MATURITA' DEL COMUNISMO

 

 

 

 

 

57. Negli ultimi anni il mito della società integrata, unidimensionale, ha perduto in occidente molto terreno. Le lotte operaie in Europa, l’esplosione della rivolta studentesca, la contestazione culturale, il movimento negro in America, il maggio francese, la crisi italiana, hanno mostrato l’insorgere in tutto l’occidente di nuove contraddizioni non facilmente componibili nel quadro del sistema.

Ma questo movimento non ha ancora provato di essere qualcosa di più di un malessere acuto del corpo sociale. Le sue difficoltà a organizzarsi in una strategia, lasciano ancora aperto il problema della maturità di una prassi rivoluzionaria capace di coinvolgere la maggioranza della popolazione, di affrontare uno scontro con il potere statale, di affermare una nuova direzione sulla società.

 

58 Non si tratta però né di una crisi passeggera né di un movimento di superficie. Esso è l’espressione di contraddizioni permanenti connesse alla dinamica stessa della società capitalistica e alla incapacità del sistema di garantire un reale sviluppo delle forze produttive, di padroneggiare le spinte sociali e di soddisfare i bisogni ch’esso stesso evoca. La verifica di questa ipotesi, e la precisazione di ciò che la differenzia dall’attesa della paralisi e del crollo, è oggi il problema di fondo di una strategia della rivoluzione occidentale.

 

 

59. Se finora una rivoluzione non si è fatta in occidente è perché il sistema capitalistico è stato in grado di offrire alla società una prospettiva di sviluppo sufficiente a riassorbire le rivendicazioni più rilevanti che le masse esprimevano, di utilizzare queste rivendicazioni come correttivo delle tendenze alla stagnazione, di utilizzare infine il proprio sviluppo come strumento di ulteriore condizionamento di quelle rivendicazioni. È questo modello, trionfante negli ultimi vent’anni, che ha alimentato l’ideologia della “società integrata”.

 

 

60. Da parte sua il movimento operaio ha sempre centrato la propria lotta sulla sollecitazione di uno sviluppo più rapido e più esteso. La contraddizione fondamentale da cui doveva nascere la crisi del capitalismo era la contraddizione tra le forze produttive, così come il capitalismo le evocava, e rapporti di produzione ormai paralizzanti. Tale impostazione, teoricamente derivata dal marxismo della II Internazionale, non era però frutto di un errore soggettivo ma del fatto che il sistema si presentava, a livello mondiale, ancora egemonico, capace di dettare le linee fondamentali dello sviluppo storico. Potevano ribellarsi al sistema solo zone e classi che da tale sviluppo restavano escluse, e potevano ribellarsi solo restando all’interno dello stesso modello. Una radicale lotta al capitalismo, una contestazione del suo rapporto di produzione, sarebbe stato possibile solo nel momento in cui questo modo di produzione avesse compiuto per intero la propria parabola e creato le condizioni del suo superamento. Per usare una frase di Marx: nel momento in cui lo sfruttamento del lavoro fosse divenuto, nei fatti, “una ben misera base per l’ulteriore sviluppo della ricchezza”.

 

 

61. Questa è la condizione che comincia storicamente a maturare. Alla comprensione di questa realtà, da parte delle masse e da parte delle forze di sinistra, fa ostacolo l’apparenza di un permanente dinamismo della produzione capitalistica, la capacità del sistema di produrre un reddito crescente, nuovi beni, nuove tecnologie. Ma è appunto una apparenza, che deve essere demistificata e può esserlo in molti modi e sotto diversi aspetti.  

62. In primo luogo, da un punto di vista quantitativo. Un sistema di rapporti di produzione non è storicamente esaurito solo quando non è più capace di garantire alcuno sviluppo produttivo, ma già quando rappresenta un ostacolo al pieno utilizzo delle potenzialità esistenti. Anche da questo primo punto di vista il sistema capitalistico, nelle sue cittadelle più avanzate, dimostra di essere giunto ad una crisi di fondo. La crescita degli impieghi improduttivi del reddito (dal riarmo all’induzione dei consumi socialmente utili o dannosi); l’incapacità di stimolare lo sviluppo dei settori arretrati della società nazionale e di quella internazionale; il carattere di puro spreco assunto dal “tempo libero”; il dislivello tra capacità e mansioni di ogni categoria di lavoratori: tutto ciò testimonia una crescente irrazionalità del sistema.

 

 

63. per garantirsi comunque una dinamica di sviluppo, il sistema ha messo in atto una serie di processi sociali e politici (il riarmo, l’aggressione internazionale, l’inflazione permanente, la disgregazione individualistica del consumo e della vita civile, una struttura internazionale corporativa e clientelare, una riscoperta dell’ideologia razzista, una moltiplicazione di privilegi) che, come una droga, gli consentono di sopravvivere ma accumulano nuove tensioni spesso esplosive. Torna così a operare una tendenza catastrofica, non in termini di crollo economico ma di crisi politico-economico-sociale.

 

 

64. Questo squilibrio tra sviluppo reale e sviluppo possibile è ancor più evidente sul piano qualitativo. È incontrovertibile che le società moderne, dove il livello di reddito e di conoscenze potrebbe permettere di soddisfare i bisogni primari con una frazione del lavoro disponibile, sono società dove il lavoro ripetitivo, parcellizzato e alienato, rappresenta invece la condanna della grande maggioranza degli uomini. Le società dove buona parte del reddito potrebbe soddisfare bisogni che riflettano libere scelte, sono società dove la massima parte del consumo risponde invece a esigenze indotte dalla produzione e si vuota di ogni significato umano e civile. Società dove lo sviluppo dei mezzi di comunicazione e di conoscenza dovrebbe assicurare una unificazione del corpo sociale e una diffusione del potere, sono società che portano al limite massimo l’isolamento individuale, la concentrazione del potere, le barriere nazionale e razziali. Questo elenco di contraddizioni potrebbe moltiplicarsi all’infinito. Solo la disabitudine, anch’essa prodotta dal sistema, a considerare complessivamente lo sviluppo sociale e il suo significato di lungo termine, nasconde il fatto che mai nella storia un sistema è apparso, quanto il capitalismo maturo, privo di un disegno razionale, un modello insensato, una assurda dissipazione delle potenzialità che la storia ha prodotto.

 

 

65. Ma perché un sistema sia storicamente superabile occorre che la sua “irrazionalità” produca una dialettica sociale reale, una lotta di classe capace di rovesciarlo. Ed è qui che affiorano, nel capitalismo maturo, le maggiori novità. L’”universo integrato” manifesta delle crepe, nel senso che il sistema stesso alimenta spinte e bisogni che non è in grado di appagare né col suo sviluppo attuale né col suo sviluppo possibile. Spinte e bisogni che, per il fatto di non essere tradizionali, non per questo sono meno “materiali”.

 

 

66. Per svilupparsi, il sistema ha bisogno per esempio di un livello crescente di qualificazione e di conoscenze che non riesce ad utilizzare: e il fatto che tali conoscenze portino già in partenza il marchio deformante della funzione cui sono destinate non impedisce a una gran parte dei lavoratori di avvertire la contraddizione del lavoro alienato. Per svilupparsi, il sistema ha bisogno di una crescita di conoscenze scientifiche: e per quanto la ricerca sia orientata ai fini del sistema, continuamente produce possibilità alternative e apre vie che continuamente deve abbandonare. Per svilupparsi, il sistema ha bisogno di un crescente dinamismo sociale, di sovvertire istituti o abitudini tradizionali, di risvegliare e deludere, in pari tempo, nuovi bisogni di partecipazione sociale, nuovi rapporti tra gli individui, tra i sessi, tra le generazioni. Per svilupparsi, il sistema produce un assetto della vita civile che acutizza all’estremo, in forme nuove, antichi problemi: la salute, aggredita da malattie di origine sociale; la vecchiaia, una parte sempre maggiore della vita ai margini della società; i problemi dei giovani e quelli delle donne, fasce crescenti di popolazione che ormai sfuggono ai meccanismi di subordinazione tradizionale ma non trovano spazio di espressione e di potere.

 

 

67. Anche da questo punto di vista, gli esempi potrebbero moltiplicarsi all’infinito. Ma l’essenziale è questo: l’irrazionalità del sistema non affiora solo rispetto ad una “scala di valori” intellettualmente elaborata, o ad una metastorica “natura umana” sacrificata, ma rispetto a bisogni e interessi, socialmente e materialmente definiti, che il sistema ha prodotto e continuamente sollecita.

 

 

68. Ciò che più conta, questa irrazionalità appare sempre più legata all’essenza stessa dei rapporti capitalistici di produzione, e precisamente e direttamente contro questi rapporti urtano i bisogni. I problemi in cui Marx, un secolo fa, vedeva l’essenza del comunismo, cominciano a collocarsi in primo piano nelle contraddizioni reali dello sviluppo sociale e rientrano ormai nell’orizzonte delle soluzioni storicamente possibili.

 

 

69. Il superamento della divisione capitalistica del lavoro e del suo carattere alienato diventa bisogno reale di una massa crescente di lavoratori: non solo di quelli condannati alle mansioni più insopportabili e ripetitive, ma anche di quelli ai quali è richiesta una elevata capacità di intervento ma non trovano nel lavoro alcune espressione di sé. I bisogni di una città abitabile, di partecipazione sociale, di salute, diventano critica implicita del modello individualistico di vita civile, del carattere produttivistico della struttura economica, della mancanza di una pianificazione collettiva dello sviluppo. Un modello di consumo diverso dall’attuale moltiplicazione senza senso di beni illusori, o dalla spossante rincorsa di falsi bisogni che lo sviluppo stesso produce, non è più concepibile senza una modificazione della natura stessa del lavoro, una moltiplicazione delle attività libere, un superamento del carattere individualistico della organizzazione sociale. La critica contro l’autoritarismo e la concentrazione del potere investe necessariamente le loro radici economiche, il tipo di organizzazione della produzione e della società, il carattere mistificato della democrazia delegata, la separazione tra politico e sociale. La lotta contro la diseguaglianza – non solo economica ma di cultura, di funzioni e di potere, lotta contro status e gerarchie arbitrarie, lotta per garantire a tutti una reale possibilità di espressione – si collega direttamente al principio: da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni.

 

 

70. Per converso, è evidente che lo sviluppo della cultura e delle comunicazioni di massa consentirebbe di valorizzare, in una nuova struttura sociale, grandi risorse di iniziativa e di libera attività. È evidente, nei paesi avanzati, quali possibilità di ridurre al minimo le mansioni e le attività più strumentali e ripetitive già offrirebbe l’automazione; quali sono le potenzialità di una ricerca scientifica liberata dalle pastoie del profitto e sostenuta dalla ricchezza sociale; quali effetti sulla produzione materiale, e in generale sul livello di civiltà, potrebbe avere un modello di consumo non alienato che alimenti le capacità individuali e collettive.

 

 

71. Tutto ciò significa che, per la prima volta nella storia, il comunismo nel suo senso radicale, e dunque il socialismo come fase di transizione, diventano un problema maturo e un possibile programma politico. Per la prima volta la classe operaia e il suo partito possono condurre una lotta non più assumendo rivendicazioni proprie di altri strati sociali ed esprimendosi come forza subalterna, ma presentandosi e avanzando come forza egemone, portatrice di un nuovo rapporto di produzione e di un nuovo modello di organizzazione sociale. In questo senso profondo la rivoluzione può essere, com’è per Marx, fatto “sociale” prima che “politico”: la conquista del potere statale diventa fino in fondo mezzo per l’affermazione di una nuova egemonia sociale: non esiste più contraddizione e salto tra potere e programma; il proletariato è in grado di esprimere e di realizzare i contenuti in base ai quali rivendica il potere. In questo modo nuovo e infinitamente più ricco (forse il solo possibile in occidente) di fare la rivoluzione, sta anche il valore di cent’anni di storia del movimento operaio, di un secolo di lotte che hanno spinto il sistema al suo approdo e insieme gli hanno impedito di esplicitare la sua permanente tendenza catastrofica. E qui sta l’asse di una nuova strategia della rivoluzione in occidente.

 

 

72. Al fondo di questa realtà vi è non solo lo sviluppo delle forze produttive ma il salto di qualità che in tale sviluppo si è determinato e la reciproca reazione tra il nuovo livello così raggiunto delle forze produttive e i rapporti capitalistici di produzione. L’analisi di questo salto di qualità è il compito nuovo che il marxismo non ha finora seriamente affrontato, lasciando un vuoto teorico che la descrittiva sociologica e l’invenzione politica non bastano a colmare. Schematicamente, i suoi aspetti costitutivi sembrano essere.

a) L’ingresso massiccio della scienza e della tecnologica nella produzione. Lo sviluppo economico, che nelle fasi precedenti è stato soprattutto estensivo e ha trovato nello sfruttamento del lavoro e nell’impiego di risorse materiali inutilizzate i suoi elementi propulsori, si realizza ora in primo luogo attraverso il rivoluzionamento continuo delle tecnologie, dei materiali, delle professionalità, dei beni. La società umana, nei paesi avanzati, è giunta ad un livello in cui la fonte decisiva della produzione allargata è, o potrebbe essere, non il lavoro umano diretto ma il patrimonio sociale delle conoscenze, fino a render possibile una espansione costante della produzione attraverso un uso sempre più efficace del capitale costante dato, e come effetto indotto dallo sviluppo onnilaterale e complessivo della libera attività sociale. Una simile possibilità è intimamente contraddittoria con un modo di produzione che ha per stimolo fondamentale il profitto, in cui il calcolo della produttività è settoriale e diretto, e in cui la divisione politica e sociale del lavoro si oppone allo sviluppo onnilaterale di tutti gli individui. Il capitalismo reagisce a tale contraddizione restringendo l’area e il ritmo di introduzione delle nuove tecniche, moltiplicando lo spreco e il parassitismo, subordinando la qualità e la quantità dello sviluppo al fine particolare della riproduzione dei rapporti di classe e di potere esistenti.

b) Un nuovo rapporto tra produzione e consumo. Fino ad oggi, la produzione ha avuto come punto di riferimento fondamentale bisogni primari largamente autonomi e univoci. Oggi, nelle società capitalistiche avanzate, una parte determinante del consumo risponde invece a bisogni che il sistema sociale artificialmente induce, oppure si presenta come consumo sganciato da qualsiasi bisogno e rivolto solo a sostenere artificiosamente la domanda. Viene così a mancare la base stessa della razionalità economica capitalistica, che si è sempre definita come il modo più efficiente di distribuire le risorse rispetto ad un fine predeterminato. Diventa allora decisivo stabilire quali meccanismi regolano la formazione dei bisogni e stabilire su quali parametri non puramente quantitativi giudicare lo sviluppo. Diventa decisiva la formazione di stimoli efficaci ma non artificiosi per utilizzare tutte le potenzialità esistenti. E diventa possibile rivolgere il lavoro sociale alla soddisfazione di superiori bisogni umani, non necessariamente attraverso la produzione di beni materiali e servizi e il loro scambio sul mercato. Il sistema capitalistico, estraneo per natura a questi problemi e queste possibilità, affronta il nuovo rapporto consumo-produzione con una moltiplicazione senza senso dei beni rivolti alla soddisfazione di bisogni materiali dati, o inducendo consumi di puro spreco, o moltiplicando la spesa degli apparati parassitari.

c) Un nuovo rapporto uomo-macchina.  A questo livello storico il problema del lavoro si modifica, o potrebbe modificarsi, radicalmente. Sia nel senso che buona parte delle funzioni parcellizzate e ripetitive potrebbe essere ridotta, sia nel senso che la libera attività umana onnilaterale potrebbe diventare direttamente produttiva (di nuove tecniche e di nuovi bisogni), e soprattutto nel senso che la qualità del lavoro potrebbe essere assunta come uno degli obiettivi dello sviluppo e come metro di valutazione del progresso. Ma poiché meccanismo regolatore del capitalismo sono l’appropriazione del surplus sul lavoro diretto e la struttura gerarchica del potere, si assiste invece ad una accentuazione della specializzazione e della parcellizzazione del lavoro della massa, alla espulsione di una quota crescente della popolazione dalla attività produttiva, all’estensione di un “tempo libero” come puro ozio e apparente risarcimento dello sforzo.

b) Un nuovo carattere dello sviluppo scientifico. Arrivata a un alto livello di conoscenze, a una capacità di pianificazione, a un rapporto diretto con la produzione, anche la scienza assume diversi significati. Da un lato è di gran lunga più autonoma rispetto alla sua storia passata, essendo continuamente il risultato di una scelta tra diverse direzioni possibili di ricerca e di una programmazione nell’impiego di uomini e di risorse. Dall’altro lato è di gran lunga meno autonoma rispetto al sistema sociale dal quale riceve gli obiettivi e le risorse e al quale fornisce gli strumenti decisivi di sviluppo. Inoltre, attraverso la tecnologia, essa non si limita più a fornire metodi e mezzi più o meno grandi, più o meno nuovi, per realizzare certi obiettivi produttivi, ma incide sull’equilibrio naturale e sul soggetto umano. Diventa a questo punto decisivo sapere chi governa e come governa il progresso scientifico, che non è più neutro e predeterminato, e quali conseguenze questo progresso è destinato ad avere nel lungo periodo. Il capitalismo non può dare a questi interrogativi che la sua risposta: piegare lo sviluppo scientifico alle necessità del profitto, del potere, della manipolazione delle masse.

 

 

73. Ma se le contraddizioni specifiche del capitalismo e la conseguente maturità del comunismo come rivoluzione radicale non derivano da un generico sviluppo delle forze produttive quanto da questo loro specifico salto di qualità (che già Marx aveva genialmente previsto e cominciato ad analizzare), ne derivano due conseguenze fondamentali, presupposto di ogni ricerca strategica sulla rivoluzione occidentale.

 

 

74. La prima conseguenza è che per maturità del comunismo non può intendersi un graduale e spontaneo formarsi di elementi di “nuova società” all’interno di quella attuale, una contraddizione lineare e crescente fra forze produttive che già si dispongono ad un diverso ordine sociale e rapporti di produzione che ne ostacolano l’avvento. Questa concezione evoluzionista, neo-kautskiana, che oggi conosce un certo rilancio, è in realtà smentita dai fatti. Proprio quegli elementi che fanno “maturare” il bisogno e la possibilità del comunismo, consentono anche al capitalismo di deformare e assumere ai propri fini lo sviluppo stesso delle forze produttive (tecnica, professioni, modelli di consumo, forme ideologiche, istituzioni), che direttamente portano in sé il segno dei rapporti di produzione entro i quali si sviluppano. Per questo, tra lo schema della rivoluzione borghese e quello della rivoluzione proletaria permane ed anzi si accentua una differenza radicale. La rivoluzione proletaria non è il proseguimento e la liberazione di tendenze maturate nella società capitalistica, ma il precipitare di una contraddizione dialettica, un salto di qualità.

 

 

75. La formazione di una alternativa rivoluzionaria, e poi la costruzione di una nuova società, passa quindi da una critica radicale e concreta di tutte le manifestazioni della società presente: del suo modo di produrre, di consumare, di pensare, di vivere. Non è frutto della spontaneità di una nuova classe, ma di una attività cosciente ed organizzata attraverso cui questa nuova classe sopprime sé stessa in quanto conservatrice e perpetuatrice dell’ordine antico. Il comunismo, come Marx aveva visto, non è un ulteriore gradino del progresso storico, ma quel rovesciamento della storia che il capitalismo ha reso possibile; non è una nuova economia politica, ma la fine dell’economia politica; non è lo Stato giusto, ma la fine dello Stato; non è una gerarchia che riflette i diversi valori naturali, ma la fine della gerarchia e il pieno sviluppo di tutti; non è la riduzione del lavoro, ma la fine del lavoro, in quanto attività estranea all’uomo e puro strumento.

 

 

76. La seconda conseguenza è che la maturità del comunismo non vuol dire affatto sua ineluttabilità. Innanzitutto, questa maturità contrassegna una fase storica, non una crisi emergente e determinata: almeno a livello mondiale, i processi da cui nasce sono processi di lungo periodo continuamente frenati e neutralizzabili da varie controtendenze. Per passare dall’individuazione di questi processi all’individuazione di una crisi rivoluzionaria reale è necessario introdurre nel quadro elementi specifici della situazione internazionale e di quella di ciascun paese. Quel che più conta, uno sviluppo capitalistico più che mai distorto e repressivo non solo è astrattamente sempre possibile ma si alimenta oggi concretamente con precisi meccanismi economici, sociali, politici, militari. Discriminante fondamentale all’interno del marxismo è quella che contrappone alla teoria deterministica della ineluttabilità del socialismo una concezione dialettica della storia che non esclude mai a priori  il regresso e la catastrofe. Oggi, lo sviluppo del capitalismo avanzato rende tale discriminante ancora più importante.

 

 

77. Esistono realtà, tendenze, forze potentissime che spingono nella direzione di una degenerazione della civiltà umana, di una utilizzazione aberrante e autodistruttiva del potere nuovo di cui il progresso ha fornito l’uomo. La maturità del comunismo è solo una faccia, quella positiva, di una gigantesca contraddizione storica, di cui l’altra faccia è la catastrofe. Una catastrofe di cui la guerra atomica ci offre l’immagine più semplice e terrificante, ma non la sola e forse neppure la peggiore.

 

 

Una nuova linea generale

 

 

78. Da questa analisi discendono alcune ipotesi strategiche, gli elementi di una linea generale su cui fondare l’azione rivoluzionaria nelle società di capitalismo avanzato, in rapporto al livello raggiunto dalla lotta di classe internazionale nel nostro tempo.

 

 

79. Principio ispiratore del programma rivoluzionario, prospettiva entro cui ogni singola lotta si colloca, terreno sul quale si costruisce un blocco di forze politiche e sociali rivoluzionarie, è la soppressione dei rapporti di produzione capitalistici e la costruzione, come processo graduale ma con inizio immediato, del comunismo. Il comunismo è il programma concreto in nome del quale la classe operaia lotta e rivendica il potere. Ciò significa:

a) Una lotta contro la divisione, e il concetto capitalistico, del lavoro: cioè riduzione crescente delle mansioni subordinate e ripetitive (con la consapevole rinuncia alla massimizzazione della quantità e varietà di beni e consumi collegati a questa forma di lavoro); lotta contro lo sviluppo tecnico e organizzativo che assume il lavoro come merce e la produzione di valore come fine esclusivo; rotazione di tutti i membri della società nelle mansioni lavorative più estraniate e subalterne in quanto e fin quando non siano superate; moltiplicazione di attività umane socialmente organizzate esterne al processo lavorativo tradizionale; abolizione della scuola come organismo separato, cioè carattere permanente e sociale dell’educazione;

b) Una lotta radicale per l’eguaglianza: cioè sostanziale unificazione dei redditi; fine, col carattere selettivo della scuola, di tutto il sistema di gerarchie che ne deriva a tutti i livelli della società; liquidazione dei modelli individualistici di consumo. Ciò non significa livellamento ma il suo contrario: sostituire una gerarchia di reddito e di potere sempre più arbitraria, impersonale e prevaricante, con una differenziazione fra gli individui che nasca dalla eguaglianza di condizioni sociali a ciascuno offerta per la libera espressione di sé.

c) Una lotta radicale per la gestione sociale e contro lo Stato politico: cioè superamento della democrazia parlamentare, delle funzioni e dei corpi specializzati dello Stato, della divisione tra politica ed economia. Ciò non significa limitazione della libertà politica e della partecipazione delle masse al potere, ma il suo contrario: lotta contro il carattere astratto delle libertà borghesi, contro la delega come essenza del potere politico, contro la separazione tra Stato e società, tra pubblico e privato. Il parlamentarismo borghese non è il modello definitivo della libertà politica ma una sua forma specifica mistificata.

 

 

80. Questi obiettivi generali possono procedere solo in reciproco intreccio: senza il superamento del carattere diviso e estraniato del lavoro non può venir meno compiutamente e liberalmente la funzione degli incentivi materiali; non è possibile la gestione sociale della struttura produttiva se questa struttura già nasce con carattere gerarchico e senza una eguaglianza culturale e sociale tra gli individui; non è pensabile una moltiplicazione delle libere attività umane che avvenga nell’ambito chiuso della produzione di beni, senza essere indotta da una espansione di tutta la sfera della vita sociale. Il comunismo è un processo globale e consapevole.

 

 

81. Questa impostazione della lotta di classe non significa affatto fondazione del comunismo di un sol colpo, senza “transizione”. Né significa introduzione di “elementi di comunismo” all’interno di una società capitalistica. Significa che l’alternativa da costruire non può essere “democratica” prima e “socialista” poi (come nella strategia frontista) e neppure può solo fondarsi sul rovesciamento del potere statale e della proprietà borghese (come nella strategia leninista); ma può e deve rendere esplicita, chiara e concreta la prospettiva di un superamento reale dei rapporti capitalistici di produzione, e animare di tale prospettiva tutto il ventaglio delle lotte già all’interno della società capitalistica.

 

 

82. Esistono le condizioni perché la prospettiva comunista si traduca in concreti obiettivi di lotta, nasca da un movimento reale nei settori-chiave della società, cessi di ridursi a puro discorso di propaganda e pura consapevolezza ideologica. Si può porre cioè in modo nuovo il problema degli obiettivi intermedi. La prima novità è che il loro valore non è più riduttivo, strumentale e di rottura (terreno di convergenza di interessi diversi uniti nella lotta comune contro lo stato borghese), ma è anche un valore prefigurante, di progressivo chiarimento di una prospettiva e di costruzione di capacità politiche e organizzative per la gestione di una società diversa. La seconda novità è che gli obiettivi intermedi cessano d’essere utili unicamente nei momenti di crisi acuta: la specificità dei loro contenuti ne impedisce un assorbimento riformistico e ne fa strumenti permanenti di costruzione di una forza alternativa.

 

 

83. Si può così stabilire un rapporto nuovo tra movimento di lotta e unificazione politica. Tradizionalmente, la lotta di massa ha avuto carattere rivendicativo, per cui solo la radicalizzazione di una tematica sostanzialmente sindacale ha consentito di rompere l’orizzonte tradunionistico e di stabilire una saldatura tra lotta particolare e prospettiva politica. A questo rapporto tra movimento sociale e politico ha corrisposto la distinzione tra sindacato e partito, nella duplice versione della cinghia di trasmissione e del sindacalismo puro. Nel capitalismo avanzato, questa distinzione tra lotta economica e lotta politica tende a scomparire. Di conseguenza, un nuovo rapporto si impone tra un movimento di massa, unitario e autonomo, che progressivamente scopre la dimensione politica della propria lotta immediata e le vie del suo collegamento con altri settori; e una organizzazione politica intesa nono più come coscienza esterna ma come sintesi continua tra il movimento in lotta e il patrimonio di teoria e organizzazione della classe, correttivo alla disgregazione corporativa e garanzia di unificazione strategica.

 

 

84. Questo rapporto implica che il movimento di massa non si presenti atomizzato e spontaneo, ma con una propria struttura. Questa struttura sono i Consigli, cioè organi di espressione unitaria e diretta di gruppi sociali omogenei, politici e sindacali insieme, continuamente revocabili: non organi di autogestione, né espressioni transitorie in una fase di dualismo del potere, ma forme organizzative che stabilizzano e sviluppano i livelli di coscienza politica delle masse nel vivo di uno specifico scontro sociale.

 

 

85. Una crescita su queste basi del movimento di massa è indispensabile per determinare delle crisi reali nella società e contemporaneamente aggregare un blocco di forze in grado di rovesciare il potere capitalistico e di gestire un programma di transizione al comunismo. I Consigli non cresceranno in modo lineare e progressivo, come contropoteri all’interno della società capitalistica, ma si svilupperanno nelle fasi di scontro più acuto e rifluiranno quando il movimento subisce un arresto: il problema è di impedire che il riflusso riconduca al punto di partenza, garantendo ogni volta un salto in avanti nel livello di autorganizzazione e di coscienza della classe.

 

 

86. Ma per l’ambiguità di tutte le forze sociali nella loro immediatezza, per la frammentazione del fronte di classe che il sistema continuamente produce, questa crescita esige la presenza, nel movimento e fuori di esso, di una forza politica: cioè di una teoria e di una organizzazione, prodotto di tutta la storia della classe e della sua dimensione mondiale, memoria delle masse, strumento di coordinamento delle loro lotte. Questo strumento di sintesi continua, senza il quale la spinta anticapitalistica risulta subalterna, è il partito. La rivoluzione in un paese di capitalismo avanzato non richiede un minimo di organizzazione ma un massimo di organizzazione, non una minore mediazione della coscienza ma una maggiore mediazione della coscienza, su tutta l’area della società e in rapporto diretto col movimento.

 

 

87. La crescita di lotte antagonistiche al sistema, nella misura in cui strappa risultati, modifica i rapporti di forza e tende a far precipitare una crisi economica e politica. Questa crisi è necessariamente violenta, anche se può non assumere la forma della guerra civile per la forza stessa del movimento. Il precipitare dello scontro economico e politico liquida la funzione mediatrice delle istituzioni e delle forze politiche tradizionali, spezza la normalità istituzionale. Ciò non significa che la rivoluzione, e lo Stato che ne esce, neghino il suffragio universale, ma significa che il suffragio universale può solo sancire l’esito di uno scontro già risolto con altri strumenti, ed essere poi assunto in un sistema di democrazia non più delegata e non più formale. In questo senso la via parlamentare al socialismo è una illusione. Il Parlamento non è il centro e il momento più alto in cui il movimento si esprime, ma una sua proiezione impoverente, un suo strumento a volte utile ma imperfetto: tanto più imperfetto quanto più acuta diviene la lotta di classe quanto più crescono nuove forme di organizzazione politica alternativa.

 

 

88. Perché questo scontro risulti vincente e questo “salto” si compia, è necessario che ad esso si giunga con una lunga serie di lotte, con un lungo lavoro di costruzione di una linea, di un sistema di forze, di un programma. Solo una crescita progressiva del movimento di classe e delle sue alleanze può infatti permettere: a) di promuovere l’unità del proletariato, che nella sua immediatezza si presenta sempre più differenziato; b) di suscitare intorno al proletariato lo schieramento degli altri strati sociali potenzialmente rivoluzionari ma ricattati dagli strumenti integratori del sistema e preda di interessi corporativi; c) di costruire in concreto una proposta programmatica alternativa, di cui però solo la lotta progressivamente produce i dati oggettivi necessari (bisogni, capacità, organizzazione).

 

 

89. Per definire il problema di un programma alternativo, i partiti tradizionali hanno adottato due formule dense di equivoci, quella del “modello di sviluppo” e quella del “programma di transizione al socialismo”:

a) l’equivoco nascosto sotto la formula del “modello di sviluppo” sta nel fatto che ne risulta offuscata la discriminante fondamentale con il riformismo, la necessità del salto rivoluzionario. Va in ombra la necessità della conquista del potere statale da parte di un blocco di forze impegnate a superare il sistema capitalistico, e la necessità di una trasformazione della struttura stessa del potere politico-statuale, senza di che è illusorio operare quelle modificazioni di rapporti internazionali, quella conversione dell’apparato produttivo, quella limitazione del privilegio, quella mobilitazione di energie, quella pianificazione delle risorse, che sono essenziali a un tipo di sviluppo realmente alternativo. Si accredita inoltre l’ipotesi che già esistano le condizioni oggettive per uno sviluppo alternativo che solo la volontà dei governanti o dei capitalisti ostacola, laddove questo tipo di sviluppo non esiste se e fino a quando la lotta di classe non ne avrà creato le premesse con una diversa capacità di organizzazione e gestione delle masse, una nuova e consapevole gerarchia dei bisogni sociali, una diversa egemonia in ogni settore della società.

b) Ma anche la formula del “programma di transizione al socialismo” consente un margine di equivoco. Essa è connessa all’idea della conquista del potere statale da parte di una forza proletaria che ha di fronte grandi problemi di completamento della rivoluzione borghese, preliminarmente si propone di affrontarli per poi procedere realmente a una trasformazione radicale della società (quasi una “transizione ad un regime di transizione”). In una società di capitalismo maturo, dove il problema della trasformazione socialista si pone immediatamente e dove la compattezza della organizzazione sociale non consente una prolungata incertezza sui meccanismi fondamentali di regolazione dello sviluppo, un simile schema assume un significato ambiguo: di copertura verbale di una posizione gradualista e riformista, o di manovra per giungere a un governo e un programma intimamente contraddittori col proposito di disorganizzare lo stato borghese e di fare precipitare una crisi.

c) Il problema si pone in tutt’altri termini. Via via che il movimento di lotta anticapitalistica produce una crisi nella società e determina le condizioni oggettive di uno sviluppo diverso, le forze politiche rivoluzionarie devono sintetizzare queste condizioni e offrire a questa crisi una alternativa programmatica, fondata sul presupposto esplicito della trasformazione globale del sistema proprietario e istituzionale e della realizzazione graduale, ma immediatamente impostata, di un diverso ordine sociale. Non un diverso modello di sviluppo della società capitalistica e neppure un programma della costruzione del comunismo, la precisazione di ciò che esso significa nella situazione data, in un certo paese, in una certa fase, ad un dato livello delle forze produttive e dei rapporti di forza internazionali. La funzione di un tale programma è evidente: illumina la prospettiva alle lotte, dimostra la loro coerenza e il realismo dei loro obiettivi al di fuori del sistema dato, alimenta tra le masse e a livello delle forze politiche le convinzioni necessarie a conquistare e a gestire il potere, rende esplicita la maturità e la concretezza dell’eversione del sistema.

 

 

90. Centro motore e forza dirigente del blocco storico rivoluzionario attorno a una prospettiva comunista è il proletariato, che rappresenta nella società moderna la maggioranza degli sfruttati. Il proletariato non è, in un sistema capitalistico avanzato, una realtà sociologicamente definibile con precisione: non può più essere identificato con i tradizionali operai di fabbrica, per il fatto che i confini della forza lavoro salariata si sono enormemente allargati; né definito come produttore di plusvalore, per il fatto che i confini tra lavoro produttivo e lavoro improduttivo appaiono meno rigidi. Ma il concetto di proletariato rischia così di stemperarsi fino a significare tutto e nulla. In una società capitalistica avanzata, come aveva visto Marx, il proletariato si costituisce come classe soprattutto attraverso la sua lotta, il suo rapporto con il rovesciamento del sistema. È quella parte della forza lavoro salariata la quale, per la sua fisionomia sociale, il suo livello di lotta, il suo grado di organizzazione, si erge contro i rapporti capitalistici di produzione. Perciò, il modo fondamentale della costruzione di una alternativa socialista in occidente non sta nelle alleanze tra proletariato e altri strati sociali quanto nella costituzione e nella unificazione del proletariato come classe attraverso la politicizzazione della sua lotta economica e la socializzazione della sua lotta politica.

 

 

91. Sono presenti nella società di capitalismo maturo due zone sociali che non si possono compiutamente definire come proletarie ma che sono decisive per la rivoluzione: gli intellettuali e i tecnici con funzioni di direzione e di ricerca, e le minoranze oppresse ai margini della società (le donne, gli emigranti, le minoranze razziali, i disoccupati). Il rapporto del proletariato con questi strati sociali non può essere quello tradizionale dell’alleanza. Da un lato, perché una convergenza con questi strati e tra di essi è possibile solo al livello più alto della lotta proletaria: solo portando fino in fondo la sua critica radicale al sistema nella prospettiva del comunismo il proletariato scopre la faccia progressiva di questi strati e può soddisfare le loro esigenze profonde. Dall’altro lato, perché questi strati non rappresentano un “residuo” del passato feudale e borghese, ma un prodotto specifico dello sviluppo capitalistico, e portano avanti in modo proprio valori e bisogni essenziali al processo rivoluzionario. Solo una critica della scienza e dei ruoli sociali condotta da chi produce scienza e professioni consente al proletariato di andare oltre un puro rifiuto della tecnologia e dell’organizzazione capitalistica; analogamente le minoranze escluse (come, a livello mondiale, le civiltà preborghesi e i popoli contadini) sono dirette apportatrici di bisogni e di valori (eguaglianza, comunità, critica del produttivismo) essenziali alla prospettiva comunista. Appare chiaro in questo quadro, il ruolo degli studenti, proprio in quanto partecipano di entrambi questi aspetti della società capitalistica: forza lavoro intellettuale in formazione e declassati esclusi dalla vita produttiva, congelati in un avvilente limbo e vittime principali come giovani della disgregazione del corpo sociale.

 

 

92. A fianco del proletariato e di questi strati sfruttati assume un peso qualitativamente crescente una serie di gruppi sociali polverizzati e subalterni, in vario modo partecipi della struttura di potere capitalistica e consumatori di plusvalore (un pletorico apparato burocratico, una proliferazione di lavoratori dell’intermediazione, ecc.). per la loro fisionomia professionale, i relativi privilegi di reddito di cui godono, la loro disgregazione, molto difficilmente questi strati sono mobilitabili in una lotta non corporativa. Ma è di grande importanza la loro neutralizzazione, che dipende da due fattori: da una crescita della lotta proletaria che tolga spazio, con i suoi risultati economici e politici, ai meccanismi integratori del sistema, acuisca il disagio di questi gruppi e imponga una direzione precisa al loro orientamento oscillante; e dalla “decapitazione” politica di questi gruppi sociali, cioè dal rapporto che il movimento rivoluzionario riesce a stabilire con correnti ideali e forze politiche intermedie che in qualche misura li rappresentano.

 

 

93. questo rapporto al livello di forze politiche si presenta, in una società di capitalismo avanzato, contraddittorio e complesso. La trasformazione burocratico-corporativa del potere statale ha investito anche le organizzazioni politiche, decadute a sistemi di clientela, apparati di potere, strumenti di mediazione. Ma lo sviluppo della società ha anche demistificato il rapporto tra il sistema e le ideologie politiche riformiste, liberali e cattoliche, aprendo così a una contraddizione all’interno di tali ideologie e tra le loro componenti migliori e il sistema. Di questi due processi, quale prevalga e in quale forma è un problema fondamentale di ricerca concreta su ogni società capitalistica. Mettere in crisi l’apparato dell’egemonia politico-ideologica del sistema è comunque un obiettivo essenziale sia per porre a nudo il contenuto arbitrario e violento del dominio di classe, sia per favorire la maturazione o la neutralizzazione di importanti strati sociali. Ciò è possibile in quanto si approfondisce la contraddizione tra la parte migliore della cultura che la storia ha prodotto e il sistema capitalistico, e cresce invece la capacità della rivoluzione proletaria di manifestare il suo carattere universale.

 

 

94. La conquista dello Stato da parte di un blocco di forze già costruito su di una prospettiva comunista – in una società che ha già risolto al suo interno i problemi dell’accumulazione primitiva e in cui esiste una organizzazione unitaria della produzione e dello Stato – può consentire di esercitare il potere in modo profondamente democratico, con una attiva e piena partecipazione delle masse. Può consentire non solo di rispettare pienamente la libertà di espressione, di pensiero, di organizzazione, ma di dare a queste libertà nuove basi materiali e nuovi presupposti sociali, liquidando il carattere formale e astratto che esse assumono nella società borghese. L’esercizio reale di queste libertà e la partecipazione delle masse alla direzione politica al più alto livello non sono di ostacolo a processo rivoluzionario, ma sono anzi la condizione indispensabile perché la rivoluzione possa procedere specialmente in una società complessa. Lo Stato rivoluzionario può e deve essere dall’inizio, nei paesi avanzati, veramente uno stato “sui generis”, di tipo nuovo, cioè uno stato che dal primo momento comincia a deperire.

 

 

95. Ciò non vuol dire considerare superato il principio marxista-leninista della dittatura proletaria. Fino a quando la società comunista non è costruita e una gestione diretta da parte delle masse non è possibile, gli elementi di centralizzazione e di delega devono progressivamente deperire ma continuano a prevalere nella costituzione politica. Fino a quando le differenze tra le classi permangono, è costante la tendenza dei gruppi sociali privilegiati a utilizzare il loro privilegio per impadronirsi degli strumenti del potere, sicché il processo rivoluzionario può procedere fino in fondo solo se questa tendenza è sconfitta, solo se il potere politico resta nelle mani di coloro il cui interesse materiale è la soppressione dello sfruttamento fino in fondo. Per ciò la costituzione politica di uno stato socialista non può essere una costituzione neutra, al di sopra delle classi. La “eguaglianza” politica delle costituzioni borghesi (fondata sulla astrazione del cittadino e del suo diritto al voto) è solo la sanzione della diseguaglianza reale (politica ed economica). Uno stato socialista non può non avere una costituzione “ineguale”, nel senso di dare al potere politico una struttura che garantisca “la direzione di coloro che non hanno tutti  i titoli per dirigere”.

 

 

96. L’esperienza storica dimostra che questa diseguaglianza tende però a rivolgersi contro se stessa, trasformandosi nel dominio di una élite che governa in nome del proletariato. La risposta a questo problema decisivo per la società di transizione può venire solo dalla soluzione corretta di due altre questioni: la questione dei consigli e la questione del partito.

 

 

97. Come la maturità del comunismo, nella società attuale, conferisce al movimento di massa carattere direttamente anticapitalistico e gli consente di assumere forme autonome e unitari di organizzazione e di direzione (i consigli), così una rottura rivoluzionaria operata a questo livello e con questi strumenti può dare origine a uno stato di tipo realmente nuovo, realmente “in via di estinzione”. Come Lenin pensava, ma come le condizioni della rivoluzione russa non hanno consentito, la struttura portante di uno stato proletario sono i Consigli, come forma specifica della società di transizione e superamento, non complemento, dello stato parlamentare borghese. Fondare il potere statale sui consigli (di fabbrica, di scuola, di quartiere, e in tutte le articolazioni decisive della società) già significa: organizzare il potere e il suffragio in relazione ai suoi contenuti concreti; togliere alla “delega”, che ancora sussiste come in ogni forma di stato, il suo carattere astratto e generico; rendere questa delega realmente revocabile e assicurare con ciò l’esercizio permanente del potere da parte delle masse; appoggiare il potere e il suffragio a una struttura che assicura un peso decisivo al proletariato e ai gruppi sociali più omogenei, più numerosi e più attivi, senza sopprimere la libertà e negare la eguaglianza politica di base.

 

 

98. Anche in una società di transizione, che è per definizione una società dove la gestione sociale della produzione non è ancora possibile e dove i rapporti tra gli uomini sono ancora caratterizzati dallo scambio, i consigli non possono essere organi di autogestione delle singole attività produttive. La produzione deve essere coordinata da un piano e il comportamento degli individui e dei gruppi condizionato da elementi ancora in parte coercitivi. La struttura consiliare è perciò complementare alla presenza al suo esterno e al suo interno di una forza soggettiva unificante, cioè del partito. Nella dialettica tra queste due istanze – il consiglio come espressione immediata del gruppo sociale e ostacolo alla degenerazione del partito e all’autoconservazione dello stato, e il partito come espressione della coscienza rivoluzionaria e ostacolo al ripiegamento corporativo delle masse e dei consigli – sta la garanzia del funzionamento del sistema.

 

 

99. Come nella lotta per il potere, così nella fase di transizione il partito rivoluzionario conserva una triplice caratteristica: partito di militanti, cioè partito nel quale vita politica e vita sociale, privato e pubblico, tendono a saldarsi, trasformando gli uomini come premessa e conseguenza della loro azione politica e della loro attività sociale; partito proletario, non solo perché suo punto di riferimento costante sono gli interessi del proletariato, ma in quanto assicura assolutamente la direzione del proletariato sulla propria prassi politica; partito di massa, non solo perché numeroso e legato alle masse, ma perché opera là dove le masse concretamente lavorano e si organizzano e le orienta in una lotta concreta di trasformazione della realtà; partito unitario, non perché conformista e obbediente e sovrapposto alla ricchezza e all’autonoma responsabilità del suo stesso corpo militante, ma perché formazione storica con un fine comune e luogo di unificazione della classe.

 

 

100. L’insieme di regole e istituzioni che assicurano ad un partito questi caratteri e quindi la sua struttura organizzativa non può essere definito in astratto, perché situazioni diverse richiedono istituzioni diverse e una stessa struttura assume significati diversi in diverse situazioni. Dato permanente e irrinunciabile è che la garanzia del carattere democratico del partito sta innanzitutto fuori di esso, cioè nel suo rapporto con le masse, e che a questo rapporto devono essere subordinate tutte le sue norme interne. In questo senso l’insieme di regole in cui si è espresso durante la III Internazionale e tuttora si esprime il centralismo democratico non solo è storicamente superato ma è una delle cause di fondo dell’attuale revisionismo dei partiti comunisti di occidente.


 

 

 

 


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