dal Corriere della Sera del 13 dicembre 2012
 
la recensione di ROSSANA ROSSANDA al libro "Alla ricerca di un altro comunismo" a cura di Luciana Castellina, Famiano Crucianelli e Aldo Garzia(Ed. Il Saggiatore)
 
 
 
 
Un anno fa in questi giorni Lucio Magri metteva fine alla sua  vita. Era una decisione meditata a lungo, da quando lo spegnersi di una  creatura molto cara aveva aggiunto un personale dolore alla deludente  vicenda politica di fine secolo, cui non si riteneva più in grado di  portare un contributo. C'è ancora qualcuno cui non basta vivere, deve  vivere per un fine, e se il fine sembra smarrirsi preferisce andarsene.  Lucio era di questi. 
 
Ora esce per la casa editrice Il Saggiatore una raccolta dei suoi scritti,  Alla ricerca di un altro comunismo,  rinviando al sito a suo nome l'opera intera, una quantità di articoli,  saggi, relazioni sempre «per un fare». Al sito sono consegnati anche gli  articoli giovanissimi usciti sulla rivista "Il ribelle e il  conformista"; Lucio viene infatti dalla Dc di sinistra di Bergamo,  riferimento Dossetti. Ma presto ha maturato, assieme a Giuseppe  Chiarante, Mario Melloni (Fortebraccio) e Ugo Bartesaghi, il passaggio  nel Pci. Di cui aveva letto molto — in punto di teoria ne sapeva,  come succede, più di chi vi era nato dentro — e aveva colto la distanza  dal Pcus che Togliatti poteva prendere dal momento in cui la divisione  delle sfere di influenza a Yalta collocava l'Italia da questa parte del  mondo.
 
Il Pci portava con sé Antonio Gramsci, che, in quanto «fondatore  del nostro partito», non sarebbe stato mai consacrato ma neanche  maledetto dall'Internazionale. Con Gramsci passava nei comunisti  italiani la riflessione più acuta e inquietante sulla natura delle  società occidentali. Che cosa era stata la rivoluzione mancata in Europa  nel primo dopoguerra? E perché era mancata? Che cosa le avrebbe  consentito di vincere in un Paese complesso, con una vasta, acculturata e  contraddittoria società civile?
 
Non era soltanto questione di come  prendere il potere, ma di come trasformare i rapporti sociali. Non  sarebbe potuto essere come nella Russia del 1917. Domande che lo  sviluppo del capitalismo avrebbe reso più pressanti. Quando, nel 1962, l'Istituto Gramsci organizzò un convegno sulle tendenze del capitalismo  italiano — stava finendo il dopoguerra, si squadernava il problema di  che cosa eravamo destinati ad essere nel disegno della classe dominante e  come il partito vi si doveva attrezzare — Magri aveva letto in questa  chiave l'Italia che cambiava, suscitando le ire di Giorgio Amendola.
 
  
Quel suo intervento, pubblicato negli atti del convegno ma poi ampliato  per «Les Temps Modernes» di Sartre, è il primo degli scritti proposti ora, ed è la sua sigla. Di più, rispondeva alle domande di molti, sia  nel partito sia nel sindacato, di fronte ai mutamenti che il boom provocava, specie nell'allora «triangolo industriale» del Nord. Lucio  era sceso infatti da Bergamo prima a Milano, incontrando alcuni di noi,  poi a Roma e presto in Botteghe Oscure, accompagnato da un'aura un po'  eretica, sicuro di sé e — pochi lo immaginavano — intimidito per essere  «arrivato dopo».
 
 
 
 
Fece un curioso percorso, più vicino di altri al gruppo  dirigente, specie a Longo e poi a Pietro Ingrao, ma non inquadrato bene  nell'apparato. Se si aggiunge che era un gran bel ragazzo, sempre in  testa nello sci e nel nuoto — cosa che gli uomini perdonano ai loro  fratelli di sesso meno di quanto le donne perdonino alle loro più  avvenenti sorelle —, si capisce perché rimanesse a lungo un outsider. Così,  attraverso la guerra fredda, conobbe la ripresa delle lotte negli anni  Sessanta che seguiva alla grande migrazione dal Mezzogiorno. L'Italia  cambiava ancora, ma Togliatti morì d'improvviso e ogni analisi e scelta  venne colorata dal profilo di chi ne sarebbe stato il successore, Longo essendo un interim. Ingrao o Amendola? 
 
Nel 1966 l'XI Congresso vide una  specie di «esecuzione» di Ingrao, e lo sterminio di quelli che gli erano  più vicini, tutti retrocessi a incarichi laterali. Magri, l'outsider  sospetto, fuori da ogni incarico. Fu un esilio, e tale era ancora  quando l'Italia fu attraversata dall'onda degli studenti nel ‘68 e dei  nuovi operai nel ‘69, la sola che sfondasse i limiti sindacali, alla  Fiat, alla Dalmine, a Porto Marghera, dovunque. Erano figure sociali  nuove, prodotte dallo sviluppo, e premevano alle frontiere dei partiti e  dei sindacati. Il Pci non attaccò quel movimento ma non lo apprezzò,  doveva ancora lanciare Berlinguer. Ed erano mesi tempestosi. Alla  contesa russo-cinese si aggiungeva la minaccia sovietica sul nuovo corso  a Praga e la questione del Vietnam divideva i Paesi socialisti e, in  sordina, lo stesso Pci. Per la prima volta la sinistra interna si  oppose alle Tesi per il XII Congresso, liberando il dibattito in diverse  federazioni.
 
A Pintor, Natoli, Rossanda fu consentito di parlare anche  al Congresso, nel silenzio e poi applausi scroscianti della sala, perché  i comunisti amavano le opposizioni di sinistra a condizione che a un  certo punto rientrassero. Sulle scalinate, perché neppure delegato,  c'era Magri. Non eravamo una frazione ma una rete comune di idee,  formatasi negli anni, sostenuta — sembrava — da un sussulto  internazionale, e stavolta fiduciosa di passare. Ma l'onda congressuale  che pareva portarci si ritirò. Fummo battuti e ci si tolse ogni residuo  incarico. 
 
Decidemmo di dar vita a un mensile, costruire un polo  politico e culturale attorno a una rivista della quale Magri ed io  prendevamo formalmente la direzione, ma con Pintor, Natoli, Castellina,  Parlato, Maone a Roma, Eliseo Milani e Petenzi a Bergamo, Vermicelli e  Alberganti a Verbania, Usai e Montani ed altri a Torino, un folto gruppo  a Napoli con Tecce, e così in altre province italiane. Vendemmo troppo,  decine di migliaia di copie, e il partito (e il Pcus) non lo  sopportarono. Quando Magri scrisse, nel settembre 1969, l'articolo  «Praga è sola», denunciando l'isolamento in cui erano stati lasciati  Dubcek e i protagonisti della Primavera cecoslovacca a un anno  dall'invasione sovietica, venne giù il mondo. Due comitati centrali,  discussione in tutte le federazioni, e un terzo comitato centrale per  bloccarla: avevamo colto un bisogno reale.
 
 
In breve fu la radiazione,  termine più soave per espulsione. Comincia allora la vicenda del  «manifesto», gruppo politico e giornale, che Luciana Castellina delinea  con limpidezza ed equilibrio nella prefazione al volume, non facile  perché non esente da rotture. Magri lavora sul gruppo, Pintor sul  giornale; eravamo troppi per restare una rivista, e perfino un giornale  (anche se il quotidiano fu un'avventura clamorosa), e troppo pochi per  essere un partito. Del resto non avevamo voluto esserlo, non invitammo a  una scissione, l'ambizione era di meno e di più: saremmo stati, come  ebbe a dire Lucio, il Vietnam del Pci, una insorgenza che non lo metteva  in pericolo ma che non sarebbe stato in grado di chiudere.
 
Non andò  così. Non solo il Pci ma il lungo decennio Settanta e la crisi della  sinistra ci resero assieme inaffondabili e laterali. Sia il pezzo di  Castellina sia la lunga intervista fatta a Lucio nell'ultimo anno da  Famiano Crucianelli e Aldo Garzia, suoi compagni ed amici di sempre,  ricostruiscono le tappe e i dilemmi di oltre un ventennio, attraverso le  loro domande e il suo rispondere, a volte un poco reticente, di chi  sente ancora la responsabilità di un dirigente. Sta di fatto che Magri e  i molti che lavoravano al gruppo, nel quale ci raggiunse Lidia  Menapace, si trovarono subito stretti tra una base che voleva esistere, e  non solo come lettore o in un'organizzazione indefinita, e chi si  misurava, ma soltanto con la scrittura, sui grandi problemi.
 
 
                                         
 
 
Il primo  dilemma fu se andare o no alle elezioni del ‘72, prevalse il sì e  «riempimmo le piazze ma lasciammo vuote le urne», e non è così  paradossale come può sembrare. Soprattutto Lucio Magri non accettava  il radicalismo spesso sommario di una nuova sinistra «vogliamo tutto» e  un Partito comunista in permanenza preoccupato di una reazione di  destra, alimentata dall'esito cileno del ‘73 e dal formarsi di gruppi  armati. Su questo ci fu una divisione anche fra lui e me, che gli  sottrassi nel modo più illegittimo il gioiello del gruppo che era il  giornale (ma non cessai di essere la sorella grande, quella con cui  azzuffarsi fino all' ultimo). Allo stesso modo Berlinguer tentò un  incontro fra il movimento cattolico, mal individuato nella nomenclatura  democristiana, e il comunismo italiano, contro una modernizzazione senza  valori coltivata dal Psi di Craxi. Tentativo fallito non solo perché  l'interlocutore, che egli vedeva in Aldo Moro, non aveva la Dc con sé, e  finì ucciso dalle Br, ma per un errore di valutazione sulla natura del  partito cattolico e sulla fase — cominciava in quegli anni, nonostante i  successi elettorali, la crisi del Pci, sulla quale Magri e Filippo  Maone scrissero un saggio decisivo, e si delineava, nella stagnazione  brežneviana, quella dell'Urss.
 
 
 
 
 
 
Magri ed altri perseguirono la  formazione di un partito, il Pdup, con la sinistra socialista di  Vittorio Foa, l'ex Psiup, e gli aclisti di sinistra di Giangiacomo  Migone. Ci dividemmo di nuovo. In verità Magri non si era accontentato  mai delle scorciatoie pratiche e ideali della nuova sinistra e tantomeno  ne capì gli estremismi (non condivise la parola d'ordine «né con le Br  né con lo Stato») né tollerava il «compromesso storico», pur apprezzando  l'accento di Berlinguer sulla questione morale. E perfino  sull'austerità, che i più fra noi, me inclusa, interpretarono come una  premessa al rigore ma cui egli dava il senso di rifiuto d'una produzione  ormai di spreco. La sua riflessione più compiuta sul «che fare» è  quella presente nel volume appena uscito, nel saggio «Valori e limiti  del riformismo».
 
Ma quando Berlinguer, dopo l'uccisione di Moro,  modificò il suo giudizio sulla Dc e, messo spalle al muro da una  direzione incline all'unità nazionale, andò alla svolta che lo avrebbe  portato ai cancelli della Fiat occupata, Magri guardò a lui con  interesse. E avvenne anche il reciproco. Il Pdup negoziò un ritorno  nel Pci, entrando fin nella direzione. Ma Berlinguer morì d'improvviso e  gli immensi funerali di popolo fu come se dicessero addio a un'epoca. A  Magri non restò che dibattersi contro la devastazione del Pci fra  cambiamenti di nome e di fisionomia, poi passare a Rifondazione e anche  in quella sede dibattere e dibattersi. Non si dette pace nella battaglia  fra un rivoluzionarismo che considerava di poco spessore e un  riformismo dall'orizzonte sempre più ridotto; la storia, del resto,  avrebbe gettato a margine l'uno e l'altro negli anni che seguirono.
 
 
 
 
Più  tardi si sarebbe interrogato su due «occasioni» mancate: la prima, se  muovendoci con più prudenza, saremmo riusciti a restare un Vietnam  dentro al Pci, e credo che su questo sbagliasse, la seconda quando,  nella riunione per il «no» al cambiamento di nome e identità del Pci ad  Arco, Ingrao non se la sentì di lasciare il partito ed egli non ebbe il  coraggio o la presunzione di prenderne il posto. Non so se la storia del  Pci sarebbe stata diversa, certo quella di Rifondazione. Ritiratosi  dalla vita politica, ha lavorato, solitario e indolenzito, a una  ricostruzione problematica della storia del Pci. L'ha titolata  Il sarto di Ulm  (Il Saggiatore, 2009), dall'aneddoto di Brecht sull'artigiano che,  persuaso di poter volare, s'era schiantato a terra — ma ora gli uomini  sono giunti ad alzarsi in volo. E l'aveva conclusa con un saggio che, in  parte provocato dalla esperienza di Arco, si riallaccia all'intervento  del '62 che apre il volume attuale. Sempre sulle possibilità di una  formazione rivoluzionaria dei nostri tempi, così lontani dal 1917, e che  ci hanno lasciati con le ossa rotte. Il suo discorso non lascia spazio a  risentimenti o accuse, non attiene a una fede ma a un ragionare acerbo  sul volgere del mondo.
 
 
Finito il libro — che resterà, afferma Perry  Anderson — Lucio ha orgogliosamente chiuso i suoi giorni.
 
 
 


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