numero 36  febbraio 2003

Novità a sinistra

IL FENOMENO COFFERATI 


Lucio Magri   

 

Per molti giorni, nel Palazzo ma anche in tutto il popolo di sinistra, l'assemblea di Firenze ha dominato la scena, suscitato speranze e polemiche, sollevato interrogativi. Per una volta, non si è trattato di un'invenzione mediatica, futile ed effimera, ma di un fatto rilevante e duraturo che scuote la politica italiana. Per ciò che ha rivelato e per la novità del processo che avvia.

Cosa ha rivelato? L'ampiezza di un'opinione pubblica di sinistra e democratica, che si era allontanata dalla politica attiva perché piegata o illusa dall'avversario e delusa dall'esperienza di governo su cui aveva contato; ma che nell'ultimo anno ha ritrovato, in se stessa e dal basso, la capacità di reagire e il gusto dell'azione collettiva. Una spinta che nasce dalla e nella società ma vuole trasformarla, che critica profondamente le forme della rappresentanza politica ma chiede una politica diversa, come contenuti e gruppi dirigenti. I movimenti e le manifestazioni di massa ne sono stati e ne rimangono il motore e la struttura portante, alcuni di loro vi inseriscono l'esigenza di allargare lo sguardo al mondo e alzarlo ad un orizzonte più lontano. Ma il fenomeno che l'assemblea di Firenze rivela (non solo quella, ma anche altre come l'iniziativa con Ingrao e Scalfaro a Roma, o l'inaugurazione dell'anno giudiziario in tutta Italia) è che questa spinta, per la forza delle sue buone ragioni, e senza transigere su punti decisivi (la guerra, la difesa della Costituzione), via via coinvolge, contagia, apre dei dubbi in settori più ampi dell'opinione pubblica e comincia a penetrare da molti lati nella cittadella del mondo politico.

Cosa di specifico e di nuovo è avvenuto però a Firenze e può svilupparsi? Una parte non piccola di questo popolo di sinistra riattivizzato – quella parte forse meno radicale ma che considera assillante il problema di fermare e rovesciare Berlusconi – ha mostrato la volontà di pesare direttamente sul quadro politico, pur senza subordinarvisi, e ha indicato in Sergio Cofferati un punto di riferimento e un portavoce necessario per farlo. Non a caso. Perché Cofferati – malgrado posizioni passate, che è molto restio a ripensare, e che ancora pesano sulla organizzazione che per anni ha diretto – è stato nell'ultimo anno animatore non secondario della ripresa del conflitto sociale, ed anche in altri campi ha spostato non poco la collocazione della Cgil.

 


E Cofferati rispose. A lungo era rimasto aperto l'interrogativo sui suoi progetti (forse anche dentro di lui). Guidare una battaglia per cambiare la linea e il gruppo dirigente dei Ds? Costruire un Partito del lavoro? Restare in attesa, riserva per una chiamata o una crisi, alla Pirelli come De Gaulle a Colombay les Deux Églises? Ora invece sembra aver deciso, è sceso in campo con una presenza politica poliedrica e instancabile e con un obiettivo chiaro e un itinerario già evidente.
Egli nega, credo sinceramente, ogni intenzione scissionista, tanto più di voler conquistare o fare un partito; ma orienta e stimola un'area vasta di militanti e di opinione, di fatto una soggettività politica informale ma organizzata in rete, autonoma dai partiti, ma che li attraversa. Obiettivo: una `sinistra dell'Ulivo', che ne modifichi programmi e modi di funzionamento quanto basta per collegarsi ai movimenti e trovarvi consenso, e per raggiungere una credibile intesa elettorale con Rifondazione comunista. Per arrivare insomma ad una `nuova coalizione', da contrapporre a Berlusconi con possibiltà di batterlo.

È un'operazione politica anomala e difficile ma non velleitaria né irrilevante. Già oggi Cofferati, nella politica italiana, pesa molto di più di ogni capocorrente e dei molti `segretari' di piccoli partiti che siedono al tavolo dell'Ulivo, e non molto di meno dei suoi maggiori leader. Può piacere o dispiacere, ma è un fatto, avrà più o meno successo ma nel prossimo futuro occorrerà farci i conti.

Il tema da discutere è se il suo obiettivo è giusto, se sarà efficace il modo di perseguirlo, quali ostacoli dovrebbe superare e a quali condizioni può superarli, infine se, anche raggiungendolo, esso sia sufficiente per offrire una soluzione positiva alla crisi italiana.

Provo a dire la mia, anche sapendo che il fenomeno è ancora così incipiente e, per molti aspetti, ancora così indeterminato da indurre facilmente a errori di previsione e di giudizio.

Un primo lavoro utile per capirlo si può fare già sbarazzando il campo da alcune obiezioni e conflitti, nati al calore delle prime polemiche, accese quanto gli entusiasmi ma quanto quelli esagerate e fuorvianti. 

Da un lato la critica subito sollevata da Rifondazione: l'iniziativa di Cofferati divide il movimento e rinserra la gabbia dell'Ulivo, perciò è equivoca, sarà deludente. Ad essa ha risposto abbondantemente Rossana Rossanda. E Rifondazione stessa, nei giorni successivi, ha modificato non poco toni e sostanza del giudizio. Ciò su cui vale la pena di tornare è però l'analisi da cui quel giudizio muoveva e che può persistere al di là delle correzioni.

Quando si parla di `movimento di opposizione' oggi, in Italia, a differenza che altrove, non si parla solo di quel movimento globale nato a Seattle e a Porto Alegre, pur decisivo ed esso stesso plurale. Si parla anche di forze di frontiera, come l'associazionismo laico e soprattutto cattolico, altrettanto radicali sul terreno dei valori e delle esperienze solidaristiche ma culturalmente e politicamente più moderate; si parla inoltre di una componente del mondo del lavoro tuttora in parte collegata alla coalizione dell'Ulivo; si parla infine dei `girotondi', cioè di un mondo intellettuale diffuso, insorto contro Berlusconi anzitutto in nome di una `democrazia normale', non inquinata, intransigente nel rispetto delle regole.

Queste differenze non solo non hanno finora impedito convergenze, ma neppure impedito che si realizzasse uno spostamento dei vari soggetti su frontiere più avanzate. È però ovvio e naturale che se, quando e per fortuna, essi cercano di misurarsi con la politica, si manifesti una distinzione di ruoli e di collocazione. Distinzione che però non costringe affatto a una rottura sul piano del movimento, sempre che, anche sul terreno politico, ci si muova senza contraddire l'ispirazione comune su problemi dirimenti: il no alla guerra, la difesa della Costituzione e di diritti sociali acquisiti. A questa condizione, l'unità può reggere all'iniziativa politica di Cofferati così come ha retto e può reggere alla controversia non sul contenuto ma sull'opportunità del referendum. L'Aassemblea di Firenze la ha rispettata (anche se, lo confesso, non ho colto la stessa chiarezza nel confronto televisivo tra Cofferati e D'Alema)

Non meno infondata, ma più tenace, è stata la polemica sull'altro fronte: l'accusa cioè a Cofferati di delegittimare i maggiori partiti del centro-sinistra e i loro dirigenti, di concorrere alla loro divisione, anziché aiutarli nell'opposizione. Tale accusa, infatti, nega e rimuove tre dati così evidenti e riconosciuti che non è neppure il caso di dimostrarli di nuovo.

I partiti e i gruppi dirigenti dell'Ulivo sono già da tempo delegittimati rispetto a una buona parte del loro elettorato: non solo per la sconfitta che hanno subìto e cui hanno contribuito, ma anche per essersi trasformati nella loro costituzione materiale, per essere cioè diventati un ceto politico, una macchina elettorale idealmente scolorita, ostile alla partecipazione e alle sollecitazioni esterne quanto meschinamente rissosa al suo interno. Infine, e dunque non a caso, quei partiti declinano nella loro forza militante e tuttora ribadiscono con crescente ostinazione una continuità rispetto a una linea e a una cultura che i fatti hanno del tutto smentito. Perciò l'Ulivo già fatica a vivere così com'è, e non ha le risorse, oltre che la volontà, per cambiare, per produrre una nuova coalizione vincente.

La forza reale che potrebbe cambiare le cose è di fatto cresciuta al suo esterno, se non contro. L'intenzione di Cofferati dunque e ancor di più di chi lo sostiene, è – con fin troppa prudenza e gradualità – quella di offrire una terapia di emergenza per risolvere una situazione di emergenza: di rinnovare senza sovvertire quel sistema politico. Alfredo Reichlin, con intenzione polemica ma con acume; l'ha definita una «circolazione extracorporea» (si potrebbe aggiungere una trasfusione di sangue imposta al malato). Un tentativo `innaturale', comunque un soccorso.

Si può dissentire o meno – perché incerto è l'esito del parallelo intervento chirurgico –, ma è comunque un contributo utile perché attiva nuove energie per tutti e si pone un obiettivo – la sconfitta del centro-destra, una `nuova coalizione' – che interessa tutti, anche chi non nutre eccessive speranze nei suoi riguardi.

Resta tuttavia difficile – anche al di là di queste forzature polemiche – valutare il `fenomeno Cofferati' e le sue prospettive; dare un giudizio non ostile, ma neppure acritico. A me paiono necessarie e possibili, al riguardo, due ordini di considerazioni. 

Il primo riguarda ciò che effettivamente l'assemblea di Firenze ha detto, si ripromette e può produrre.

Partiamo dai contenuti che vi sono emersi chiari e condivisi. Sulla questione della guerra si è avuto un pronunciamento netto, non solo nel rifiuto dell'intervento in Iraq, ma anche dei princìpi e delle strategie che vi sono sottesi, e nell'indicazione dei veri problemi da affrontare e risolvere per garantire una pace duratura. Sulla questione delle riforme istituzionali – pur senza che emergesse una riflessione critica e autocritica rispetto ai guasti prodotti dalla infatuazione maggioritaria – si è comunque espressa una posizione nuova e positiva (critica del bipolarismo che produce un deficit di partecipazione, rifiuto di ogni mediazione col centro-destra e di ogni forma di presidenzialismo, compreso anche il premierato con i poteri che l'Ulivo vorrebbe concedergli). Paradossalmente, in un'assemblea di cui Cofferati era il protagonista, è invece rimasta in ombra o soverchiata da un discorso generico sui diritti, la discussione sul conflitto sociale e il modo di affrontarlo: proprio nel momento in cui questo è il fronte più esposto, per l'impasse in cui si trovano i contratti, per l'isolamento dei metalmeccanici, la crisi Fiat, e in generale per l'arretratezza del dibattito su una nuova politica economica. È una lacuna sorprendente ma forse rivelatrice, perché proprio a questo proposito il conflitto con l'Ulivo è più ostico, la Cgil ha difficoltà a definire una linea e una strategia, e gli altri protagonisti dell'Assemblea erano meno attrezzati.

 

 

Non sto facendo le pulci a un'iniziativa politica appena avviata, dando saccentemente un voto materia per materia. Ciò che mi pare cogliere, e vorrei documentare, è un'idea generale che anima l'iniziativa, ma la limita. L'idea cioè – dallo stesso Cofferati avallata – di un ritorno all'esperienza del '96 e ai primi anni del governo Prodi, poi interrotta dalla scelta di Rifondazione e dalla pretesa di D'Alema di continuarla con la cooptazione di transfughi del Polo.Tale idea non è fondata. Anzitutto, infatti, la coalizione del '96 è nata fragile, perché costruita su una semplice desistenza, senza un programma comune né alcun impegno reciproco a governare insieme. In secondo luogo, il governo successivo si è retto su un obiettivo quasi necessitato: `l'ingresso in Europa' e il risanamento della crisi finanziaria; ed ebbe un relativo successo per una distribuzione dei sacrifici meno iniqua del passato trattata con Rifondazione, per una più corretta ed efficiente amministrazione, e con il fortunato concorso di una congiuntura economica favorevole (in particolare la generale riduzione dei tassi di interesse). La coalizione invece si ruppe, raggiunto il traguardo di Maastricht, quando si trattò di passare ad un'azione più incisiva di riforme, cioè di operare una svolta più impegnativa.

Possono anche aver avuto un peso, nell'accelerarla e aggravarla, errori di Rifondazione, e l'ambizione di D'Alema di profittarne. Ma se guardiamo seriamente a ciò che è accaduto dopo (la guerra del Kosovo, la riforma Berlinguer e la rivolta degli insegnanti, la ulteriore precarizzazione del lavoro e gli insuccessi della concertazione, il patto di stabilità, il referendum per l'abolizione della residua quota proporzionale, il pasticcio sul federalismo) appare molto chiaro che, ribadendo la continuità con il programma e l'ispirazione originaria dell'Ulivo, una rottura era scontata, e anche una perdita di consenso. A definitiva conferma basta guardare a quanti governi di centro-sinistra siano poi in Europa caduti come birilli, in tutte le loro versioni.

La situazione attuale obbliga a ritenere un semplice ritorno alle origini ancor più impraticabile. Crisi economica, situazione internazionale, disordine istituzionale rendono ormai impossibile navigare tra una liberal-democrazia, che si sposta più a destra e una socialdemocrazia incapace di grandi scelte riformatrici. D'altra parte la semplice replica della desistenza non è credibile, e forse sarà esclusa con una nuova legge elettorale.
Tutto ciò significa che uno spostamento dell'Ulivo `quanto basti' per una `più larga coalizione' e quindi per vincere le elezioni – tanto più per reggere successivamente un governo dopo averle vinte – non sarebbe comunque indolore, un «pranzo di gala» come diceva quel tale. Cofferati si troverà di fronte nell'Ulivo stesso una resistenza accanita non per ostinazione burocratica o per ragioni di potere, ma per convinzioni radicate e forti interessi. Già la scadenza del referendum, sempre ignorata e mai seriamente discussa, è indizio rivelatore di tali difficoltà.

Anche sul piano dei tempi e del metodo, se il rapporto tra una parte del movimento e l'Ulivo dovesse – come qualcuno ventila – subito precipitare in un tavolo separato per la definizione del programma, rinviando a un `gran finale' il confronto con altri soggetti – anzitutto Rifondazione e la sinistra sindacale –, l'iniziativa di Cofferati non andrebbe lontano. Onestamente, aggiungo che ciò dipende anche dall'apertura e dall'iniziativa di questi altri soggetti. Cofferati insomma è importante, non è un demiurgo, può fare molto se si muove al meglio, ma a condizione che non gli si carichi addosso ciò che non può e non vuole fare.

Questo rinvia a un secondo ordine di considerazioni, molto più impegnative e meno ovvio, non nuove per la nostra rivista, a cui posso ora solo accennare.

Mi riferisco ad un orizzonte molto più lontano e a questioni molto più di fondo rispetto a quanto può riguardare un programma di governo, l'arco di pochi anni, i confini di un solo paese. Ma che sono già in campo.

Ormai ci muoviamo – ecco il punto che l'intero ceto politico, anche quello più avanzato, non sa e non vuole capire – in uno scenario nuovo: quello di una crisi economica, sociale, culturale di portata storica e mondiale. Una crisi che, se ancora non investe il capitalismo nel suo fondamento, mette però radicalmente in discussione la sua configurazione storicamente determinata. Un problema di sistema dunque c'è. Ed emerge, nel movimento e nel dibattito culturale, una pur confusa consapevolezza di questo fatto, irrompono interrogativi, bisogni, problemi epocali. Certo il movimento, la riattivizzazione della sinistra, in Italia e altrove, non è tutta `antagonista', tanto meno plausibilmente rivoluzionaria; ma anche questo elemento vi agisce e lo anima. Pensare che una nuova sinistra possa emergere e affermarsi amputando tale componente, tali motivazioni, pensare di soddisfarle con nobili discorsi sui valori a me pare insensato.

Del resto, anche il compromesso cui si giunse, in ritardo e a caro prezzo, a metà del secolo scorso – che cambiò la faccia al mondo e, senza superare il capitalismo, comunque gli impose un nuovo assetto, strappò grandi conquiste sociali e politiche (il compromesso che molti oggi riduttivamente e impropriamente chiamano keynesiano e socialdemocratico) – risultò dalla convergenza e dalla competizione di forze rivoluzionarie, di forze riformiste o semplicemenete liberal-democratiche, e passò attraverso crisi drammatiche e sommovimenti tumultuosi. Oggi si parla, non a caso ma occasionalmente e con superficialità, di 1929 o di anni trenta, anni di crisi economiche e di guerre durature. Occorrerà andare ben più a fondo nella ricostruzione di quegli anni – analogie e differenze – e ne avremmo non poche sorprese.

Ciò che volevo dire ora, a commento indiretto ma non improprio del fenomeno Cofferati che ora stiamo valutando, è comunque una cosa molto semplice. Affermare oggi, come allora, precipitosamente, che in una crisi di sistema ogni azione riformatrice è illusoria e deviante – rivoluzione o barbarie – è sbagliato. L'emergere di forze o idee riformiste autentiche non sarebbe un equivoco da `smascherare', ma una contraddizione reale su cui lavorare. Ma è altrettanto importante collocare tutto ciò in una prospettiva, in un progetto più radicale e altrettanto razionale di trasformazione complessiva della società, e costruire forze che siano capaci di farlo o semplicemente si sforzino di farlo.

A ben vedere, questa è la lezione positiva permanente, la parte preziosa che il pensiero del migliore marxismo, e anche la storia migliore del socialismo e poi del comunismo come movimenti reali, hanno lasciato: anzi essa appare oggi ancora più evidente e matura, e invece da molte parti – dalla bolognina al neo-anarchismo – viene negata.

Nessuno ha certo fin d'ora la capacità di rielaborarla in forme, con contenuti e soggetti nuovi, adeguate a un mondo nuovo; e tenendo anche conto di brucianti sconfitte. Ma se ne sente la mancanza. Mi auguro che anche Sergio Cofferati, i suoi sostenitori, e anche qualcuno dei suoi contraddittori, la sentano un poco, o almeno ci riflettano sopra.
 


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