numero  46  gennaio 2004

Le sinistre e le difficoltà di Berlusconi

LA PELLE DELL'ORSO 

Lucio Magri   

 

Malgrado il centro-sinistra faccia del suo meglio, sembra proprio che non riuscirà a perdere nei prossimi turni elettorali. Anzi. Nelle ultime settimane, infatti, Berlusconi ha ricevuto colpi duri, non ha saputo prevenirli né reagire e, come spesso capita agli audaci un po' cotti non ha avuto il sorriso della fortuna. Mi riferisco a una serie di fatti, in superficie molto diversi tra loro, ciascuno dei quali può avere esiti incerti, che prevalentemente si muovono nel recinto dei Palazzi, ma sotto la superficie reciprocamente si intrecciano tra loro e affondano le radici nella crisi reale della società nazionale e nei rapporti internazionali. 

Il fatto più recente - atteso, temuto, invocato a lungo e invano - è che il Quirinale si è mosso rinviando alle Camere una legge importante e controversa. Non è la prima volta che questa procedura - prevista e del tutto normale nella lettera e nello spirito della Costituzione - viene attivata, e non ne sono mai venuti grandi scossoni. Ma ora il contesto è del tutto diverso. Da tempo c'è un governo che, forte di un'ampia maggioranza, parlamentare ben più che elettorale, si considera legittimato dal popolo, nelle leggi e nei comportamenti, a marciare sul filo, e di fatto oltre il filo, della Costituzione, la modifica gradualmente e si propone alla fine di sovvertirne i principi, trovando spesso una tolleranza nell'opposizione e una relativa indifferenza nella pubblica opinione. Ciampi è stato prudente e paziente, qualche volta chiudendo occhi e orecchie. Ma proprio quella pazienza gli ha permesso alla fine di vibrare un colpo non ancora mortale ma di grande efficacia. Ha atteso una legge che costituiva un tentativo più scoperto e inutilmente azzardato, un momento politico in cui la maggioranza di governo è ormai divisa e dubbiosa e la fiducia popolare lo riconosce come effettivo garante. E ha rinviato alle Camere una legge importante, per sospetta incostituzionalità nei suoi punti nevralgici. Berlusconi si trova nei guai: quella legge può ripresentarla con emendamenti irrilevanti e imporla, ma non ha una maggioranza sicura pronta a seguirlo, e se anche l'avesse si troverebbe alle spalle una Corte costituzionale che già è dubbiosa se invalidare un altro dei suoi abusi recenti - il cosiddetto `lodo Schifani' - sulla cui legittimità deve decidere tra poco. Se invece si piega, deve subirne il contraccolpo non solo sui suoi progetti di imperatore dei media, ma sulla sua immagine ormai incrinata di capo carismatico. Non è ancora una stoccata mortale, ma una efficace banderilla infilata nei dorsali del toro prima che scenda in campo il torero: cioè a pochi mesi da un turno elettorale fondamentale.

 

                                                                                                

                                                                                                                                                                                                               

C'è di più. Il conflitto con il Quirinale non matura solo sulla clamorosa vicenda Gasparri. Già prima si era avviato, in modo più discreto, su una questione non meno importante: le scelte sull'Europa. Berlusconi aveva creduto di avere in mano una grande occasione con la presidenza italiana della Comunità, proprio nel semestre nel corso del quale l'unità dell'Europa e il suo allargamento dovevano trionfalmente, anche se solo simbolicamente, decollare. Ma la realtà dei fatti era diversa. L'Europa da tempo era nel pieno di una crisi aspra: sul piano della politica estera (in rapporto alla guerra irachena e in generale alla politica di Bush) e su quello della politica economica (insistere sulla rigidità dei parametri di Maastricht pagando il prezzo di un ristagno economico ormai troppo pesante, o accettare di lasciarli trasgredire ma senza una politica economica che garantisca uno sviluppo?). Un po' tutti hanno pensato che si potesse aggirare l'ostacolo con un'operazione, se non retorica, simbolica: l'approvazione di un Trattato-Costituzione. Ma, finché in quella Costituzione si doveva solo definire principi e priorità più accentuatamente liberisti, non c'erano, nelle classi dirigenti sociali e politiche divisioni incomponibili, e una intesa non fu difficile; quando però si è arrivati al nodo del potere di decisione su questioni fiscali e di politica estera, non a caso l'accordo si è bloccato. Invece del trionfo del `semestre', si è registrato il suo fallimento. Berlusconi non aveva in tutto ciò una particolare responsabilità: solo insipienza. Ma di fronte al blocco, e al modo di affrontarlo - rinvio sine die, o Europa a due velocità - si doveva comunque scegliere. Ciampi, come Prodi, era da una parte - quella franco-tedesca -, e mandò un suo emissario per tentare di convincere il governo a muoversi in tal senso. Ma Berlusconi non voleva e non poteva, perché la sua idea fondante di politica estera è quella di un asse con Spagna e Inghilterra sotto il patronato americano. Qui le cose si complicano per tutti: dato che da un lato anche Prodi e il centro-sinistra non vogliono troppo prendere le distanze dalla politica anglo-americana, né possono contraddire, unendosi a Francia e Germania all'Ecofin, la loro fedeltà all'austerità monetaria, mentre da parte sua Tremonti si trova più vicino a Chirac o Schröder che alla Banca europea. Comunque un nuovo terreno di conflitto si crea e divide anche i poteri forti dell'economia. 

Ed è il governo che paga il prezzo maggiore a questo casino: perché nel frattempo la situazione del paese degrada, il disagio sociale si approfondisce e il bilancio da offrire agli elettori è deludente nei risultati quanto poco credibili sono le promesse di porvi riparo. Berlusconi, in teoria, avrebbe una linea di risposta, cui lo spinge il suo temperamento e la sua ideologia. Far leva proprio su una crisi delle istituzioni e della società cui pure ha contribuito, per alzare il livello dello scontro ed estenderlo a nuovi terreni: “non mi avete lasciato governare, datemi più potere, lasciate che smantelli la forza d'interdizione dei sindacati, rompa le catene di mille vincoli pubblici che ancora soffocano le imprese, che premi l'iniziativa e la selezione dei meritevoli, così come è avvenuto con successo nella società anglosassone”. Non ha nascosto questa tentazione, anzi ha mosso i primi passi significativi in questa direzione: ha presentato una riforma presidenzialista, accompagnata dal federalismo competitivo, e una legge delega per una nuova riforma pensionistica - di cui non c'era in Italia la minima urgenza né alcuna utilità neppure finanziaria -, impugnandola come una semplice bandiera.

Ma qui è intervenuto un altro fatto nuovo a rendergli l'impresa difficile. Sulla questione pensioni si è ricostruita una obbligata unità sindacale, dopo le divisioni che avevano sostituito il suo solo vero successo. Perché la Cgil tiene duro, malgrado l'esilio di Cofferati, e la Cisl torna indietro dai gravi passi compiuti perché non ritiene più questo governo un interlocutore credibile. L'una e l'altra non possono tirarsi indietro, perché la gente in piazza continua a tornarci numerosa. Anzi, il fronte della resistenza sociale si estende: al di là delle pensioni, la protesta irrompe - con forti ragioni - sulla questione del salario falcidiato dai prezzi (come dimostra la rivolta dei lavoratori dei trasporti, che sembra sfuggire anche al governo delle Confederazioni), e ormai anche il tema della lotta al precariato, sollevato dall'iniziativa - pure isolata - della Fiom, ha seminato quanto meno un allarme sociale. 

Anche la protesta democratica si rianima proprio sull'onda della vicenda Gasparri; e, sul tema della guerra e degli sviluppi della vicenda irachena e mediorientale, malgrado i morti di Nassiryia (con la campagna che ne è seguita) e la cattura di Saddam, il grosso dell'opinione pubblica non pare affatto riconquistato. Di riflesso, Fini e Casini non se la sentono di alzare il tono dello scontro, anzi si riposizionano per cercare di trovare spazio in un equilibrio politico più moderato. Anche quei settori della Confindustria e della gerarchia ecclesiastica, che non hanno abbandonato le aspettative per le quali avevano sostenuto Berlusconi, ormai non sembrano più credere che siano lui e il suo governo a poterle soddisfare senza uno scontro che considerano un'avventura. Non che abbiano cambiato linea, cercano piuttosto di verificare se si possa cambiare cavallo.

Un'aria da 25 luglio '43, anche se non è pronto `un ordine del giorno Grandi': una crisi di governo non è, insomma, imminente, perché difficilmente una maggioranza si autoscioglie se rischia seriamente di perdere. Ma tutti hanno ormai la testa al dopo. 
Tutto ciò ci dice che la difficoltà del berlusconismo non è solo una vicenda di palazzo, ma ha radici nella crisi reale del paese, e della sua economia, in un vero conflitto sociale e morale, in uno sconvolgimento dei rapporti internazionali, in cui convivono interessi e prospettive diverse tra loro, che possono sortire esiti altrettanto diversi.

Questo ci spinge a ripetere: la strada di un successo elettorale dell'opposizione si fa più larga. E un tale successo avrebbe in sé conseguenze molto rilevanti. Ne seguirebbe non solo la liquidazione di un leader pericoloso e mancato, ma lo sfaldamento di un blocco politico-sociale, e l'ascesa di un governo che anche nella peggiore delle sue versioni non potrebbe comunque superare certi confini, né essere del tutto indifferente alla domanda e agli orientamenti della sua base elettorale. Quando Blair succedette alla Thatcher, o Clinton al reaganismo, non solo il `lavoro più sporco' era stato compiuto, ma il loro paese e il mondo erano relativamente governabili. Ora, e particolarmente in Italia, non sarebbe più così.

 

 

Ma proprio per questo, tanto più per questo, il problema di una alternanza al governo si presenta molto più aspro e rischioso. Sul piano internazionale, anzitutto. Non è affatto improbabile che, contemporaneamente a una eventuale caduta di Berlusconi e Bush (e, nel suo piccolo, Aznar), le sinistre oggi al governo non riescano a restare durevolmente al potere o portino alle estreme conseguenze un'involuzione in senso moderato: che tornino in Germania i conservatori, che Blair confermi e accentui la sua svolta neoconservatrice in Inghilterra. L'illusione di un `Ulivo mondiale' vincente nell'insieme dell'Europa e dell'Occidente si sta dimostrando fragile, comunque è ormai assai ipotecata nei suoi contenuti e nelle sue intenzioni. 

Sul piano economico, non meno. La ripresa americana che c'è - e sarà ancora sospinta anzitutto dal massiccio sostegno dell'Amministrazione fino alle elezioni di novembre - è però da tutti ritenuta più incerta nella stabilità per i prossimi anni; comunque finora ai paesi europei, e all'Italia che tra loro soffre di particolari ritardi strutturali, pare porre più problemi di quanti non ne risolva.

Perciò un nuovo governo avrebbe bisogno, ben più del 1996, non solo di alcuni impegni immediati preliminarmente ben definiti e ordinati in una gerarchia di priorità - cosa già in sé impegnativa e per ora non facile-, ma gli sarebbero necessari anche un minimo di strategia condivisa, per affrontare successivamente i problemi via via insorgenti, e una volontà politica adeguata, per rendere possibili sostenibili compromessi. E ha non meno bisogno di avere alle spalle, al momento della prova, un consenso popolare disposto ad accettare compromessi decenti e capace di durare per il tempo necessario a ottenere risultati.

Senza queste condizioni, in breve tempo - venuto meno il grande cemento della lotta contro Berlusconi - disagio, delusione, spinte centrifughe riprenderebbero a prevalere, così come già è avvenuto al governo D'Alema e oggi avviene a quello Schröder. In forma e con conseguenze più gravi. E subito ricomincerebbe il tormentone della ricerca di altre alleanze possibili, le quali già ora sono in cantiere.

È visibile a tutti, da tempo, che tali condizioni per ora mancano. L'imminenza di elezioni amministrative ed europee poteva essere l'occasione per far compiere almeno qualche passo per crearle. È invece diventata la causa di un rinvio e lo stimolo, anziché ad affrontare il problema di una nuova larga coalizione, ad aggirarlo. Il lancio dell'`operazione lista unica' in vista di un `partito riformista' è nato, al di là di più meschine convenienze, dall'intenzione più seria di `preparare un dopo'. Essa comportava, già l'abbiamo scritto e cercato di dimostrarlo, due prezzi pesanti: nell'immediato quello di accentuare nell'opposizione una polarizzazione di posizioni e di forze, a più lungo termine la formazione di una nuova forza marcatamente centrista, un bipolarismo dimidiato, che marginalizzerebbe o addirittura farebbe scomparire la sinistra. Per questo si poteva e doveva criticarla e contrastarla. Offriva però un vantaggio, a chi la promuoveva: poteva, cioè, dare luogo a una grande forza centrale capace, grazie al sistema maggioritario, forse di conquistare una maggioranza parlamentare autosufficiente, o comunque tanto solida da avere la libertà di cercare, ove fosse necessario, nuovi alleati sostitutivi mantenendo comunque le redini. Di essere insomma il `pilastro forte' per un dopo Berlusconi. 

Il fatto nuovo però è che quel tentativo già ora mostra gravi difficoltà anche rispetto al suo fine. Malgrado tutta la buona volontà di alcuni grandi giornali, e l'effettiva domanda di unità che c'è tra la gente, esso ha suscitato via via in molti settori tante resistenze o tanti problemi da degradare di nuovo in una mediocre contesa nel ceto politico. Sul versante di sinistra, il correntone Ds non è convinto di questa prospettiva - ed è sempre in attesa del momento in cui poterlo dire più chiaramente - e anche Epifani propone «di ricominciare tutto da capo», partendo dal problema del programma, che lui può ben sapere quanto irrisolto. Su di un altro versante, che non sappiamo bene come definire, è scoppiata la vertenza di Occhetto e Di Pietro contro la `discriminazione'. A prima vista sembra una tempesta in un bicchier d'acqua: chi sono ormai costoro e chi è quel Boselli che non li vuole in sua compagnia? Ma non è così, perché la contesa è rivelatrice della reazione ampia di certi settori di opinione e di movimento che colgono nell'esclusione, fondatamente, sia il sintomo rivelatore di un metodo verticistico, tutto interno al ceto politico, e ancor più di una questione di sostanza, quella della difesa e del recupero del craxismo e della sua ispirazione. Tanto che Occhetto e Di Pietro minacciano di ottenere il 5-6% dei voti e sono creduti. Niente di insolubile o decisivo. L'operazione `lista unica' potrà andare avanti, se Prodi ci si gioca; ma sappiamo ormai che non offrirà alcun `grande pilastro'. Del resto la vaghezza, oltre che il continuismo, del Manifesto per l'Europa lo testimonia.

Purtroppo però questo ritardo che si protrae al centro nel costruire una nuova coalizione capace di governare, non trova una sinistra in grado di esercitare una pressione con la determinazione e la forza di contrattazione necessaria. Rifondazione ha cercato, con calma e in modo intermittente, di avviare un confronto programmatico, ma senza molta precisione nel porre condizioni irrinunciabili e soprattutto con il metodo di un puro censimento di ciò che `i movimenti chiedono' - approfittando insieme del loro radicalismo e della loro elasticità. E, per ora almeno, ha piuttosto messo l'accento su un'altra via, la proposta simbolicamente attraente, nella realtà tuttora indeterminata, del Partito alternativo europeo. Altri gruppi politici si ritrovano su alcune discriminanti importanti, ma si preparano per ora a presentarsi alle elezioni dispersi e concorrenti. Il confronto con il movimento, anzitutto col sindacato, è tanto invocato quanto privo di sedi e di strumenti, e il movimento, per ragioni buone e per radicata diffidenza, si sottrae.

Eppure c'è, e trova nuove occasioni di farsi vedere, un popolo di sinistra che alimenta la lotta a Berlusconi, ma a cui non piace la deriva neocentrista né la tendenza ad accordi al ribasso. Non è nostro compito in generale predicare un che fare, né è questa l'occasione per farlo. Possiamo, e in parte l'abbiamo fatto, porre aspramente il problema, e potremo contribuire alla sua soluzione con una più attenta elaborazione di punti di programma e con analisi non reticenti sul quadro che si andrà evolvendo.
Ma due interrogativi possiamo polemicamente subito proporli. Cosa si aspetta ancora per riportare al centro il problema di una nuova coalizione capace di vincere le elezioni ma poi anche di governare? E cosa si aspetta a convocare - su questo tema - una convenzione programmatica e politica di tutti coloro che su alcune discriminanti fondamentali - pace, precarietà del lavoro, Stato sociale, difesa della Costituzione, un'Europa fondata sulla sovranità popolare e sui diritti sociali anziché sulla `conquista regia' di governi e tecnocrazie - sono d'accordo tra loro? A dare cioè una voce e un minimo di rappresentatività a quel popolo di sinistra, forse minoritario ma niente affatto marginale, che pure c'è e vorrebbe contare per quello che è, in una vicenda politica tanto stringente e tanto importante? (l.m.) 

 


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