numero  49  aprile 2004

Guerra e terrorismo

PACIFISMO DURATURO 

Lucio Magri   

 

La strage di Madrid, la vittoria di Zapatero, poi le manifestazioni in tutto il mondo, hanno trasmesso nuove e più forti ragioni per esistere, e speranze di crescita, al movimento della pace, e insieme gli pongono problemi aspri e più complessi per il futuro prossimo e più lontano. 

Sulla vicenda spagnola - a parte le solite contorsioni tattiche del ceto politico cui siamo abituati, in particolare l'iniziativa del Campidoglio miserrima e abortita - si è sviluppata in Italia una discussione interessante, in cui erano presenti, seppur minoritari, riflessioni e giudizi coraggiosi oltre i confini della sinistra (mi riferisco ad esempio agli articoli di Eugenio Scalfari, in implicito dissenso rispetto al suo stesso giornale). Un punto essenziale è rimasto però un po' in ombra e merita tornarci sopra come chiave di lettura di una realtà più generale.

 

 

Prima dell'11 marzo una vittoria elettorale di Aznar era da tutti data per certa. Gli stessi socialisti si proponevano come obiettivo realistico quello di impedire una maggioranza assoluta dell'avversario. Tutti sapevano, certamente, che nell'ultimo anno l'opposizione alla guerra in Iraq era condivisa dalla maggioranza degli spagnoli, come e ancora di più che dalla maggioranza dei greci e degli italiani. E, infatti, soprattutto per questo, nelle elezioni parziali e nei sondaggi i socialisti davano segni di ripresa; non al punto però da recuperare un distacco di ben dieci punti e rovesciare le cose, anche perché il governo di centro-destra non si era mosso, nella sua gestione del potere, con la rozzezza di Berlusconi né aveva prodotto analoghi disastri. 

A tre giorni dalle elezioni è intervenuto però il massacro terroristico. Uno sconvolgimento era scontato: ma in che direzione e soprattutto in che misura? A conti fatti: una partecipazione cresciuta del 10%, e tre milioni di voti ai socialisti in più. Molti hanno attribuito quasi per intero una tale sorpresa allo spudorato tentativo del governo di imbrogliare l'opinione pubblica, attribuendo all'Eta la responsabilità delle bombe. Fattore che ha certamente pesato come catalizzatore e moltiplicatore dell'evento elettorale ma non lo spiega. Perché rimanda a un altro interrogativo: perché un tentativo così disperato è, infatti, subito fallito? Indubbiamente, dire dall'inizio che le responsabilità non erano certe, e poi via via riconoscere quelle di al-Quaeda avrebbe portato in primo piano la scelta di partecipazione attiva all'intervento in Iraq e dava un forte argomento a chi vi si era opposto. Ma avrebbe potuto giocare anche in altro modo. Non solo, infatti, in generale eventi così tremendi generano nell'opinione riflessi di ordine, a vantaggio di chi governa: ma questa strage aveva una particolare odiosità. I terroristi non avevano ucciso chi la guerra l'aveva a qualche livello decisa o sostenuta, facendo esplodere la macchina di un ministro, come a suo tempo quella di Carrero Blanco. Al contrario avevano scelto le proprie vittime tra lavoratori, anche immigrati, povera gente tra la quale probabilmente anche chi era andato in piazza a protestare contro la guerra.

Il comunicato islamista che poi la rivendicava era anch'esso quanto di più repellente, un inno alla morte degli infedeli, una velleità dichiarata di annientare non i propri oppressori, ma le altre civiltà o le altre religioni. Erano questi gli elementi sui quali Bush, dopo l'attacco alle Torri Gemelle, era riuscito a mobilitare un consenso di massa negli Stati Uniti per mettere in atto quella strategia della guerra infinita che da tempo era elaborata, ad accendere un fondamentalismo da opporre all'altro in un conflitto di civiltà. Aznar non ha potuto o saputo farlo. L'11 marzo di Madrid ha prodotto al contrario una spinta politica e ideale opposta a quella seguita all'11 settembre di New York. Insisto su questo elemento di lettura della vicenda non solo perché mi pare il più razionale, ma perché per spiegarselo occorre risalire a qualcosa il cui valore va ben oltre la Spagna, e la contingenza. Parlo della forza irresistibile dei fatti, che opera a dispetto delle manipolazioni mediatiche, se trova un movimento di massa e una rappresentanza politica che sappia farla valere. 
Tra quelle due date sono, infatti, accadute molte cose. La guerra in Afghanistan ha travolto i talebani ma senza sradicare affatto l'organizzazione policentrica di bin Laden. La guerra in Iraq ha mostrato tutta la sua illegalità, perché clamorosamente è emersa ed è stata riconosciuta la duplice menzogna con cui la si giustificava: quella sulle armi di sterminio di massa, della minaccia incombente; e quella del rapporto tra il regime iracheno e il disegno del terrorismo islamista. Altrettanto evidente è poi diventato che rovesciare con la guerra Saddam non stabilizzava né l'Iraq né il Medio Oriente, ma al contrario apriva la strada a una guerriglia duratura; non esportava `la democrazia' ma produceva anarchia e guerra civile.

 

 

Il conflitto palestinese-israeliano, d'altra parte, non si è avvicinato alla conclusione, ma è diventato più violento e meno facile da affrontare: malgrado molte forze si siano mosse nei due campi per trovare strade nuove, l'asse Bush-Sharon, uniti nella guerra al terrorismo, portava al peggio. Infine, e soprattutto, il terrorismo è cresciuto in quantità, in qualità, in ubiquità. Il nesso tra guerra e terrorismo, tra volontà di dominio e rivolta integralista e sanguinaria, l'alimento che l'una fornisce all'altro, sono diventati un'evidenza cui nessuna persona onesta e ragionevole può sottrarsi.

La forza di Zapatero è stata e resta tutta nel fatto di avere, prima e dopo le elezioni, riconosciuto questa evidenza, e di averne tratto una conseguenza politica coerente e operativa. E qui sta la vera differenza che, almeno sulla questione della guerra, lo distingue. Una differenza di sostanza: perché non si tratta solo di decidere se ritirare ad aprile oppure a giugno mille o duemila soldati acquartierati in Iraq; ma a quale obiettivo tale atto di rottura debba servire, o a quali condizioni possa essere revocato. Parlare di un maggiore peso da dare all'Onu non significa infatti quasi niente e nella condizione concreta una operazione di facciata servirebbe a poco. Zapatero ha chiesto apertamente invece un'autocritica sulla decisione di fare la guerra, la direzione politica del processo di ricostruzione statuale ed economico da parte dell'Onu, e il comando Onu effettivo di una presenza militare pacificatrice: cioè la fine pregiudiziale di un regime di occupazione. Coloro che si sono astenuti nel Parlamento italiano non lo hanno fatto: e non lo faranno.

Tutto ciò spiega, valorizza e qualifica la giornata pacifista mondiale del 20 marzo. Riprendere l'immagine, simbolica e provocatoria, della `seconda potenza mondiale' mi pare esagerato: quasi solo in Italia si è ripresentata la marea di popolo del 15 febbraio 2003, solo in Spagna e in America Latina il movimento pacifista ha spostato i rapporti di forza a livello istituzionale. Ciò che conta, e su cui si può realmente contare, è piuttosto che questo movimento, militante e di opinione, abbia comunque mantenuto la sua vitalità e sia anzi cresciuto nella sua estensione geografica, in un quadro politico molto più difficile: dato che la guerra è ormai ufficialmente conclusa, il dissenso di grandi Stati (Russia, Cina, Germania, Francia), pur senza venir meno è diventato più elastico (e la voce del Vaticano meno solenne e a volte contraddetta). E abbia così mostrato di essere - per la forza delle sue ragioni - un protagonista permanente nella definizione dei rapporti di forza mondiali, non condannato al minoritarismo e alla testimonianza, ma capace di parlare a gran parte della società, e, quando le circostanze si presentano, di cambiare il corso della politica in grandi paesi. 

Non meno importante è il fatto che il movimento sia nuovamente riuscito in questa contingenza a sfuggire alla tenaglia tra guerra e terrorismo, anzi abbia ancor più assimilato l'avversione a questa coppia.

Certo, vederlo, irenicamente, come un movimento neogandhiano o neoevangelico, tutta gente pronta a offrire l'altra guancia per convertire gli aggressori con la propria superiorità morale, sarebbe un po' esagerato e retorico, e personalmente neppure me lo auguro. Ma ancora più sbagliato e pericoloso è enfatizzare qualche episodio circoscritto di intolleranza o di rissosità come indizio di una doppiezza irrisolta o premessa di una evoluzione violenta. Nel postsessantotto questo genoma era riconoscibile, ed errori grossolani da versanti contrapposti ne favorirono l'evoluzione. Nel settantasette il nodo venne poi al pettine e fece danni drammatici. Ma si permetta a chi quel passaggio visse da vicino, e lo contrastò senza esitazioni, di testimoniare che il movimento attuale contro la guerra imperiale, contro il liberismo selvaggio, contro la degenerazione mercantile della macchina politica nel suo complesso, non porta in sé, neppure nei suoi settori radicali, un'analoga vocazione: per le forze e le culture che vi prevalgono, anche per l'ottimismo con cui vede il lungo periodo, addirittura per lo spirito dei tempi in cui è immerso (l'insofferenza per la disciplina, il disincanto delle ideologie forti). L'estremismo violento, quello vero, tenace e diffuso, che esige volontà di rischio e di sacrificio, fedi assolute, non abita più qui, nel movimento, nella sinistra. Resterà a lungo più facile vedere estrarre un coltello, o un bastone che spacca una testa, alla porta di uno stadio che non in una manifestazione. La violenza potrebbe rinascere, in politica e a sinistra, e assolutamente marginale, minoritaria, solo da un trapianto dall'esterno (cioè dal campo e dalla cultura avversa) e solo quando e dove si chiuda ogni spazio per qualsiasi cambiamento e si cancelli ogni forma di autentica rappresentanza democratica.

Possiamo allora ragionevolmente sperare che nel prossimo futuro le cose volgeranno al meglio: in Italia, in Europa, nel mondo; che la offensiva neoliberista, neoimperiale e neoautoritaria, in atto da più di un ventennio, comincerà presto a esaurirsi, verranno ridotte le sue conseguenze più pesanti sul terreno delle condizioni di vita, dei diritti sociali, dell'esercizio democratico, o quanto meno si arresterà la spirale tra terrorismo e guerra; vedremo cioè scemare l'impiego massiccio del dominio, della violenza e della forza che rappresenta la terribile novità dell'ultimo periodo? Io ne dubito.

Credo, certo, che si siano aperti spazi per porsi un tale obiettivo, che i nostri avversari peggiori vivano un effettivo momento di difficoltà, che gli scenari risulteranno fortemente modificati - nuovi equilibri, nuove strategie. Ma una svolta reale è ancora lontana, e alle forze di cambiamento già si pongono, si porranno, problemi non meno aspri e ancor più complessi

La ragione generale di tale convinzione si può facilmente intuire nei fatti, ma molto difficilmente padroneggiarla nell'analisi e soprattutto risolverla.

 

                                                                                              

                               

Ciò che abbiamo ormai in tanti definito e denunciato con le parole neoliberismo, neoimperialismo, neoautoritarismo, non si dimostra affatto una `tigre di carta', una parentesi. È un assetto forte, nato da due grandi rotture epocali: il crollo verticale del `socialismo reale', che per decenni aveva costituito per molti una speranza, per tutti un equilibrio mondiale tra potenze concorrenti; la ristrutturazione capitalistica sorretta da una rivoluzione tecnologica, che ha modificato la composizione sociale, il modo di vivere, di produrre, e anche di pensare. Ne è sortito un sistema possente e pervasivo: un potere piramidale dietro l'apparenza del decentramento, capace di esercitare, o almeno di surrogare, una egemonia globale, attraverso il monopolio finanziario, tecnologico, mediatico e militare. Di cooptare così, in una scala gerarchica, le élites di molti paesi, di sedurre o remunerare nuove classi intermedie, di manipolare il consenso popolare atomizzato, di emarginare una parte del mondo rendendola disperata e muta. Per una breve fase esso è riuscito ad accreditare la promessa di una prosperità generale e inclusiva - alla lunga conveniente per tutti; e un mondo governato dall'imparziale e silenziosa logica del mercato. Ma via via che quella speranza crollava, che affioravano invece i fallimenti, i costi sociali e umani, e si profilavano catastrofi future, diseguaglianze intollerabili e cumulative, difficoltà della stessa espansione economica, non per questo quel potere è stato intaccato: da un lato ha scoperto ed esibito il peso e l'efficacia del diretto dominio militare di cui disponeva (guerre, occupazioni, nuove alleanze geopolitiche), dall'altro lato, quello economico, è stato spinto a cercare e a trovare grandissimi paesi - l'Estremo Oriente soprattutto - come nuove riserve (in prospettiva potenziali antagonisti, nel medio periodo forza motrice di un nuovo equilibrio dinamico). Su chi resta fuori dal gioco, o rifiuta di parteciparvi in funzione subalterna, opera il ricatto della marginalità e del declino. Soluzione di una crisi? Niente affatto, anzi il suo uso per una strategia più pericolosa ma comunque efficace. 

Non è qui il caso di approfondire questo discorso, mi bastava far notare che la militarizzazione non è la risposta unica e disperata di un sistema che si dibatte, ma solo uno dei suoi elementi, integrato in molti altri, meno aberranti ma non meno potenti. Le cui dinamiche noi ci siamo impegnati a decifrare, ma con una analisi ancora inadeguata e forse schematica: spesso troppo catastrofista nel descrivere lo stato dell'avversario, forse troppo fiduciosa circa la prospettiva dei movimenti che vi si oppongono. Certamente nessuno è finora riuscito a delineare i primi elementi e gli itinerari di un'alternativa di fase.

Vorrei limitarmi a fare due esempi, restando al tema cui questo articolo è dedicato - la questione della pace - ed entro i confini dell'immediato e dei fatti.

1. La questione del terrorismo. Ad essa, fin dall'11 settembre, questa rivista ha dato maggiore attenzione di molti altri. Ma forse non valutandone abbastanza il peso, e soprattutto l'evoluzione: il fatto che esso è oggi - a suo modo - una `potenza mondiale' e anch'esso rappresenta una novità epocale. Abbiamo sostenuto: che questo terrorismo non era affatto un fenomeno minoritario e transeunte di fanatismo criminale, e tanto meno il naturale riemergere di una antica cultura e di una religione, ma il prodotto di un nuovo fondamentalismo di massa alimentato, e anzi consapevolmente sorretto e finanziato dall'Occidente, prima per liquidare il nazionalismo laico e progressista arabo e terzaforzista, poi specificamente per organizzare la guerriglia afghana; che, proprio per questo, aveva un retroterra e una base potenziale enorme e un moltiplicatore potente nel dramma palestinese e nella povertà delle masse arabe, nella corruzione e nel parassitismo dei governi; di conseguenza, che pensare di sradicare questo terrorismo con la guerra, opponendogli l'Occidente come modello, o usando solo misure di repressione e sicurezza impotenti rispetto alla sua struttura reticolare, era un'illusione destinata a moltiplicarlo, quando non un paravento per perseguire tutt'altri obiettivi; infine che, al contrario, esso poteva essere prima arginato, poi battuto, anzitutto con gli strumenti della politica, `prosciugando l'acqua in cui nuotava', eliminando le basi del suo radicamento sociale e del suo fanatismo ideologico.

Ora, i fatti stessi hanno convinto molti, anche in Occidente, di queste verità evidenti. Tuttavia non è ancora chiaro che, essendosi già percorsa, e nelle forme più estreme, un'altra strada, il nuovo terrorismo ha ormai compiuto un salto di qualità: si è diffuso, si sta saldando con sentimenti di massa che coinvolgono un mondo di centinaia di milioni di uomini, e l'ideologia dello stragismo e del martirio si è radicalizzata. A questo punto una politica del tutto diversa diventa più necessaria ma nel contempo più difficile. Come `prosciugare l'acqua' quando non si tratta di una pozzanghera paludosa vicino a casa, ma di un mare lontano dove si parlano linguaggi diversi? Come si risolvono i problemi della povertà estrema e dell'oppressione insopportabile, quando ogni giorno la violenza chiama violenza, l'odio chiama odio, un integralismo ne produce un altro; quando rovesciare governi dispotici e conniventi può produrre anarchia o condurre a poteri peggiori? Come si impedisce insomma che si produca su scala ben più grande la stessa impasse della questione palestinese: una soluzione che sembra a portata di mano (nel caso palestinese: due popoli, due Stati; nel mondo arabo: usare la rendita petrolifera per una decente sopravvivenza) e tuttavia tale possibilità non si realizza?

Mezze misure non sono più sufficienti, l'invocazione dell'Onu rischia di diventare retorica. Occorre prendere atto che il problema è di lunga durata, implica mutamenti profondi - geopolitici, ad esempio sospendere il sostegno ai Sauditi e a Sharon, ed economici, nel controllo del petrolio e nella requisizione delle sue rendite. Mutamenti che gli Stati Uniti, con o senza Bush, possono difficilmente accettare e che comunque darebbero frutti non immediati. E perciò tanto più occorrono primi passi, segnali e scelte immediate tanto nette ed eloquenti da risultare minimamente credibili: l'Onu in Iraq con reale comando, ad esempio, ma dunque un'Onu rapidamente trasformata e riformata e perciò in grado di esercitarlo.

2. Questo mi porta alla seconda questione: chi è in grado di rompere la spirale terrorismo-guerra, con rapidità ed efficacia, oggi e non tre anni fa o tra cinque anni? La pressione di un grande movimento pacifista è una risorsa straordinaria. Ma altrettanto occorrono azioni decise di soggetti di governo, con dimensioni adeguate. Il solo soggetto adeguato e possibile sarebbe l'Europa, un'Europa decisa a contrastare anche senza rotture plateali, la politica e i giganteschi interessi americani che le sottostanno. Ma questa Europa è dubbio che ancora ci sia e che lo voglia. Oggi al governo degli Stati europei quasi ovunque c'è la destra. Ed è difficile che le cose cambino in tempi brevi: perché per una Spagna che si sposta in un senso c'è una Grecia che si sposta in un altro, e una Germania che sembra avviarsi verso lo stesso esito. Anche i governi che più si sono opposti all'intervento in Iraq (Francia, Germania, per non parlare della Russia) del resto esitano a prendere oggi posizioni nette, perché cercano piuttosto un compromesso col modello americano come risposta alla loro montante crisi economica. In Europa stanno inoltre entrando proprio ora molti paesi che hanno fiancheggiato la guerra, e cambiano l'equilibrio. Infine, e soprattutto, la stessa sinistra di opposizione, ma con ambizione e in taluni casi con qualche possibilità di tornare al governo, in Italia ma forse anche in Francia, si è di nuovo e di più spostata su posizioni moderate e centriste, anche sul piano della politica estera: critica l'unilateralismo, ma intende per multipolarismo una partnership euro-americana; progetta una propria forza militare ma nel quadro della Nato, come poliziotto del mondo; rifiuta la guerra preventiva non legittimata dall'Onu, ma non quella `per i diritti umani' già pessimamente sperimentata. Attende la vittoria di Kerry, che sarebbe di certo una novità importante e positiva, ma ciò cui aspira, complessivamente, è un ritorno alla linea di Clinton, mediata da Blair. Comunque si sviluppi questa vicenda, una vera svolta non sembra in vista. Ecco perché dico che nel prossimo futuro la spirale guerra-terrorismo, anche se non precipita, non sarà fermata.

Torniamo così al solito punto dolente dello stato delle cose, quello che nessuna elezione, né una manifestazione, può farci trascurare. Per quanto il movimento di opposizione di massa sia potente, per quanto la crisi e il declino economico si accentuino, per quanto il fallimento di tutta una politica internazionale ed economica diventino più evidenti, in Europa il canale di comunicazione tra la società e le sue rappresentanze politiche non si riapre, quasi si approfondisce. Quelle forze politiche, che pure hanno investito sul movimento e sull'alternativa, restano marginali. Né ciascuna di esse, né semplicemente sommandosi, mostrano di avere la quantità e la qualità per rompere questo circolo vizioso: costruire alleanze più vaste, ma tenendo ferme discriminanti essenziali. E dal canto suo lo stesso movimento - che pure è ormai intrinsecamente politico - per tutelare giustamente la propria autonomia e la propria unità, per una sfiducia altrettanto giustificata verso il sistema politico così com'è, ma anche per l'ideologia che vi domina mostra di non preoccuparsene troppo. Verrà il momento - forse dopo le elezioni europee, ma prima che l'imminenza di quelle politiche lo inquini e lo vincoli - in cui questo problema della ricostruzione di una vera sinistra propriamente politica venga capito e discusso, con la radicalità e l'urgenza che la situazione impone? E sia coraggiosamente affrontato alle sue radici culturali, teoriche, organizzative e programmatiche, ben oltre, cioè, le convenienze tattiche?

Questa rivista, per poco che conti, l'ha proposto fino alla noia, ora siamo decisi a riproporcela e a riproporla in modi più netti e meno diplomatici.

 


 

 


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