il manifesto      numero 3-4                                  marzo-aprile 1979


La socializzazione delle lotte


 

Lucio Magri 

 

             DALLA  FABBRICA  ALLA  SOCIETA'                                                             

 

 

 

 

Firmati i contratti cresce  l'urgenza di affrontare alcuni problemi che non sono più di categoria nè esclusivamente operai,  che non hanno come controparte il  padrone ma iI potere capitalistico nel suo insieme:  casa, scuola,  salute,  trasporti,  tassazione.

 È indubbiamente una tematica tradizionale del riformismo sia perché  investe I problemi dell’impiego del reddito prodotto,  piuttosto che quelli del modo in cui lo si produce,  sia perchè sembra naturalmente sollecitare una mediazione istituzionale,  uno sbocco legislativo.  E tuttavia essa sta diventando un passaggio obbligato,  decisivo per lo sviluppo della lotta  di classe,   Anzitutto perchè cresce nel meccanismo dello sfruttamento il peso dei prelievi di plusvalore realizzati attraverso strumenti indiretti quali il costo della casa,  il trasporto,  il carico fiscale,  la politica dei prezzi;  e cresce la funzione che nella riproduzione della gerarchia sociale,  giocano strutture quali la scuola,  la città,  gli strumenti di informazione.

 La difesa della condizione operaia dipende buona parte dall’efficacia con la quale si interviene in questi settori. In  secondo luogo,  la ricomposizione sociale e politica di un proletariato sempre più differenziato,   la costruzione di un sistema di alleanze con altri strati di lavoratori,  l'unificazione – insomma -  del movimento non possono avvenire soltanto per addizione di spinte diverse contro un comune avversario, né attraverso una mediazione puramente politica.  Occorre individuare obiettivi  di lotta  immediatamente legati alla condizione di vita,  ma comuni a diverse categorie sociali. Infine, il modo in cui il reddito viene ripartito tra gli impieghi e il modo in cui la società costruisce una gerarchia di bisogni e si organizza per soddisfarli,  rappresentano aspetti decisivi per l'equilibrio del sistema,  la sfera produttiva si integra progressivamente in quella del consumo.  E solo facendo maturare una diversa realtà e organizzazione di consumi attraverso una presa di coscienza è una lotta di massa, sarà possibile pensare anche a un diverso modello di sviluppo produttivo.

 In Italia il problema assume un  rilievo tanto maggiore in quanto ad un intenso sviluppo della produzione capitalistica ha corrisposto una singolare arretratezza del livello e dell'organizzazione del consumo sociale. Si sono create tensioni acutissime,  bisogni non più comprimibili  che alimentano una protesta di massa estesa  e radicale.  Gli scioperi generali dello scorso anno per le pensioni e per la casa hanno messo in luce una riserva di combattività ancora largamente inutilizzata. Sarebbe un errore gravissimo abbandonare questi terreni all'iniziativa riformista.  Su questo punto,  peraltro,  il ritardo della sinistra di classe è grave anzi più grave che in altri.
Il Partito Comunista ha posto nelle ultime settimane il problema delle lotte sociali al centro della propria iniziativa con una parola d'ordine "dopo le lotte sindacali le riforme" di cui sono evidenti I limiti. Da un lato essa sancisce la separazione tra lotta di fabbrica e lotta fuori della fabbrica,  e che non si tratti di una separazione soltanto formale è  provato dalla  irresolutezza e dai rinvii con cui si è condotta nel corso dell’autunno  caldo la lotta per la casa o quella sulla tassazione, nonché  oggi dallo scarso impegno del partito e del sindacato per una ripresa della lotta operaia a livello aziendale.

D’altro lato,  quella stessa parola d'ordine - così come viene illustrata - significa la pura riproposizione del problema nei suoi termini tradizionali, come lotte per le riforme senza alcuna revisione rispetto  a piattaforme e metodi già  falliti nel passato,  come se l'esperienza del centrosinistra e inversamente del movimento studentesco, delle lotte operaie  non significassero nulla. Unico elemento di novità, la gestione di queste lotte è in gran parte delegata ai  I sindacati il che consente l'uso dello sciopero dimostrativo, arma di pressione più efficace di quanto non fossero le campagne di stampa,  i convegni,  la creazione di comitati Inter partitici.

 Anche I gruppi di estrema sinistra si stanno accorgendo dell'importanza di questa tematica. Sembrano però cercare in essa una dimensione diversa rispetto al lavoro sulla fabbrica,  rivelatosi particolarmente difficile,  o almeno una via per mantenere alla lotta di massa le dimensioni raggiunte dello scontro contrattuale.  Il loro intervento quindi tende a differenziarsi dalla linea del Pci solo per una forzatura quantitativa delle rivendicazioni,  per la dichiarata sfiducia nelle soluzioni parlamentari e per il contesto ideologico in cui si iscrive e sono invece lontani dal definire una linea di lotta per la casa,  per i trasporti o per la sanità,  simile a quella che nel ‘67 68 sconfisse sui problemi dell'università,  la politica riformista.

 Noi invece pensiamo che si possono individuare delle piattaforme e costruire un movimento che metta in luce le contraddizioni di una ipotesi riformista e concorra alla formazione di una alternativa rivoluzionaria.

 

E lo crediamo perché ci pare che in molti settori della società, e in questi soprattutto, già siano presenti due logiche opposte, l'una omogenea e l'altra antagonista al sistema; che cioè dal concreto di specifiche condizioni  sociali, dalla pressione dei bisogni delle masse nasca una spinta che tende a rimettere in discussione il sistema, e le risposte che esso può dare ai problemi convivenza civile. Questo comporta una analisi, critica, un'elaborazione  più articolata e meno “ideologica”  possibile che parta dalla reale connotazione di ciascun problema e da una lettura realistica del movimento in atto. La discriminante tra una linea mista e una linea rivoluzionaria non è solo ideologica  e metodologica, ma soprattutto di contenuti e di iniziativa. Deve misurarsi sui fatti e sul movimento. E’ quello  che cerchiamo di fare, in questo numero, sul problema della casa.

Si possono tuttavia stabilire alcuni caratteri comuni del problema delle lotte “sociali”, che derivano da una riflessione generale sull'esperienza di questi anni intorno al rapporto obiettivi intermedi-sbocco rivoluzionario.

La scelta pregiudiziale che queste lotte, come ogni lotta parziale, comportano, è se accettare come vincolante il quadro di compatibilità del sistema, oppure partire esclusivamente dai bisogni delle masse e dalla valutazione dei rapporti di forza per ritrovare la coerenza di un modello di sviluppo al di là di una crisi politico-sociale e al di fuori dei meccanismi dominanti.

Tradizionalmente la sinistra italiana non ha sciolto questo  nodo. Anche quella, sua componente che si considera  antagonistica al capitale ha concepito e condotto le lotte sociali come lotte per “riforme rispondenti all’interesse nazionale”; provvedimenti che, se realizzati, farebbero funzionare meglio un settore della società nell’orizzonte del sistema, e magari risulterebbero utili allo “sviluppo”.  La componente “rivoluzionaria” in questo caso si sposta all'esterno, cioè sulla difficoltà che gli equilibri politici in atto creano alla realizzazione  di riforme che pure non sarebbero in sé incompatibili  con la logica del sistema, e d'altro lato sulla crescita, attraverso queste lotte, della forza politica di una  opposizione che soggettivamente si propone un fine anticapitalistico.

Una simile impostazione ha finora rigidamente condizionato sia le piattaforme che i metodi di lotta.

1)      Per  che cosa partito e sindacati si sono battuti e si battono? In sostanza per assicurare a tutti, a prezzi  sopportabili e in quantità sufficienti, il bene e il servizio -quali la tradizione e lo sviluppo capitalistico hanno imposto. In tema di casa, ad esempio, per fornire residenza a tutti, ma secondo una concezione che l’organizzazione sociale borghese-capitalistica (socializzazione  della produzione ma privatizzazione del consumo', consolidamento della cellula familiare come unità a e autosufficiente, ecc.) ha prodotto e impone.

In tema dì salute, per assicurare a tutti un minimo di assistenza medica: ma nella pratica sempre nei termini di un intervento della medicina ex-post, che accetta la malattia come un dato naturale, non ne affronta le cause storico-sociali e non si sforza quindi di aggredirle a monte. In tema di scuola, per l'istruzione di massa, per l'accesso indipendente dall'origine sociale, ma senza contestare né il carattere dì “corpo separato” della scuola, né i contenuti dell'insegnamento {neutralità della scienza), e tanto meno il suo ruolo di riproduttrice della divisione capitalistica dei ruoli sociali. Questo “orizzonte ideale”  costituisce sempre più in una società capitalistica avanzata un limite per lo sviluppo della lotta, sia perché ignora una porzione sempre maggiore di bisogni che già travalicano l’ambito qualitativo del sistema  (ad esempio: la concezione pri­vatistica della residenza condanna all'isolamento e iste­rilisce la vita individuale nelle grandi concentrazioni urbane), sia perché l'estendere a tutti una struttura di consumo nata per pochi comporta costi crescenti e in sostanza insopportabili (ad esempio: il diritto allo studio per tutti, con una scuola separata dalla prassi sociale, dà luogo a una struttura parassitaria, conge­stionata, che produce disadattati professionali). Da questo punto di vista il riformismo si trova già in dif­ficoltà rispetto alle esigenze da cui è nato.

 

2)      In secondo luogo, partiti e sindacati si sono per­manentemente sforzati di proporre provvedimenti di legge e linee di intervento che non mettessero in di­scussione le basi dell' ordinamento giuridico: l’ ini­ziativa privata,  il profitto capitalìstico, l'ordinamento istituzionale. Di qui il tentativo di distinguere tra ren­dita e profitto, tra profitto “normale”  e posizioni di monopolio, e d'altro canto, di utilizzare le strutture statali come strumenti fondamentali per la realizza­zione dì una diversa politica.

Questa linea si è dimostrata astratta, incapace di mobi­litare le masse, dì creare solide alleanze, di strappare risultati concreti. Le posizioni di rendita si sono rive­late troppo intrecciate all'equilibrio  capitalistico com­plessivo per poter essere combattute senza provocare una crisi generale, o troppo subordinate rispetto ai centri motori dello sviluppo perché un intervento che si limitasse ad esse risultasse efficace. Le istituzioni (statali e locali) sono apparse, alla prova dei fatti, inca­paci di operare in direzione diversa da quella che il sistema consente. Infine queste piattaforme non hanno potuto scatenare un vero movimento di massa, né tra­dursi in concreti obiettivi di lotta.

Prendiamo, perché assolutamente esemplare, la lotta per la casa e per la città. Su questo la sinistra italiana ha condotto il suo tentativo più serio: per anni essa ha lavorato su una proposta organica che andava oltre la richiesta di una maggiore spesa per porre una que­stione strutturale (la proprietà pubblica del suolo edi­ficabile),  e su questa proposta ha costruito uno schie­ramento di alleanze.  Non si trattava di una scelta casuale. Essa concentrava in sé l'essenza d'una politica di riforme: era una proposta radicale che mirava a colpire una sacca di rendita decisiva,  avrebbe dovuto giovare ad uno sviluppo razionale dell’ economia, e insieme consentire una riduzione dei costi di edificazione e una pianificazione urbana. Questa linea, così “ragionevole” non ha retto la prova dello scontro; oggi se ne può tirare un bilancio disastroso. Perché? Soltanto per l'involuzione politica del centro-sinistra? Per insufficienza di propaganda e di mobilitazione?

E' evidente che no. Colpire radicalmente la rendita urbana significava — almeno in quella fase dello sviluppo — colpire interessi potenti, intrecciati ai grandi gruppi capitalistici ed estesi a centinaia di migliaia di piccoli proprietari parassitari,  mettere in discussione uno dei meccanismi fondamentali di formazione del risparmio, aprire una crisi di riorganizzazione radicale di tutto il settore edilizio,  la minaccia del provvedimento bastò a mobilitare tutti questi interessi e a provocare una paralisi produttiva. D'altro canto, il provvedimento non era sufficiente a mobilitare con pari  energia interessi e gruppi opposti, la povera gente che ha bisogno di case e di servizi  o che non riesce a pagare l'affitto. L'esproprio delle aree infatti si traduce lentamente in una riduzione sensibile del prezzo della casa (o in una diversa configurazione della città) e soltanto nel quadro di una diversa politica edilizia, di un diverso rapporto spesa privata-spesa collettiva. La rendita di posizione è infatti  il risultato della scarsità di aree urbanizzate e della disparità della loro collocazione.

Nel breve e medio periodo essa non è la causa ma la conseguenza del livello degli affitti; la sua avocazione in mano pubblica può ottenere un effetto reale solo quando (e nella misura in cui) sia impiegata in nuove opere di urbanizzazione, nello sviluppo pianificato della città, eliminando la scarsità delle aree e la diseguaglianza tra loro. Per queste ragioni le masse non hanno creduto in una riforma dai contorni e tempi inafferrabili e che non permetteva loro alcuna forma di intervento diretto, dal basso (si possono « occupare » aree non edificate? Contrattare case che non esistono?). Cosi nulla si è dimostrato più astratto e velleitario di questa che pareva la “legge”  meglio congegnata: le fragili file degli urbanisti sono state travolte dai rozzi battaglioni degli speculatori.

Dì recente si è tentato di correggere questa impostazione, concentrando l'attenzione sugli affitti e la loro regolamentazione.  Ma anche qui si aprono nuove contraddizioni. È possibile affrontare il problema a livello giuridico con misure di blocco o con la fissazione di un “equo canone”? L’”equo canone”  può voler dire due cose: o sì fissa un prezzo politico del bene casa, addossando allo stato la differenza tra questo e il prezzo di mercato (col risultato di trasferire sulla collettività il peso dell'irrazionalità della struttura produttiva), o si impone di imperio questo prezzo al mercato con il risultato di aprire una crisi generale del settore edilizio. Anche qui,  fermarsi a mezza strada, rinunciare ad investire il meccanismo economico capitalistico e il carattere privatistico della produzione e del sumo del bene-casa significa invischiarsi in contraddizioni  insuperabili.

La sola via d'uscita è quella di una rigorosa e conseguente concezione della casa come servizio sociale, finanziato  da una imposta, distribuito secondo necessità.  Così, infatti, si unifica la pianificazione dello sviluppo urbano, si può esercitare una pressione sul reddito complessivo  per imporgli il necessario risparmio sociale, si può tipizzare la produzione edilizia, si può trasformare  radicalmente  la concezione della residenza, anziché  giustapporre  i servizi sociali ad una casa e ad una domestica che restano quelle di sempre. In questo quadro, la  proprietà pubblica dei suoli diventa possibile ed  effettivamente utile. Solo a questo livello,  giustizia sociale ed efficienza ricominciano ad andare  d’accordo.

 

3)      Una terza caratteristica dell’ impostazione riformista riguarda il rapporto tra lotte sociali e lotte in fabbrica. Bisogna considerare in qualche modo alternativi  questi due movimenti, verificare la compatibilità  degli  obiettivi dell'uno o dell'altro? Una serie di forze, anche di sinistra, negli anni scorsi lo hanno esplicitarne sostenuto. Ora quasi solo il Corriere della Sera,  La Malfa e la Rivista Trimestrale continuano a scrivere  che gli operai dovrebbero limitare le richieste salariali  (consumo privato) per ottenere in cambio riforme sociali (consumo collettivo). Non è però che i partii sinistra, compreso il Pei, abbiano fino in fondo superato  quella concezione: essi si sforzano piuttosto di  dimostrare che, oggi, vi è un margine sia per miglioramenti salariali e normativi radicali che per le riforme  sociali; anzi che queste sarebbero necessarie per minare le strozzature produttive, consentendo al sistema di riassorbire gli effetti squilibranti delle lotte sindacali. È una posizione teoricamente debole, e politicamente fragile, che una fase di inflazione e di recessione basta a travolgere. Il problema deve essere affrontato in radice e rovesciato. Non solo le lotte di fabbrica  non sono incompatibili con le lotte sociali, ma proprio  nella misura in cui si radicalizzano, aprendo una crisi politico-economica, creano lo spazio necessario ad un movimento più vasto. Consentire un periodo di pace  sociale nelle imprese significa consentire al capitalismo  di ricostruire le basi principali del proprio potere,  far venir meno la forza d'urto più compatta del movimento  di classe: un proletariato costretto alla difensiva  in fabbrica non è in grado di condurre la lotta  fuori dalla fabbrica. Per converso, impedire al padronato di ricostruire i propri margini di profitto a spese della  classe operaia significa obbligarlo a cercare un equilibrio in altre direzioni, dunque a tentare politiche razionalizzatrici che, per quanto timide, ne metterebbero in crisi il sistema di alleanze.

A noi pare insomma che l'esperienza di questi anni  e l'analisi della struttura capitalistica avanzata, stringano la sinistra a riconsiderare i fondamenti  della sua politica di riforme: a rifiutare cioè il modo capitalistico  di impostare i problemi della scienza, della salute e  dell'istruzione; a contestare il modo capitalistico di produrre e distribuire questi beni e servizi; e di  accettare la prospettiva di un confronto politico-sociale  generale col sistema anche su questo terreno.

Non  è da credere che, trascinati da astratte coerenze, si perda così il contatto con la realtà. Al contrario, il superamento di una linea riformista nasce oggi da una esigenza  di concretezza e di movimento. La condanna del riformismo, in questi anni, non è venuta dalla crisi ideologica di alcune minoranze rivoluzionarie, ma dalla sua provata incapacità di alimentare un qualsiasi movimento di massa attorno a piattaforme di lotta convincenti  e mobilitanti. Solo una correzione di strategia può  far superare questa impotenza. Una rigorosa azione della casa come servizio pubblico consentirebbe, ad esempio, già oggi una estrema concretezza di obiettivi: la contrattazione collettiva degli affitti, la rivendicazione dell'ancoraggio del fitto al salario, l’occupazione di massa delle case disabitate, e così via.

Da queste discriminanti di linea discende una discriminante  nelle forme di lotta. Il riformismo, per la sua fiducia  negli organi istituzionali, e il rispetto della legalità borghese, ha sempre concepito le lotte sociali come movimenti di opinione che premono sulle forze politiche e le assemblee rappresentative. Per questo il movimento è sempre stato troppo generico e disarticolato per garantire una partecipazione di massa, e insieme troppo direttamente strumentalizzato dalla lotta elettorale per far crescere momenti davvero unitari. Uscendo dall’impostazione riformista si correggono entrambe queste insufficienze .

L'essenziale è dare anche alle lotte della fabbrica concretezza di obiettivi e di scadenze, una controparte diretta, un contenuto di potere, una gestione dal basso, simili a quelli che negli ultimi hanno assunto le lotte in fabbrica. Non sono molto lontani  i tempi in cui l'organizzazione dei salariati,  contrattazione collettiva, uno sciopero, l'occupazione della fabbrica, erano considerati reati comuni. La lista di questi diritti è stata il frutto di una azione “illegale”, di una ribellione pratica contro l'ordinamento giuridico, che solo più tardi leggi e consuetudini hanno ratificato. Perché non si potrebbe oggi ricorrere rapidamente la stessa strada a tutti i livelli, a tutti i settori della vita sociale in cui il diritto di proprietà appare particolarmente anacronistico? Ma questo implica, fuori della fabbrica più ancora che in fabbrica, (perché minore è il grado di omogeneità del gruppo sociale in lotta) una struttura organizzata del movimento, capace di elaborare una piattaforma e di coordinare le iniziative, di gestire a tutti i livelli  le conquiste ottenute, di collegare la lotta di un settore a  quella di altri,  ogni volta che la crescita del movimento  lo esiga.

Lo spontaneismo, che ha avuto una funzione  positiva nell'avviare le esperienze di contestazione  e gestione dal basso, appare l'ostacolo maggiore del loro sviluppo: le lotte dì massa hanno bisogno di una organizzazione più che i movimenti di opinione del riformismo tradizionale. Questa organizzazione non può essere fornita dal sindacato. Istituzionalmente, esso si muove entro un orizzonte contrattuale che lo riconduce sempre a rispettare certe compatibilità; d'altra parte, fuori della fabbrica esso non ha alcuna struttura democratica, presentandosi ancor più dei partiti,  come una rappresentanza delegata, esente da controllo, priva di strumenti di mobilitazione. Questo appare manifesto nella concretezza della lotta: lo sciopero per la casa e i trasporti come può andare oltre una manifestazione dimostrativa? Come può individuare e colpire una controparte reale? La supplenza che i sindacati assumono oggi nelle lotte sociali ne compromette la radicalizzazione e il carattere di massa.

Né il problema si risolve riproponendo semplicemente il ruolo dei partiti. Un partito implica una determinata visione del mondo, una precisa strategia, fargli assumere la gestione delle lotte sociali di massa significa compromettere l'unità, il carattere specifico di un movimento che nasce dalla logica concreta dì una condizione sociale e deve essere direttamente controllato dal basso. D'altra parte, perché il partito, che non gestisce la lotta operaia in fabbrica, dovrebbe gestire quella fuori della fabbrica per la casa o la salute? Accettare la distinzione sottintende — in realtà — che le lotte sociali sono concepite come lotte che, a differenza di quelle operaie, hanno l'epicentro nelle istituzioni rappresentative  è appunto il loro carattere “sociale” che viene negato.

Il partito, e le avanguardie in genere, sono essenziali in queste lotte, come in fabbrica, per combatterne il momento corporativo, stimolarne lo sviluppo politico, la presa di coscienza dei nessi generali, delineare uno sbocco a livello più vasto; ma non possono che fungere da elemento di orientamento e sollecitazione all'interno dì un movimento di massa autonomo, unitario e organizzato. -E poiché a condurre una lotta non bastano le assemblee, occorre una rete dì comitati e consigli che esprimano il movimento e gli offrano una struttura stabile. Non si tratta di una scelta di natura ideologica, ma dì una necessità pratica che nasce dall'esperienza ed è connessa ad un tipo di lotta il cui centro non sta nelle istituzioni ma nel potere di contestazione dal basso.

E’  chiaro che così concepito, il movimento non può crescere come un sistema di contropoteri che via via si impadronisce  d'uno spazio sociale fino al momento in cui il mutamento della direzione politica dello stato sancisce  una “rivoluzione”  già compiuta di fatto. Ne è possibile una sorta di coesistenza tra produzione gestita da strutture capitaliste e consumo gestito secondo criteri socialisti. Una prospettiva del genere, democraticista e autogestionale, oggi abbastanza diffusa, non tiene conto né dell’unità del sistema, né dell'immaturità organica delle forze e delle risorse che, settore per settore, dovrebbero costruire una alternativa. L'abbozzo di un potere antagonistico, e di soluzioni che vanno in direzione diversa da quella che il sistema sollecita, è destinato a provocare una crisi politica e sociale prima che un'alternativa sia maturata pienamente. E in nessun settore esistono forze capaci di gestire in modo alternativo la struttura sociale contro un potere centrale che lavori in opposta direzione.

Altra cosa è dire, ad esempio, che è storicamente matura la trasformazione della casa in servizio sociale, dal dire che è possibile realizzarla all'interno del sistema capitalistico. Il movimento di massa ha dunque necessariamente un andamento ciclico, realizza conquiste, che se non trovano una generalizzazione vengono riassorbite o represse, lo stesso livello di coscienza e di organizzazione di massa cresce o decade.

Tutto ciò implica che non si può rinunciare al carattere di salto qualitativo (“ violento” in senso lato) del momento rivoluzionario;  e che l'esistenza di una organizzazione di avanguardia, memoria del movimento, guida della lotta per il potere statale, mantiene il suo valore anche in una strategia che riporta il centro della lotta a livello di base e dì massa.

Ma il punto è che quella crisi rivoluzionaria non può determinarsi {nè tanto meno trovare uno sbocco, e dare avvio ad una transizione di sistema) se nel seno stesso della società capitalistica non cresce un contropotere di massa, una costante e concreta contestazione dei singoli aspetti della struttura sociale, che diano luogo a tensioni crescenti, definiscano proposte alternative, formino nuove capacità di gestione, producano un nuovo livello di coscienza e di  organizzazione. Le lotte operaie e studentesche negli ultimi anni, con tutti i loro limiti, hanno sperimentato questo tipo di movimento, cominciato cioè a contestare la divisione fra politico ed economico, tra sindacale e politico, tra rivendicazioni immediate  e discorso rivoluzionario. Si tratta di estenderne l'esperienza ad altri settori, inserirla in una strategia che l'assuma fino in fondo, darle un'organizzazione adeguata così che essa non si ritrovi, come è accaduto, priva di un interlocutore politico capace di interpretarla, sostenerla, offrirle una prospettiva organica.

 

 

 

 

 


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