riemergere in forme nuove del tema della guerra. Anche qui la partita si è giocata quasi all’inizio, quando l’esito era ancora aperto: l’intervento nel Kosovo. In quel caso i governi europei avevano una responsabilità diretta, esistevano spazi effettivi per una soluzione politica negoziata, non c’era l’alibi di confini violati o di ‘aggressioni’ che potessero giustificare un intervento. La sinistra europea non solo accettò interamente le scelte americane, l’emarginazione dell’Onu, la decisione di una guerra decisa dalla Nato e condotta con distruzioni di massa, ma attivamente contribuì a legittimare il principio che la guerra fosse lo strumento inevitabile per imporre il rispetto dei diritti umani, salvo riservarsi poi il potere arbitrario di decidere quali diritti, quali soggetti, quali aree investire con l’intervento ‘umanitario’. Da quel momento è partito il meccanismo che poi è arrivato alla ‘guerra di lunga durata’ di Bush, all’accettazione del potere ormai senza limiti degli Stati Uniti; alla minaccia del first strike (anche nucleare) sugli ‘Stati canaglia’, all’abbandono di qualsiasi ruolo di mediazione equa nella tragedia palestinese, alla preparazione di un nuovo e più devastante intervento in Iraq, alla ‘santa alleanza’ senza disarmo fra Usa, Nato e Russia. Sviluppi di cui l’unica socialdemocrazia finora scampata al naufragio elettorale, quella inglese, è stata protagonista e punta di lancia.
Cosa occorreva di più per dimostrare agli elettori di sinistra, ai lavoratori e ai giovani, che i governi di sinistra, oltre a trascurare i loro interessi, liquidavano i propri ideali, e che l’Europa anziché costituirsi come soggetto autonomo, costruttore di un mondo nuovo, era una appendice subalterna di un potere che rispondeva non al popolo ma ad altri sovrastanti poteri?

A tutto ciò, la sinistra europea, che pure ne era direttamente minacciata nel suo insediamento e nelle sue forme d’organizzazione, giunta al governo, non ha cercato di resistere e di opporsi. Al contrario, in molti casi vi ha partecipato attivamente, considerando questa ‘nuova’ politica un avanzamento democratico, una forma più diretta di rapporto tra istituzioni e cittadini elettori, un meccanismo più efficiente di selezione delle competenze e delle classi dirigenti. Comunque si è adeguata. Nessuno sforzo per ricostruire sedi di partecipazione organizzata, per avviare una controffensiva culturale, per offrire nuove forme organizzative ai nuovi soggetti sociali, per ricostruire anche dal basso, nel conflitto, un potere diffuso, per porre al centro dell’attenzione generale i nuovi grandi, terribili e insieme appassionanti problemi dell’umanità (ambiente, educazione, devastazione del Sud del mondo, degrado morale individuale e collettivo, qualità della vita e dei consumi anche nelle zone di ricchezza).
Proprio questo declino rapido dei rapporti di forza nella società prima ancora che nei Parlamenti ha condotto a fenomeni paradossali: ad esempio in Francia la legge sulle 35 ore, non trovando nelle imprese un movimento sindacale capace di controllare efficacemente la sua applicazione, ha in molti casi offerto nuovo spazio all’arbitrio padronale nell’organizzazione del lavoro e alla fine è stata vissuta spesso dagli operai come un fallimento; oppure, in Italia dopo Tangentopoli (ma poi anche in Germania, Olanda e Francia), una rivolta di massa contro la corruzione generale delle classi dirigenti, gestita con ambiguità e prudenze dal ceto politico di sinistra, si è rovesciata in qualunquismo generico, in sfiducia nelle istituzioni democratiche, in una celebrazione del privatismo, che toccano ormai anche i settori più critici dell’opinione pubblica. L’astensionismo non esprime così solo una critica radicale di ciò che un governo ha fatto, ma il disinteresse e la sfiducia diffusa in ogni rappresentanza politica e sindacale.

In conclusione, se e quando ricostruiremo i percorsi di questi cinque anni, e vi rifletteremo seriamente, sarà difficile evitare una conclusione dura da digerire: la sconfitta dei governi di centro-sinistra non sarebbe stata evitata da una politica ‘un po’ più di centro’, ma neanche scongiurata da una politica ‘un po’ più di sinistra’. Ciò che è fallito è una strategia riformista complessiva. Non il riformismo in generale e per sempre: questione complessa e che la storia del Novecento ci impone di affrontare con prudenza e di lasciare aperta alla riflessione. Ma certamente un riformismo minimalista e gestionario, che si ferma al di qua, e lascia immodificati, gli indirizzi e i meccanismi fondamentali di una forma storicamente determinata di capitalismo, e le grandi strutture di potere che lo governano e ne determinano in ultima analisi la logica. Una sentenza senza appello? A me pare di sì.

I gruppi dirigenti della ‘sinistra che ha perso il governo’ non offrono in questo momento uno spettacolo confortante. Non sembrano solo incapaci di reagire, ma anche poco disposti a riflettere e discutere. Addirittura stentano a riconoscere l’ampiezza e la portata di ciò che è accaduto, ne cercano le ragioni entro l’ambito ristretto della dimensione nazionale, parlano della necessità di un rinnovamento con tanta enfasi quanta genericità, correggono qualche tono e qualche dettaglio, ma riconfermano una linea generale. Alcuni coltivano l’illusione di ‘fare come Blair’, senza sapere o potere indicare quali nuove coalizioni verso il centro ricercare, né con quali nuovi programmi caratterizzarle; altri parlano di nuova sensibilità per i problemi sociali e di riunificazione di tutte le forze di sinistra senza però indicare quali né come.

 

 

Anche volendo considerare questa afasia come fenomeno transitorio, il ragionamento implicito che si può in loro individuare a me pare il seguente: gli attuali rapporti di forza sociali e politici non permettono di proporre un’alternativa radicale all’attuale assetto del sistema, una netta svolta a sinistra: si rischierebbe di perdere il consenso di un elettorato moderato ancora fedele e la legittimazione da parte di grandi centri di potere che, bene o male, in una prima fase avevamo guadagnata, e non ci sarebbe alcuna certezza di recuperare molto del dissenso negli strati popolari. Lasciamo dunque tempo al tempo. Le ‘esagerazioni’ della nuova destra al potere produrranno delusione, allarme e probabilmente, come in parte già sta avvenendo, movimenti di resistenza democratica o di protesta sociale. La collocazione all’opposizione ci consentirà di sostenerli più liberamente, ma l’esperienza impedirà poi a questi stessi movimenti di assumere caratteri troppo radicali e insegnerà loro che una sinistra al governo è comunque un male minore. Nel giro di qualche anno, si possono recuperare perciò voti su di un lato e sull’altro. E poiché tra centro-destra e centro-sinistra, sul piano elettorale (anche se non su quello parlamentare) il distacco è ancora limitato e fluttuante, potremo tornare a vincere. 

È un ragionamento di bassissimo profilo e un po’ cinico, ma in apparenza non insensato, soprattutto agli occhi di forze il cui obiettivo principale è il governo, comunque e al più presto. Perfino convincente, in una situazione di relativa stabilità economica e sociale. Ma non è questo il futuro probabile.

Al contrario: la crisi economica già ora si rivela – per l’Europa e in particolare per l’Italia – ben più di una congiuntura destinata a chiudersi presto come una parentesi. Già ora sta producendo alternative abbastanza secche. La destra tornata al governo si salda con i poteri forti della finanza, delle confindustrie, delle istituzioni sovranazionali, e con la nuova Amministrazione americana; dovrà tenere conto anche delle spinte populiste reazionarie che ha alimentato e assorbito, e affrontare il prossimo allargamento all’Est con problemi aggiuntivi quasi ingestibili. Essa avrà dunque la necessità e la forza per avventurarsi in scelte niente affatto indolori: nella distribuzione del reddito, nei diritti del lavoro, nella decostruzione del sindacato e del suo potere, nelle politiche sull’immigrazione e sui diritti civili. Già lo vediamo.

La situazione internazionale è ancor meno tranquillizzante: la ‘guerra infinita’ contro il terrorismo e ‘l’asse del male’ non si sono certo concluse in Afghanistan. Gli Stati Uniti hanno tessuto alleanze, ottenuto complicità, creato meccanismi e mezzi per proseguirla e approfondirla.

D’altra parte i movimenti di lotta che ormai si oppongono a questa situazione incontrano e incontreranno, certo, difficoltà a generalizzarsi, unirsi, aprirsi una prospettiva, ma non sono un fuoco fatuo, né rifluiranno in modo rassegnato; anzi si riproducono e si radicalizzano; senza uno sbocco politico cui riferirsi, diventeranno più lontani e ostili rispetto alle forme della rappresentanza politica e alle sue attuali espressioni. Riportarli all’ovile solo con la forza del voto utile e del meno peggio è un’illusione.
Scelte aspre, possibilità di nuove lacerazioni investiranno e attraverseranno quindi tutta la sinistra, anche se sta tutta all’opposizione; non permetteranno un recupero di unità né una mobilitazione crescente sulla semplice base di una gestione accorta o ricucendo all’ultimo momento alleanze elettorali eterogenee e programmaticamente incolori. Una nazione, e l’Europa tanto meno, non è un comune. Il problema è ormai troppo grande per una politica di basso profilo. Per la sinistra ex-di governo in particolare si prepara un terremoto, altro che una tranquilla attesa.

Cosa può avvenire, ad esempio, nell’eventualità, non improbabile, di nuovi atti clamorosi di terrorismo e di un intervento armato in Iraq? Quale evoluzione avrà il conflitto sociale quando si consumasse in modo definitivo la rottura fra l’organizzazione sindacale e l’opposizione politica; quando si esaurisse quella supplenza che in questi mesi ha svolto la Cgil garantendo, almeno in Italia, una riattivazione del popolo di sinistra?

Purtroppo questi stessi argomenti propongono problemi non meno aspri né meno urgenti anche al campo di forze che si usa chiamare alternative e radicali. Anch’esse non hanno fatto, nel ciclo che si conclude, buona prova, ma soprattutto anch’esse si trovano di fronte a scelte ancor più impegnative, nodi irrisolti, rispetto al prossimo futuro. Ha ragione Bertinotti – non è stato il solo, né il primo – a riproporre la questione di un nuovo soggetto della sinistra alternativa. Dal punto di vista della prospettiva politica in primo luogo: perché senza di questa non si vede come un’alternativa possa trovare ascolto perfino tra elettori che hanno mostrato la radicalità della loro protesta ma non una fiducia stabile in partiti tanto divisi e minoritari; e tanto meno si vede come si possa positivamente intervenire nella crisi radicale del centro-sinistra senza disporre di una forza capace di rispondere in modo diverso ai problemi reali di fronte ai quali si è consumata. Ma anche dal punto di vista del movimento di massa, che – Bertinotti stesso lo riconosce – deve oggi ormai uscire da una impasse, superare i confini del discorso etico-politico, radicare una critica alla globalizzazione in presenze e conflitti concreti, ottenere qualche risultato tangibile per guadagnare fiducia e farne una leva di uno spostamento dei rapporti di forza.

Bertinotti ha altrettanto ragione a dire che questa sinistra alternativa non può essere solo costruita dai movimenti stessi, che ne verrebbero snaturati e divisi, e deve avere una dimensione europea. Contrastare l’attuale processo di globalizzazione, il neoliberismo e il neoimperialismo è del tutto velleitario se non entra in gioco un protagonista, appunto l’Europa, che per ora è il solo ad avere in sé tradizioni, esperienze, risorse e forza adeguate per influire sull’effettivo corso della storia mondiale. Nessuno dei grandi temi che definiscono ‘un nuovo mondo’, e neppure nessuno degli obiettivi spesso limitati che i movimenti immediatamente si propongono, può essere seriamente perseguito se non si modificano le cose, nella società ma anche nelle politiche concrete, e nell’azione di governo a livello europeo. Gli articoli di Brancaccio e di Bellofiore – qui di seguito – si sforzano di dimostrare non solo la necessità, ma anche la possibilità di una politica economica insieme alternativa e realistica in Europa. Ma non saranno certo i governi di destra ad avviarla, neppure sotto la spinta di forti movimenti rivendicativi dal basso. Una prospettiva di governi diversi non è certo immediata, ma quella ambizione è necessaria anche per l’opposizione.

Ma se guardiamo alla sua condizione attuale – la descrive l’inchiesta di Luciana Castellina – vediamo che un’area di sinistra alternativa, non residuale, esiste, e a livello di movimenti è in espansione. Ma vediamo altrettanto che si presenta ancora come una galassia frammentata e confusa. Quanto sia lungo e difficile il progetto di darle forma e direzione. Di più: vediamo che il primo ostacolo di cui prendere atto è un senso comune già diffuso e ancora crescente anche in questo campo. L’illusione cioè dell’esodo dalla politica, l’oscillazione tra i due estremi dell’utopia e delle lotte di resistenza: in sostanza una fiducia nella spontaneità, nei tempi lunghi della ‘vecchia talpa’, speculare, ma altrettanto acritica, a quella che i neoliberisti nutrono verso il mercato e i neoriformisti nella buona amministrazione.

Un chiarimento su questo punto, cioè sulla strategia della fase, è preliminare a ogni impegno di ricostruzione della sinistra, alternativa e non solo. Ma richiede a tutti una ricerca innovatrice, sul recente passato ma anche su una storia più lontana, un’analisi più seria sull’attuale situazione della società e del mondo e sul suo futuro prossimo e meno prossimo, uno sforzo di elaborazione programmatica complessiva. Un lavoro culturale e politico sul quale questa rivista era nata, e che è stata capace solo di avviare, con risultati buoni e insieme modesti, a volte con qualche reticenza. La situazione nuova lo rende forse ancor più difficile, certo ancor più necessario.
 


blog comments powered by Disqus