LE  NOVITA'  DEL  NEOCAPITALISMO

 

 

 

 

Mi sembra che nella fase attuale di sviluppo della società monopolista, due fenomeni riguardanti le strutture acquisiscono una importanza decisiva ed è su essi che è necessario concentrare la nostra attenzione, vale a dire: la rapida “socializzazione capitalista” della produzione e un nuovo rapporto tra produzione, consumo e bisogni, legato all’abbondanza dei beni.

Pur rendendomi conto dell’estrema complessità di questi fenomeni e dei problemi teorici che la loro analisi solleva, mi sembra utile e vantaggioso al mio proposito di riflettere un po’ su questi fenomeni e sulle loro conseguenze.

Il carattere sociale della produzione è per il marxismo un tratto permanente dello sviluppo capitalista, legato a tendenze profonde che non potevano essere fermate: da una parte la tendenza verso lo sviluppo di forze di produzione e del progresso scientifico, dall’altra quello del capitale che, modificando la sua composizione organica e accrescendo il tasso di plus valore, risponde alla caduta tendenziale del tasso di profitto. E non è un caso se Lenin ha definito la contraddizione tra il carattere sociale delle forze di produzione e l’appropriazione privata del profitto essere il tratto fondamentale dell’epoca imperialista.

Il concetto marxista di forza di produzione non è mai stato molto chiaro ed è spesso divenuto per il marxismo una pesante palla positivista. Così, è il concetto stesso di socializzazione capitalista della produzione che è rimasto, in ultima analisi, impreciso. Si è spesso stati tentati di vedere nello sviluppo della socializzazione, della concentrazione tecnica e produttiva, della produttività del lavoro, un fenomeno progressista e positivo in sé, che il capitalismo non era in grado di sopportare che in parte, e che utilizzava, nella misura possibile, ai propri fini di sfruttamento. La contraddizione tra il carattere sociale delle forze di produzione e lì appropriazione privata del profitto era dunque, vista da fuori, come la giustapposizione dei due elementi. Ecco perché non si è mai delucidato il perché e il come il contesto “capitalista” determinava qualitativamente il processo di socializzazione, e a quali condizioni questo diventava non un elemento di rottura ma un elemento di sviluppo costante del sistema. È a questo problema non risolto che si deve in gran parte la discussione, rimasta senza conclusione, sul carattere e il significato del capitalismo di Stato.

Oggi, mi sembra che nella fase più recente di sviluppo capitalista, il processo di socializzazione della produzione ha preso caratteri e forme nuove che permettono di studiarne la natura e di definire il sistema nel suo insieme. Penso in primo luogo alla separazione progressiva tra il controllo e la proprietà all’interno delle grandi holdings autofinanziate, e allo sviluppo parallelo del capitalismo di Stato.

L’apologia borghese ha tentato di interpretare questo nuovo aspetto del processo di socializzazione come una prova decisiva della capacità del capitalismo di risolvere le sue contraddizioni, di trasformarsi e di conseguenza, di perpetuarsi. Gli esempi di apologia sono così numerosi, diversi e conosciuti che è inutile riferirsi a uno di essi precisamente. Altre correnti nel pensiero economico borghese, per esempio Schumpeter, hanno al contrario stimato di poter interpretare questo stesso fenomeno come l’indice di una tendenza del capitalismo a preparare gradualmente, dall’interno, una trasformazione e un superamento del sistema nel senso socialista. Il marxismo ortodosso, da parte sua, opponendo a giusto titolo un rifiuto intransigente di questa apologia o di questa tendenza riformista più sottile, ha tuttavia preso in prestito una via più semplicistica e meno feconda: quella che consiste nel negare l’importanza e il significato di questi nuovi fenomeni.

Una tale attitudine, d’altro canto continuamente esposta a critiche efficaci, si rivela alla lunga inutile e sterile. In realtà, le forme nuove e più radicali di socializzazione della produzione alle quali abbiamo fatto allusione, non modificano il carattere del sistema, ma lo realizzano con una interna coerenza; non costituiscono un rimedio alle contraddizioni del capitalismo, ma lo riconducono con una evidenza crescente alla loro radice.

Insomma, attraverso le sue nuove forme, il capitale può agire secondo la sua natura maggiormente che in passato e rivela apertamente la contraddizione fondamentale che gli è inerente.

Senza che ci sia qui possibile fare una dimostrazione completa come lo esigerebbe il nostro proposito, mi sembra ragionevole affermare che tra il concetto di capitale come l’ha analizzato e definito Marx e la forma di proprietà borghese, individuale e assoluta, derivata dal diritto romano e rappresentata dell’imprenditore-proprietario del capitalismo concorrenziale, esiste una contraddizione latente, ma grave. Un tipo di proprietà che sanziona un diritto dell’uomo sulla cosa senza tener conto delle forme del suo impiego limita obiettivamente l’autonomia e il dinamismo del “capitale” (che è una forma precisa e definita di utilizzo della ricchezza accumulata) e tende così a sottrarre una parte importante di questa ricchezza al processo di produzione del plus valore. Così l’identificazione nel borghese della figura dell’imprenditore con quella del proprietario, rappresenta a più titoli un ostacolo alla logica dello sviluppo del capitale, a questa riduzione del capitalista al ruolo di “funzionario del capitale” sul quale Marx torna tanto frequentemente. D’altro canto, non è per caso se l’epoca del capitalismo concorrenziale è anche l’epoca in cui si formano e si sviluppano con maggiore facilità molti tipi di rendita precapitalista e in cui il borghese tende irresistibilmente, nel suo comportamento sociale e culturale, a somigliare all’antico signore.

La separazione tra proprietà e impresa, realizzata sotto la forma caratteristica della prima fase di sviluppo dei monopoli, cioè attraverso la tutela esercitata dal capitale finanziario sull’industria, risolveva molto parzialmente questa contraddizione. Essa liquidava infatti la funzione determinante del proprietario-imprenditore e le forme di rendita correlate a questa funzione, ma vi sostituiva un potere ancora più energico della proprietà sull’impresa e una tendenza ancora più irresistibile alla rendita e alla speculazione.

Ma la nuova separazione tra impresa e proprietà, realizzata nella moderna holding autofinanziata e nell’impresa pubblica, attraverso la distinzione sempre più netta tra proprietà e potere di controllo, ha fatto indietreggiare i limiti di funzionamento del sistema. La proprietà appare ormai ridotta alle forme e al ruolo necessari affinché il capitale agisca senza ostacoli, in quanto tale; vale a dire, affinché l’atto di compravendita della forza lavoro conservi il suo carattere di scambio, e che la legge del profitto regoli tutto il processo di produzione. Così il processo di socializzazione della produzione si svolge non contro, ma attraverso il completo sviluppo del capitale e della sua logica.

Si crea così un potente impulso per lo sviluppo delle capacità di produzione del sistema, e nello stesso tempo una nuova possibilità di pianificazione capitalista, di calcolo dei rischi, di controllo del mercato.

Che significato prendono in realtà lo sviluppo delle forze di produzione e la possibilità di pianificazione, quando il carattere, la qualità delle sue forze di produzione, gli scopi e gli obiettivi di questa pianificazione sono dominati dal dinamismo incontestato del capitale?

Il significato è il seguente: estensione della dittatura del profitto e della necessità di accumulazione a tutti gli aspetti della vita sociale; subordinazione del mercato alle esigenze e alle manovre della produzione, riduzione di tutto il lavoro umano in lavoro salariato; formazione, selezione, determinazione della vita individuale e collettiva secondo i fini dell’espansione quantitativa della produzione, in somma primato assoluto della quantità sulla qualità.

Socializzazione pianificazione perdono così ogni carattere progressista. La contraddizione leninista tra il carattere sociale delle forze di produzione e l’appropriazione privata del profitto non può più essere interpretata come una giustapposizione meccanica di due elementi incompatibili, l’uno progressista e l’altro reazionario. Essa può essere interpretata soltanto in maniera dialettica, come una contraddizione in cui opposizione e unità si intersecano, un elemento condiziona l’altro prendendone a prestito forma e significato e riproducendolo in lui stesso: è ormai chiaro, alla luce delle nuove esperienze, che socializzazione e pianificazione capitaliste non significano in realtà un controllo accresciuto dell’uomo sulla natura, dell’uomo sul sistema delle forze di produzione; ma al contrario la realizzazione totale di questa tendenza alla reificazione del mondo umano, che costituisce la vera e profonda contraddizione del sistema.

Si può ancora meglio cogliere il significato di questi fenomeni e le loro conseguenze se ci si pone nel nuovo quadro creato dal capitalismo contemporaneo, se si considera il nuovo rapporto tra la produzione e il consumo, nato a seguito di una abbondanza relativa dei beni.

Il grande sviluppo delle forze di produzione nel corso degli ultimi decenni, e il fatto che questo sviluppo sia stato strettamente legato alla standardizzazione dei consumi destinata alle grandi masse hanno profondamente e qualitativamente modificato il rapporto tradizionale tra la produzione e il consumo, così come il rapporto tradizionale tra la produzione di beni materiali e lo sviluppo generale della storia umana.

La novità non risiede soltanto nel fatto che, come abbiamo mostrato, i centri di decisione della produzione dispongono di mezzi nuovi e più efficaci per orientare il consumo, per dirigere il mercato (pubblicità, cultura di massa, potere dei grandi gruppi), ma piuttosto nel fatto che questo orientamento si esercita su un ambito di consumatori profondamente cambiato; si esercita, per utilizzare la formula di Galbraith, in una ”società dell’abbondanza”, in una società per la prima volta “opulenta”.

Come nota giustamente Galbraith, e come già annunciava Keynes, la nostra epoca è di importanza capitale nella storia dell’umanità. Per la prima volta le forze di produzione disponibili arrivano, nelle società evolute, a soddisfare i bisogni elementari e naturali della quasi-totalità degli individui: l’alimentazione, l’alloggio, l’istruzione, le cure mediche, l’abbigliamento. Arriva così a termine l’epoca in cui, per sopravvivere, la grande maggioranza degli uomini era impegnata in una lotta mortale con la natura e tra loro, e in cui una minoranza di privilegiati svolgeva figura di parassiti ed era oggetto della maledizione lanciata dalla fame e dall’ignoranza universale. È finito il tempo in cui il problema della produzione dei beni materiali era al centro della storia, e in cui la produzione aveva intrinsecamente una fine e una razionalità umane.

Non c’è dubbio che se questa situazione è ancora lontana dall’essere realizzata su scala mondiale, essa è ormai realtà in molti paesi capitalisti e si sta realizzando in altri. E persino là dove (come nel caso dell’Italia) sussistono varie regioni arretrate e miserabili, ormai una parte sempre più grande della produzione non è più consacrata alla soddisfazione dei bisogni primari e una parte sempre più importante (tutta l’avanguardia) della società vive già il problema dei tempi nuovi.

Gli economisti americani hanno per primi, evidentemente, notato l’importanza di questo fenomeno e lo hanno analizzato in maniere diverse arrivando a conclusioni differenti, ma a mio avviso, in generale non ne hanno compreso permanente significato e portata. Essi hanno limitato la loro attenzione al fatto, d’altro canto importante, che allo stadio attuale del suo sviluppo, il capitalismo si trovava di fronte a una tendenza cronica al sottoconsumo, conseguenza dell’urgenza decrescente dei bisogni naturali. E che doveva dunque impiegare tutti i mezzi di cui disponeva per suscitare, organizzare, sviluppare bisogni nuovi, artificiali, correnti di consumo nuove, predeterminate.

Da questa osservazione hanno tratto conclusioni differenti a seconda del loro orientamento politico e culturale. Galbraith per esempio afferma che i problemi della produzione hanno ormai perduto la loro importanza e che il problema essenziale della società attuale è di creare – grazie ad un nuovo equilibrio dei poteri e a una direzione politica illuminata – una organizzazione autonoma, una gerarchia razionale del consumo, capace di resistere con successo alla pressione dell’economia e di utilizzare per fini sensati le risorse che questo gli fornisce. Nella società proposta da Galbraith il tempo e l’energia dedicati al lavoro sarebbero progressivamente ridotti a una organizzazione umana, civile, dei piaceri autentici. Baran, al contrario, da marxista, mette in evidenza lo spreco, l’assurdità, l’inumanità che sono ormai i vizi incurabili della società capitalista “opulenta”, e nello stesso tempo il fatto che il proletariato dei paesi capitalisti avanzati è a questo punto prigioniero di questo sistema, e così profondamente condizionato dal suo atteggiamento e dal suo giudizio che ha perso ogni autonomia reale, ogni vocazione rivoluzionaria autentica. In maniera tale che la liberazione del mondo, ivi compreso il mondo occidentale, non può più essere affidata ormai che all’energia rivoluzionaria delle masse dei paesi più sottosviluppati. La dottrina marxista ufficiale, a giusto titolo diffidente davanti ad un’analisi che sembra concentrare il suo sforzo sulla sfera del consumo (smentendo così la tesi Marx sulla primazia dei rapporti di produzione in regime capitalista), e d’altra parte in disaccordo con le conclusioni politiche di questa analisi, ha raccolto poca attenzione, arrivando fino ad ignorarlo, al fenomeno della “società dell’abbondanza”.

Ora, la sottostima deliberata di questo fenomeno si rivela una volta ancora nociva e ingiustificata. Poiché a ben guardarvi più da vicino, ci si accorge che essa è intimamente legata ai problemi della produzione, che è condizionata da questi problemi e che a loro volta questi la condizionano. Rimette in questione in maniera nuova l’insieme dei rapporti sociali.

Mentre la produzione dei beni materiali e dei servizi mirava principalmente a soddisfare bisogni vitali, legati alla sopravvivenza fisica dell’uomo e alla possibilità di riprodurre ad un certo livello la forza lavoro, era evidente che la dimensione del consumo manteneva nel sistema economico una autonomia consumata ma primordiale. Nella misura in cui l’economia capitalista ha cercato, nella dottrina e nella pratica, a isolare la categoria del consumo come fine e realtà autonome, e a farne soltanto un momento subordinato allo scopo essenziale della creazione di un surplus, questo restava l’obiettivo fondamentale condizionante tutto il sistema. In questo modo, la produzione manteneva la sua base naturale, il suo significato umano intrinseco. La scienza economica borghese invocava questo elemento oggettivo per definire se stessa (essendo l’economia la scienza dell’utilizzo razionale dei mezzi rari in vista di uno scopo determinato) e per trovare, nel mercato autonomo, il fondamento della natura economica del sistema.

Questo rappresentava ancora un limite al pieno sviluppo della logica capitalista. Cosa è infatti il capitalismo, se non una produzione per la produzione? Come si compirebbe nella sua coerenza rigorosa se era permesso far intervenire l’elemento estraneo della qualità, della finalità, del giudizio di valore? Questa rigorosa società mercantile non è interamente centrata sulla sostituzione del valore di scambio al valore d’uso? E questo limite ha pesato fortemente sullo sviluppo capitalista. Le grandi crisi economiche e politiche che, in differenti paesi, hanno scosso il sistema, hanno quasi sempre avuto per fonte la contraddizione, in certi momenti particolarmente evidente e acuta, tra il meccanismo capitalista d’accumulazione e le esigenze del sistema di consumo, di una incapacità del premier a corrispondere al secondo senza compromettere il proprio dinamismo.

Si vede così l’importanza e il significato che prende nel contesto capitalista “l’era dell’abbondanza”. In questo momento storico in cui il consumo potrebbe liberarsi del suo carattere naturale e limitato, diventare completamente umano – momento di creazione, di scelta e di espressione della persona – il capitalismo lo riduce ad un semplice momento del processo di produzione, ne regola la natura, la qualità, i livelli in funzione delle esigenze dell’accumulazione.

E ciò gli è possibile non soltanto perché dispone di mezzi di pressione nuovi e efficaci, ma per una ragione molto più fondamentale: il sistema capitalista manca per definizione (e questa mancanza è ogni giorno più evidente) della sola base possibile di consumo umano, vale a dire del lavoro non alienato, dell’attività umana libera e creatrice. È inutile domandarsi attraverso quali mezzi può essere stabilita una gerarchia ragionevole dei consumi, un consumo che non sia pura distribuzione, passività, artificio, così che il lavoro, l’energia creatrice dell’uomo (cioè il momento della produzione) siano determinate dallo sfruttamento e ridotte a stato di strumento. Dal momento in cui si accetta la separazione tra lavoro e consumo, i giochi sono fatti. Come caratterizzare il consumo se non come un momento e un aspetto dell’attività libera e creatrice; e il lavoro umano non alienato se non come una creazione continua di bisogni nuovi e superiori? Il capitalismo subordina il consumo alla produzione a partire dal processo produttivo, disgregando e opprimendo il soggetto virtuale del consumo, la persona umana, spogliando il lavoro produttivo di ogni elemento di qualità, di ogni finalità umana. Si scopre così la spirale caratteristica della società monopolistica, del capitalismo socializzato e della società dell’abbondanza: il capitale che si subordina tutti gli aspetti della vita sociale, che riduce ogni lavoro umano a un lavoro sfruttato, a una forza lavoro, a una merce, tolta ogni base e ogni qualità umana possibile al consumo. Questo consumo deformato e disumano genera a sua volta l’uomo-massa, questa persona alienata, di cui la folle logica del sistema ha bisogno. I due processi sono complementari e tendono insieme all’operazione repressiva più gigantesca e totale che la storia conosca: la società “reificata”.

Si vede dunque, anche attraverso questo aspetto, il meccanismo capitalista realizzarsi con una logica fin qui sconosciuta e rivelare con evidenza, nuova anch’essa, la contraddizione fondamentale del sistema.

Non è possibile sviluppare qui esempi concreti in cui questi nuovi tratti dello sviluppo capitalista appaiono. Ma chiunque abbia un minimo di familiarità con le recenti ricerche sociologiche, con la letteratura, con il pensiero occidentale, sa che è qui il genere di questioni che domina drammaticamente la scena.



 

 

Dalle considerazioni sommarie che abbiamo fatto sugli aspetti più importanti dello sviluppo capitalista moderno, derivano diverse conseguenze evidenti quanto alla politica che possiamo opporre a questo sviluppo, e quanto al rapporto tra riforma e rivoluzione, tra democrazia e socialismo.

Il tratto caratteristico della nostra epoca, è la generalizzazione e lo spiegamento rigoroso del potere impersonale del capitale, delle leggi dell’accumulazione e del profitto sull’insieme della società e su tutti i settori della vita civile. È anche il fatto che questo dominio non si traduce più, come in passato, in una stagnazione della produzione e in un abbassamento del livello di vita delle masse, ma al contrario con l’alienazione del lavoro e del consumo, con la riduzione dalla qualità alla quantità, con la reificazione della vita sociale. Chiamiamo monopolista questa fase dello sviluppo capitalista per sottolineare la funzione fondamentale e direttrice delle grandi concentrazioni, delle holdings private e pubbliche, in questa unificazione della società sotto la dominazione del capitale. Il ruolo e il significato di queste concentrazioni capitaliste e il carattere dell’evoluzione attuale sono profondamente differenti tuttavia dai fenomeni analizzati all’epoca da Hilferding e Lenin.

Il monopolio non rappresenta più il potere di una minoranza, che si sovrappone, come un elemento anomalo e parassitario, alle leggi e alle esigenze dello sviluppo del sistema, esso rappresenta al contrario l’elemento ordinatore e propulsore di un meccanismo di sviluppo che abbraccia tutto il corpo sociale e ne mobilita le forze in funzione degli interessi del capitale e delle leggi dell’accumulazione. Il monopolio, con il suo potere di pianificazione e di decisione, non è che lo strumento di un potere generale, non è che un elemento di un meccanismo più complesso: quello del capitale e della sua messa in opera sistematizzata.

Ne derivano tre conseguenze importanti.

In primo luogo ogni tentativo di limitare i poteri di un gruppo monopolistico particolare o dei gruppi nel loro insieme, che non proceda da una critica generale e radicale delle leggi dell’accumulazione capitalista, da una critica del sistema in quanto tale, e che non tenti di definire un altro tipo di organizzazione sociale, un altro principio direttivo, rischia di non avere mai altro effetto che mettere in “blande” resistenze corporative e settoriali al funzionamento del sistema; o meglio, se questo tentativo non supera mai una certa soglia, di compromettere il processo di espansione, di disaggregare e paralizzare il corpo sociale. Questo è quanto accade di ogni lotta contro i monopoli, concepita non come un aspetto della lotta contro il capitale, ma come una lotta contro le concentrazioni del potere che minacciano la democrazia e la libera concorrenza. Una tale lotta finisce, dopo nobili e consolanti dichiarazioni, per stabilizzare il sistema e per rinforzare l’unica forza veramente oppressiva nella nostra società: il potere impersonale del capitale.

In secondo luogo, tutte le contraddizioni, tutti i limiti dello sviluppo sociale non sono più comprensibili, né superabili che in funzione di una contraddizione unica e dominante che, pur essendo sempre stata alla base del sistema, ne è divenuta oggi soltanto il fattore primordiale che comanda tutti gli altri, vale a dire la contraddizione tra il capitale e il lavoro. Poiché la dominazione del capitale si estende a tutti i settori e a tutte le dimensioni della vita sociale, poiché il capitale opprime, sotto forme differenti tutti i gruppi sociali, questa contraddizione non si esprime più sotto la forma elementare e semplificata dell’ineguale ripartizione economica del valore prodotto tra proletariato e capitalisti. Al contrario, vediamo emergere e moltiplicarsi problemi nuovi e importanti, problemi autonomi e distinti: quelli della donna, della scuola, dell’agricoltura, della gioventù, della cultura. Non sono più problemi particolari la cui soluzione può essere trovata nel contesto del sistema, ma aspetti distinti di una contraddizione unica che li alimenta e li condiziona.

Vediamo allargarsi il ventaglio delle forze politiche, sociali e intellettuali che si ribellano alla realtà dello sviluppo capitalista. E se queste forze appaiono sempre più mobilizzate, non è in ragione di interessi immediati e particolari, ma in ragione di un rifiuto radicale, e per opporgli una risposta globale.

Infine, ogni sforzo che, cercando di definire una linea di sviluppo differente da quella dei monopoli, conterebbe su degli elementi oggettivi, su fattori “neutri” rispetto al sistema, tali che lo sviluppo delle forze produttive o il livello di benessere delle masse (quantitativamente definito), appare ormai insufficiente per definizione. Il sistema sembra capace di garantire, in certi limiti, uno sviluppo quantitativo, ma il carattere di classe che deforma questo sviluppo, lo qualifica e ne compromette il valore, non può essere colto che partendo da una distinzione significativa, mettendo in questione il significato storico progressivo dell’espansione e del benessere come si presentano secondo la legge fondamentale del capitale.

Una conclusione chiara si sviluppa, mi sembra da queste osservazioni. Non si può criticare e combattere lo sviluppo monopolistico attuale che da un punto di vista esplicitamente rivoluzionario. Una opposizione che accetterebbe il sistema sarebbe votata ad accettare anche, nelle sue linee essenziali, lo sviluppo monopolistico, a non vederne più le contraddizioni e a dividersi dalle forze autenticamente rivoluzionarie.

Così, appaiono superati e insufficienti , a fronte del capitalismo contemporaneo, non soltanto il rapporto tra democrazia e socialismo caratteristico dell’epoca antifascista (rapporto che si fondava sulla possibilità di modificare profondamente l’equilibrio politico e sociale grazie a un movimento e a una unione di forze che non criticavano radicalmente, se non in maniera implicita, il sistema capitalista), ma ancora il rapporto tra democrazia e socialismo, tra riforme e rivoluzione, che ha caratterizzato la Rivoluzione d’Ottobre e la rivoluzione cinese. In effetti, durante queste rivoluzioni, delle spinte e delle parole d’ordine democratiche, grandi movimenti di massa in cui la coscienza rivoluzionaria era lungi dall’essere matura, sono tuttavia sfociate nella caduta del regime e hanno condotto la classe operaia al potere.

In questo senso, sembra giusta l’affermazione di Merleau-Ponty (anche se l’autore ne deriva poi conseguenze sbagliate), secondo la quale oggi, in Occidente, per la prima volta nella storia, il proletariato deve compiere la sua rivoluzione – senza poter contare sull’azione di strati con i quali poteva allearsi in passato in ragione del carattere incompleto della rivoluzione borghese – basandosi unicamente sull’efficacia e sul potere direttivo della sua critica rigorosa del regime capitalista.

È giusto, sebbene facile, obiettare che anche se tutto ciò è vero in Europa e in Italia in particolare, noi siamo ancora lontani dal tipo di capitalismo che abbiamo studiato, e che a forza di estrapolare e di sopravvalutare le sue tendenze, si finisce col perdere contatto con la realtà e con le masse.

Se questa obiezione mira alle generalizzazioni affrettate e “intellettuali”, merita considerazione. Le profonde contraddizioni tra l’antico e il nuovo che caratterizzano ancora la situazione attuale del capitalismo italiano e, in parte, europeo, costituiscono, l’abbiamo già detto, un fattore obiettivamente favorevole per il movimento operaio. E sarebbe assurdo per esso abbandonare tutta una serie di lotte, di temi di agitazione, sotto il pretesto che il sistema è in grado, a lungo termine, di tagliar loro l’erba sotto i piedi.

Quello che sostengo tuttavia, è che tali lotte non possono tradursi in successi decisivi, né soprattutto in un vero passo in avanti verso il socialismo, se esse non si accompagnano ad una analisi politica più completa che permetta di apprezzare le forze più avanzate dell’avversario e la direzione in cui si sviluppa il sistema.

Per apprezzare al giusto modo, anche in Italia, la tendenza neocapitalista e gli effetti che produce, dobbiamo tener conto, non soltanto del fatto evidente, che in una fase di sviluppo rapida i fenomeni tendenziali hanno un significato e un valore ben superiore alla loro incidenza reale immediata sull’equilibrio sociale, ma soprattutto del fatto che il capitalismo esercita a partire da ora la sua egemonia politica e ideologica, propone una linea di sviluppo alla società nazionale, si attacca alle forze e consolida il sistema ben prima che il processo si sia iscritto nella realtà oggettiva.

Le difficoltà attuali della sinistra italiana, delle quali abbiamo già parlato, sono legate al problema dell’elaborazione di una politica che può essere globalmente e radicalmente opposta a questo sistema, e in modo particolare alle forme nuove e complesse che esige il capitalismo occidentale. La sua soluzione permetterà solo di superare queste difficoltà.


 

 

Ma cosa significa in realtà una tale politica globale? Quale strategia rivoluzionaria implica, quali forze politiche e sociali può mobilizzare?

È apparsa di recente, in certe minoranze della sinistra italiana, una tendenza a rispondere a queste questioni nella maniera più semplice e spedita: essa considera ormai come passata la fase “democratica” della politica proletaria in Occidente; mette all’ordine del giorno il problema della rivoluzione socialista; pensa di poter affrontarle secondo gli schemi estratti dall’insegnamento dei classici e dell’esperienza bolscevica, cioè organizzando la lotta del proletariato per la conquista a breve scadenza del potere politico e per l’espropriazione della proprietà privata. In ultima analisi, si tratta della soluzione raccomandata vigorosamente da Trotzky tra le due guerre. Non è dunque casualmente che queste posizioni sono legate a una critica radicale di tutta l’epoca stalinista, della quale non riuscirono tuttavia affatto, sulla base dei loro schemi, a comprendere il significato nell’economia della rivoluzione mondiale.

A dire il vero la facilità derisoria con la quale queste posizioni sono state spazzate via, non a seguito di una lotta politica ma a causa delle loro contraddizioni interne, della loro incoerenza sul piano dell’organizzazione, del loro velleitarismo anarchico, prova quanto questa via sia falsa e sterile.

A mio avviso, le stesse ragioni che ci mostrano che la lotta contro il sistema capitalista è l’unica forma di lotta contro il potere dei monopoli, ci autorizzano a pensare che gli schemi della strategia rivoluzionaria forniti dalla tradizione e dall’esperienza, sono ora insufficienti e storicamente superati. Perché? In quale misura? In quale senso?

Abbiamo detto e tentato di dimostrare che lo sviluppo del capitalismo contemporaneo tende a mettere in rilievo la contraddizione fondamentale del sistema (inerente al suo carattere mercantile, al processo di reificazione) e, al contrario, tolgono molto della loro asperità/acutezza alle contraddizioni fino ad allora dominanti (la stagnazione delle forze produttive e il depauperamento delle masse lavoratrici).

Si pone allora la questione di sapere se, e in quale misura, tutto ciò è stato previsto nell’analisi marxista e se, in quale misura, questa nuova realtà può essere compresa e affrontata senza un veritiero sviluppo delle categorie fondamentali del marxismo. Senza attaccarsi direttamente a un problema teorico di questa ampiezza, si possono tuttavia estrapolare dalla nuova realtà diverse conseguenze importanti per la strategia rivoluzionaria.

1. In primis, lo sviluppo capitalista non comporta una semplificazione progressiva dell’organizzazione sociale, vale a dire una situazione o una minoranza di capitalisti si oppone a un proletariato sempre più numeroso e più omogeneo. Al contrario, esso crea una organizzazione sociale sempre più complessa e stratificata. Certo, il processo di proletarizzazione si accelera e una parte sempre più grande della società è sottomessa al salario. Ma nello stesso tempo, all’interno di questa maggioranza “proletarizzata”, le differenze di reddito, di professione, di cultura, di funzione nella produzione, si accentuano. È così che si moltiplicano degli strati sociali intermedi, integrati in una certa classe dai loro rapporti con i messi di produzione, ma attaccati a altre classi attraverso potenti legami di solidarietà e di affinità. Sebbene il processo di trasformazione capitalista della società sia già compiuto, e a causa di ciò, il fronte rivoluzionario debba essere sempre maggiormente concepito come un insieme complesso di alleanze realizzate intorno alla classe operaia.

Inoltre, questa organizzazione non può essere una semplice alleanza di forze sociali, ma deve essere anche una alleanza di forze politiche e ideologiche. I gruppi sociali intermedi, e soprattutto gli intellettuali, si esprimono e si organizzano attraverso i propri raggruppamenti politici e culturali, sono molto attaccati a certe tradizioni ideologiche; un dialogo con queste élites è dunque necessario se si vuole integrarle nella corrente rivoluzionaria. È ciò che Gramsci definiva come essere il carattere complesso e articolato della società europea, contrastante con il carattere abbastanza elementare delle tradizioni e delle organizzazioni politiche della Russia prerivoluzionaria.

Da un altro lato, gli interessi elementari, corporativi, immediati di una buona parte di questi strati intermedi, così come si presentano nella società attuale, sembrano difficilmente compatibili tra loro e ancora meno con quelli del proletariato e della sua rivoluzione. Al contrario, la contraddizione si approfondisce tra lo sviluppo monopolistico e le più profonde esigenze umane, ideologiche e professionali di questi strati sociali. E questa contraddizione che appare in maniera immediata sul piano dell’ideologia politica e culturale, non può maturare che attraverso la mediazione delle élites, dell’avanguardia capace d’interpretare le esigenze più profonde, gli interessi permanenti di questi gruppi sociali.

2. Ma il soggetto stesso dell’egemonia politica, l’avanguardia del fronte rivoluzionario, presenta aspetti e problemi nuovi.

Lo sviluppo tecnico e le nuove forme di organizzazione del lavoro hanno incidenze sulla fisionomia e la struttura della classe operaia. La parcellizzazione del lavoro, l’integrazione dell’uomo alla macchina, le nuove classificazioni professionali accentuano il carattere proletario della classe operaia, ma allo stesso tempo lo legano e lo integrano a questa realtà. Così, questi fenomeni tendono a disaggregare la visione globale del processo produttivo e la coscienza immediata dell’unità della classe operaia, che hanno permesso al proletariato nel passato, una visione critica della sua situazione, una riflessione su di sé e di conseguenza sul fenomeno più significativo del sistema sociale.

I nuovi margini di cui dispone il movimento sindacale e gli importanti successi che riesce a riportare, rendono meno diretto e meno rapido il processo che permette alla classe operaia di passare dalle sue rivendicazioni immediate e elementari a una critica più fondamentale della propria situazione nel processo di produzione e attraverso essa ad una critica del sistema. Lo sviluppo del consumo condizionato, della cultura di massa, delle nuove forme di vita sociale rinforza l’influenza del sistema sulla coscienza politica e ideologica della classe operaia e contribuisce molto più efficacemente che in passato a integrarlo, a alienarlo e a distruggere la sua capacità critica.

Molto meno ancora che per il passato, la coscienza di classe, non nasce spontaneamente e l’unità non si realizza naturalmente. Nella sua esistenza immediata, nel suo aspetto sociologico, la classe operaia non costituisce più una critica permanente, una realtà nemica del sistema. È solo attraverso la mediazione del partito che comincia a esistere in quanto classe e in quanto classe rivoluzionaria.

3. Infine, l’importanza dell’elemento soggettivo nel processo rivoluzionario e il ruolo che assume la coscienza nella crisi del sistema e nel suo superamento sono profondamente modificati. È evidente che le contraddizioni che nascono dal carattere mercificato della società capitalista, dell’alienazione nel lavoro e nel consumo, e che costituisce oggi, come abbiamo detto la base oggettiva più importante del movimento rivoluzionario occidentale, non differiscono soltanto per le loro cause da quelle che nascono dalla stagnazione delle forze produttive e dal depauperamento, ma forse sono esse stesse di altra natura.

Queste ultime hanno un carattere principalmente obiettivo e spontaneo. La coscienza e la volontà devono dunque intervenire per mettere ordine, per dare efficacia e fornire una prospettiva a un movimento che nasce dalla logica dei fatti: per rendere chiaro agli occhi delle masse la causa di una situazione che sembra loro insopportabile, e per definire una strategia e una dialettica capaci di invertire il sistema e di eliminare questa situazione.

Le contraddizioni di cui parliamo ora non sono messe in luce, non appaiono in tutta la loro gravità e non trascinano movimenti sociali, evitando di dare un giudizio di valore sulla società. Vale a dire: se la coscienza politica, a nome di una civilizzazione in progetto e di una rivoluzione in parte già realizzata, non interviene a suscitare le esigenze rivoluzionarie latenti, per dare un pensiero e una volontà al rifiuto arreso e nevrotico che l’uomo continua ad opporre ad una società reificata.

Il disoccupato sa che ha bisogno di lavoro e vuole battersi per ottenerlo. Colui che stringe il morso della miseria e della fame aspira naturalmente a liberarsene e vuole lottare per una vita migliore, prima ancora di sapere come e contro chi lottare. Ma una lotta contro l’alienazione del lavoro o la deformazione del consumo deve prima di tutto suscitare le esigenze e smuovere l’impulso elementare per far loro aspirare ad una organizzazione differente del lavoro e del consumo. Come stupirsi del fatto che all’epoca in cui il capitalismo, assumendo la forma assoluta di una società reificata, tende a distruggere l’uomo, la sua coscienza, la sua razionalità, il problema della rivoluzione sia prima di tutto quello di far aumentare le forze storiche, le realtà ideologiche che si oppongono al carattere mercificato del sistema?

Queste osservazioni sono sufficienti a mio avviso a mettere in luce ciò che vi è di realmente nuovo, in rapporto alla teoria tradizionale, nel problema della rivoluzione in Occidente.

La rivoluzione socialista è sempre stata concepita (e realizzata) essenzialmente come un problema di potere: il soggetto di questo nuovo potere, il proletariato, era prodotto dallo sviluppo stesso della società capitalista; il suo contenuto si limitava all’espropriazione della proprietà capitalista e all’organizzazione di un’economia pianificata. È solo dopo un lungo periodo nel corso del quale l’obiettivo fondamentale restava lo sviluppo delle forze di produzione, e attraverso un processo storico complesso, che la nuova società poteva acquisire contorni precisi, elaborare un contenuto positivo, delle istituzioni.

È lo schema che Lukacs ha definito nella sua forma più pura: la rivoluzione come negazione della negazione, come pura affermazione del proletariato. Schema sul quale si è basata la critica, efficace, di Merleau-Ponty.

Questo schema appare oggi, in rapporto al capitalismo avanzato, insufficiente.

I contenuti che il proletariato può esprimere nell’immediato (sviluppo delle forze produttive, pianificazione) non sono sufficienti per costituire realmente una critica positiva del sistema capitalista. Questo non subirà alcuna crisi se non si sviluppa al suo seno la pressione di forze, esigenze, valori costituenti una risposta alla società mercificata. Il potere non sarà conquistato dal proletariato senza l’alleanza durevole delle forze sociali e politiche che non possono aderire ad una soluzione rivoluzionaria che nella misura in cui essa si offre loro come un insieme ben definito. L’ideale della società comunista, il suo contenuto, le sue istituzioni, i suoi valori non possono dunque più restare (se lo poterono mai) una vaga promessa futura, ma devono diventare, anche sotto la forma di approssimazioni successive, un elemento decisivo e preliminare della lotta per il potere.

Ecco quello che si deve intendere a mio avviso per critica del sistema, per “alternativa socialista”: la definizione progressiva sotto forma teorica di una positività proletaria; la traduzione simultanea di questa positività in forze, esigenze, energie presenti e organizzate all’interno della società attuale; la lotta per affermare la presenza e il ruolo di queste forze nell’organizzazione sociale, nelle strutture della società. La conquista del potere non è che un aspetto, un momento decisivo di questo processo; esso non separa più due fasi opposte, ma rappresenta l’atto per il quale un insieme di forze storiche maturate da tempo prende finalmente in carico la direzione della società e la trasforma senza attendere secondo una direzione già in parte definita e con forze già in parte preparate#.

Bisogna notare che in Italia, un’analisi del carattere particolare della rivoluzione in Occidente e una ricerca originale della soluzione di questo problema sono state effettuate da un certo tempo dal Partito Comunista. Le osservazioni e le tesi presentate in questo articolo hanno voluto seguire una linea, interpretare (non mi riguarda apprezzare l’autorità che ho per farlo) una strategia che dopo anni il partito operaio italiano si sforza di definire, sicuramente a fatica, ma anche con ardore fecondo.

All’origine di questo sforzo si trova l’elaborazione teorica di Antonio Gramsci, un marxista e un grande rivoluzionario del quale non si è mai afferrata l’importanza; e del quale si inizia solo ora a comprendere pienamente il pensiero. La sua riflessione sui temi della rivoluzione in Occidente è ricca di osservazioni e di prospettive nuove, soprattutto grazie ad una attitudine eccezionale ad analizzare i fenomeni tendenziali. Gramsci è il primo e il solo antifascista italiano che, pur riconoscendo il carattere in ritardo del nostro regime capitalista, seppe tuttavia cogliere la tendenza del sistema verso l’integrazione internazionale, l’importanza della società americana come espressione tipica del capitalismo dell’avvenire, e la tendenza storica verso nuove forme di oscurantismo e di repressione. Ma prima di tutto, il pensiero fecondo di Gramsci fu quello di un precursore, poiché fu il solo teorico marxista tra le due guerre, con (ma anche dopo e malgrado) Lucaks, a condurre una battaglia agguerrita contro ogni interpretazione positivista e “scientista” del marxismo, a riaffermare il ruolo attivo del pensiero e del soggetto nella storia e il carattere di “visione del mondo” del marxismo (la “totalità di Lukacs). Mentre Lukacs tuttavia, prigioniero del suo rigoroso schema dialettico, non riusciva ad evitare il ritorno minaccioso dell’idealismo che attraverso un’autocritica – e riprendendo questo schema con l’aiuto di nuove e bastarde/ibride categorie sociologiche e naturalistiche – Gramsci, mettendo a profitto i suoi rapporti con Croce e legato a una tradizione storicista più flessibile, sviluppava un pensiero, certo spesso contraddittorio, composto maggiormente di ipotesi che di teorie, ma dove si riscontrano già numerosi elementi di una nuova concezione del potere, del rapporto tra la democrazia e il socialismo, del carattere del partito rivoluzionario, e molte osservazioni luminose sulla società comunista, sulla storicità del marxismo, sui rapporti tra infrastruttura e sovrastruttura.

Lo sforzo creativo di Gramsci ha profondamente influenzato la pratica del partito comunista italiano, attraverso l’opera di Palmiro Togliatti, e vi ha sviluppato la coscienza antieconomista, il senso profondo dell’autonomia politica e delle sovrastrutture in generale, e la coscienza del carattere particolare della rivoluzione in Occidente.

È ciò che ha permesso al partito di comprendere che la lotta antifascista aveva avuto un significato molto più profondo di quello di un movimento di restaurazione liberal-borghese, e che essa doveva appoggiarsi su un partito di massa d’ideologia non borghese. È ciò che gli ha permesso anche di definire (attraverso approssimazioni successive e empiriche, più che attraverso una vera teoria) una strategia della rivoluzione che appare oggi, nella nuova fase di sviluppo del capitalismo italiano, estremamente importante. Questa strategia si fonda su tre concetti.

1. quello del blocco storico rivoluzionario, alleanza delle forze politiche, sociali, ideologiche, sotto l’egemonia del proletariato, unite a un livello di coscienza sempre crescente, intorno ad un programma che definisce progressivamente il contenuto della società socialista come contro-proposizione alla società capitalista.

2. Il concetto di obiettivo intermedio, che comporta parole d’ordine e fini limitati, che permettono di lottare in un quadro della società attuale e che tendono alla realizzazione di condizioni soggettive (la creazione del blocco storico) e oggettive (modifiche del rapporto di forze, delle istituzioni giuridiche, delle realtà sociali) del superamento del sistema. Questo concetto differisce dunque profondamente sia dal concetto classico di obiettivo transitorio – poiché gli obiettivi intermedi portano in essi la prospettiva del socialismo e possiedono un valore non passeggero ma permanente – sia del concetto social democratico delle riforme, poiché gli obiettivi intermedi non tendono a modificare progressivamente il sistema, ma mirano al contrario esplicitamente a superarlo, i loro stessi contenuti prefigurando tale superamento.

3. Il concetto di “via democratica costituzionale” verso il socialismo che esprime una concezione della dittatura del proletariato comportante un sistema politico pluralista e ammette la legittimità di una opposizione e la sua organizzazione. Concetto che esprime la difesa del principio e l’autonomia accresciuta di differenti dimensioni della società civile (cultura e sindacato, scuola e collettività locali, ecc.) contro la tendenza al livellamento e alla centralizzazione del capitalismo monopolistico. E infine, concetto che esprime esplicitamente l’idea di una società comunista che garantirebbe delle sfere di autonomia originali.


 

 

L’esperienza mostra, e noi lo abbiamo già osservato nel corso di questo articolo, quanto è difficile per il partito comunista italiano di dare a questi principi di strategia una forma teorica organizzata e completa, e soprattutto di tradurli in un programma concreto, in un passo politico, in forze reali e organizzate, che arrivino alla ricostituzione, su basi nuove e avanzate, di questa unità della sinistra di cui lo sviluppo capitalista ha provocato la crisi.

A mio avviso, questa strategia pone più problemi di quanti ne risolva, non fornisce una vera linea di pensiero e di azione, ma ne rappresenta piuttosto la base generale.

Abbiamo sufficientemente analizzato i principi e i presupposti di questa strategia per comprendere che essa rinvia attraverso tutti i suoi aspetti a una questione di fondo e che suppone la soluzione di una serie di problemi: è quello che abbiamo definito in termini sommari come il problema della “positività proletaria”, cioè la definizione del contenuto, della linea di identificazione di una società comunista, come contrapposizione reale alla società dell’abbondanza, alla società reificata.

Se questo problema non è affrontato da un punto di vista teorico. E se su questa base non si arriva a creare dei movimenti potenti, delle forze reali, allora i principi della via italiana al socialismo resteranno privi di senso, vuoti di ogni contenuto che possa definirla. Il concetto di blocco storico sarà ridotto nella pratica all’alleanza democratica tradizionale, all’unità immediata sulla base di interessi particolari, di spinte rivendicative. Gli obiettivi intermedi non potranno essere definiti, in mancanza di prospettive su ciò che dovrà essere la socialista e sui mezzi per pervenirvi. La difesa della costituzione repubblicana si tradurrà in semplice difesa della democrazia antifascista, e quelle delle libertà da una semplice lotta contro il potere centralizzatore dello stato.

Cosa significa una società di uomini liberi? Cosa significa concretamente l’eliminazione del lavoro alienato, il passaggio dalla preistoria alla storia dell’uomo? Come si può concepire l’economia in una società che non sia governata dallo sfruttamento e dallo scambio? Che cosa significa deterioramento dello stato e società regolata dagli individui? In quale senso si può concepire la storicità della società comunista e delle sue istituzioni?

Queste domande, e numerose altre ad esse legate, condizionano ormai in maniera molto stretta la strategia e la tattica del movimento operaio in Occidente. Dalla loro soluzione dipendono l’autonomia, l’unità, il rigore rivoluzionario dell’opposizione operaia.

Certamente, l’opera di Marx contiene dei punti di vista geniali che illuminano questa problematica. Ma non c’è dubbio che Marx, sia per non recitare il ruolo di indovino dell’avvenire, sia a causa dei limiti del suo pensiero, non è riuscito a dare a questi problemi una soluzione completa. E non c’è ulteriormente dubbio che nella ricerca teorica e nella sua azione politica, il movimento operaio si è sempre più allontanato da questi problemi, per porre la sua fiducia nello sviluppo quantitativo delle forze produttive e nell’effetto taumaturgico dell’economia pianificata.

Ritroviamo tutte le grandi questioni che il marxismo ha lasciato pendenti e che preoccupano fino ad oggi tutto il pensiero moderno: il ruolo del soggetto e del pensiero nella storia dell’umanità e il rapporto tra le scienze umane e le scienze naturali, e il significato umano dell’industria e della tecnica.

Affrontare oggi questa tematica complessa non significa soltanto colmare certe lacune della ricerca teorica dei classici, ma ancora far compiere un grande passo, qualitativamente, al movimento operaio. Questo significa riconsiderare e sviluppare nel loro insieme le categorie fondamentali del pensiero rivoluzionario, rinnovare le abitudini mentali , i modi di vita, le forme di organizzazione delle grandi masse umane.

In Europa occidentale, siamo dunque arrivati, a mio avviso, a un giro di boa storico. Lo sviluppo del capitalismo provoca una crisi, radicale e senza uscita, delle forze e dell’ideologia di una opposizione di sinistra riformista, fondata su critiche parziali e di carattere quantitativo del sistema. Questa crisi riguarda soprattutto la socialdemocrazia. La sola linea di pensiero e la sola esperienza capaci di applicarsi alla nuova situazione e di affrontare il nuovo avversario, non possono essere che quelle del marxismo ortodosso e dell’internazionalismo leninista, che hanno sempre condotto, nelle forme storicamente possibili, una critica radicale del capitalismo in quanto sistema fondato sullo sfruttamento e la riduzione di tutto e di tutti al ruolo di merce.

Ma la nuova fase del capitalismo pone anche al marxismo ortodosso urgenti e gravi problemi di sviluppo teorico e politico. La natura, il contenuto di questi problemi, come noi ci siamo sforzati di indicare, ci inducono a pensare che non si potrà risolverli nel quadro di un solo movimento, senza l’apporto di una corrente di pensiero che si è mantenuta negli ultimi 50 anni a margine del movimento operaio, e di conseguenza ha spesso assunto un carattere contraddittorio e velleitario, ma che ha nell’insieme conservato la sua sensibilità, elaborato delle analisi, delle ipotesi delle quali la problematica attuale ha senza alcun dubbio bisogno. Faccio riferimento alle correnti più diverse della cultura occidentale di sinistra, che vanno dal giovane Lukacs a Sartre, da Schraffa a Schumpeter, da Husserl a Adorno i cui legami con il movimento rivoluzionario sono diversi e spesso fragili, ma di cui questo ultimo, davanti ai nuovi problemi, deve tener conto.

So che mi si potrebbe porre un’obiezione e accusarmi di parzialità. Come si può parlare di rivoluzione italiana e occidentale senza includere nell’analisi l’influenza esercitata dalla rottura del mercato mondiale e dall’esistenza di un sistema socialista? Come si può ignorare che l’esistenza dell’URSS condiziona lo sviluppo economico e l’equilibrio politico dell’Occidente? E come si possono evocare problemi non risolti del proletariato occidentale senza tener conto del fatto che essi hanno potuto porsi ed essere risolti in un’altra parte del mondo?

L’obiezione è giusta e forte. E io non posso rispondervi che ripetendo ciò che ho detto all’inizio: che in questo articolo volevo semplicemente trattare alcuni aspetti dello sviluppo capitalista italiano e del problema della rivoluzione in Occidente. Altre ricerche, volte molto più a fondo dei problemi e richiedenti maggiore competenza, sarebbero necessarie per dare a questo problema, non dico una soluzione ma soltanto un inventario completo utile all’elaborazione di qualche ipotesi di lavoro. E il primo obiettivo di queste ricerche dovrebbe evidentemente essere di includervi la realtà del mondo socialista, di elaborare una teoria, ancora inesistente, sui differenti stadi della rivoluzione mondiale, e sul significato e la natura della Rivoluzione d’Ottobre.

Detto questo, non vorrei mi si accusasse senza prove di parzialità, secondo la tendenza, generale oggi e a mio avviso falsa, di considerare il destino della rivoluzione mondiale come legato, almeno nei suoi tratti essenziali, unicamente alla dinamica interna e alle forze di sviluppo dei paesi socialisti, avanguardia della storia.

Infatti, gli stessi problemi con i quali si scontra la rivoluzione occidentale, anche se sotto un’altra forma, preoccupano oggi, quaranta anni dopo la presa del potere, il movimento rivoluzionario sovietico e comandano lo sviluppo di questa società.

Il problema della rivoluzione mondiale riprende oggi un’unità oggettiva, ed è qui che appare il valore decisivo, insostituibile della rivoluzione “nei paesi più avanzati”; non come problema di una via differente per realizzare altri obiettivi che potrebbero ugualmente essere raggiunti da altri e altrove, ma come elemento nuovo, qualitativamente decisivo, di una nuova tappa della rivoluzione mondiale.

Credo che senza l’apporto del proletariato europeo, interprete e punto di incontro della storia, della tradizione, del pensiero occidentale, i problemi con i quali l’umanità si deve ormai confrontare in maniera drammatica, potrebbero essere difficilmente risolti, o lo sarebbero soltanto attraverso tormenti storici dei quali non si potrebbe prevedere né la durata né il prezzo.



 


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