il manifesto   numero 5                                                                    maggio 1970

 

Il movimento studentesco 

 

Lucio Magri

 

LINEE PER UNA RIPRESA

 

 

Vi è nella scuola, soprattutto nell'Università, qualche segno  di ripresa del movimento studentesco come movimento  di massa, direttamente impegnato in una lotta proprio terreno specifico. È una ripresa che nasce probabilmente come riflesso di una crisi (la crisi dei gruppi minoritari e del lavoro politico degli studenti verso le fabbriche), e come risposta a un'iniziativa dell’avversario (la liberalizzazione degli accessi e dei piani studio, cioè la “riforma silenziosa”  avviata dal sistema che apre nuove contraddizioni e fa emergere nuovi protagonisti). Ma proprio questo conferma che la questione studentesca non era affatto un fenomeno passeggero, legato alla radicalizzazione di una avanguardia politica, quanto un fenomeno strutturale di cui il capitalismo non può ormai sbarazzarsi,  ma che al contrario  continuamente  alimenta.

A gestire questa nuova fase di lotta si candidano nuove leadership che, a differenza di quelle del '68, cercano subito di proporre al movimento, ancora agli inizi, una piattaforma a livello nazionale: ad una divisione orizzontale  per sedi, si sostituisce una differenziazione verticale fra  linee. La formulazione di tali linee è ancora moIto approssimativa: in ciascuna di esse sono presenti spunti di analisi e di proposte assai più ricchi del loro schema di fondo, e questo schema, d'altra parte, è ancora molto grezzo. Anche la loro presa effettiva sulla realtà appare ancora molto limitata, diseguale e fluttuante. E tuttavia, con una certa schematizzazione si possono  già individuare tre posizioni, e dunque tre correnti che cercano di egemonizzare il movimento.

La priima linea è quella dei comunisti, che hanno ricostituito  le loro sezioni universitarie ottenendo qualche successo organizzativo (a Roma, a Venezia, a Bari, a Milano, a Padova) e marcando una certa presenza politicao (a Bologna, e in qualche centro minore). La loro linea,  quella dichiarata ma soprattutto quella sulla quale raccolgono una adesione e sviluppano un'iniziativa, segna il ritorno — dopo le vaghezze dei convegni di Ariccia — alla tematica della “riforma della scuola”  oggi centrata intorno al diritto allo studio con tutti i suoi corollari: salario agli studenti, sviluppo delle strutture, abolizione dei meccanismi di selezione, modernizzazione dei contenuti e dei metodi di insegnamento, partecipazione studentesca, lotta contro il processo di dequalificazione. Il nesso tra questa piattaforma e il discorso politico generale è appunto quello previsto dalla strategia delle riforme: lo  “sviluppo economico nazionale” dovrebbe assicurare sbocchi professionali più numerosi e migliori, e l'utilizzazione della scuola e della ricerca come istituzione rinnovata che lavora al servizio di un nuovo committente (il movimento popolare) dovrebbe collaborare alla realizzazione di questo “sviluppo”.

Una seconda linea è quella sostenuta dai compagni della Statale di Milano che hanno costituito in pochi mesi un movimento di massa di notevoli proporzioni, sull'onda del quale cercano ora di costruire una rete di rapporti in altre sedi (soprattutto lombarde ed emiliane). Gran parte di questo successo è legata a temi ed iniziative politiche generali, cui il movimento studentesco fornisce una sigla, una struttura, un'occasione unitaria: da un lato alcune manifestazioni di piazza che per contenuti politici e forme di lotta offrono il modo di esprimersi  ad uno strato ormai largo di opinione pubblica di estrema sinistra, dall'altro una ripresa in termini meno dogmatici di quanto sia finora avvenuto in Italia del discorso maoista che offre un terreno di aggregazione ai molti gruppi cinesizzanti in piena crisi.

A differenza di tutti quei movimenti che hanno cercato immediatamente un rapporto con gli operai e aperto un fronte di lotta contro il Pci cercando di costruire una organizzazione alternativa, il gruppo della Statale prende però atto dell'attuale egemonia del Pci sulla classe operaia, mette tra parentesi il problema del “nuovo partito”, e si propone per ora di crearne le premesse con un rilancio "del movimento studentesco”  come movimento di massa antiriformista e ideologicamente rivoluzionario.

Ma perché gli studenti, e come? La risposta è coerente con l'impostazione generale: gli studenti sono il reparto avanzato di una piccola e media borghesia che, colpita dal processo di proletarizzazione e dall'involuzione autoritaria, può ormai difendere i propri interessi solo accettando la prospettiva del socialismo e l'alleanza con la classe operaia. Il terreno dunque di mobilitazione del movimento studentesco è quello della difesa della loro qualifica e dei loro sbocchi professionali in collegamento con gli altri strati intermedi, su cui poi si inserisce per opera di una avanguardia il “discorso politico corretto”.

Una terza linea è portata avanti dai vari gruppi operaisti che ormai si  muovono senza un preciso coordinamento,  ma rappresentano pur sempre una importante corrente d'opinione: a Torino, a Venezia, a Trento, a Firenze, a Pisa (un discorso a parte meriterebbe il  movimento della Cattolica, della stessa matrice ma impegnato in uno sforzo di ripensamento). Il fondamento analitico di tale linea è, da tempo, la identificazione tra la figura sociale dello studente e quella del proletario, da cui si deduce l'assimilazione della lotta studentesca a quella operaia: da un lato, quindi, massimizzazione delle rivendicazioni materiali degli studenti (dal salario alla mensa, dalla tutela dei pendolari alle strutture assistenziali: far pagare sempre di più al capitale il costo della formazione della forza-lavoro); dall'altro lato,  il rifiuto dello studio e il blocco della ricerca (lotta ai meccanismi selettivi, irrilevanza dei problemi didattici, paralisi dei corsi). Su questa base, collegamento diretto con le lotte operaie e rifiuto della “specificità” politica del movimento studentesco.

Ora, pur iscrivendosi in strategie del tutto diverse, e di riflesso sottolineando diversi obiettivi di lotta, tutte queste linee hanno, a proposito del movimento studentesco, un elemento comune; si propongono di rilanciarlo come movimento di massa attraverso un recupero della dimensione “sindacale”  o di “categoria”,  cioè attraverso la difesa immediata della condizione dello studente, dei suoi interessi materiali, del suo livello di qualificazione.

 

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Noi invece crediamo che questo terreno sia sbagliato e illusorio; che, su questa strada, non si possa avere un rilancio del movimento o lo si possa avere su basi fragili ed equivoche.

Per ragioni diverse, infatti, a tutte queste linee sfugge l'elemento fondamentale della figura sociale dello studente e del lavoro qualificato in una società di capitalismo avanzato, cioè la loro sostanziale ambiguità: l'essere ad un tempo forza-lavoro sfruttata, alienata, e detentrice di un privilegio, produttrice di scienza e di cultura, ma di una scienza e di una cultura funzionali al sistema, uno strato in via di dequalificazione, ma anche il solo strato che può qualificarsi. Una linea di “sindacalizzazione”, per gli studenti come per gli altri strati intermedi, è destinata ad esaltare la faccia negativa di questa ambiguità, a separarli dalla classe operaia, a dividerli tra loro. E produrrebbe, come già del resto è accaduto per molte categorie (insegnanti, pubblico impiego, giornalisti), un sindacalismo polverizzato, in balia di mille spinte corporative.

Vediamo in concreto. In una società nella quale il ruolo dello studente è separato da quello del lavoratore, in cui il maggior livello di istruzione serve ad accedere a posizioni di privilegio salariale, in cui i meccanismi selettivi esterni alla scuola consentono quasi solo ai figli delle classi superiori di accedere agli alti livelli di istruzione, in cui la spesa pubblica è finanziata soprattutto dalle basse categorie di reddito, sostenere il salario generalizzato agli studenti e la fine di ogni meccanismo selettivo non come parte costitutiva di un nuovo assetto di società e della scuola (tutti devono lavorare e tutti studiare, lo studio non dà diritto a privilegi, ecc.) ma come rivendicazione immediata, significa battersi  per un privilegio arbitrario. Gli operai dovrebbero  pagare una crescente popolazione scolastica che studia  male e inutilmente, che proviene in maggioranza da altre classi, e che domani si servirà dello studio per accampare il diritto a migliore lavoro e a migliore salario. O  per altro verso: la lotta contro la dequalificazione condotta dall'interno della scuola (serietà dello studio,  corrispondenza con gli sbocchi) e soprattutto dall'interno dei ruoli sociali esistenti, in collegamento con le  categorie professionali qualificate, può offrire una prospettiva - peraltro illusoria - solo agli studenti frequentanti e li divide dalla nuova massa degli studenti  lavoratori e degli studenti fuori-sede; puro incentivo dunque per una minoranza privilegiata che serve come stimolo e mistificazione ideologica per l'integrazione della massa.

Questi pericoli sono stati evitati negli anni scorsi perché  al centro della lotta è stato posto lo smantellamento della scuola autoritaria e selettiva, cioè un obiettivo su cui  convergevano tutti gli strati studenteschi e che non colpiva altri gruppi sociali. Ma oggi la lotta è entrata in una fase oggettivamente nuova, la scuola di massa comincia  ad essere un fatto compiuto, emergono nuove  e più ma materiali contraddizioni. Lavorare su tali contraddizioni aderendo alle spinte rivendicative immediate, senza trasferirle  ad un livello più alto, significa preparare la crisi dell'unità e l'involuzione politica del movimento. E su piattaforme che non possono risultare oltretutto realmente mobilitanti se non nel quadro di una ideologia  corporativa e sostanzialmente di destra. Non a caso  su questa base, le linee di cui abbiamo parlato no riescono a trovare un reale collegamento di massa.

 

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Ciò che noi proponiamo, ed abbiamo cercato di definire in termini generali con le “Tesi sulla scuola”, è radicalmente diverso. Noi non neghiamo il valore  di certe lotte di difesa immediata degli studenti  (soprattutto quelle che combattono i meccanismi di selezione sociale), o di certe iniziative politiche di massa (soprattutto quelle di contenuto direttamente anticapitalistico e antiriformista), ma riteniamo che le une e le altre debbano essere scelte, inserite e superate riferendosi ad una linea di movimento molto più avanzata: la contestazione generale e diretta della scuola  come “istituzione separata” che garantisce la riproduzione dei ruoli sociali della società capitalistica, e dunque della divisione capitalistica del lavoro.

Ci è stato rimproverato da molte partì il carattere astratto e utopistico di questo discorso, in sé magari giusto, ma poco mobilitante e intellettualistico. La versione più malevola e rozza di tale obiezione è quella che ci accusa di ragionare intorno ai lineamenti di una scuola comunista mentre ci troviamo ad operare in una società nella quale il potere è in mano dei capitalisti e ad un livello storico tale che anche un potere socialista potrebbe solo  gradualmente proporsi il superamento della divisione del lavoro.

 A questa accusa è facile rispondere: ciò che proponiamo non è un modello alternativo di scuola realizzabile oggi o in questa società, ma una linea di che oggi e in questa società cominci a porre in discussione l'istituzione scolastica, a criticare in radice i ruoli sociali che essa produce, e di questa critica  ne faccia uno  strumento per combattere il sistema e opporgli una alternativa concreta.

La discussione si sposta dunque ad un altro livello: è possibile definire concretamente, oggi, una linea di attacco  non puramente ideologico alla divisione capitalistica del lavoro; ed è possibile coinvolgere gli studenti, o una  parte importante di loro, in questa lotta? 

Partiamo dal secondo punto. Siamo tutti d'accordo sul fatto che  la contraddizione più immediata, materiale, da cui nasce la rivolta studentesca è la contraddizione tra massificazione dell'istruzione e la capacità del sistema capitalistico di utilizzarne il prodotto. Siamo meno d'accordo, o non si è abbastanza riflettuto, sul carattere e sulla portata di tale contraddizione. La disoccupazione  e la sottoccupazione intellettuale, su cui particolarmente sì insiste, sono infatti solo l'aspetto diretto ed esteriore di un fenomeno più generale e complesso che comprende da un lato - quello della scuola -   l'impoverimento progressivo del contenuto reale di cultura e di conoscenza che la scienza capitalistica  è in grado di fornire, e dall'altro lato, quello della società, la sottoutilizzazione permanente delle capacità intellettuali, di cui pure lo sviluppo capitalistico  ha bisogno e di cui perciò stimola la formazione. Nella questione studentesca, dunque (e in generale in quella del lavoro qualificato) viene alla luce, sia pure in una a particolare, non una delle contraddizioni, ma la contraddizione del sistema capitalistico maturo {quella tra  forze produttive e rapporti di produzione) nei termini più radicali; non solo cioè come contradizione  quantitativa tra il tasso di sviluppo possibile e quello  effettivo, ma come contraddizione qualitativa del tipo di sviluppo che il sistema persegue e i bisogni sociali  che esso stesso sollecita (un lavoro non alienato, una diversa gerarchia dei consumi, una diversa organizzazione della vita sociale, ecc.). È in questo senso specifico che è esatto parlare della proletarizzazione degli intellettuali, degli studenti e dei tecnici come di fenomeno in atto: lo studente non solo conosce quanto sia limitata la possibilità di trovare uno sbocco professionale, ma sa che quello sbocco professionale garantirà comunque un lavoro profondamente insoddisfacente  e vive già quella prospettiva nel carattere arbitrario e ripetitivo dei metodi e dei contenuti dell’istruzione che gli viene impartita.

Non esiste uno solo tra i ruoli sociali ai quali la scuola prepara, o una sola delle discipline che insegna, in, cui non siapiù o meno evidente questa crisi. È questo: il vero contenuto progressivo, anticapitalistico della questione studentesca e della lotta operaia. Certo, tale prospettiva comporta  la rinuncia in radice al duplice privilegio dello studente  (quello che deriva dalla divisione tra studio e lavoro, e quello di futuro lavoratore qualificato cui il sistema offre se non sicurezza e soddisfazione almeno miglior reddito e minore fatica), e dunque comporta un elevato livello politico ed ideale, una lotta tra destra e sinistra del movimento. Ma è una lotta nella quale la “sinistra”  non poggia più solo sulla presa di coscienza “ideologica” di una avanguardia, ma può lavorare su una contraddizione materiale, che investe l'intero gruppo sociale.

Qui arriviamo alla difficoltà teorica e pratica di maggiore rilievo. Una lotta contro la divisione del lavoro non può non avvenire che là dove il lavoro si esplica; una contestazione dei ruoli sociali non può non partire dalle strutture in cui questi ruoli sono inseriti o dagli interessi che essi soprattutto colpiscono. È lotta degli operai contro l'organizzazione del lavoro in fabbrica e contro la gerarchia professionale; è lotta dei lavoratori per una città diversa o per un nuovo modo di affrontare il problema della salute; è lotta delle donne per la propria emancipazione sociale o dei contadini contro il sottosviluppo; è lotta dei tecnici contro la struttura decisionale dell'impresa o dei ricercatori contro la subordinazione della ricerca al profitto. Una lotta contro la divisione del lavoro, o una contestazione dei ruoli sociali che abbiano il loro epicentro nella scuola e come protagonista il movimento studentesco in quanto tale sono destinate invece a restare un fatto puramente ideologico, coscienziale, un discorso di metodo; e, non riuscendo ad imporre una modificazione reale delle strutture, si ripresenteranno sempre come un puro “rifiuto del ruolo”, a metà populistico e a metà bohème, da parte della minoranza che può permetterselo.

La linea che noi proponiamo non avrebbe dunque senso come linea per un rilancio del movimento “studen¬tesco”: essa presuppone che si sviluppi nell'insieme della società una lotta contro la divisione del lavoro, contro l'organizzazione della società capitalistica, e dunque una critica reale dei ruoli sociali, ed in questa lotta si inserisca, non astraendo dallo*specifico ma proprio in nome dello specifico (le varie figure professionali, le varie discipline di cui la scuola si compone) la lotta degli studenti.

Questo presupposto -  ecco il punto - non è oggi  affatto arbitrario né utopistico. Se analizziamo infatti le -lotte sociali degli ultimi anni, e la tematica teorica e politica che esse hanno risvegliato, non possiamo ignorare che la loro fondamentale novità sta nel fatto che, in modo ancora embrionale e confuso, esse hanno posto l'esigenza di una critica della divisione del lavoro e di tutta l'organizzazione sociale capitalistica. E per questa via hanno reso insieme necessaria e possibile una riconsiderazione radicale dei ruoli sociali, del lavoro qualificato, di tutta la gerarchia professionale, del carattere della scienza' e della tecnica. Non è contenuta nelle lotte operaie una evidente spinta egualitaria, un rifiuto della tecnologia capitalistica e della sua neutralità, il rifiuto del lavoro parcellizzato e alienato, e non esce di qui tutta una riflessione sul ruolo del tecnico e del ricercatore?

Oppure, nel modo nuovo in cui, nelle lotte, si pone ormai il problema della malattia come fatto sociale da combattere nelle sue origini, o quello della casa e della città come servizi sociali, non affiora un rifiuto radicale della risposta che a tali problemi può dare una società privatistica e una altrettanto radicale riconsiderazione del ruolo del medico e dell'architetto? Gli esempi si potrebbero moltiplicare. Si tratta, ovviamente, di processi appena all'inizio, rapidamente isolati, controllati, recuperati dall'ideologia dominante, dalla repressione, o dall'insensibilità della strategia riformista. Ma proprio questo fa comprendere quale funzione decisiva e moltiplicante potrebbe avere una lotta degli studenti, dei tecnici e degli intellettuali impegnata in tale direzione. La classe operaia in senso stretto, infatti, oggi rappresentata dal proletario alla linea, nella sua spontaneità ancora oscilla tra l'integrazione e il rifiuto luddistico, per una mancanza di coscienza e di organizzazione che è però riflesso della sua fisionomia sociale: per uscire da questa impasse ricorrente, per dare chiarezza razionale alla sua istintiva rivolta contro l'oggettività capitalistica e cominciare a definire alcune risposte alternative intorno a cui costruire uno schieramento, essa ha bisogno che nel settore di attività sociale dal quale sono governate scienza, tecnica, organizzazione, istruzione, nasca un rifiuto parallelo e una parallela ricerca in positivo.

Così come la forza-lavoro non è mai pienamente riducibile a strumento del sistema,  è la contraddizione fra valore d'uso e valore di scambio che è all'origine del capitalismo e ne rappresenta anche il limite invalicabile. In questo senso, e in questo quadro, può acquistare un valore non equivoco anche il concetto di uso alternativo della scuola, cioè un movimento reciproco dalla scuola alla società, dalla società alla scuola: per svilupparsi, al di là del rifiuto romantico dell'efficienza e dello sviluppo produttivo, il movimento di contestazione anticapitalistica della società ha cioè bisogno di categorie culturali, e di invenzioni tecniche nuove; così come, reciprocamente, sarebbe impossibile una scienza alternativa se non come risposta a interrogativi e come impiego di risorse già realmente presenti nella società. Ed è per tutto ciò che noi consideriamo la linea proposta per una ripresa della lotta degli studenti come un elemento essenziale per lo sviluppo reale di tutto il fronte anticapitalistico in una società avanzata: il contrario cioè di una fuga in avanti, la condizione pregiudiziale per una politica rivoluzionaria realistica, per sfuggire all'alternativa riformismo-insurrezione. Certo, per costruire un movimento non basta che ne esistano le condizioni; né per definire una linea basta indicarne l'ispirazione generalissima. Resta da percorrere la parte essenziale del cammino, sia nella definizione degli obiettivi che nella costruzione di una organizzazione: e se tale cammino non viene percorso fino in fondo tutto il senso politico della proposta può venire meno e anzi rovesciarsi. È un lavoro ancora da fare, e di cui possiamo ora indicare solo quelli che paiono i capitoli essenziali e i punti più urgenti.

1) Il primo problema è quello della definizione di obbiettivi concreti e mobilitanti che si muovano nella prospettiva indicata. Tale ricerca, a nostro avviso, deve  compiersi in due direzioni.

Innanzitutto in direzione del progressivo smantellamento della scuola come istituzione separata. A livello di scuola primaria e secondaria ciò significa innanzitutto  progressiva integrazione della scuola nella comunità  partecipazione di genitori e studenti alla gestione della  scuola, ingresso nella scuola come contenuto di insegnamento e come insegnante della realtà circostante (produttiva, sindacale, politica, culturale, di costume).  Questa socializzazione dell'educazione è ormai matura: i metodi e i contenuti di una istruzione trasmessa da una generazione all'altra e mediata dal docente sono  entrati in crisi insieme alla visione del mondo che  trasmettevano e con la classe dirigente che erano chiamati  a selezionare.

L'assurdità dei contenuti e dei metodi educativi appare ancora più evidente nella scuola primaria che altrove: qui la separazione tra scuola ed esperienza è tale che la gran parte dell'insegnamento risulta esteriore, arbitraria, non modifica nulla, è presto dimenticata.

A livello della scuola superiore, smantellamento dell'istituzione separata vuol dire soprattutto lotta per l'applicazione di un principio radicale: nessuno studente a tempo pieno, nessun lavoratore a tempo  pieno (e in questo contesto assume un significato vero la rivendicazione del salario agli studenti). Certo fino a che il lavoro produttivo è un lavoro diviso e ripetitivo come è il lavoro per la maggior parte della  gente in una società capitalistica, la convivenza di studio e di lavoro non basta di per sé a ricomporre un’unità: resteranno due realtà profondamente separa estranee. È per questo che tale tipo di lotta (come del resto quella per la socializzazione dell'educazione primaria) ha un senso solo se e nella misura in cui va avanti nella società una più generale contestazione, dunque una riduzione effettiva, del lavoro parcellizzato e ripetitivo, o quanto meno si creano le possibilità di una effettiva rotazione dei ruoli professionali.

Ma è anche vero il contrario: che l'affermazione di un nuovo tipo di diritto all'istruzione rappresenta uno stimolo  e una condizione di tale lotta generale. Comunque, fin dall'inizio, serve a stabilire il principio che, finché società ha bisogno di un lavoro alienato, esso deve ripartirsi tra tutti i suoi membri. Soprattutto, è quei il modo più diretto per coinvolgere la classe operaia in una lotta per la trasformazione della scuola: una lotta  per la quale essa è più che matura, se è vero che uno  degli aspetti più rilevanti delle sue rivendicazioni, oggi, è la ribellione contro una organizzazione del lavoro  che condanna l'operaio semiqualificato ad uno sfruttamento intensivo.

Una seconda direzione lungo la quale definire precisi  obiettivi è quella, più difficile, che parte dal concreto  di una disciplina, di un profilo professionale (la medicina,  l'architettura, la tecnologia industriale, la sociologia, ecc.) per demistificare il ruolo sociale cui esso da luogo, e più in generale la specifica struttura sociale cui si inserisce (la città, la salute, l’organizzazione aziendale ecc.), e di qui ritorna a considerare criticamente  i contenuti culturali e scientifici che a quella struttura e a quel ruolo sono intimamente connessi. Si  tratta  di uscire dal generico del “movimento studentesco” e scomporre la realtà della scuola nei suoi vari settori, andar oltre i discorsi sull'autoritarismo, o sulla subordinazione della scienza al sistema, per cogliere in ogni  disciplina il modo concreto in cui tale subordinamento  si attua e trovare qui le basi per un collegamento con le lotte esterne alla scuola non meramente solidaristico  e ideologico. E si tratta, soprattutto, di scoprire il modo concreto attraverso cui questa critica culturale può diventare movimento, fornire idee e occasioni alle lotte  sociali della classe operaia e degli altri strati di voratori. Senza queste mediazioni concrete, di contenuto, il discorso della “lotta contro la divisione del lavoro” è pura ideologia.

2) Un secondo problema, al primo strettamente legato, quello delle forme di organizzazione. Il rifiuto della “sindacalizzazione”  del movimento, e il rifiuto d'altra parte della lotta studentesca come serbatoio di quadri rivoluzionari  generici, implicano una concezione del movimento studentesco come movimento politico, autonomo e di massa: politico in quanto sviluppa una crisi  generale del sistema e cerca di inserirsi in un più vasto arco di alleanze; di massa in quanto sviluppa tale critica induttivamente, partendo da una situazione sociale  specifica e concreta. Ciò significa, ovviamente, escludere, sul terreno organizzativo, il concetto di cinghia  di trasmissione e ancor di più superare quella mentalità minoritaria che ha fatto della scuola il campo di battaglia di gruppi contrapposti in lotta fra loro; ma  significa anche evitare l'estremo opposto, che ha ormai dimostrato fino in fondo i suoi limiti, la mitologia  assembleare.

Come è possibile infatti elaborare obiettivi significativi, far maturare un discorso, realizzare collegamenti esterni, se il movimento non trova proprie forme organizzative stabili, non è in grado di consolidare i livelli già raggiunti, di collegare le sue varie lotte?

È, qui come ovunque, il problema i consigli, come forme di democrazia diretta e di organizzazione permanente di un gruppo sociale omogeneo. Qui però, più che altrove, la questione è complessa, proprio per il fatto che, come abbiamo detto, gli studenti non sono un gruppo sociale, e la loro lotta n può svilupparsi se non è immediatamente collegata  all'esterno. Essa si risolve, a nostro avviso, con forme organizzative del movimento costruite sui collettivi omogenei (facoltà, scuole), che, da un lato, realizzino  collegamenti verticali con collettivi analoghi (la stessa facoltà di varie sedi, gli studenti-lavoratori, gli studenti  tecnici, ecc.) e dall'altro, immediatamente, si integrino in più vasti organismi esterni alla scuola (operai-studenti, studenti-quartieri, studenti-tecnici, studenti superiori-studenti inferiori-famiglie, e così via).

Per questo uno sviluppo del movimento studentesco, sulla linea che noi diciamo, è impensabile, se non procede parallelamente lo sviluppo, anche organizzativo, di organismi autonomi in altri settori sociali (delegati e consigli operai, comitati dì quartiere, collettivi dì tecnici e ricercatori), capaci di concepire e di gestire un livello di lotta analogo.

3) Un ultimo problema è quello del partito. Per svilupparsi come movimento anticapitalistico di massa, il movimento studentesco, come ogni altro, ha infatti bisogno di un interlocutore politico. Ne ha bisogno, innanzitutto, perché senza la presenza, al suo interno, di una teoria generale della società, e di una avanguardia che l'esprima, non può stabilmente prevalere in esso la componente rivoluzionaria su quella corporativa, né questa componente rivoluzionaria può diventare discorso critico e positivo: rifiutare la “cinghia di trasmissione” o la concezione giacobina della coscienza rivoluzionaria “tutta esterna”, non deve significare ricadere in una concezione spontaneista, tutta induttiva, che, in una società nella quale il sistema profondamente condiziona così le forze produttive come le forme di coscienza, significherebbe condannare il movimento ad una perpetua oscillazione tra integrazione e rivolta.

Ne ha bisogno, in secondo luogo, perché lo sviluppo e l'esito della sua lotta dipendono dalla presenza di analoghe avanguardie negli altri settori della società, senza le quali, come abbiamo detto, tutto il suo discorso resta astratto e si ritorce continuamente su se stesso. Ne ha bisogno, infine, perché, via via che la sua lotta si sviluppa, tende a creare una situazione di crisi generale del sistema, una crisi che precipita ben prima di quando non sia pienamente matura una alternativa, e nel corso della quale la rivoluzione non può dunque non assumere il carattere di uno scontro e di un salto di qualità per il quale occorre una struttura organizzativa adeguata a livello nazionale ed internazionale. Una delle ragioni decisive delle difficoltà che il movimento studentesco ha incontrato dopo il 1969 e lo ha portato ad una prima sconfitta è stata proprio la mancanza di un tale interlocutore politico: di un partito insomma la cui strategia, le cui forme organizzative, i cui obiettivi immediati fossero tali da poter assumere i contenuti e le esigenze nuove che il movimento poneva.

Non è dunque possibile pensare ad una nuova crescita del movimento degli studenti, tanto più con le caratteristiche che noi sosteniamo, ponendo tra parentesi la questione del “nuovo partito” e dunque senza porsi concretamente il problema di come gli studenti stessi, in quanto militanti rivoluzionari, possano contribuire al processo storico della sua formazione. Si deve anzi dire che in Italia il problema di un rilancio del movimento studentesco ha oggi un senso reale solo perché questo problema più generale della lotta di classe su tutta l'area della società e della formazione di un nuovo partito rivoluzionario è ancora concretamente affrontabile.

 

 


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