NUOVA PSICHIATRIA E PCI

UN RAPPORTO CHE SI RINSALDA 

 

 

Roma 1984. Intervento conclusivo di Lucio Magri in qualità di Responsabile della Commissione Politiche sociali della Direzione del Pci  

 

In questo intervento si discute di  qualità dello sviluppo attraverso il paradigma della riforma psichiatrica intesa come punto più avanzato e forte dello scontro sociale e politico. Perché sostituire l’assetto asilare con la psichiatria del territorio, la strategia  del reinserimento, vuol dire contestare in radice l’ipotesi della ghettizzazione degli  emarginati, affermare una terapia che sia di tutti e per tutti, criticare il modello privatistico curante-malato; e dall’altro lato perché nuova psichiatria vuol dire presa di coscienza e socializzazione  del disagio, dove la pratica sociale è terapia essa stessa. Questo è dunque il terreno più forte dal quale emerge in modo più diretto ed evidente la supremazia di una concezione della salute come servizio sociale e come bisogno sociale in senso forte.

 

 

E’ consuetudine consolidata che alla fine di un importante Convegno - e per di più in una situazione politica in movimento -, il politico che è chiamato a concludere introduca nel suo discorso, e non marginalmente, una riflessione sulla situazione politica. In questo modo l’esperto di sente tutelato da fastidiose ingerenze e a sua volta il politico evita il rischio di pencolarsi pericolosamente su tematiche assai complesse e di cui ovviamente ha un’informazione approssimativa. Dico subito però, che intendo non rispettare questa prassi e non parlerò dunque della crisi di governo, ma cercherò, per quel poco che ne sono capace, di misurarmi direttamente con le tematiche, più semplici e meno semplici, che sono emerse in questo convegno.

Anzitutto, lo dico un po’ scherzosamente, il solo legame tra le vicende dell’attuale crisi politica e la psichiatria, sta forse nei comportamenti che caratterizzano il decorso di questa crisi: manie di potenza, discorsi sconnessi, fissazioni simboliche che mistificano le ragioni reali del conflitto, oscillazione tra esplosioni di aggressività e desideri suicidi. Su tutto ciò, evidentemente, voi operatori psichiatrici siete assai più competenti di me…  e in secondo luogo, e più seriamente, perché la politicità della tematica che qui ci ha occupato è assai più interessante e diretta di quanto non potrebbe dire qualsiasi analisi sulla crisi di governo.

Ed è su questo valore politico generale intrinseco della questione psichiatrica che vale anzitutto la pena di soffermarsi, perché è la ragione  che ci ha spinto a tenere questo  convegno.

Non a caso, infatti, tra il movimento di critica della psichiatria e il partito comunista si è sviluppato per un ventennio un legame, a volte conflittuale ma assai profondo, che ha trasformato l’uno e l’altro. A questo  legame si deve il fatto che il movimento abbia trovato, qui in Italia,  un ampio parco di interlocutori sociali, che abbia inciso sulla vita reale delle strutture sanitarie e che, reciprocamente, molte delle sue tematiche più avanzate, come l’antistituzionalismo, abbiano in parte trasformato il generale modo di essere e di pensare del movimento operaio e delle grandi masse.

Non a caso in questo convegno si respira un’aria culturale, politica, diversa da qualsiasi altro convegno, che il partito comunista avrebbe  potuto organizzare con degli intellettuali di altro settore; non dico certamente che tutto vada bene, ma qui, in questo settore, una sinistra c’è, non ci sono solo variabili delle culture moderate.  Oggi questo antico legame, tra movimento operaio, tra partito comunista e questo movimento di nuova psichiatria, si è però indubbiamente depotenziato su entrambi i versanti: sul versante della politica c’è stato spesso un appiattimento, una riduzione di fatto, e per certi versi spiegabile, rispetto alle grandi ambizioni di rivoluzionamento della società ; sul versante del movimento psichiatrico un rifluire a volte altrettanto spiegabile sulla riflessione specialistica o sulla pratica del micro intervento.  Il contatto è rimasto, ma prevalentemente nella forma riduttiva del rapporto tra amministratori e operatori. +

Questo io credo, sia il punto da superare.  Il rapporto tra partito comunista ed esperienza della nuova psichiatria deve essere anche, ma non  solo affare degli assessori della sanità; riguarda la politica della sinistra  italiana. La prima cosa che vorrei qui sostenere e da qui dovrebbero derivare le conseguenze operative, è dunque proprio questa. Risottolineare il valore politico generale che la tematica del disagio mentale e della riforma della psichiatria, non solo conserva, ma in un certo senso acquista, ancora di più ed in modo più evidente. Per due ragioni. La prima è questa: sappiamo che uno dei nodi più caldi e decisivi dello scontro sociale e politico è oggi  e sarà nei prossimi anni la questione dello smantellamento dello stato sociale, della sua trasformazione da stato sociale universalistico a stato sociale residuale. Tale scontro investe anche e forse soprattutto la sanità, come servizio pubblico, appunto a base universalistica; e nella sanità questo scontro tra pubblico e privato, tra stato sociale universalistico e stato sociale residuale si concentra sulla discriminante specifica tra intervento clinico e prevenzione.

Ora, io credo, la questione della riforma psichiatrica costituisce il punto più avanzato e forte di questo conflitto generale: da un lato perché sostituire l’assetto asilare con la psichiatria del territorio, la strategia  del reinserimento, vuol dire contestare in radice l’ipotesi della ghettizzazione degli  emarginati, affermare una terapia che sia di tutti e per tutti, criticare il modello privatistico curante-malato, non solo perché è privilegiato, ma perché è arretrato e vano; e dall’altro lato perché, nel contempo e soprattutto , nuova psichiatria vuol dire non solo affermare una priorità della  prevenzione, ma addirittura la coincidenza tra prevenzione terapia.  Nella psichiatria infatti, terapia è anzitutto presa di coscienza e socializzazione  del disagio, dunque la pratica sociale è terapia essa stessa. Questo è dunque il terreno più forte dal quale emerge in modo più diretto ed evidente la supremazia di una concezione della salute come servizio sociale e come bisogno sociale in senso forte.

Ma la seconda ragione del valore centrale, politico di questa tematica, a me pare ancora più importante. E’ emerso fino in fondo in questi anni, il tema della qualità dello sviluppo. Finalmente una critica aperta  dell’economicismo e dello statalismo; non si può più identificare progresso con  espansione materiale, né illudersi sulla capacità di una politica che operi attraverso meccanismi puramente delegati. Due temi già in sé caratterizzanti e costitutivi della nuova psichiatria. Non solo, ma nel contempo ci troviamo di fronte, in modo inquietante, ad un appannarsi, ad un disperdersi del soggetto che dovrebbe imporre, permettere e gestire questo sviluppo diverso; da un lato per il declino quantitativo e la dispersione della classe operaia tradizionale, non sostituita da soggetti altrettanto coesi e permanenti, e dall’altro per il rafforzamento e la moltiplicazione dei meccanismi di condizionamento che non operano più solo contro ma, anche  all’interno delle coscienze e dei bisogni di massa.

Accade così che i bisogni reali non prendano corpo, che il corpo sociale si corporativizzi, che le stesse istituzioni della sinistra riflettano in sé questa ambiguità della loro base sociale. Il problema della costruzione stessa del soggetto alternativo diventa dunque il problema politico pregiudiziale; ogni volta che i partiti di sinistra, anche i migliori, arrivano al governo o nelle sue vicinanze, non riescono (e non solo per cattiva volontà) a cambiare una realtà che resiste loro, perché non si è a sufficienza  trasformata e anci essi stessi si scoprono cambiati, nei valori, ma soprattutto nella capacità di far corrispondere a quei valori una realtà effettiva.

Così il dibattito di sempre tra cultura marxista e cultura cattolica o spiritualistica, che ripropone un antico dilemma: occorre cambiare la società per poter cambiare l’uomo o cambiare l’uomo, come condizione per cambiare la società , si ripresenta oggi in termini assai più avanzati e insieme assai più problematici. Mai come in questo momento la coscienza di tutti, appare deformata, condizionata e insieme mai come oggi appare impossibile cambiare la società senza avere almeno in parte trasformato  il soggetto trasformante.

Questo chiama in primo luogo in causa il ruolo di un movimento, che sommando competenze, sofferenze, pratiche, e occupandosi del disagio psichico e più in generale dei meccanismi sociali di formazione  delle coscienze, aiuti questa trasformazione, da qui, se non solo da qui, può  emergere il retroterra della nevrosi come indizio di un disagio  generale della  civiltà.  La pressa di coscienza di questo disagio è esplosiva quanto lo è stato, in altri periodi, la presa di coscienza della povertà; di qui può valorizzarsi il bisogno reale su quelli indotti, qui si possono analizzare gli itinerari e i meccanismi della formazione del soggetto. Quando diciamo, come è giusto, il blocco storico oggi si costituisce non solo come somma di interessi, ma attraverso la mediazione di un programma, diciamo una verità e una falsità insieme, perché ciò può avvenire solo e se il programma esprime una soggettività già in formazione.

Il convegno ha dimostrato che per affrontare questo nodo politico, delle forze ci sono.  L’ho già detto, sarebbe stato difficile avere questo stesso grado di partecipazione, questo tono del dibattito tanto poco burocratico, e un’assemblea di intellettuali altrettanto desiderosa di un nuovo impegno.

Ma è altrettanto evidente la difficoltà che abbiamo di fronte, lo stesso dibattito del convegno, che a me è parso di estremo interesse, non è parso ancora capace di esprimere, quella semplicità di idee forze, quel contagio culturale, quel parlare alla società, che nel ’68 o nel ’73 era evidente e spontaneo.  Ora io non ho il compito e la capacità di andare oltre questo limite, mi voglio sforzare in queste osservazioni conclusive di enucleare però, e di tradurre, se ne sono capace, in un linguaggio comprensibile, non specialistico, i punti emersi in questo convegno così come li ho capiti,  per farne la base di un lavoro che oggi può ricominciare.

Il punto fondamentale, che ha caratterizzato questo convegno, sta in fondo già nel titolo che gli abbiamo dato: «dalla psichiatria alla salute mentale»,  come mi pare abbia detto già all’inizio bene, nella sua relazione, la compagna Labate. Non è un abbellimento di parole, ma una linea politica che rivolgendosi al movimento, nel suo punto più alto,  ne vuole valorizzare la potenzialità dirompente, stimolandone anche lo sviluppo critico ed autocritico, ma nel contempo sviluppare una linea politica che è assai impegnativa e, perché no, anche conflittuale, per il partito e nel partito e nella sua politica.

Cosa vogliamo dire infatti, quando diciamo “dalla psichiatria alla salute mentale”? Due cose altrettanto importanti ed altrettanto impegnative e rischiose. La prima  è che ci impegniamo, come partito comunista,  a portare avanti con forza e senza compromessi, rispetto all’opinione moderata, esterna ed a volte anche interna al nostro corpo sociale, il nucleo forte della riforma psichiatrica del ’78 che, a ragione, è riconosciuta in tutto il mondo, come uno dei punti avanzati dell’esperienza e della teoria. E’ una scelta che presuppone un giudizio netto che abbiamo a volte esitato a dare e da cui discendono conseguenze impegnative. La riforma psichiatrica italiana è stata ed è molto più di una buona legge, o meglio, è la sola legge di riforma che per i suoi contenuti non mediati e soprattutto per il movimento che presupponeva e che l’agiva, è riuscita a mettere radici, ad innovare il sistema radicalmente ed a innescare un processo di innovazioni successive. Essa, l’abbiamo visto con ricchezza nei lavori del convegno, si è tradotta in alcune esperienze di estrema avanguardia ed anche estremamente concrete, che hanno sperimentato realmente l’alternativa al manicomio e alla sua cultura.  Hanno creato un nuovo tipo di competenze, un inizio di riflessione teorica su di esse che hanno avuto una ricaduta generale anche nella coscienza diffusa, di massa, oltre il loro ambito: penso, ad esempio, al nuovo atteggiamento del senso comune dell’intera società nei confronti delle varie forme di handicap e di marginalità.

Nel convegno queste esperienze di avanguardia che non sono però isole felici, ma una realtà corposa, sono emerse con forza; sono emersi con forza anche i loro straordinari risultati, penso agli interventi di Cecchini, di Mezzina, e di tanti altri . Questi risultati io credo, andrebbero, come diceva Cecchini, con più rigore analizzati e meglio politicamente valorizzati. Non solo per combattere le spinte neoconservatrici, ma per convincerci che ci sono le basi, i materiali necessari per andare con risolutezza più avanti. L’aspetto che mi pare abbia colpito tutti, il più positivo del convegno, sta forse proprio in questo, nella ricchezza di forze, nella freschezza di energie che abbiamo verificato emergere in questo settore, la persistenza in sostanza di una potenziale egemonia, di una cultura di sinistra qui, perché è qui che si è fatta una pratica più radicalmente nuova, ed è qui, in questo settore, che la pratica si è quotidianamente legata con l’esperienza ed i bisogni delle classi più oppresse.

Da questo punto di vista, io credo,  che sia ormai possibile, e non solo necessario, superare appieno i residui di una diffidenza e di una polemica che a volte con buone ragioni, hanno percorso il rapporto tra partito comunista e settori avanzati della psichiatria. Sarebbe ormai stupido, oltre che ingeneroso, negare che questa riforma è andata avanti anzitutto avendo come motore, oltre che come miccia iniziale, un movimento ed una cultura che sono nate largamente fuori dai confini, non solo del partito comunista, ma del movimento operaio; ma sarebbe altrettanto ingeneroso misconoscere il fatto che i risultati ottenuti derivano anche dal fatto che questo movimento, in Italia, ha trovato di fronte a sé un partito comunista che, con tanti ritardi ed a volte anche errori gli ha offerto un veicolo di comunicazione sociale ed un veicolo di affermazione, di spazi istituzionali.

Sono assolutamente pronto, e lo sarò anche dopo, a mettere in evidenza contraddizioni e ritardi, colpevoli incertezze che ancora ci sono nella condizione locale o nazionale del partito comunista; a condizione, però, che non cediamo a niente, soprattutto  in questo settore, alla moda qualunquistica per cui ogni responsabilità è dei partiti, e della loro invadenza. Nel rapporto tra psichiatria nuova, movimento operaio e sinistra in Italia, abbiamo messo le radici per una lotta sia nella società che nel sistema istituzionale; ci possiamo impegnare come partito proprio perché abbiamo cominciato a vincere, sulla base di un’esperienza, una battaglia anche al nostro interno.

Insomma, la 180, ben più che altre riforme, è una realtà. Ma va detto con altrettanta evidenza, e con altrettanta chiarezza  (e questo convegno l’ha fatto), che questa è solo una faccia della realtà. I dati emersi dall’indagine del CENSIS e qui più volte ricordati, mostrano drammaticamente la disuguaglianza che si nasconde dietro la sigla dei nuovi servizi territoriali.  In gran parte del paese questi servizi non ci sono, ma soprattutto, anche laddove ci sono, sono privi di personale adeguato e polidisciplinare, o di attrezzature, spazi, strumenti, risorse che li possano fare realmente funzionare, operano separati dalle altre istituzioni - come gli ospedali e le università -, isolati dal contesto sociale e lavorano ad orario ridotto. 

La responsabilità di questo stato di cose, almeno la responsabilità principale, è evidente; è in questi governi e in quelle forze moderate che hanno negato a questa esperienza le risorse necessarie, gli interventi di programmazione e di indirizzo, le misure di sostegno, le strutture formative. Meno evidente forze, ma che questo dal convegno è emerso, è il fatto che non si tratta solo di ritardi, disuguaglianze nel procedere in una direzione univoca. Poiché la riduzione dell’internamento manicomiale è un dato di fatto, certamente troppo lento ma anche altrettanto significativo, l’esistenza di falsi servizi territoriali, o di carenti servizi territoriali, innesca un meccanismo controriformatore. I servizi infatti agiscono molto spesso puramente come ambulatori, come elementi di selezione della domanda che ne raccoglie la parte più leggera, ma che smista il resto ad altre istituzioni; si crea così una situazione di vuoto, di abbandono, e il vuoto non solo viene occupato e si alimenta di una campagna controriformatrice, ma viene materialmente occupato da nuove, anche se più moderne e nascoste, strutture di internamento, e dall’altra parte dal business psichiatrico.

E questo si riflette con un circolo vizioso sullo stesso servizio pubblico; gli psichiatri, anche del servizio pubblico, sono via via risucchiati da questo stato di cose nel doppio lavoro, i pochi psicologi si trasformano essi stessi spesso in apprendisti psichiatri, alla ricerca dello stesso itinerario; gli assistenti sociali, privi di strumenti e destinati a muoversi in un caotico sistema assistenziale, rimangono emarginati e frustrati.  Non basta dunque, ecco il punto politico, difendere la 180, occorre imporre una svolta che la generalizzi e la qualifichi. In cosa consista questa svolta, mi pare che il convegno l’abbia detto in modo molto convinto, unitario e concreto, penso alle relazioni di Benevelli, della Basaglia, di Cavicchi, di tanti altri.

I punti sostanziali, sono molto semplici almeno da dire: finanziamenti congrui per mettere i servizi in grado di operare 24 ore su 24 in tutto il territorio nazionale, una programmazione che imponga in tempi progressivi, ma certi, il superamento definitivo della struttura manicomiale (togliendo così ai servizi una rete di protezione deformante e la possibilità di disporre di un deposito per i residui), formazione e ricerca, soprattutto quella intrecciata con il servizio territoriale.

Io a questi punti mi permetterei di aggiungerne due: il primo, di cui aveva parlato Crepet, ma poi nel corso del convegno si è un po’ , diciamo così, perso sullo sfondo, è quello di affermare non solo il diritto, ma la pratica e l’incisiva presenza, nella costruzione del nuovo servizio, di coloro che sono l’espressione diretta della sofferenza. Questo punto lo sottolineerei di più, in tutti gli aspetti proprio perché sentendo l’intervento precedente, fatto a nome dei familiari, notavo per lo meno una aporia di questo nostro convegno: dopo aver detto che la nuova psichiatria non è fatta solo dagli psichiatri, dagli operai, questo convegno, insomma, ha poco riflettuto i problemi dei malati e dei familiari, non possiamo dire che fossero la componente principale di questo convegno.  Abbiamo sentito un intervento, non abbiamo promosso una partecipazione.

Ma il secondo punto, di cui invece non si è parlato affatto, ma che a me, mi posso sbagliare, pare importante, che può apparire forse esterno al servizio psichiatrico in senso stretto, ma che a me pare decisivo per la sua operatività è questo: non mi pare possibile fare realmente avanzare questa esperienza senza garantire ai malati le basi materiali per farlo; forse era schematica l’equazione miseria – follia, ma è certo che la miseria è un fattore della follia, e soprattutto che la follia accentua la miseria. Diventa allora decisivo garantire un reddito sufficiente, il che vuol dire una trasformazione abbastanza radicale del nostro sistema assistenziale; il nostro è il paese in cui è forse più elevato il numero dei trasferimenti monetari a titolo assistenziale, ma insieme questi trasferimenti sono separati dal bisogno reale e dunque non a caso hanno livelli irrisori. Non c’è in questo paese un vero sussidio di disoccupazione e le pensioni minime, sia di vecchiaia che di invalidità, sono a livello di fame. La premessa, dunque, la base materiale per uno sviluppo di una nuova forma di psichiatria è garantire a chiunque, come diritto, un minimo vitale significativo su cui poter contare.

Bene, su tuti questi punti, a cui io ne ho aggiunto qualcuno, voglio dire che il partito comunista prende, senza tentennamenti, una posizione. Noi ci schieriamo come mediatori tra le ali più avanzate di questa esperienza, di questo movimento e l’establishment psichiatrico, siamo da una parte e cercheremo di essere nei nostri comportamenti centrali e periferici, coerenti con questa scelta, anche se e quando, questo comporterà una battaglia politica e scelte costose, come nei casi che sono qui emersi nel brevissimo, ma acceso, dibattito della mattinata.  Ma diciamolo, con franchezza, per portare avanti questo progetto di nuova psichiatria, anche tutto ciò che ho detto, e che voi soprattutto avete detto, non basterà.

Le esperienze più avanzate, cresciute in questi anni, non sono state e non sono solo in rapporto ai mezzi disponibili o a certe disposizioni di legge, ma anche in rapporto alla forza e alle motivazioni del movimento da cui sono nate; che era nel contempo critica del manicomio e critica della società, un movimento politico in senso forte. Come è pensabile, io mi chiedo, che crescano queste esperienze, conquistino nuovi spazi, non ripieghino, se non si rilancia quel movimento, se non si rideterminano quelle motivazioni? E, soprattutto, come si può ottenere una psichiatria costruita sulla comunicazione, sulla solidarietà, sul reinserimento sociale in un contesto generale in cui prevalgono invece l’emarginazione anche di chi malato non è, con una scuola che diventa sempre più selettiva, con una cultura che mitizza la competizione e l’individualismo, con una politica che diventa professionismo, con il prevalere all’interno delle professioni di culture corporative?

Questi interrogativi, però, sono inquietanti perché ci rimandano all’altro e più importante significato del concetto di salute mentale che è poi la rivoluzione copernicana già avviata, in fondo, dal dibattito sulla psichiatria nel nostro secolo, da Marx,  da Freud in poi, e il grande messaggio che il ’68 ha tradotto nella coscienza di massa e in parte negli ultimi anni si è stemperato. Parlare di salute mentale, ecco il punto più importante, vuol dire parlare non solo dei matti, o del modo migliore di curarli, ma parlare dei sani, del loro disagio latente e della loro capacità mortificata, considerare la malattia psichica la punta dell’iceberg di una più complessa realtà, ridiscutere la normalità stessa. Nel momento che l’insieme degli uomini cosiddetti normali e non solo lo psichiatra diventano agenti della terapia, a sua volta la malattia mette in crisi quella normalità, la contagia, la costringe in una crisi e ad uno sviluppo.

Ora, se si sposta su questo la riflessione, ci si incontra con il problema più radicale posto in questo convegno che la relazione di Crepet, a mio parere, aveva avuto il merito di mettere al centro della riflessione e che non è stato sufficientemente ripreso e sviluppato nel dibattito. Il disagio psichico non solo è assai più esteso di quello che assume forma patologica evidente, ma è un tratto sempre più caratterizzante della nostra società e della nostra epoca; una sua contraddizione di fondo. E’ certo difficile misurare con precisione questo fatto, il disagio psichico è concetto troppo indeterminato, i suoi strumenti di misura rischiano di essere sempre troppo arbitrari e soggettivi e, ciò nonostante, questa è una realtà ormai quasi intuitiva, ci sono indici imperfetti ma significativi che lo dicono, fenomeni di cui i giornali sono pieni e che immediatamente rimuovono perché turbano il quadro apologetico che li orienta: gli indici dei suicidi e, soprattutto, dei tentati suicidi, delle tossicodipendenze, della violenza quotidiana e gratuita, della violenza sessuale, apparentemente stride con la liberazione dei costumi.  E c’è anche una consapevolezza diffusa, e altrettanto significativa, che domina ormai il cinema, la letteratura fino a coinvolgere, per la prima volta, anche la cultura di consumo. Ciò che si avverte ormai anche nel senso comune è la coscienza di un impoverimento della vita interiore, delle capacità sintetiche, creative e di relazione dell’individuo, un vuoto di senso della vita e di capacità critiche in radicale contrasto con il dominio dell’informazione, di relazioni febbrili, di acculturamento e di informazione di massa.

Ho letto proprio qualche giorno fa una frase molto bella di un filosofo apertamente reazionario, Cioran, la quale diceva: «il paradosso dell’uomo, sempre, è di essere capace di condurre una vita tanto superficiale pur sapendo di essere mortale: e questo paradosso oggi emerge fino in fondo in una società che non è mai stata tanto dominata dall’ebrezza tecnologica ed insieme tanto consapevole della vacuità dell’idea di progresso».

Altrettanto evidente, a me pare – in questa società che si avvia ad essere post industriale, ma con le strutture e i valori dell’epoca precedente – è il nesso sempre più diretto e più esplicito tra questo disagio, povertà psichica, e il modo di essere della produzione, del consumo, della vita comunitaria. Ci sarebbe qui una riflessione grande e complessa da fare, e che dovremmo riprendere a fare; io non ne ho né il tempo né la capacità ma cito qualche esempio per indicare a cosa penso. Anzitutto la questione del lavoro e della sua mancanza. Vediamo tutti il carattere massiccio, strutturale della disoccupazione; ciò che però occorre più sottolineare sono due connotazioni nuove della disoccupazione: in primo luogo il fatto che la disoccupazione non è più un fenomeno transitorio ma diventa, o forse storicamente torna ad essere, la premessa di una marginalità permanente, mette fuori dal giro della società competitiva; in secondo luogo il fatto che la nuova disoccupazione colpisce non più tanto gli adulti maschi occupati ma i giovani che non hanno ancora trovato una prima occupazione, le donne che vorrebbero lavorare per liberarsi, le minoranze etniche.   Come non vedere allora che il prezzo pesante di questa nuova disoccupazione è forse meno notevole in termini di reddito e di condizioni materiali di vita (perché il giovane in cerca di prima occupazione rimane dentro la famiglia o l’emarginato è in qualche modo protetto dal welfare) ma lo è altrettanto, e anzi di più, in termini di disagio psichico, di destrutturazione della personalità, di dipendenze personali inaccettate e inaccettabili?

Di più: i lavoro stesso come causa di questo disagio psichico; il lavoro si trasforma tumultuosamente diventando assai meno manuale, ma restando nel contempo, per i più, subalterno, parcellizzato, statico, nelle carriere e, decentrandosi dalla grande alla piccola impresa fino al lavoro nero, sempre più esposto ala obsolescenza rapida della professionalità. Tutto ciò è fonte diretta di un grave disagio psichico; quanto più pesante mi chiedo, deve essere vivere la parcellizzazione del lavoro, il suo carattere ripetitivo e subalterno in un soggetto a cui occorre, per le caratteristiche di quel lavoro stesso, un bagaglio culturale più complesso ma che non è mai chiamato ad usare appieno. Quanto più pesante deve essere sopportare questa condizione non avendo a protezione l’identità culturale e organizzativa di classe della grande concentrazione operaia, e d’altra parte non sentendosi individualmente tutelato da una professionalità definita e duratura.

O ancora, come non vedere il disagio che produce la crisi, repentina, straordinaria e per tanti versi liberatoria della famiglia tradizionale e larga, con le sue funzioni  di repressione, ma anche di solidarietà, di educazione, di produzione autonoma, di affettività allargata, se ad essa non si accompagna – come non si accompagna – la creazione di nuove motivazioni, di nuove reti di solidarietà, di nuovi itinerari formativi, di nuove e più larghe affettività; se anzi, a contrario, si accompagna il rilancio dell’isolamento individuale, una instabilità e superficialità di rapporti, e il carattere mercantile di essi, la crisi altrettanto verticale della capacità formativa della scuola, il dominio di un sistema informativo confuso e passivizzante? Come può tutta questa crisi della famiglia non diventare la base, anziché della liberazione, di un più grave isolamento e di una sofferta solitudine? E ancora, la caduta verticale della secolare etica sessuofobica, la liberazione di nuovi e dirompenti bisogni di felicità sessuale cui però non corrisponde una crescita delle capacità creative ed affettive ma anzi sia duramente condizionata da un modello sessuale consumistico, non è destinata a produrre una frustrazione permanente e sempre più grave? Insomma: deregulation e imbarbarimento e non solo deregulation e disuguaglianza si manifestano come due facce della stessa medaglia. Il neoliberismo non fa esplodere una nuova individualità, sia pure privilegiata, ma l’appiattisce e la impoverisce.

Potrei proseguire a lungo e occorrerebbe farlo con ben altra profondità di dati e di riflessione, ma l’insieme di questo ragionamento, di questa constatazione,  è difficilmente negabile e, infatti, di questa mina vagante del disagio psichico, dell’impoverimento del soggetto nella società capitalistica post-industriale, della contraddizione soggetto psichico – ambiente sociale - altrettanto seria ed esplosiva di quella  soggetto biologico – ambiente naturale - , il sistema stesso appare in qualche modo consapevole; e si profila una risposta coerente con i suoi presupposti e che a me pare di grande pericolo.

La risposta, può darsi che mi sbagli, non è solo, né tanto, quella di un ritorno alle forme classiche e agli strumenti classici rammodernati della repressione e del controllo per un verso impossibili e per l’altro inadeguati alla dimensione del problema.

Né solo quella della moltiplicazione, del recupero di pratiche terapeutiche normalizzanti, pratiche che oramai, al contrario,  sono sempre più consapevoli della propria relativa inefficacia e crescono, dunque, prevalentemente come business e corporazione piuttosto che con una vera ambizione egemonica (una ambizione egemonica, badate, che in altri momenti nella società borghese c’è stata: penso per esempio al ruolo ideologico e sociale, all’ambizione ideologica e sociale che ha avuto tra le due guerre, soprattutto in America, la psicanalisi o, meglio, quelli che Marcuse nel saggio degli anni ’50 chiamava i riformisti della psicanalisi).

La risposta vera e coerente che oggi emerge al disagio psichico, e qui sta il pericolo, appare allineata con la tecnolatria dominante. Essa punta prevalentemente sugli strumenti offerti dalla farmacologia condizionante (l’uso e l’abuso dei farmaci è già ora uno strumento repressivo e iatrogeno non meno esteso e nocivo dei vecchi manicomi e organico al loro modello) e, soprattutto in prospettiva sull’ingegneria genetica a cui, a mio parere giustamente, la relazione di De Plato ha dedicato una riflessione centrale.

Questa è la carta fondamentale che il sistema si appresta a giocare: aggredire il disagio, questa dimensione del disagio, a monte, rimuovendone le origini biologiche, con la riduzione della domanda, della complessità del soggetto.  E del resto non è la stessa direzione in cui si muove la sociologia neoconservatrice più moderna e raffinata, quella che vede la crisi della democrazia nell’eccesso e nella complessità della domanda sociale e cerca di porre il potere al riparo di tale domanda? Ed è una soluzione pesante ed inquietante, non solo per gli strumenti di cui dispone o per il tipo di consenso che può mobilitare (proprio il miraggio di una vita pacificata all’origine), ma perché essa cammina su veicoli che noi stessi non possiamo fermare.

L’ingegneria genetica non è come l’arma atomica contro cui si può fare una lotta frontale. Ho già avuto occasione di dire, in un nostro seminario sulla salute, del problema contraddittorio e inquietante che nasce per noi dalla tematica della nuova genetica. Nel momento in cui la civiltà umana, permettendo la sopravvivenza quasi di tutti, vanifica in sostanza il meccanismo severo e duramente selettivo della selezione naturale, il governo della genetica – per impedire una involuzione biologica del genere umano – diventa una sorta di drammatico passaggio a cui le cose stesse spingono; ed è troppo facile allora dire che queste conquiste aprono una ventaglio di possibilità fra cui scegliere. Se, infatti, la genetica psichica ha proprio come obiettivo di rimuovere il disagio, una soggettività nevrotica generalizzata  che la società fa crescere, come può questa società malata governarla credibilmente in una direzione che non sia quella voluta da un élite  dominante e per finalità repressive?

E’ mai possibile contrapporre a questo duro meccanismo tanto strutturalmente radicato fin dentro di noi, la fragile retorica dei valori di cui grondano ormai tanti discorsi di politici scettici, o si alimentano generose, ma impotenti, esperienze neo-umanitaristiche e micro-solidaristiche?

Occorre evidentemente molto di più. Un movimento di massa che faccia crescere la coscienza del disagio psichico, come contraddizione reale.  Che aiuti a far riemergere i reali bisogni di cui la gente manipolata non avverte la priorità e anzi rimuove. Che individui di tale disagio scientificamente e materialisticamente, la genesi e gli itinerari, anche oltre quelli più elementari della miseria e dell’emarginazione. Che aiuti così non solo a definire un programma di trasformazione della società, che sia trasformazione della qualità della vita, valorizzazione dei bisogni superiori, ma che contribuisca a creare gli agenti, le culture, la base di consenso e di gestione di tale progetto.

Di un siffatto movimento che non si esaurisce certo nella nuova psichiatria, e anzi sul quale convergono nuove e straordinarie spinte reali, abbiamo bisogno. Prima di ogni altra il movimento di liberazione delle donne, ma anche il pacifismo, l’ecologismo. Di un siffatto movimento, dicevo, l’esperienza ventennale della nuova psichiatria portava in sé, a mio parere, i germi fecondi di cui oggi possiamo cogliere a fondo il valore straordinario e anche i limiti da superare.

Il valore non solo da confermare, ma da recuperare nella sua pienezza, stava, l’ho già detto, nel fatto di combattere il manicomio come paradigma di un sistema repressivo assai più generale. Di vedere la soppressione del manicomio non come soluzione - c’è un pezzo di Basaglia molto bello su questo argomento -, ma come primo passo di una catena di azioni per così dire eversive, spinte di crisi contestatrici e trasformatrici.

I limiti però, il primo limite a me pare, perdonatemi l’approssimazione, è stato quello di non essere riusciti, dopo l’efficace critica della scienza data, è l’avvio di una nuova esperienza che la travalicava, a ricostruire una scienza e una nuova specificità articolata e rigorosa della psichiatria, appunto come sistema scientifico e non come pratica sociale, come apparato concettuale se non come sistema.

Un limite insomma di pragmatismo che lasciava poi uno spazio di cui la scienza tradizionale e separata si è in parte impadronita.

Su questa questione del recupero di una dimensione scientifica e analitica ha insistito in modo particolare il convegno, ma senza nostalgie passatistiche; penso alla relazione di Castelfranchi, a quella di Piro ed altre le quali sottolineavano, mi pare giustamente, il fatto che il recupero scientifico è tutt’uno con una rifondazione di questa scienza, con la rimessa in discussione del suo statuto teorico e dei suoi confini, superando il modello medico, rimescolando le discipline dell’uomo.  Su questa esigenza non posso non convenire. Mi pare feconda, ad una condizione però, che altri interventi sottolineavano e che mi paiono altrettanto giusti: che non si dimentichi che questa rifondazione per non essere illusoria e per non riportarci ad una scienza altrettanto separata e anche poco significante, non può venire e comunque provenire solo e soprattutto da una riflessione della scienza su se stessa. Ma particolarmente in questo campo, solo a partire da una pratica che la sommuova, la stimoli, la obblighi ad una radicale trasformazione, e senza riferirsi ad un quadro d’interpretazione della società che la travalichi.  Questa rifondazione cioè, non può avvenire senza un rapporto con la politica come teoria e come pratica.

Senza di questo, se non poniamo queste condizioni, questa rifondazione sarà o sarebbe illusoria. Mai come in questo momento si è parlato di interdisciplinarietà e, nel contempo, mai si è avuta in questo e in altricampi tanta separazione e incomunicabilità su segmenti sempre più formalizzati e insignificanti di ricerca scientifica almeno nel campo della scienza dell’uomo.

Il secondo limite, più importante a mio parere, del movimento degli anni ’70, sul quale si è discusso forse poco nel convegno, sta in questo.  Nel non essere esso riuscito, quando travalicava la critica del  manicomio e l’allargava alla società, ad andare oltre il discorso antistituzionale; nell’aver fatto cioè del rapporto repressione-liberazione la chiave esclusiva di lettura della società, o per dirla diversamente,  nell’avere non superato ma rimosso il problema di quel rapporto necessitato repressione-civiltà da cui era partita sia pure con intenzioni ed esiti diversi, la riflessione sia di Freud che di Marx.

Il non aver insomma colto tutta la storicità determinata del tema della liberazione e dunque degli itinerari materiali che essa presuppone. Lo slogan: «la libertà è terapeutica» ha segnato i confini di una riflessione.  Per converso questa forzatura libertaria, soggettivistica, si rovesciava a volte in una semplificazione eccessiva del rapporto miseria -follia, sfruttamento – alienazione. Erano del resto, va detto per onestà, non i limiti del movimento di rinnovamento della psichiatria, ma gli stessi limiti che emergevano nella riflessione, per esempio, degli operatori del diritto; l’unilateralità garantista, ed anche e soprattutto nella riflessione, sull’esperienza delle lotte operaie, il salario come variabile indipendente, la lotta semplicemente  come rivendicazione e non come programma. 

Questo limite, questa semplificazione, io l’avverto non solo nelle prime più semplificate espressioni di questa cultura, ma anche nei suoi punti più alti. Proprio in questi giorni ho letto un saggio che a me è parso non solo stimolante, ma bellissimo, che si chiama «prevenire la prevenzione» di Rotelli; il saggio è estremamente complesso, raffinato, nuovo e però questo limite che dicevo resta tutto intero.

Cosicché, quando il processo di crisi, di ristrutturazione della società, ha spostato i rapporti di forza, ha fatto emergere il condizionamento oggettivo della realtà economica e politica, questo eccesso di semplificazione si è tradotto in un riflusso, in un ripiegamento nella propria pratica quotidiana e puramente terapeutica.

E’ forse un caso, mi chiedo, che sui nuovi grandi temi della libertà come l’informazione, il femminismo, lo stato sociale, l’ecologia, la pace, non si sia creato quel circuito di comunicazione che negli anni ’70 si creò con i consigli operai, o sui temi della giustizia, da parte degli operatori psichiatrici? Ma per essere onesti ed è questa l’ultima affermazione che  voglio fare, va detto che questo secondo limite trova prevalentemente la  sua ragione fuori del movimento e della cultura della nuova psichiatria.  Non è un movimento che può compiere questo salto, esso può dilatare al limite del sopportabile un contributo alla generalizzazione della  propria esperienza. Quel tipo di salto da una cultura radicale della liberalizzazione ad una cultura progettuale della trasformazione, ad un’analisi della  società, ha bisogno anche se non esclusivamente di un soggetto politico in senso proprio. Di un partito o di un sistema di partiti che si pongano su questa lunghezza d’onda. Ora, non c’è dubbio che dopo l’esperienza dell’unità nazionale e di fronte ai nuovi processi (l’offensiva  neo conservatrice, la ristrutturazione, le nuove tecnologie) il Pci e gli altri partiti della sinistra europea abbiano aperto una riflessione su aspetti nuovi e  qualitativi dello sviluppo della società, femminismo, pacifismo, ecologia,  avviando una critica dell’economicismo, del produttivismo, dello statalismo che avevano fortemente segnato per intero la loro comune tradizione.

Ma l’esperienza ci sta dimostrando, penso ad esempio a quello che sta avvenendo in Germania, quanto sia difficile far convivere l’impegno  diciamo così di governo con la radicalità di queste tematiche. Di farle convivere non nei documenti, dove in fondo tuto si riesce a mettere insieme,  ma nelle culture, nelle lotte, nei comportamenti.  Questo è il nodo cui noi comunisti ci troviamo ancora di fronte. Superare una diversità  tradizionale costruita sui temi della scarsità e fondata su di un classico insediamento operaio, ma senza perdere la radicalità di un progetto alternativo,  l’irriducibile antagonismo di fronte alle strutture e ai valori del sistema.  Ecco perché ci siamo proposti, qui sta la motivazione politica più di fondo e anche se volete più appassionante che ci ha portato a questo  convegno, l’obiettivo di un nuovo incontro tra sinistra e movimento della nuova psichiatria, un incontro però non solo sul minimo comun denominatore, la difesa e se volete anche  l’applicazione piena della 180, ma  che partendo saldamente da lì, aiuti gli uni e gli altri ad andare avanti, a trasformarsi senza perdere l’elemento comune dell’antagonismo rispetto alla stato d cose esistenti.

Ad impegnarci insieme in una pratica riformatrice che alluda a qualcosa di più radicale, per questo il convegno avrebbe potuto titolarsi anche in altro modo: usando un’espressione del cerimoniale monarchico,  dire:  il ’68 è moro viva il ’68, perché forse è questo il terreno su cu ci siamo trovati in questi gironi insieme, l’ispirazione che ci unisce e su cui vogliamo in modo nuovo, seriamente, lavorare.


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