numero  24 gennaio 2002

Gramsci nella storia del Pci
 
L’XI CONGRESSO 
 
 
Lucio Magri  
 
 
 
Come ho accennato in un precedente articolo, tutti i nodi del confronto avviato nei primi anni sessanta, ancor vivo Togliatti, emersero in forma politicamente più esplicita e si collegarono tra loro dopo la sua morte. Fino a diventare riconoscibile competizione fra due linee diverse, che si affrontarono, nel 1966, all’XI Congresso del Pci.
 
 
 
La discussione sul neocapitalismo, ad esempio, si polarizzò solo allora in due analisi e in due giudizi sull’esperienza dei governi di centro-sinistra da cui derivavano scelte strategiche e tattiche chiaramente divergenti.
 
Sul fatto che il centro-sinistra, già a due anni dal suo avvio, stesse mortificando e corrompendo le sue originarie ambizioni riformatrici, non vi era dissenso. Era evidente a tutti: le accanite resistenze delle forze conservatrici avevano trovato subito grandi complicità nella Democrazia Cristiana (e, come dopo avremmo meglio saputo, nei poteri occulti, il ‘tintinnar di sciabole’), costringendola e permettendole di imporre al Partito socialista un ruolo del tutto subalterno: i confini, nelle scelte essenziali di politica estera ed economica, erano ormai ben segnati.
 
Ma si doveva per questo considerare ‘fallita’ l’operazione di consolidamento di un nuovo blocco politico e sociale destinato a durare nel tempo, capace di guidare una particolare forma di modernizzazione del paese, di integrare nuovi ceti e nuovi interessi, al sud come al nord, di organizzare nuovi assetti istituzionali sulla commistione tra un capitalismo privato ormai dinamico e un largo intervento della spesa e della proprietà pubblica? E la stessa riduzione delle intenzioni riformatrici – ad esempio quella della ‘programmazione’ economica – era solo conseguenza del vizio originario – la discriminazione a sinistra – o era la necessaria conseguenza del programma stesso, già in sé rivolto solo alla redistribuzione delle risorse offerte dallo sviluppo economico in atto, e privo invece della volontà e della capacità di intervenirvi per modificarne le finalità e il modo di funzionamento? Su questo il giudizio divergeva nettamente. 
 
La ‘ sinistra ingraiana’ attribuiva al centro-sinistra un valore effettivo di novità, un disegno di integrazione culturale e sociale di una parte del movimento operaio, una capacità di durare e perciò un pericolo, per lo stesso Pci, di subalternità e omologazione. La storia successiva, di lungo periodo, avrebbe nel complesso confermato quella interpretazione.
 
La ‘destra amendoliana’ considerava al contrario il centro-sinistra un tentativo abortito, oltre il quale già riemergeva l’incapacità delle classi dirigenti italiane di guidare la modernizzazione del paese, di conquistare il consenso su basi nuove, e proprio perciò nutriva maggior fiducia in un rapido e pieno recupero della tradizionale unità tra comunisti e socialisti.
 
Da tale difformità di giudizio nasceva una divergenza di strategia. Occorreva tallonare l’esperienza di centro-sinistra facendo leva sulle promesse mancate, sui molteplici interessi che esso deludeva, sull’allargamento dell’intervento pubblico che – sia pure in forme spesso clientelari – esso comunque produceva (i ‘mille rivoli dell’opposizione’ secondo la definizione dello stesso Amendola)? Oppure occorreva mettere in campo, sia pure senza rotture e senza dogmatismi, un progetto alternativo più organico e di lungo periodo, un ‘modello alternativo di sviluppo’, con proprie coerenze interne, orientato da una critica più radicale al moderno capitalismo (controllo operaio sull’organizzazione del lavoro, selezione dei consumi, nuove istituzioni di partecipazione democratica)?
 
E ne veniva dunque anche una diversa gerarchia nella ricerca delle alleanze sociali e politiche: ceti medi tradizionali o nuova intellettualità di massa, piccola proprietà contadina o nuove figure di lavoro misto nel Mezzogiorno; il nuovo Partito socialista e le forze laiche minori, o le nuove forze emergenti nel mondo cattolico ispirate dal papato giovanneo e dal Concilio?
 
Anche rispetto a questi interrogativi il tentativo ingraiano di ridefinizione del togliattismo si dimostrò, negli anni successivi, più fondato. Se però quel tentativo venne battuto, si deve anche ad una sua (nostra) debolezza di analisi, di proposta, di scelta tattica.
 
Di analisi, in quanto vedemmo come già compiuto e lineare un processo di modernizzazione invece ancora in corso e contraddittorio, sopravvalutammo la capacità egemonica del riformismo italiano (e demmo un giudizio troppo seccamente liquidatorio dell’esperienza socialdemocratica del nord-Europa) e dunque trascurammo il nesso concreto in cui si univano le nuove contraddizioni del capitalismo e i permanenti conflitti della società italiana.
 
Di proposta, perché conseguentemente mancò l’attenzione necessaria a tradurre una linea in concreti programmi riformatori.
 
 
 
 
Di scelta tattica: perché tutto si concentrò su un conflitto interno al partito in cui l’antagonista unico e riconosciuto era solo ‘la destra amendoliana’ e il cui risultato – anche se non voluto – era di fatto la valorizzazione del continuismo, della mediazione burocratica, del pragmatismo. 
 
Non a caso mi sono così a lungo soffermato, anche con qualche spunto autocritico, sulla ricostruzione di quello scontro politico ravvicinato, apparentemente estraneo al tema che qui ci occupa – il gramscismo nel Pci – perché esso portava in sé un confronto di strategia sulla rivoluzione in Occidente: il nesso tra riforme e rivoluzione; la rivoluzione come processo graduale ma per tappe (ognuna delle quali cristallizzata in un assetto generalmente strutturato, e in ogni momento espressione di una prospettiva radicale e generale, esplicitamente alternativa, di trasformazione della società, anziché processo graduale ma uniforme, commisurato prevalentemente su conquiste sociali immediate e sui rapporti di forza politico-istituzionali che ne derivavano); definizione di un blocco storico in formazione e non solo di un sistema di alleanze congiunturali. 
 
Ma proprio per dare a questo confronto uno sbocco adeguato, un fondamento storico teorico rigoroso e una proiezione programmatica, sarebbero stati di grande valore la piena comprensione e l’utilizzo di alcuni stimoli del pensiero di Gramsci che il ‘gramscismo’ (cioè la traduzione togliattiana) avevano messo ai margini e nella nuova situazione storica acquistavano nuova e piena evidenza. E che invece, un po’ tutti – destra e sinistra – trascurammo o rimuovemmo. Accenno, brevemente, a due punti.
 
Anzitutto il concetto di ‘rivoluzione passiva’, così centrale nella riflessione gramsciana e molto complesso. Nel centro-sinistra, e più in generale nel neocapitalismo di quegli anni, esistevano – proprio come nel Risorgimento italiano sul quale era nato il concetto di rivoluzione passiva – sia l’elemento del ‘ritardo storico’ perdurante rispetto agli altri paesi dell’Occidente e dunque l’ipoteca pesante esercitata dalle vecchie classi dominanti (quindi la tendenza permanente a ‘fermarsi a mezza strada’), sia l’elemento di una modernizzazione effettiva, la quale anzi, sollecitata da quello stesso ritardo, assumeva in quel momento in Italia un ritmo più incalzante e un carattere di maggiore novità. Essi andavano dunque letti e affrontati su entrambi questi fronti: prendendo sul serio e valutandola nei punti più alti l’ambizione al mutamento, e al tempo stesso anticipando la fase del suo prossimo declino, le contraddizioni di fondo che già emergevano nella promessa della ‘società opulenta’ e nel lavoro alienato, i primi segnali di un conflitto sociale, anche gli ostacoli che già si intravedevano all’indefinita espansione di quel modello di accumulazione, e anticipando, quando ancora i rapporti di forza lo consentivano, un progetto e una pratica più nettamente alternativi.
 
In secondo luogo la visione gramsciana della moderna lotta di classe come parte inseparabile di una vicenda mondiale avviata dalla rivoluzione russa, che era presente anche a Lenin e a Togliatti, ma di cui Gramsci aveva colto criticamente il carattere non lineare, e in cui aveva previsto tutti i rischi di blocco e di degenerazione. Togliatti, dopo una lunga fase di stallo e di ambiguità, aveva, a pochi giorni dalla morte, nel memoriale di Yalta, recuperato drammaticamente la coscienza del problema, capito che ‘i conti non tornavano’ negli sviluppi e nell’assetto del comunismo mondiale. La successiva discussione dell’XI congresso su questo terreno fu invece, più che reticente, mediocre. Un dissenso emerse, ma quasi solo circoscritto ai temi immediati della politica internazionale (la critica a una visione della coesistenza come accettazione dello status quo, al sostegno troppo accomodante verso le borghesie nazionali del Terzo mondo). Ma senza che si riaprisse una riflessione sulle questioni di fondo che vi erano sottese (la priorità che cominciava ad affiorare in Urss della politica di potenza rispetto alla costruzione di nuove strategie di trasformazione dei paesi ex-coloniali, il passaggio dal krusciovismo alla glaciazione brezneviana, e dunque la necessità di rimettere in discussione il modello di sviluppo e le forme politiche del socialismo reale). Proprio nel momento in cui fatti enormi – la rottura tra Urss e Cina e il tentativo drammatico della rivoluzione culturale, il Vietnam e Cuba, il conflitto razziale e generazionale negli Stati Uniti) richiedevano invece con più urgenza (e offrivano qualche speranza), di riaprire con maggiore coraggio quel capitolo. Di riallacciare cioè il filo con un Gramsci rimosso (quello della lettera del ’26, ovviamente, ma più in generale quello dell’analisi del rapporto tra governanti e governati, della priorità dell’egemonia sul dominio nella definizione delle istituzioni politiche del socialismo, o quello di una lettura differenziata delle culture e delle forme sociali premoderne).
 
Insomma tutto un ‘giacimento’ non ancora sfruttato e che tale rimase.
 
                                                                                    
 
 
Nella fase preparatoria dell’XI congresso una discussione, che per anni era stata molto aperta, aveva dunque ormai assunto la forma di un contenzioso corposo, che attraversava i vari livelli del partito fino al suo vertice, e saldava opzioni culturali e scelte politiche. Perciò il confronto già diventava più aspro, chiamava almeno i quadri di qualche peso a schierarsi o a dissociarsi, producendo un clima interno abbastanza pesante.
 
Ma il confronto divenne un vero scontro che divise e segnò poi per anni il partito ed emarginò – a volte per le spicce – una componente, solo nel corso del congresso nazionale. Quando l’intervento di Pietro Ingrao – anzi poche frasi conclusive – pur ottenendo una sorprendente risposta di consenso o quanto meno di stima nell’assemblea – provocò invece una reazione veemente e compatta dell’intero vertice del partito. Cosa aveva scatenato una tale reazione? Ingrao aveva detto: «Sarei insincero se tacessi che il compagno Longo non mi ha persuaso rifiutando di introdurre nella vita del nostro partito il nuovo costume di una pubblicità del dibattito, cosicché siano chiari a tutti i compagni non solo gli orientamenti e le decisioni che prevalgono e tutti impegnano, ma anche il processo dialettico di cui sono il risultato».
 
A tanti anni di distanza è difficile capire la portata dello ‘scandalo’. Quelle parole non mettevano in discussione il principio del centralismo democratico. Nello stesso partito bolscevico, infatti (da sempre retto dal centralismo democratico e da una disciplina ferrea nei comportamenti), ancora dopo la rivoluzione – fino al X Congresso che stabilì regole più restrittive in nome di una situazione eccezionale – ma anche dopo, e con Stalin segretario – fino alla seconda metà degli anni venti – era normale, in fasi congressuali o su temi importanti, la pubblica espressione di posizioni diverse, perfino organizzate in piattaforme alternative, e con la presenza delle diverse posizioni nei successivi gruppi dirigenti, fatto salvo l’impegno rigoroso di tutti a difendere e a praticare poi le decisioni prevalse. Solo nell’epoca successiva, nella pratica staliniana, prevalse invece il principio che il dibattito sulla formazione della linea dovesse svolgersi all’interno del vertice, garanzia di unità e continuità, e la linea prevalente dovesse trasferirsi poi senza distinzioni, né possibilità di emendamenti, dall’alto verso il basso; e i gruppi dirigenti si formassero, attraverso un meccanismo di cooptazione, senza alcuna connessione esplicita con posizioni politiche differenziate. Una nuova forma dunque di centralismo democratico, anche a prescindere dalle epurazioni violente.
 
Nel partito togliattiano, anche dopo l’VIII congresso, tale prassi era rimasta immodificata. Ma gradualmente venne compensata da una gestione illuminata e più tollerante, i cui confini erano comunque posti dal gruppo dirigente ristretto e dal segretario, sia pure con un effettivo sforzo di convincere e di tener conto dei dissensi, e generalmente con una grande cura nello scegliere i quadri sulla base di risultati organizzativi e capacità intellettuali dimostrate, anziché di conventicole o prove di fedeltà. 
 
La innovazione che Ingrao proponeva era dunque molto meno che un ritorno all’originaria forma del centralismo democratico, certamente non era quella di accettare correnti da misurare nel voto con mozioni contrapposte. Ma era qualcosa di più della pratica ormai prevalsa nel Pci: proponeva cioè la trasparenza del dibattito, perché fosse liberato da una forma spesso cifrata che limitava molto il numero di coloro che potevano capirlo, per offrire a tutti i militanti la possibilità di formarsi un’opinione e di farla pesare, e per accrescere un diretto scambio tra l’elaborazione interna e gli interlocutori esterni all’organizzazione. Ma tanto bastò per suscitare il timore di una rottura dell’unità, di un mutamento della forma di partito come guida di grandi masse, organizzazione di combattimento e forza educatrice. Una discriminante sulla quale si riteneva che non c’era niente da sperimentare, né mediazione possibile.
 
                                                                                
 
Molti, anche tra quelli che condividevano gran parte delle sue idee, già allora, o più tardi, rimproverarono a Ingrao la scelta di toccare un nervo tanto sensibile, a rischio di ottenere un effetto opposto alle intenzioni, come di fatto avvenne. Anche io, che pure la condividevo, sono più volte tornato a interrogarmi. Ma, col passare degli anni, essa mi è parsa sempre più giusta: per ragioni che allora non avevamo forse ben chiare ma già rendevano la questione del partito ineludibile e dirimente, proprio in quel passaggio storico.
 
Anzitutto sul piano teorico, se si voleva sul serio rinnovare la tradizione di una forza comunista, ma con rigore e senza liquidarne, o semplicemente lasciandone deperire, l’identità. 
 
Cerco di spiegarmi. In tutta la storia del movimento operaio marxista, socialdemocratico prima e comunista poi, è sempre stato cruciale il tema del partito, del potere politico, delle vie della sua conquista e delle forme del suo esercizio. Su di esso si svilupparono le discussioni più accese e si consumarono le rotture più profonde e permanenti non solo tra riformisti e rivoluzionari, ma anche all’interno di ciascuno dei due campi (ad esempio tra Lenin e Luxemburg, tra Kautsky e Bernstein). Non a caso, perché in tutti era profonda la convinzione che, a differenza della borghesia – che si era costituita, come classe in sé e per sé, prima e soprattutto attraverso l’esercizio di un potere economico che alla fine trovava un’espressione più o meno compiuta in istituzioni politiche – il proletariato non poteva dall’inizio costituirsi, e poi affermarsi come forza egemonica senza la sedimentazione di una coscienza e di un’organizzazione politica, e infine senza la conquista, l’esercizio e la trasformazione radicale dello Stato. Come si poteva però formare tale coscienza, come organizzarla stabilmente, come conquistare il potere, come esercitarlo in modo tale da trasformare veramente l’organizzazione sociale e il senso comune che il capitalismo aveva profondamente segnati, ma nel contempo sviluppando una democrazia più avanzata e avviare un deperimento dello Stato come istituzione seperata? Interrogativi che la Rivoluzione di Ottobre rese drammaticamente attuali.
 
Lenin vi si era impegnato teoricamente con tutte le sue energie, ma anche inciampando in contraddizioni mai pienamente risolte: la teoria del partito come intervento di una coscienza esterna, ortodossamente kautzkiana; il radicalismo democratico di Stato e Rivoluzione; poi l’accentuazione autoritaria nel Rinnegato Kautsky; infine, alla vigilia della sua morte, l’angosciosa preoccupazione della degenerazione burocratica del nuovo potere. Cercando, e credendo, di aver trovato una soluzione nell’equilibrio tra partito unico e potere dei Soviet. Un equilibrio che però non resse alla prova della guerra civile e dell’isolamento della rivoluzione russa e si ruppe presto a favore del primo elemento.
 
La socialdemocrazia classica aveva pensato invece di trovare una soluzione allo stesso problema, che pure riconosceva, nelle risorse offerte alla supremazia politica del proletariato dal suffragio universale, dall’istruzione di massa, dalla forza del sindacato, e dal processo oggettivo della concentrazione industriale che rendeva matura una gestione collettiva e pianificata dell’economia. Anch’essa però – prima di fronte alla guerra, poi di fronte al fascismo – manifestò la propria impotenza a risolverlo. La questione – che era non tanto quella della conquista più o meno violenta del potere, quanto quella delle forme del suo esercizio – restò dunque sul tappeto, insormontabile, come discriminante nel movimento operaio, ed anche nel momento delle più grandi lotte comuni per la difesa della democrazia ‘borghese’, contro il fascismo, restava costitutiva di due identità inconciliate.
 
Proprio sul crinale degli anni sessanta la denuncia dello stalinismo, e la scelta della ‘via italiana’ della ‘democrazia progressiva’ come via pacifica e costituzionale, parvero sciogliere per il Pci il nodo. Ma solo in parte e superficialmente, perché presupponeva, da un lato, il graduale processo di autoriforma democratica nel modello politico dell’Unione Sovietica e una crescita della sua egemonia mondiale, dall’altro un approfondimento della democrazia politica e dell’autonomia culturale delle classi subalterne negli stessi paesi occidentali. Due condizioni – distinte ma reciprocamente connesse – che già alla metà del decennio, e ancor più dopo, erano però rimesse in discussione dai fatti. Perché il ‘campo socialista’ appariva diviso e congelato, e perché cominciava a diventare evidente la capacità di manipolazione delle coscienze offerte al capitalismo dai nuovi mezzi di comunicazione e dai nuovi modelli di consumo, dall’uso del governo come organizzazione del consenso dall’alto, e dalla burocratizzazione di partiti e sindacati. L’espropriazione della proprietà privata e la pianificazione statale – il ‘socialismo reale’ – non garantivano dunque affatto un’estensione progressiva della democrazia politica, mentre la democrazia politica – nel ‘capitalismo reale’ – si restringeva e si svuotava. Nella ‘via italiana al socialismo’ il problema dunque si riproponeva: pur liberato dalla illusione della ‘conquista del Palazzo d’Inverno’, dal carattere necessariamente violento della rottura rivoluzionaria, da un’idea totalitaria di potere, l’interrogativo restava aperto. Come garantire un’autonomia piena, la supremazia politica, di una classe che la società riproduceva invece subalterna, come ridurre – nel binomio di cui un’egemonia si compone: consenso e dominio – al minimo il dominio, sviluppare al massimo il consenso consapevole? Il nocciolo duro del concetto di ‘dittatura del proletariato’ – che non era un’invenzione di Stalin, e neppure di Lenin, ma elemento fondante della tradizione comunista, da Marx fino a Gramsci e alla stessa Luxemburg ù era stato rimosso più che superato.
 
La sola via percorribile era offerta dalla riflessione gramsciana: sul rapporto partito-consigli, coscienza esterna-movimenti politici di massa, democrazia politica e trasformazione degli apparati che collegano Stato e società. Ma la condizione pregiudiziale era la riforma del partito stesso (concepito da Gramsci come intellettuale collettivo, soggetto di una ‘rivoluzione morale e culturale’), la rimessa in discussione al suo interno della separazione tra apparato e masse, del gruppo dirigente come depositario di una linea, del carattere subordinato e ‘collaterale’ dei movimenti sociali e culturali di massa. Senza questo strumento, che non era il modello togliattiano del partito di massa, la via democratica impallidiva nella ‘via parlamentare’, l’obiettivo del socialismo declinava in un ‘ideale’, la ‘diversità comunista’ si riduceva a una discriminante morale: uno spostamento teorico e pratico graduale e inconsapevole, parallelo a quello che già aveva cambiato la stessa tradizione socialdemocratica portandola apertamente nel secondo dopoguerra su posizioni non più socialiste in senso proprio, di semplice gestione del potere entro i confini di una pratica redistributiva, più o meno radicale.
 
A porre all’ordine del giorno, anzi a portare in primo piano, la scottante questione del partito vi erano però, al momento dell’XI Congresso, anche altre ragioni più prosaiche e immediate, ma non meno importanti.
 
Nella storia del Pci, come in ogni altro partito comunista, l’attenzione e la cura sui problemi dell’organizzazione erano straordinarie, dettagliate erano l’informazione e la verifica sul suo stato in ogni momento. Curiosamente però, nei documenti e nei dibattiti congressuali la riflessione sull’argomento restava sempre quasi sospesa, il discorso sorvolava sull’analisi fattuale e indicava solo un dover essere quasi sempre ripetitivo ed esortativo. Ma lo stato del partito, al momento dell’XI Congresso, in realtà non era affatto buono (sempre, si intende, valutandolo col metro dell’epoca, cioè commisurato ad una forza ancora straordinaria, con milioni di iscritti, sezioni attive in ogni contrada e quasi in ogni luogo di lavoro, attività e discussione costante per buona parte dei militanti, un imponente complesso di giornali, libri, riviste in grado di competere sul piano dell’informazione e della formazione con la forza di governo, una molteplicità di organizzazioni collaterali in ogni campo della vita sociale).
 
Malgrado infatti un’espansione elettorale notevole, una ripresa delle lotte sindacali, nuovi movimenti di giovani sui temi dell’antifascismo e dell’antiimperialismo, l’emergere di intellettuali di alto livello e prestigio con una impostazione teorica più esplicitamente e più modernamente marxista, l’organizzazione di partito appariva in declino, lento ma costante.
 
Quantitativamente: gli iscritti che erano più di due milioni nel 1955 – pur nel pieno della repressione scelbiana e vallettiana – erano invece calati a 1.600.000 nel 1965. Qualitativamente: per il forte calo tra i giovani (la Fgci scesa da 358.000 a 173.000), per una minore presenza del partito in fabbrica, per una difficoltà di lavoro nelle aree metropolitane, e una vera crisi del partito contadino e bracciantile al sud del paese. La presenza organizzata si andava così concentrando in alcune regioni del paese grazie al prestigio dell’amministrazione locale. Nella formazione dei gruppi dirigenti si andava esaurendo il peso della ‘grande scuola del carcere’ ed era concluso l’afflusso della generazione partigiana promossa dal ‘rinnovamento’ del 1956: il rivoluzionario di professione cominciava a diventare, necessariamente, un politico di professione, un ceto, ed era ormai arduo, data la crisi del modello sovietico, formarlo con una cultura autonoma, o selezionarlo attraverso l’esperienza di direzione delle lotte di massa (come era avvenuto nel dopoguerra).
 
Le nuove figure sociali – studenti, giovani operai, tecnici – anche quando erano molto vicine al partito ne sopportavano meno il vincolo e i rituali. Un fenomeno di separazione tra partito e società, tra un ceto politico e masse organizzate, era già avvertibile e riconosciuto. Insomma il ‘partito nuovo’, straordinaria e anomala invenzione e costruzione togliattiana, già manifestava le prime crepe e un rischio di involuzione graduale. Dunque: o si trasformava o deperiva.
 
 
Da qui nascevano, sul piano pratico, due temi cruciali e incalzanti su cui discutere e scegliere in fretta e chiaramente. Il primo tema era quello del rapporto tra il partito e le organizzazioni di massa: la scelta di una autonomia reciproca riconosciuta e praticata, come condizione indispensabile sia per ricucire le lacerazioni prodotte nei movimenti sociali dalla rottura politica del ’47, sia per alimentare un serbatoio continuo di nuove esperienze, nuove conoscenze, nuovi quadri nel vivo della società. Su tale versante la sinistra ingraiana promosse un dibattito acceso e alcune iniziative vitalissime anche grazie a dirigenti sindacali di grande valore. Una battaglia rinnovatrice che ebbe risultati rilevanti. Non ci sarebbe stato il ’69 operaio senza quel decennio di incubazione. Anche se l’autonomia ormai riconosciuta non riuscì a tradursi realmente in uno scioglimento delle correnti di partito nella Cgil e a costruire dunque una nuova e piena vita democratica del sindacato.
 
Il secondo tema era invece quello della riforma del partito stesso, del suo modo di lavorare e di discutere, in definitiva della sua concezione: e il primo passaggio stretto era proprio quello di nuove regole. Ecco perché quell’esigenza non era eludibile, non solo come esigenza democratica, ma come elemento costitutivo di una nuova strategia, per fronteggiare col rinnovamento la nuova ‘rivoluzione passiva’ in cammino, rovesciarne il segno, resistere alla sua pressione omologante.
 
D’altra parte – ed è importante sottolinearlo – all’esigenza di una nuova forma-partito corrispondevano, proprio e forse solo in quel momento, delle condizioni particolarmente favorevoli per rispondervi.
 
Il partito, pur attraversato da un vivace dibattito, aveva ancora, a tutti i livelli, un patrimonio politico-culturale comune e largamente condiviso, una grande tensione morale e un radicato, quasi eccessivo, senso dell’unità come valore da salvaguardare, e una discreta abitudine, più recente, a discutere senza cristallizzare subito le posizioni, anzi spesso a considerarle con curiosità e reciproca disponibilità a lasciarsi convincere, formando in ogni occasione, su ciascun tema, maggioranze non predeterminate.
 
L’ampiezza del suo radicamento e il fervore di una pratica permanente permetteva inoltre, in una certa misura, di verificare sui fatti il valore di ogni proposta o di ogni analisi, quindi un terreno sul quale anche un gran numero di semplici militanti erano in grado di orientarsi, giudicare, dire la loro. Il gruppo dirigente al suo vertice aveva una grande autorevolezza e, per merito specifico di Togliatti, era composto da personalità spiccate e sperimentate in grado di stimolare e governare un aperto confronto; i suoi quadri intermedi, pur abituati a una disciplina a volte passiva e non sempre di gran livello, erano però ancora abbastanza immuni dal carrierismo e dalla rincorsa a cariche istituzionali.
 
D’altra parte, ai lati e di fronte al partito, c’erano forze (giovani, la moderna classe operaia, intellettuali) portatrici di nuove culture e di nuove esperienze, a volte critiche, ma ancora fortemente attratte dalla forza e dall’originalità del comunismo italiano, pronte a parteciparvi ma desiderose di avere lo spazio e le sedi per portarvi un contributo creativo.
 
Una revisione delle regole e della pratica del centralismo democratico poteva quindi essere sperimentata senza immediati pericoli per l’unità dell’organizzazione, né di degenerazioni frazionistiche. Era certo un tentativo, nel lungo periodo, non privo di rischi, soprattutto se l’elaborazione e la pratica politica non fossero poi state sufficientemente forti per riunificare a sempre nuovi livelli un corpo così vasto e complesso, e per opporre una resistenza adeguata all’influenza sempre più insinuante dell’avversario. Ma era un rischio ragionevole ed evitabile, comunque largamente compensato dai frutti che quell’investimento poteva dare.
 
 
 
Quell’ipotesi non solo fu negata e rifiutata, ma venne combattuta con una blindatura della maggioranza, con una richiesta esplicita di fedeltà, con una emarginazione, selettiva e ‘a bassa intensità’, ma dura e tenace, dei dissenzienti. Un confine invisibile che si protrasse nel tempo, interiorizzato nei rapporti tra le persone, si radicò nella memoria collettiva, anche quando la cosiddetta ‘sinistra ingraiana’ ormai era dispersa o ridotta a poca cosa.
Il prezzo fu alto: non solo perché lo spazio al dibattito e alla ricerca si restrinse anziché allargarsi, ma perché vennero esorcizzate idee o stimoli che negli anni successivi avrebbero potuto offrire un contributo prezioso; e perché, all’esterno del partito, si confermò un’immagine di monolitismo organizzativo che funzionava come metafora di un irrisolto legame con il modello terzinternazionalista e con il ‘socialismo reale’.
 
Del resto, non a caso, nella storia del comunismo italiano da quel momento, poco a poco, venne prevalendo una linea e una cultura più accentuatamente parlamentarista, in cui il moderatismo programmatico e l’omologazione culturale erano dettate dalla ricerca di alleanze: la ‘doppiezza togliattiana’ si veniva sciogliendo in una sola direzione. Non solo, ma anche quando, per la spinta delle cose, il segretario del partito (Longo nel ’68, Berlinguer con il discorso sull’austerità o quello sulla degenerazione dello Stato, ma soprattutto dopo l’81) cercarono di correggere – dopo averla assecondata – quella deriva, si trovarono sempre di fronte – per contrappasso – anzitutto a quello stesso nodo irrisolto: l’impoverimento dei gruppi dirigenti, l’inadeguatezza dello strumento partito, la resistenza passiva di una organizzazione sulla quale pure avevano un autentico carisma. Morirono, soprattutto Berlinguer, con un grande popolo che li adorava, ma nel partito ‘in minoranza’: destino di quasi tutti i grandi leaders comunisti, quale che sia il giudizio che si possa dare su ciascuno di loro: Lenin, Gramsci, a suo modo perfino Stalin.
 
Concludendo, nel Pci, in un passaggio decisivo della sua storia, è esistita, anche grazie all’originaria impronta gramsciana – unico caso tra tutti i partiti comunisti – una minoranza di sinistra ma antidogmatica, innovatrice e influente. La sua battaglia culturale e politica per un certo periodo ottenne un’ampia attenzione e anche alcuni risultati duraturi: il ’68 italiano, particolarissimo per la sua durata e per l’intreccio tra contestazione giovanile e intellettuale e movimento operaio, ne fu una verifica. Lasciò idee e sollevò tematiche anticipatrici. Ma, nell’ambizioso tentativo di produrre una svolta complessiva nella linea e nelle forme organizzative di quel grande partito, fu duramente sconfitta, isolata, e poi si disperse, tanto da oscurarsi in parte nella memoria.
Era evitabile quella sconfitta? Probabilmente no, per il peso di una storia lontana e per cause oggettive e sovrastanti, nel quadro nazionale e internazionale. Forse però i suoi effetti avrebbero potuto essere più limitati e meno permanenti.
 
Vi concorsero cioè anche ritardi, o errori, che col senno di poi sono meglio individuabili e sui quali dovremmo riflettere non solo per spirito di verità, ma per trarne qualche lezione. Alcuni di essi sono del resto emersi nella ricostruzione della vicenda che ho brevemente tentato, non neutrale certo, ma spero non troppo partigiana: si poteva far meglio.
 
Per renderli più evidenti e poterne discutere li voglio riassumere in questo modo.
 
1) Sul piano teorico, l’errore non è stato quello di essere stati troppo coraggiosi e impazienti, ma di esserlo stati troppo poco. Per non avere reso più consapevole ed esplicito che ciò che si proponeva non era solo una declinazione della togliattiana ‘via italiana al socialismo’, ma il suo sviluppo e superamento.
 
Per non avere ad esempio, per tempo, fatto chiarezza sul tema aspro del nesso tra via democratica in Occidente e rimessa in discussione del tipo di ‘società socialista’ al quale era ormai concretamente approdata la rivoluzione nell’Unione Sovietica (che non prometteva una graduale autoriforma, ma esigeva un salto di qualità, dunque comportava autonomia piena e battaglia politica e culturale). Per non avere, inoltre, individuato le radici di quella che pur ci sembrava una deriva fuori tempo verso la socialdemocrazia (cioè l’economicismo e lo statalismo: nella forma, anziché del totalitarismo, di un parlamentarismo gradualista che oscurava la prospettiva di una critica radicale al capitalismo); ma nel contempo senza la capacità di elaborare un insieme di grandi obiettivi riformatori coerenti e insieme concreti per dare al ‘nuovo modello di sviluppo’ la credibilità di un progetto politico su cui individuare e costruire un blocco storico (cosicché quella parola d’ordine apparve, e in parte era, un’astrazione ideologica, la proposta di una alternativa immediatamente anticapitalista e proletaria).
 
Per non avere, soprattutto, capito e fatto capire che la ‘riforma del partito e delle sue regole’ – pietra dello scandalo – non era solo la rivendicazione di un diritto al dissenso, ma l’architrave di una strategia complessiva, e un interesse di tutto il partito. Il ‘riformismo rivoluzionario’, che pure era l’anima di quella proposta strategica, restava così non pienamente elaborato, monco.
 
2) Sul piano politico, l’errore fu di non avere realmente approfondito un’analisi della fase (su scala mondiale e su quella italiana), cioè di non avere ben definito il disegno dell’avversario ma anche le contraddizioni in cui inciampava, né valutato correttamente i rapporti di forza politici e sociali esistenti. E dunque di non aver saputo rendere espliciti itinerari, tempi, soggetti, alleanze che dessero a una proposta strategica il carattere di una politica praticabile e comprensibile per un grande partito di massa, tutelandone e accrescendone la forza anziché dividendola e isolandola.
 
 
3) Sul piano pratico – a differenza degli altri punti, qui l’autocritica si concentra su alcuni di noi, giovani intellettuali più o meno brillanti ma politicamente marginali e inesperti, come me – il limite fu di non aver capito a sufficienza che una battaglia politica di grande portata non è solo una competizione tra idee ma altrettanto costruzione di esperienze, esercizio di direzione reale delle forze cui ci si rivolge, e non aver saputo dimostrare la cura e la pazienza – nel linguaggio, nei comportamenti, nel lavoro quotidiano – necessarie per conquistare autorevolezza, per stabilire un legame di massa, per mostrare la volontà di rivolgersi all’insieme del partito, per trovare gambe reali sulle quali le idee potessero camminare, e produrre fatti che le accreditassero o le correggessero.
Tutti questi errori e ritardi – per tornare al nostro argomento – riflettevano, a ben vedere, un limite del ‘gramscismo’, ovvero ciò che del pensiero e del metodo gramsciano era rimasto amputato, per i limiti dell’epoca, nell’interpretazione togliattiana, che anche noi avevamo introiettato; o alla quale reagivamo amputando altri aspetti di quella lezione, cioè temi come quelli dell’articolazione di un blocco storico; della rivoluzione come processo mondiale di lunga durata ‘per tappe’; della ‘conquista di casematte’; del lungo ma necessario lavoro di formazione di nuovi quadri operai; dell’analisi dei diversi apparati egemonici in cui si articola lo Stato, della questione degli intellettuali. Insomma, riducendo i tratti distintivi tra Gramsci e il marxismo occidentale rivoluzionario ed eterodosso degli anni ’20, che in quel momento scoprivamo.
 
So bene che tutte queste riflessioni interesseranno oggi assai poco coloro che – nella sinistra moderata o in quella radicale – dal tema del comunismo si sono ormai liberati con l’abiura più sommaria, o semplicemente distaccandolo dalla sua specifica tradizione teorica e dalla sua storia concreta. Ma chi, come noi, a quella storia ha partecipato, e si ostina a rifiutare così l’abiura come la rimozione, ha il dovere di restaurare la memoria nella sua complessità, di cercare di distinguere il grano dal loglio, anche di azzardare, per ciascuno dei suoi passaggi, la ‘storia controfattuale’, di chiedersi cioè: poteva andare diversamente? Quali scelte possibili avrebbero potuto in parte diversamente guidare il corso delle cose? È un compito che sarà degli storici. Ma, particolarmente nel caso del Pci, gli storici non potranno – e infatti non riescono – a fare il loro lavoro per bene, solo frugando negli archivi, leggendo verbali molto impoveriti o censurati, mettendo in fila gli avvenimenti della storia ufficiale e senza l’aiuto della testimonianza e della riflessione di tutti coloro che, in sostanza, essendo in posizione minoritaria, restavano sconosciuti o agivano sottotraccia.
 
 
 
 


blog comments powered by Disqus