numero 32  ottobre 2002

Iraq

LA GUERRA PREVENTIVA


Lucio Magri   

In modo pacato e razionale — basandomi cioè su innegabili elementi di fatto organizzati in un ragionamento, e risparmiando princìpi pur importanti o pur ragionevoli supposizioni — vorrei sostenere una tesi molto radicale. Che è la seguente. Di fronte alla guerra all’Iraq e nel contesto in cui si colloca è giustificato, utile e necessario solo un ‘no’ secco e immediato. Ogni complemento che lo precisi ponendo condizioni circa il modo o il chi, che temporeggi nella speranza che poi non ci si arrivi, che si limiti a contestarne l’efficacia — persino ogni rifiuto che lo stemperi in una scelta morale in nome del principio della non violenza, fuori dal tempo e dallo spazio — in questo momento non solo è insufficiente a fermare il corso delle cose, ma al contrario funziona come una copertura, fino alla complicità. Il copione infatti è ormai in scena e il messaggio complessivo è inequivocabile.

 

 

È un copione già visto, ricorda drammi recenti, ma richiama, pur tra tante differenze, addirittura gli anni più foschi del secolo scorso. Una tragedia in tre atti:

Atto primo. L’invenzione di un sopruso a cui reagire o di una minaccia cui far fronte. Una minaccia tanto grave e tanto incombente da legittimare non solo una ‘guerra giusta’, ma una ‘guerra giusta’ preventiva. Questa era la premessa necessaria, e una gigantesca macchina propagandistica sta già tentando di farla penetrare nel senso comune ancora dubbioso, senza essere a sufficienza contrastata. Saddam vuole presto scatenare un’offensiva, non solo in Medio Oriente ma contro tutto l’Occidente, ha accumulato o sta per acquisire i mezzi di distruzione di massa per sferrarla, occorre fermarlo in tempo, prima che l’intenzione possa essere messa in atto. Intervenire subito per impedirglielo è pertanto un passaggio cruciale e necessario della lotta al terrorismo e agli Stati che lo sostengono.

Nessuno degli elementi di questa tesi ha sia pure un minimo di rapporto con la realtà. La forza aggressiva che l’Iraq sta per ‘mettere in campo’ non solo non è infatti provata, ma è smentita anche da personaggi e settori dell’establishment interno al fronte di chi la guerra vorrebbe farla al più presto. 

Una commissione apposita dell’Onu, che doveva fare una ricognizione dello stato reale del potenziale militare iracheno dopo la guerra del Golfo, concluse che essa era ormai ridotta al dieci per cento di quella precedente e che pure era stata rapidamente sbaragliata con centinaia di migliaia di morti iracheni e 28 morti tra gli occidentali (di cui non pochi per gli incidenti). L’Iraq non ha avuto successivamente una struttura industriale per ricostruire quella forza, né i mezzi finanziari per acquistare consistenti e moderni armamenti per renderla più efficiente. Il capo degli ispettori che pure hanno lavorato per anni a una verifica, ha solennemente dichiarato che l’Iraq oggi è meno potente e peggio armato di allora. L’istituto inglese di ricerche strategiche e militari — la più autorevole autorità in materia da parte occidentale — afferma più o meno la stessa cosa.

Ma anche se in parte sbagliassero valutazione e Saddam fosse riuscito, nell’ombra, ad acquistare qualche semi-moderna e arronzata arma di distruzione, certamente egli non ha i mezzi per usarla se non poco oltre i suoi confini e solo per un orrendo atto dimostrativo, esponendosi però in poche ore alla totale distruzione, oltre che di sé e dei suoi fidi, dell’intero Iraq, da parte dei paesi limitrofi (Israele, anzitutto, come potenza atomica) e degli americani già militarmente presenti nell’area. Sarebbe l’atto di una sorta di kamikaze a scala gigantesca.
Quale plausibilità si può attribuire a questa improvvisa trasmutazione di un dittatore senza princìpi, ossessionato dalla continuità e dalla stabilità del suo regime, ormai quasi ereditario, in un nuovo Bin Laden promotore della più disperata guerra santa e personalmente pronto al sacrificio?

I pessimi precedenti in questo caso non valgono, anzi dimostrano il contrario. Il regime iracheno è esecrabile per ottimi motivi: ha massacrato i suoi oppositori in modo preventivo (comunisti anzitutto, poi minoranze musulmane o etniche, fino a membri della sua stessa famiglia e tribù); ha aggredito l’Iran (un milione di morti) con l’appoggio americano; ha infine invaso il Kuwait per allargare il suo potere economico e politico nella regione (rompendosi le corna e cercando poi di sopravvivere), pur pagando il prezzo di dieci anni di bombardamenti contro cui non poteva reagire e di sanzioni che hanno decimato il suo popolo e la sua economia. E perdendo influenza non solo tra i governi, ma anche tra i popoli arabi, palestinesi compresi. Cosa lascia sospettare la sua propensione al martirio? Perfino un fanatico come Hitler ha esitato di fronte alla guerra prima di poter avere la speranza, militare e politica, di vincerla.

Vogliamo allora ridurre l’imputazione all’ipotesi che più semplicemente egli voglia coprire e dotare di mezzi terribili per servirsene ai suoi fini di potenza regionale frustrata, il terrorismo islamico? Anche questa ipotesi non regge un minuto. Il capo attuale dei servizi segreti francesi ha spiegato su «Le monde» che al Quaeda sopravvive alla guerra in Afghanistan, e vi ha reagito decentrando i suoi uomini in una rete diffusa in molti paesi, anche in Occidente, ma soprattutto là dove esistono forze fondamentaliste — da alimentare per farsi proteggere ora e per reagire più tardi. Tra i paesi infiltrati da lui citati manca proprio l’Iraq: non a caso, ma per il carattere repressivo e monocratico di quel regime, per la sua matrice laica, per la sua frammentazione religiosa.

Ma ammettiamo pure che tutto ciò non basti a tranquillizzare l’Occidente dopo il trauma dell’11 settembre. C’è una soluzione molto semplice: l’invio di nuovi ispettori dell’Onu, con piena libertà di verifica, offrendo in partenza garanzie precise sulla loro oggettività e autonomia di giudizio, e offrendo in cambio, in prospettiva, la fine di sanzioni a quel punto senza ragione. Ma questa soluzione implica l’iniziativa di un soggetto terzo, in questo caso l’Onu, e una soluzione politica e diplomatica negoziata. L’esatto contrario di ciò che è stato fatto e si sta facendo: bombardamenti permanenti, sanzioni che dovevano essere limitate – questo era stato già deciso dall’Onu per medicinali e viveri – e sono state mantenute in piedi proprio per iniziativa di coloro che chiedono oggi il rispetto delle decisioni dell’Onu. Una soluzione politica dunque c’è, come e anzi molto di più facile che a Rambouillet, ma non la si vuole neppure tentare.

Ecco perché tutti coloro che oggi chiedono «maggiori prove prima di passare alla guerra» — o quelli che chiedono soluzioni politiche e intanto accettano la tesi della «minaccia incombente» imbrogliano se stessi e l’opinione pubblica, aprono alla guerra il primo varco essenziale. Il primo atto del dramma sta così per concludersi.

 

 

Atto secondo: l’ultimatum. Non si deve e non si può fare una guerra ‘unilaterale’, cioè non concordata tra gli alleati nella lotta al terrorismo, senza un mandato, una legittimazione dell’Onu, dicono i più risoluti; «nel quadro dell’Onu», dicono quelli che già si impegnano a sostenere comunque le scelte finali americane. Ma cosa si chiede all’Onu e cosa si sta tentando di imporre all’Onu? Un vero ultimatum: immediato rientro degli ispettori, senza condizioni si aggiunge, e senza trattative; se l’ultimatum sarà respinto la parola passerà alla forza.

Già in sé è una richiesta insensata. Insensata perché è troppo e troppo poco. Troppo, perché l’Onu non può emettere un vero ultimatum 1, dato che la sua carta costitutiva esplicitamente esclude la legittimità di un conflitto armato se non come risposta difensiva ad un attacco già iniziato (e infatti un mandato in questo senso fu possibile solo — in modo peraltro tormentato — di fronte a due invasioni già in atto oltre i confini di Stati riconosciuti: la Corea e il Kuwait. L’Onu può solo formulare risoluzioni impegnative, come quelle reiterate più volte contro l’occupazione israeliana dei territori palestinesi, il cui rispetto gli americani stessi attivamente hanno sabotato. Oppure l’Onu può favorire altrettanto impegnativi accordi multilaterali, come quello sulla non proliferazione delle armi nucleari, che gli americani trasgredirono o permisero di trasgredire ai loro fedeli (Israele, Pakistan, ecc). 

Troppo poco, perché un ultimatum non definirebbe né chi, né come, né fino a quale sbocco dovrebbe essere gestita una ‘guerra preventiva’ – anzi, nel caso attuale, già si accompagna ad una concentrazione di massicce armate americane e inglesi sul teatro del conflitto, come elemento di pressione –, e finirebbe con il lasciare alla decisione unilaterale delle forze in campo tutte le decisioni successive.

Chi chiede dunque un ultimatum, e chiede «di agire nel quadro dell’Onu», mente, o meglio predispone una ‘legittimazione’ fasulla e a posteriori che sovverte dalle radici l’ordine internazionale. Chiede un atto illegittimo e un mandato in bianco, anche se si riuscisse ad evitare un veto nel consiglio di sicurezza, tanto più se si dovesse passarci sopra. Questo ‘secondo atto’ del copione — nel momento in cui scriviamo, cioè dopo il discorso di Bush sostenuto da Blair e tra gli altri da Berlusconi — sta già andando in scena.
Terzo atto. Proclamato un ultimatum, si aprirà la strada alle sue diverse interpretazioni, e ai diversi giudizi sul se e sul quanto esso sia stato, o si avvii a essere effettivamente rispettato (è già avvenuto in passato sulla questione degli ispettori e delle sanzioni). Così diventa facile, quasi scontato, che incidenti, sommosse interne vere o presunte, o provocazioni bene o male preparate, consentano a chi già lo vuole di passare subito e da solo a vie di fatto, andando presto e automaticamente oltre la questione del ‘disarmo’ da imporre, arrivando subito a una guerra totale che – per rovesciare un regime (il vero obiettivo) – massacri un paese e diventi poi arbitro del suo futuro assetto, fino a un protettorato permanente. È già avvenuto nel caso del Kosovo (dal fallimento programmato della trattativa, all’intervento ‘umanitario’ per fermare la pulizia etnica, allo smantellamento generale della Serbia, alla fine imposta dalla federazione jugoslava, all’impianto permanente delle basi americane). Più sinistramente, l’intero copione riproduce esattamente le antiche vicende dell’Anschluss, della cancellazione della Cecoslovacchia, del corridoio di Danzica.

C’è un ragionamento ancora più importante da fare, anch’esso fondato non su supposizioni, ma su fatti incontrovertibili e conosciuti da tutti. Riguarda il nesso tra l’intervento in Iraq e la dottrina, la strategia generale che lo giustificano e lo chiariscono. Anche qui il dubbio non è lecito.

 


Ancor prima dell’11 settembre, tanto più esplicitamente dopo, Bush — e particolarmente il suo vicepresidente, il suo ministro della difesa e il suo consigliere per la sicurezza — hanno annunciato una svolta generale nella politica estera americana. Il loro discorso è brutale ed ha il merito della chiarezza. Vale dunque la pena di riprenderlo. Si scrive, si dice, si ripete: dopo la fine della guerra fredda il mondo è rimasto senza un governo, ma non per questo senza conflitti, esso è e sarà percorso da antagonismi economici, sociali, geopolitici che nel lungo periodo, ma solo nel lungo periodo, lo sviluppo delle risorse economiche assicurato dal mercato e la generalizzazione delle democrazie rappresentative possono e debbono gradualmente e fino a un certo punto comporre. Ma nel frattempo questo processo non può avvenire senza ordine e stabilità politica, anzi, in mancanza di un potere forte e dotato di mezzi coercitivi adeguati, si moltiplicheranno aree di crisi, episodi di sovversione, prolifereranno di fondamentalismi etnici e religiosi, di cui il terrorismo è la espressione fatale e la conseguenza.

L’idea di neutralizzare il terrorismo o di comporre le crisi regionali, rimuovendone le cause lontane e profonde, è pertanto un’illusione totale. Al contrario, estirpare il terrorismo con la repressione senza limiti, e rovesciare gli stati che direttamente o anche indirettamente contribuiscono al disordine, resistono al mercato e non si adeguano ai valori e alle regole del modello politico e culturale oggi di valore universale è la condizione preliminare per assicurare la soluzione dei problemi reali del mondo e garantirgli un futuro migliore.
Gli Stati Uniti rappresentano la migliore approssimazione di questo modello da esportare, e solo essi hanno i mezzi necessari per garantire l’ordine. A condizione di mantenere una supremazia militare permanente e soverchiante, di esibirla sul campo come deterrente assoluto, di non poterla usare senza vincoli. Parole come ‘guerra di lunga durata’, ‘paesi canaglia’, ‘missione americana’, hanno un senso in questo ragionamento.

E non è solo una dottrina annunciata. Già si è tradotta in un chiaro progetto di ristrutturazione della spesa militare, con un nuovo gigantesco finanziamento programmato, con l’innovazione dei sistemi d’arma, dei modelli organizzativi, nella dislocazione delle forze 2. Gli Stati Uniti devono essere non solo i più forti, ma capaci di intervenire subito e ovunque, di fare guerre senza dover subire vittime o perdite, e di poterlo fare a loro criterio – ‘legibus soluti’ (in parte anche all’interno del loro campo e del loro paese). E già si è manifestata con atti concreti in altri campi: il rifiuto di una corte internazionale che possa imputare loro crimini di guerra, il rifiuto di vincoli anche molto limitati a proposito dell’ambiente, le svolte ‘preventive’ quali il sostegno alla violenza e all’intransigenza di Sharon, i primi segni di svolta in Venezuela, Colombia, in tutta l’America Latina e l’Asia centrale.
A questo punto resistere all’intervento armato in Iraq e contemporaneamente ribadire la convergenza strategica con la politica americana, anche nella sua attuale versione, come fa ancora tanta sinistra di casa nostra, è un puro segno di cecità e di opportunismo, e finisce con il togliere all’opposizione la sua arma più importante ed efficace verso Bush, cioè il rischio di una crisi nei suoi rapporti con l’Europa.

Non voglio dire con questo che anche incrinature, riserve parziali, nel fronte moderato, siano prive di significato. O che il corso delle cose sia già definito in partenza, immodificabile, e il disegno attuale degli Stati uniti non incontri difficoltà e sia destinato al successo.

C’è, per l’immediato, un’opinione pubblica in Europa, e anche negli Stati Uniti, ben più perplessa e incerta che mai prima d’ora: sull’utilità della guerra e sul valore universale del modello americano. C’è nel mondo arabo una difficoltà ad allinearsi ben più grande che rispetto alla guerra del golfo e quella in Afghanistan. La Cina e la Russia non possono non avvertire che la dottrina Bush nel lungo termine le riguarda direttamente. La critica e l’autocritica dell’americanismo entusiasta e dell’occidentalismo acritico, nel mondo intellettuale, dopo un picco emotivo, è in netta ripresa: basta leggere la stampa internazionale o vedere il film sull’11 settembre dopo un anno.

Voglio solo dire che siamo a un confine oltre il quale la prudenza o la reticenza ora si separano dal realismo, perdono efficacia, compromettono il futuro. Con questo intervento si tornerebbe indietro di secoli, quanto alla percezione della guerra nel senso comune, ma ormai in una epoca nella quale i mezzi avveniristici di sterminio assumono una portata inimmaginabile. E al tempo stesso si varca un confine oltre il quale la lotta contro la guerra ridiventa non solo affare di minoranze o questione morale, ma torna a presentarsi come l’incrocio tra tutte le altre, connette problemi di libertà, di legalità, di giustizia sociale, di sopravvivenza del genere umano. Perciò essa può raccogliere il consenso di una maggioranza, unire movimenti e culture diverse, Nord e Sud del mondo, offrire finalmente un nuovo punto di partenza per ricostruire su nuove basi una sinistra oggi smarrita e divisa, per tessere nuove alleanze senza perdere identità culturale e programmatica. Una prima discriminante insomma per ristabilire una differenza reale e non nominalistica tra destra e sinistra. Anche questo è già accaduto in un passato non troppo lontano, quando tutto sembrava ormai compromesso.

Non credo che questa speranza, per quanto ancora esile, sia priva di fondamento.

Prendiamo come esempio la vicenda che meglio conosciamo, sulla quale possiamo incidere. In Italia e in Europa una nuova destra ha assunto, in pochi anni, il governo di molti e grandi paesi del continente. Lo avevamo previsto e ne abbiamo parlato a lungo. Perché non si è trattato solo di un’oscillazione elettorale, ma dell’approdo di una conquistata egemonia e della costruzione di un blocco di forze sociali, che ha unito masse disorientate e deluse con poteri interni e internazionali dotati di imponenti strumenti. E da tutto ciò le forze di sinistra sono state infiltrate o conniventi, uscendone con le ossa rotte. 

Ma in breve volgere di tempo, per una classe dirigente ancora più incapace di quanto la si immaginasse, e per una crisi economica che la stringe rendendola molto più avventurosa, aggressiva ma anche più vulnerabile, la situazione per la destra vittoriosa è cambiata non poco.

Mi azzardo a dire che si tratta di qualcosa di più di un disagio. Il governo non appare solo screditato, e non importano molto le sue incertezze e interne divisioni. Esso ormai fatica a tenere insieme il suo blocco sociale, populismo e liberismo. Cominciano quindi ad emergere gli elementi e le premesse di una competizione vera tra due schieramenti politici e sociali.
È nato un movimento di massa che ha un orizzonte e connessioni mondiali e, sia pure confusamente, è riuscito a riportare in primo piano nel sentimento delle masse, nelle élites intellettuali, negli stessi partiti, i grandi e drammatici problemi della società postindustriale: disuguaglianze, esclusioni, precarietà del lavoro, degrado ambientale, degenerazione delle istituzioni. La crisi economica, quale che ne sia l’evoluzione prossima futura, ha riaperto in tutti un dubbio se non sul capitalismo in generale almeno sull’attuale assetto capitalistico: neoliberista e neoimperiale.

A questo movimento più radicale, se ne sono poi affiancati — soprattutto in Italia ma non solo — altri: una ripresa imponente delle lotte dei lavoratori in difesa dei loro diritti, delle loro condizioni materiali, dello stato sociale; e una inattesa mobilitazione di moderni medi ceti, anche moderati, ma ormai animatissimi da un rifiuto intransigente del berlusconismo e dall’esigenza di restaurare legalità e democrazia. Un’opposizione che cresce, e si fa vedere.

Ho sentito molti dire che — secondo costituzione — non è con la piazza che si cambiano legalmente i governi. Altri rispondere che i movimenti non solo sono un diritto ma un utile stimolo. Cose ovvie ma in cui sfugge l’essenziale. Da sempre il movimento operaio e la sinistra hanno creato con lotte permanenti le basi della democrazia, legato ampie masse a solide appartenenze ideali e politiche, spostato o orientato l’opinione incerta e passiva. Oggi tutto ciò è più vero che mai: perché solo una democrazia partecipata, radicata in lotte, esperienze e discussioni collettive, può costruire nuove maggioranze contro un sistema informativo completo, compatto e monocratico, in una società atomizzata, con i poteri di fatto sottratti largamente alla sovranità popolare.

E infatti è questo risveglio di partecipazione che sta spostando l’opinione, evoca una nuova leadership (la meritata popolarità del nuovo Cofferati), condiziona un ceto politico quasi agonizzante e penetra anche in forze politiche incapaci di autoriforma. 

Ma tutto ciò è ancora lontano dal garantire una vittoria elettorale e soprattutto una alternativa, di esprimere cioè un progetto riformatore complessivo e ambizioso e assicurargli un consenso duraturo, di fronteggiare il quadro mondiale. I movimenti sono comunicanti ma non convergenti, il loro radicamento diffuso, la loro capacità di azione quotidiana restano limitati, gruppi dirigenti e culture approssimativi. Nella sinistra politica moderata si offre un leader carismatico, determinato nella lotta difensiva, ma incerto o prudente nel definire una prospettiva; e il dibattito, la riflessione, l’iniziativa non riescono ad andare oltre i confini di un restauro dell’ulivo del ’96. La sinistra alternativa, che pure ha spesso visto e previsto giusto, resta minoritaria, frammentata, autoreferenziale, comunque non egemone. Parlo non solo dell’Italia, ma tanto più dell’Europa, dimensione senza la quale non c’è spazio vitale.
Bene, in questo circolo vizioso tra pericoli che si aggravano e occasioni che non si riesce pienamente e rapidamente a cogliere, la questione che oggi irrompe sulla scena — quella della nuova guerra — diventa decisiva. Può travolgere quello che resta di spazio democratico. O al contrario invertire una tendenza.

La ‘grande alleanza’ del tutto subalterna agli Stati uniti e al loro progetto, e di cui l’Europa è un pilastro, si è ora incrinata: la Francia, alcuni paesi nordici, la stessa comunità europea vi riluttano, la Germania vi si oppone. L’opinione pubblica è ovunque in maggioranza diffidente. In Inghilterra il sindacato e una forte minoranza laburista contrastano le scelte di Blair. La Cgil in Italia e molte organizzazioni cattoliche hanno preso una posizione netta di rifiuto, le manifestazioni di piazza convergono: al precipitare delle cose, l’Ulivo può esserne letteralmente sconvolto Un grande, tragico appuntamento dunque, come in passato, sul quale si ridefiniscono identità, collocazioni, raggruppamenti politici e sociali. Ma appunto perciò occorre che il pronunciamento di ciascuno sia netto, sia consapevole delle sue ragioni profonde e delle sue implicazioni future. E sia pronunciato subito, per influire sul corso delle cose prima che la moderna macchina mediatica e l’antico ricatto patriottardo riconducano la maggioranza nella palude.

A me paiono buone ragioni per assumere questa come discriminante prioritaria tra chi sta da una parte o dall’altra, alla quale quindi subordinare oggi e per il prossimo futuro ogni alleanza elettorale, ogni programma di governo, ogni appartennza organizzativa. I bulli romani della tradizione dicevano: «prima meno, poi discuto». Da buoni pacifisti diciamo più mitemente: prima contrastate questa guerra annunciata, fate in tempo tutto ciò che potete per evitarla e poi discuteremo.


note: 
1  Lo ha argomentato in dettaglio con uno studio ampio un autorevole Centro di ricerca tedesco di politica internazionale: Die Arbeitsgemeinschaft für Friedens und Knfliktforschung. 
2  Cfr. gli articoli di R. Falk e (particolarmente) quello di M. Klare nel N. 31, settembre 2002, di questa rivista. 

 


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