Per avviare una discussione (2)

 

DIFESA RIGIDA O OFFENSIVA MANOVRATA?

 

 

Con questa pagina concludiamo la pubblicazione iniziata domenica 13 gennaio sui problemi aperti dalla nuova fase della crisi economica.

 

Anche però dal punto di vista di una strategia rivoluzionaria – quale noi la concepiamo: lenta costruzione di una alternativa di sistema, “lunga marcia attraverso la crisi” – le nuove vicende del capitalismo internazionale e, di riflesso, quelle italiane, pongono grossi problemi e sollecitano innovazioni non secondarie.

Per molti aspetti esse offrono proprio il terreno migliore, il livello di scontro più propizio, alla formazione di un blocco storico anticapitalistico. Non solo perché la crisi assume sempre più un carattere strutturale, generalizzato e prolungato, appare cioè molto grave senza che il sistema abbia validi strumenti di tipo autoritario o di tipo riformista per padroneggiarla. Questo era già evidente prima, e la differenza è oggi solo di grado.

La vera novità sta nel fatto che, assumendo una forma progressivamente recessiva la crisi è destinata: a) a indebolire fortemente i meccanismi di integrazione e di compensazione con cui il sistema finora riassorbiva la carica di protesta delle masse proletarie e degli esclusi; b) a incrinare il tessuto delle mediazioni corporative su cui reggeva un blocco di potere assai vasto e ramificato; c) a compromettere definitivamente la già logorata credibilità dell’insieme di valori di cui si alimentano il consumismo e la competizione individuale, su cui veniva ottenuto il consenso, e in cui la classe dirigente trovava riferimento sicuro; d) infine a spingere lo stesso sistema nella ricerca difficile e contraddittoria di nuovi equilibri, offrendo così terreni di iniziativa alla contestazione delle masse. Solo a questo punto, a questo livello della crisi, gli elementi di coscienza e i bisogni anticapitalistici così vivi nella lotta di classe di questi anni potrebbero uscire dai confini di ristrette avanguardie, assumere carattere esplicito; superare il limite della contestazione settoriale, investire tutto il campo della sovrastruttura, diventare insomma, gradualmente, discorso complessivo e proposta programmatica, dunque soggetto di una effettiva egemonia. Una crisi prolungata in cui le difficoltà dello sviluppo si intreccino e si aggiungano alle contraddizioni insorte nello sviluppo; e in cui dunque siano vive e operanti forze e bisogni che lottino contro l’insorgente stagnazione ma al di fuori di ogni orizzonte capitalistico possibile e in ciò trovino la base per il proprio carattere insieme classista e “generale”, rivoluzionario e “positivo”: ecco le premesse reali la cui mancanza ha fatto finora fallire la rivoluzione in occidente, il solo terreno possibile di una rivoluzione comunista autentica, di una rivoluzione “sociale”, cioè di un vero e positivo superamento del modo di produzione capitalistica. Quell’ipotesi strategica su cui noi da molto tempo lavoriamo, e – ciò che più conta – su cui si è orientata la pratica delle più avanzate lotte di massa dal ’68 in avanti, dovrebbero ora trovare una conferma più generale; gli “utopisti” apparire meno utopisti. Ma questa è solo una faccia della situazione presente.

L’altra faccia consiste nel fatto che, anche in Italia – dove pure il movimento è andato quantitativamente e qualitativamente più avanti, ha avuto durata, unità e carattere politico, ha prodotto nuove e autonome strutture organizzative, ha influenzato vasti settori sociali e le stesse istituzioni politiche – esso è comunque arrivato a questo appuntamento ancora del tutto impreparato perché privo di una organizzazione politica e di un abbozzo di strategia complessiva, necessari a sostenere la lotta a livello della politica economica, dell’occupazione, delle strutture di consumo sociale, delle alleanze; cioè rispetto ai problemi reali che la crisi oggi propone. Questo non è solo un limite o un ritardo, ma un pericolo mortale: perché, nel momento in cui assuma la forma di recessione, la crisi è destinata a creare difficoltà crescenti alla lotta di fabbrica, e tanto più ad una lotta di fabbrica largamente affidata al radicalismo e alla spinta spontanea delle masse.

Si possono ora cogliere appieno i guasti creati, in particolare, dalla tregua degli ultimi mesi. Una classe operaia che nello scontro contrattuale e nella lotta contro Andreotti era riuscita non solo a respingere l’offensiva padronale del ’72, ma a far crescere i propri livelli di coscienza e di organizzazione politica, quando doveva e poteva affrontare una prova più complessa – facendo della lotta salariale generalizzata ed egualitaria, e della lotta all’inflazione e sui costi sociali, lo strumento di unificazione degli strati emarginati, di costruzione di strutture organizzative consiliari sul territorio – ha perduto l’occasione ed ha subito il contrattacco avversario. Le responsabilità sono di tutti, anche se ben diversamente gravi: del Pci e delle confederazioni che hanno consapevolmente accettato una tregua senza contropartite e lavorato ad imporla; della sinistra sindacale, che per irresolutezza, timidezza e acritica fiducia nel “movimento che sarebbe ripartito”, si è lasciata irretire in un gioco di rinvii ed ha accettato il discorso politico generale delle confederazioni; e di tutti noi, per non aver saputo incalzare e contrastare a sufficienza questo meccanismo. Non vi è dubbio che si è perduta negli ultimi mesi una battaglia importante, almeno quanto quella che si era vinta nei contratti.

Ma la riflessione critica e autocritica non può certo fermarsi qui. Il ritardo che emerge in tutta la sua portata ha certamente cause molto più lontane e più profonde. Da molto tempo la lotta operaia doveva compiere un salto di qualità: dalla fabbrica alla società, dalla spontaneità all’organizzazione, dalla struttura alla sovrastruttura, dall’autonomia all’egemonia. Le basi di questo salto erano già state, a livello di massa, gettate dalla stessa lotta di fabbrica: ma le avanguardie politiche, anziché lavorare a stimolarlo, hanno lavorato a renderlo più difficile. Dentro e fuori dalle organizzazioni tradizionali esse si sono collocate sostanzialmente alla coda del movimento, lusingando e mitizzando il suo radicalismo spontaneo per vivere parassitariamente su di esso. Economicismo o ideologismo sono state le forze ricorrenti in cui la ricchezza dell’esperienza di lotta è rimasta impoverita, ogni potenzialità egemonica frustrata. Tutte quelle esperienze che implicavano una costruzione paziente e una prospettiva complessiva sono così mancate; il problema dell’organizzazione e della strategia politica, con contenuti e dimensioni adeguate alla realtà dello scontro di classe, è stato continuamente rinviato.

C’è di più: si è nel frattempo consolidata una svolta nella sinistra tradizionale. La politica del compromesso storico, certo, nei suoi aspetti più grossolani di cedimento, è contestata, o meglio suscita un disagio evidente, all’interno del Partito comunista. La linea di tregua dei vertici confederali è ogni giorno discussa o corretta da importanti settori del sindacato. Ma ciò non toglie che qualcosa di profondo sia in questi anni cambiato in quelle grandi organizzazioni: il loro orizzonte, la loro ispirazione strategica sono ora ben saldamente ancorati ad una ipotesi riformista. Una rapida inversione di questo orientamento è fuori causa: l’esperienza delle cose e la spinta delle masse possono, a certe condizioni, aprire contraddizioni in questo quadro, ma, non per molto tempo, capovolgerlo; lo sforzo di costruzione di una organizzazione politica nuova, rivoluzionaria, può, proprio nella nuova situazione, ricevere una significativa accelerazione, e inserire così nella dialettica di classe un nuovo importante elemento, ma non arrivare in breve tempo a offrire quella direzione politica e quell’orizzonte culturale di cui il movimento di massa avrebbe bisogno per affrontare appieno i nuovi compiti.

 

Valore e limiti del “programma minimo”

 

Una strategia anticapitalistica, la costruzione di una alternativa, non può oggi che prendere atto di questa realtà nella sua interezza, cioè nella sua contraddizione. Ci troveremo a operare in una situazione che, ove esistessero livelli di coscienza e di organizzazione adeguati, potrebbe definitivamente diventare una situazione rivoluzionaria: almeno nel senso che a tale concetto va dato in una società come la nostra. Ma la mancanza di quei livelli di coscienza e di organizzazione non può essere ormai considerata un elemento solo soggettivo, soggettivamente rimovibile nel breve periodo: è uno degli aspetti della realtà. Il problema che ci si pone – non nuovo ma ora assai più drammatico – è dunque il seguente: come utilizzare gli spazi nuovi e specifici offerti dalla crisi, e il patrimonio costruito dalle lotte del passato, senza poterne fare la base di una vera lotta per il potere, di una immediata strategia di transizione, ma solo per crearne le premesse, per costruire un più avanzato livello di lotta di classe? In altri termini, quale è l’obiettivo massimo reale che una forza rivoluzionaria può proporsi nella fase attuale, e su quali spinte e schieramenti può contare per raggiungerlo?

Una tendenza spontanea che può facilmente prevalere tra le avanguardie politiche e sociali – proprio in relazione alla loro debolezza e alla complessità dei problemi che devono fronteggiare – è quella di un arroccamento difensivo: tener duro fino in fondo sulle conquiste realizzate in fabbrica e sommarvi, in termini di lotta, o anche solo di agitazione, la tutela degli altri, molteplici e immediati interessi popolari che la crisi colpisce e colpirà duramente. Lotta sul salario, rifiuto di ogni trattativa sull’utilizzazione elastica della forza – lavoro, lotta sui prezzi dei generi di prima necessità e sui costi dei servizi sociali, risposta “dura”, fino all’occupazione della fabbrica, di fronte ai primi segni di licenziamenti collettivi (ovviamente senza illusioni autogestionarie, ma con l’obiettivo della “provocazione” politica, della generalizzazione dello scontro).

Questo programma minimo risponde ad una esigenza sacrosanta e rappresenta la base necessaria di ogni progetto politico. Se infatti l’avversario riesce oggi a rimettere in discussione i livelli già raggiunti dal salario e dal controllo operaio sull’organizzazione del lavoro, cade verticalmente l’unica solida garanzia, si spostano tutti gli equilibri di forza, su cui una politica di sinistra può poggiare. Lo scambio: meno salario e potere in fabbrica per avere più consumi sociali e più potere politico, è puramente illusorio. Gli spazi economici e di potere così conquistati, la borghesia li utilizzerebbe – e anzi già li utilizza – non per impostare una diversa politica economica, ma per rinviarla, per eludere scelte che comunque comprometterebbero la sua unità e il suo privilegio. Non esiste patto o compromesso di vertice che possa garantire contro questa deriva. Analogo sarebbe il risultato se si lasciasse passare, come già è cominciata a passare, una pratica di separazione tra gli interessi dei lavoratori occupati, in particolare quelli delle grandi imprese, e la massa dei disoccupati, dei pensionati, dei lavoratori precari o delle piccole imprese.

In questa divaricazione non sarebbe più arrestabile la rincorsa corporativa, né l’utilizzazione qualunquistica degli strati più colpiti. In un periodo di minaccia recessiva è certo possibile discutere dell’inopportunità di nuovi, consistenti, incrementi del salario reale, o dell’opportunità di misure specifiche per una maggiore utilizzazione degli impianti che non comportino maggiore sfruttamento del lavoro, in vista di precise contropartite occupazionali; ma la difesa integrale del salario reale (dunque il continuo adeguamento del salario  monetario ai prezzi) e il consolidamento delle condizioni di lavoro già acquisite sono punti di non ritorno; se si cede su questi non ci si ferma più.

D’altra parte, si tratta di un programma minimo effettivo, e non di una piattaforma propagandistica. I limiti che l’avversario avrà nel manovrare l’attacco all’occupazione, il quadro politico non stabilizzato a destra, la forza acquisita dal movimento di massa, la struttura non normalizzata delle organizzazioni sindacali di molte categorie: tutto ciò rende possibile lotte importanti, e risultati reali, per respingere nell’immediato il tentativo di far pagare alle grandi masse il costo della crisi.

Ma se tale tipo di resistenza è necessario e praticabile, è anche sufficiente? Questo è il punto. A nostro avviso no; anzi, ciò che come programma minimo e immediato è indispensabile, nella misura in cui diventa invece il terreno esclusivo, l’asse portante di una politica della sinistra di classe, si arrovescia in un errore assai grave, porta a una grave sconfitta. Quali ipotesi infatti verrebbero così avanti? Due, differenti tra loro nell’ispirazione, ma parimenti negative. L’una, quella di una ripetizione dell’esperienza degli anni ’50: lo sfruttamento sempre più propagandistico e verbale del malcontento e della protesta per capitalizzare, pur nel quadro di una sconfitta, una forza organizzativa, o più semplicemente elettorale, da utilizzare in tempi migliori. A differenza degli anni ’50, questa linea verrebbe oggi praticata con una modestia di forze e con una mancanza di supporti internazionali e ideologici, che le impedirebbero di raggiungere il grosso obiettivo di allora: quello di condizionare in senso democratico la fase della sconfitta, e di creare comunque una forza di opposizione imponente e corposamente legata alle grandi masse. Altra ipotesi, quella di riuscire comunque a innescare una moltiplicazione di spinte rivendicative, spesso ai margini della protesta qualunquista, e senza mai farsi carico della costruzione di un blocco alternativo se non come somma dei bisogni che il sistema delude e reprime. Nel migliore dei casi, e nel più ambizioso dei suoi traguardi, questa linea può sperare di radicalizzare lo scontro nel corso della crisi, e di far crescere grosse e tumultuose esperienze di massa, ma al prezzo di scontare un “transitorio” esito violento e reazionario.

Non a caso chi tira in questa direzione ha cercato di interpretare la conclusione golpista della vicenda cilena come un insegnamento strategico nel complesso “positivo”, passaggio necessario per la costruzione di un blocco rivoluzionario. Ma bastano appunto gli sviluppi successivi di quella vicenda a dimostrare quale lungo riflusso, quale incerta prospettiva comporti questo tipo di “crescita della radicalità delle masse”.

Il programma minimo è e deve essere dunque, a nostro avviso appunto, un programma minimo. Un termine immediato, il momento difensivo, di un disegno molto più complessivo e ambizioso. Che, pur scontando i ritardi con cui la classe operaia è giunta alla stretta attuale, tenti di giocare a fondo tutte le carte che la crisi offre per la costruzione di una alternativa, per utilizzare in chiave offensiva ed egemonica il patrimonio acquisito dalla classe operaia negli ultimi dieci anni.

E ciò è possibile ormai solo affrontando di petto una serie di problemi senza dei quali, in un periodo di recessione, nessuna lotta salariale, e soprattutto nessuna difesa dell’occupazione possono reggere: la politica economica, il reperimento e la destinazione delle risorse pubbliche, la distribuzione del reddito, la ristrutturazione di certi settori produttivi. In sostanza, la questione, se non del modello alternativo di sviluppo (perché di reale sviluppo per ora e all’interno di questo sistema è irrealistico parlare), almeno di ciò che potremo, per provocazione, definire “modello alternativo di stagnazione relativa”. Su che tipo di equilibrio globale, su quale insieme di scelte interconnesse, su quali strumenti di potere, la classe operaia indirizza la sua lotta nella fase della crisi, e pensa di raccogliere uno schieramento di forze politiche e sociali?

È certo un terreno estremamente scivoloso, su cui è facile venire risucchiati dalla logica riformista: non perché sia impossibile qualificare anche questo tipo di lotta (come del resto è stato per la più classica delle lotte socialdemocratiche, quella sindacale) in senso anticapitalistico; ma perché ci si muove qui più lontani dall’antagonismo diretto di classe, dalla immediata verifica di massa, mobilitando forze sociali più composite e frammentate. Tanto più scivoloso appare oggi: per il fatto che si deve affrontare non come proiezione lineare di una esperienza politica, di un disegno generale maturato nella lotta operaia, gestito da strutture operaie, diretto da organizzazioni politiche coerentemente di classe; quanto cercando di sfruttare l’oggettività della crisi, di utilizzare spinte ed esperienze che il riformismo organizza, di mettere in campo schieramenti spuri. E tuttavia a noi pare possibile accettare fino in fondo questo rischio, cavalcare questa tigre. Necessario: perché un quadro di riferimento politico e programmatico è necessario per dare legittimità e credibilità al rifiuto operaio in fabbrica di mercanteggiare le conquiste strappate; perché gli obiettivi di lotta nel sociale devono trovare la loro strada per unificarsi, un criterio su cui commisurarsi e il modo di affrontare il problema dell’occupazione; e perché, soprattutto, solo così si possono costruire schieramenti sociali e politici ampi, coinvolgere strati intermedi e forze riformiste, senza di cui, nella situazione attuale, ogni volontà di lotta rischia di rimanere pura declamazione.

Possibile: perché ogni tentativo riformista deve muoversi oggi in un quadro di crisi, con margini ristretti, su strade e con tempi obbligati, senza quindi capacità egemoniche; e perché si può contare sulla ricchezza e la estensione del patrimonio di valori, di esperienze, di quadri, sedimentato negli ultimi anni (un patrimonio anticapitalistico che la classe operaia non è ora capace di gestire in forma organizzata o di esprimere come programma, ma che ha già largamente e stabilmente contagiato larghe masse e molteplici dimensioni della vita sociale).

 

 

Alcuni temi per un programma di gestione della crisi.   

 

Vediamo in concreto. L’insieme di obiettivi cui pensiamo, in via di ipotesi molto grossolane, e su cui varrebbe la pena di discutere e di approfondire il discorso, si può schematizzare in quattro punti.

1) Il problema della distribuzione del reddito, o più semplicemente del chi paga la fase di stagnazione e di riconversione produttiva.

Così il livello di vita delle masse come quello dell’occupazione, in una fase recessiva, non sono difendibili senza un massiccio programma di spesa pubblica per finanziare consumi collettivi, beni primari a basso costo, programmi di sostegno dell’occupazione nei settori a bassa produttività e di riconversione in altri settori. Questa spesa può essere fondamentalmente coperta dal deficit di bilancio statale o da maggiori entrate fiscali. Poiché l’attuale crisi non è causata da un’insufficienza generica di domanda, né può essere rapidamente superata facendo funzionare i consumi sociali come moltiplicatori dello sviluppo, la scelta di un disavanzo di bilancio vuol dire scontare una nuova accelerazione del processo inflattivo. E dunque da un lato accettare di espandere tale spesa pubblica solo entro margini modesti (anche l’inflazione ha dei limiti), dall’altro proporsi di finanziarla, nei fatti, con il taglio dei redditi fissi e in particolare del salario operaio. La scelta su cui battersi a fondo è dunque quella di un forte aumento dell’accumulazione e della spesa sociale attraverso la pressione fiscale sui redditi medi e superiori. È una grossa battaglia egualitaria, ma di tipo nuovo: non più l’egualitarismo ottenuto con il trasferimento dal profitto al consumo, o con il livellamento delle retribuzioni individuali, ma con il trasferimento di parte dei redditi comunque privilegiati, e dei consumi individuali non essenziali, a consumo collettivo o a finanziamento di investimenti socialmente utili.

È una battaglia che non si vince se non su grande scala: di “riforme fiscali” in Italia ne sono fallite molte. Si tratta in questo senso veramente di creare il clima dell’economia di guerra, di far compiere alla coscienza collettiva un salto simile a quello, per esempio, compiuto con l’acquisizione del diritto di sciopero. Un’operazione di redistribuzione generale della ricchezza, di cui la classe operaia occupata può diventare punto di riferimento nel senso di accettare per un certo periodo il proprio salario reale come la discriminante stabile al di sopra della quale si impongono progressivamente sacrifici, al di sotto della quale si continuano a perseguire anche incrementi di consumo individuale.

Sarebbe una battaglia persa in partenza, se non ci trovassimo nel pieno di una crisi economia e se, soprattutto, negli ultimi anni, la tematica dell’egualitarismo non fosse diventata patrimonio degli operai e non fosse penetrata in strati e correnti politiche assai più vaste. In tali condizioni è invece una battaglia aperta, su cui è possibile creare uno schieramento, e il cui esito dipende in buona parte dalla capacità di rendere chiaro, nell’immediato e in prospettiva, a cosa può servire la spesa pubblica. Renderlo chiaro anche alla classe operaia, che su questo terreno non ha esperienze ed idee, anzi è giustamente diffidente.

2) Il problema dei consumi collettivi. Che essi non possano funzionare da elemento di rilancio del meccanismo capitalistico, non toglie nulla al fatto che una massiccia spesa, e una pianificazione razionale, nel settore dei consumi sociali potrebbe rappresentare un passo avanti oggi decisivo per le condizioni di vita delle masse e per il livello civile di tutta la società. Lo spostamento di significative risorse da consumi individuali inessenziali a consumi sociali può garantire sia una migliore soddisfazione dei bisogni anche senza sostanziali incrementi produttivi, sia, almeno nel breve periodo, maggiori occasioni di lavoro.

In una fase di prevedibile stagnazione questi obiettivi diventano vitali, e questa diversa allocazione di risorse elemento qualificante dello scontro politico e sociale. A patto che siano questi gli obiettivi effettivamente perseguiti nella formulazione concreta della politica di spesa pubblica. Il che non è affatto conforme alle intenzioni e agli interessi reali delle forze capitalistiche, anche avanzate, e non è affatto chiaro nel modo di ragionare della sinistra riformista: per le quali la finalità prioritaria della spesa sociale deve essere il sostegno che ne può direttamente venire ai settori produttivi avanzati, per stimolarne il rilancio. Da siffatta impostazione deriverebbero concrete scelte. Sia per ciò che riguarda quali beni collettivi produrre (ad esempio: nuova fascia di edilizia privata sovvenzionata o edilizia pubblica, fuori mercato?); sia per ciò che riguarda la loro distribuzione (sostenere con il denaro pubblico la promozione ad acquirenti di certi beni – casa, istruzione, salute – di una fascia di redditi medio-inferiore, o partire dai bisogni primari degli strati più poveri?).Una linea di classe non è dunque difficile da individuare, anche se è difficile da portare avanti in questo settore. Essa si riduce in sostanza a tre discriminanti. Una impostazione accentuatamente egualitaria nella produzione e nella distribuzione del bene collettivo, il quale, nella pratica, per quanto collettivo, non è mai destinato “a tutti”, ma si rivolge a certi bisogni e a certi strati. Una chiara autonomia ( come a suo tempo si affermò per il salario rispetto alla produttività) del consumo collettivo dal suo diretto obiettivo produttivistico (che è poi il solo modo in questo caso di garantire una vera produttività: in una serie di settori ad esempio – quali la scuola o la salute – non avrebbe alcun senso perseguire una pura dilatazione quantitativa, fonte di spreco, ed esistono già bisogni e capacità di gestione che sollecitano un modo di impostare il problema al di là dell’orizzonte capitalistico). Infine – poiché queste risorse collettive, in un’epoca di crisi, costano, e costano a tutti e devono dare un massimo di beni e un massimo di occupazione – è importante anche la massima efficacia: cioè la lotta a fondo contro l’annidarsi del parassitismo nella spesa pubblica, contro la borghesia di stato e la paralisi burocratica.

Molte di queste cose sono estranee, e anzi in un certo senso rovesciano, un modo di pensare e di operare delle avanguardie formatesi negli ultimi anni. Ma, nella sostanza, molte altre sono largamente presenti e mature: non solo, ancora una volta, la spinta egualitaria (occupazione e redditi minimi sono preoccupazioni ben più vive tra gli operai occupati italiani che tra quelli di ogni altro paese); ma anche contenuti qualificanti maturati nella lotta di fabbrica (sulle qualifiche, le 150 ore, la nocività) che già offrono spunti generalizzabili di grande significato sul terreno dei consumi sociali. Nulla impedisce dunque che, magari su processi che il sistema stesso promuove, o su esperienze che i riformisti avviano, si sviluppi (come già è avvenuto nelle lotte di fabbrica) la contestazione da parte di forze più radicali. La vera differenza sta nel fatto che, a questo livello, la contestazione può crescere solo in modo molto meno spontaneo, e già presuppone organizzazione e piattaforme e coordinamento.

3) Il problema dell’occupazione. Questo sarà, probabilmente il nodo più drammatico, e più difficile da sciogliere, nei prossimi anni. Non perché sia da prevedere una caduta improvvisa della produzione, tipo 1930, o una ristrutturazione globale e selettiva del tipo 1950. ma per il concorrere di una serie di elementi che si sono accumulati e che possono moltiplicare le conseguenze anche di limitati ridimensionamenti di occupazione e rendere più complessa una politica per fronteggiarli. Innanzitutto il nostro sistema sociale registra da dieci anni un calo continuo della occupazione: la popolazione attiva è già ridotta a livelli di guardia (35 per cento). Buona parte di queste stesse attività coprono forme di lavoro precario o sacche di disoccupazione mascherate (lavoro a domicilio, commercio, ipertrofia dei dipendenti pubblici). La maggior parte degli impianti industriali di punta, d’altra parte, lavora mediamente al di sotto delle sue capacità, ha per molto tempo rinviato un rinnovamento tecnologico e, quale che sia dunque il loro tasso di sviluppo non è pensabile che assorbano (e infatti da dieci anni non assorbono) nuovi e rilevanti masse di lavoratori. La valvola di sicurezza della emigrazione non può funzionare più come in passato, per la concorrenza degli altri paesi fornitori di braccia, e l’emergere di problemi occupazionali in tutta l’area sviluppata. Insomma l’Italia è già un paese a forte disoccupazione, che non sembra tale; e per certi aspetti non lo è, solo grazie alle grosse strozzature del mercato del lavoro, alle possibilità di sottoccupazione garantite dall’esportazione in alcuni settori ad alto contenuto di lavoro, e alla geometrica dilatazione dei settori parassitari. Una recessione anche strisciante può far esplodere il problema (soprattutto se coinvolge anche la componente della domanda estera). E particolarmente difficile diventa affrontarlo perché, dato il carattere specifico della nostra struttura economico-sociale e il carattere specifico della crisi attuale, ogni tentativo di rilancio produttivistico e ogni sforzo razionalizzatore può facilmente produrre nuova disoccupazione più che nuova occupazione.

Appare così del tutto illusoria la prospettiva, sostenuta dai riformisti, di risolvere il problema della occupazione soprattutto intensificando gli investimenti e rilanciando il meccanismo di sviluppo capitalistico. Il binomio non è affatto garantito; anzi è garantito il contrario. Ma pare anche difficile una lotta di classe per l’occupazione. L’esperienza insegna che la difesa dei posti di lavoro esistenti non va lontano. Si tratta allora di riuscire ad aprire lotte per nuovi posti di lavoro, per una politica dell’occupazione. Questa lotta ha un presupposto: che si affermi, e si imponga, come scelta politica, nella determinazione dell’investimento, il livello di occupazione come priorità rispetto allo specifico contributo produttivo che ne deriva. È la scelta di puntare su settori a bassa produttività, su tecnologie ad alto contenuto di lavoro. Non si tratta di una scelta tanto paradossale, in un sistema in cui i rapporti di forza politico-sociali rendono ben costosa (a volte privilegiata) la parte inattiva o parassitaria, e in cui la bassa occupazione alimenta (almeno in ampie regioni) un processo di disgregazione e di corruzione che blocca ogni possibilità di sviluppo.

È comunque una scelta che comporta due ulteriori problemi. Innanzitutto quello del finanziamento. Occupazione a bassa produttività può infatti significare due cose: o sfruttamento più intenso di certi strati di lavoratori, “accumulazione da lavoro”, cioè paghe differenziate e orari più lunghi (una economia a due settori – alla “giapponese” – del resto anche da noi a lungo sperimentata nella piccola industria o in agricoltura); oppure sostegno pubblico che in qualche forma garantisca il livello di vita e le condizioni di lavoro degli occupati (il che apre evidentemente grossissime difficoltà di finanziamento; è anche questa una grossa operazione di redistribuzione del reddito). Ciò rende tanto più drammatico il secondo problema: quello di garantire una razionalità a questo sostegno pubblico rivolto verso settori “protetti” rispetto al meccanismo di mercato. Proprio nel nome della difesa dell’occupazione sono fiorite in Italia le peggiori iniziative clientelari, le più spregiudicate operazioni di sfruttamento privato della spesa pubblica, gli sprechi e i parassitismi più grotteschi. In una fase in cui ciò che si impiega in una direzione si toglie in buona parte da un’altra, la moltiplicazione di questa tendenza sarebbe suicida. Occupazione purchessia (chiamatelo pure “salario politico”) non è una parola d’ordine credibile. La sola via d’uscita possibile è quella dell’ancoraggio preciso della politica dell’occupazione a priorità socialmente riconosciute: il nesso occupazione-agricoltura-consumi sociali (in termini di lotta: censimento dei bisogni, censimento della forza lavoro, identificazione dei flussi di denaro pubblico, piattaforme di rivendicazioni per controllarli) appare allora assolutamente strettissimo. Ed è anche il solo modo di togliere alla lotta per nuovi posti di lavoro il carattere di una pressione generica.

Tutto ciò non toglie, ovviamente, che questo resti, come è sempre stato, di gran lunga il terreno più arduo, quello su cui è più facile la propaganda, o anche la mobilitazione sporadica, più difficile invece una iniziativa coordinata ed efficace.

Il problema dell’occupazione ha anche un altro aspetto. Nel momento in cui si lotta per una diversa distribuzione dei costi della crisi, che si antepone il livello dell’occupazione alla produttività, che si imposta una politica dei consumi sociali autonoma dalle esigenze del rilancio del profitto, non è possibile ignorare che può aprirsi una crisi verticale dell’apparato industriale. Perché questo complesso di politiche economiche intacca l’equilibrio attuale delle imprese quanto e più che non una rincorsa salariale. Si può anche rifiutare di riprendere in considerazione questo fatto: ciò però significa puntare non a una gestione manovrata della crisi ma ad un suo precipitare. E allora occorrerebbe sapere come risolvere positivamente uno scontro risolutore. L’ipotesi che stiamo considerando non è questa.

 

Programma, potere di controllo, schieramenti politici.

 

Non credere a un compromesso storico con il capitale avanzato, non vuol dire porsi autonomamente l’interrogativo di come evitare precipitazioni della crisi che non si possono sostenere. Per questo una difesa degli attuali livelli di occupazione dell’industria, e in genere di tutta la politica economica di cui stiamo parlando (anche se procede come programma di lotta e non come programma di governo) comporta, nel prossimo periodo, dei punti di mediazione. Si tratta di scegliere quali, e per quali contropartite. Alcuni sono evidentemente già in discussione: ad esempio quella della maggiore utilizzazione degli impianti: nuovi turni, 36 ore, ecc. La nostra opinione è che (fermo restando il rigido rifiuto di una intensificazione dello sfruttamento degli attuali occupati) si tratti di una questione che si può discutere seriamente. Ma solo se la si affronta, almeno in termini di principio, globalmente. Perché così può essere discussa contestualmente alle contropartite che la qualificano: la questione dei servizi sociali, in particolare i trasporti; e la questione dell’occupazione in generale, fuori dall’illusione che sia dai “nuovi turni” che possa venire una vera massa di posti di lavoro. Maggiore utilizzazione degli impianti vuol dire solo una cosa: consentire respiro, e maggiore produttività a un settore industriale e capitalistico già in difficoltà che si vuol sottoporre a una ulteriore terapia di shock, e che non si vuole far crollare sia per le conseguenze che ne deriverebbero sul piano interno, sia perché esso serve per ora come settore cardine degli scambi internazionali.

Altro punto di mediazione, sempre rispetto all’occupazione industriale, può essere – ma è una ipotesi tutta da verificare – una politica di grossi investimenti nella ricerca e di stimoli economici in direzione di una riconversione di settori industriali per l’esportazione di beni e di tecniche verso paesi in via di sviluppo. I quali oggi, proprio per i nuovi rapporti di scambio internazionale, possono tentare una strada nuova, ed hanno i mezzi immediati per diventare partners commerciali dell’Italia, che non ha grandi possibilità di concedere crediti ma che potrebbe, a differenza di altri, impostare una politica estera e una politica economica.

4) Il problema del potere pubblico, che tutti li condiziona e li riassume; perché su tutti i terreni cui abbiamo accennato, e sui quali la lotta è destinata a spostarsi, l’interlocutore principale è lo stato nelle sue varie articolazioni. Ma lo stato attuale, e le forze politiche che lo reggono, comunque raggruppate, non danno la benché minima garanzia, non diciamo di promuovere, ma neppure di subire il tipo di scelte, per quanto in sé non “rivoluzionarie”, di cui abbiamo parlato. Esse infatti metterebbero subito in discussione l’equilibrio di interessi su cui la Dc si regge; non potrebbero, al di là di definizioni generiche o di singoli aspetti, ottenere l’avallo delle forze capitalistiche dominanti; e infine, forse soprattutto, su questi nuovi terreni gli schieramenti sociali, e le stesse correnti di opinione, sono ancora tutti da formare, rimuovendo interessi, vincendo consuetudini, mobilitando nuovi bisogni, nuovi strati, nuove capacità organizzative.

Pensare dunque a questa serie di scelte di politica economica come a un programma di governo, a un insieme di leggi di riforma o di decisioni di spesa, frutto di un accordo di vertice, sia pure sotto la pressione di una spinta di massa, è puramente illusorio. Esse non possono essere se non il frutto di un permanente e articolato movimento di massa, capace di funzionare in ogni momento e in ogni settore, oltre che come forza di pressione, come controparte del potere pubblico in precise “vertenze”, come elemento di controllo permanente, e anche di gestione attiva delle conquiste ottenute. Qualcosa di più e di diverso sia dalla “politica delle riforme” che “dalla pratica dell’obiettivo”: cioè gestione diretta e di massa di un programma di lotta che via via si impone e si controlla e il cui procedere non risolve ma approfondisce la crisi del sistema. Non si tratta di “imporre dal basso in modo diverso la linea riformista”, ma di portare avanti in modo diverso dal riformismo un programma che è intrinsecamente diverso, perché parte dalla demistificazione dell’illusione del “nuovo modello capitalistico”. Se non si riesce, nella articolazione degli obiettivi e delle esperienze, a far avanzare il discorso sulla redistribuzione del reddito, sui consumi sociali, sull’occupazione, come strumento di lotta reale di massa, come crescita di potere prima e più che di singoli obiettivi, ogni discriminante di impostazione e di contenuto diventa formale.

Per questo, proprio nel momento in cui la situazione sollecita un maggiore impegno della classe operaia sulle decisioni pubbliche e sulla politica economica, noi consideriamo ancor più (e ancor meno) pericoloso l’inserimento del Pci nella maggioranza di governo. Innanzitutto, infatti, tale inserimento procede solo se e nella misura in cui il Partito comunista collabora attivamente – magari in nome di un “programma avanzato” – a regolare il movimento di massa, a reprimerne le esperienze più radicali, ad impedire la estensione della sua iniziativa diretta in nuovi settori della società; pericolo tanto più grave nel momento in cui la spinta spontanea, e il radicalismo del movimento già di per sé incontrano difficoltà crescenti. D’altra parte, quell’inserimento comporta anche una crescente rottura tra i settori di avanguardia e l’insieme della sinistra riformista, la chiusura totale di canali di comunicazione tra lotte di massa e livello istituzionale: proprio tutto ciò che, in una fase come questa, toglierebbe alla lotta e al controllo dal basso gran parte della loro efficacia rispetto alle scelte pubbliche. Ma ammettendo invece – in via del tutto astratta – che le cose vadano altrimenti, che il fatto stesso dell’allargamento a sinistra della maggioranza, al di là delle intenzioni di chi lo compie, stimoli una radicalizzazione del movimento, e acutizzi le contraddizioni interne alla borghesia e alla Dc, quale ne sarebbe la conseguenza? Quella di un rapido precipitare della crisi politica prima e senza che si formi a sinistra, socialmente e politicamente, una alternativa: una evoluzione di tipo cileno.

Non si vuol dire con questo, evidentemente, che nel lavoro di costruzione di una soluzione rivoluzionaria non si ponga mai il problema di incidere anche a livello del governo, e che tutti i governi siano eguali fino a che non ne sia possibile uno che segni anche un rovesciamento globale del potere. Ma un governo di sinistra riformista avanzata (per intenderci, di tipo allendista), può assolvere una funzione positiva, anziché aprire la strada alla sconfitta, solo quando già si siano costruite le condizioni minime, soggettive e oggettive per affrontare la rapida accelerazione dello scontro e la lotta per il potere statale. Con un rapporto di forze, nella sinistra, ancora tutto favorevole ai riformisti, e con un movimento di massa ancora frammentato e anzi politicamente in difficoltà, come abbiamo ora in Italia, l’ingresso del movimento operaio tradizionale al governo sarebbe non l’occasione di un chiarimento politico e di uno spostamento in avanti della lotta di classe, ma piuttosto di una sconfitta. Tutto ciò appare oggi assai più evidente di ieri. Analogamente si chiarisce anche il problema della “nuova opposizione”. La quale non può essere, se pure mai lo è stata, concepita come dato di partenza e come schieramento omogeneo – ma solo come obiettivo di lotta, da raggiungere attraverso la pressione del movimento di massa e con lo sviluppo di un grosso dibattito nelle forze storiche; e come schieramento articolato, con al proprio interno una componente rivoluzionaria in formazione, ma anche capace di utilizzare la componente riformista nella sua specificità.

Tutto ciò infine qualifica in modo più preciso il problema della lotta al governo di centro-sinistra. Nella scorsa primavera, o nell’estate, quando ancora era forte la spinta operaia uscita dai contratti, la cosa essenziale era, a nostro avviso, impedire che il centro-sinistra si costituisse o rimanesse comunque in piedi tanto da condurre l’operazione che nei fatti ha poi condotto (gestione dell’inflazione e tregua sociale). Oggi diventa però essenziale che esso cada in un certo modo: per l’emergere cioè al suo interno e al suo esterno di contrapposizioni programmatiche precise e positive. Solo così la crisi di governo, anche se non consente alternative immediate, assume infatti un vero valore, mette in difficoltà la Democrazia cristiana.

Occorrerebbe poi fare tutto un discorso – a cui siamo largamente impreparati – su concreti obiettivi di lotta rispetto alla stessa struttura e configurazione dei vari istituti del potere statale, non con l’illusione di “democratizzarli”, ma con l’obiettivo di renderli più esposti al controllo da parte di forme alternative e dirette di democrazia. Così come occorrerebbe inventare, con fantasia ma grande precisione, forme e strumenti di lotta operaia diretta, di pratica dell’obiettivo, di gestione di reali vertenze, capaci di investire imprese o settori in crisi, di contrastare il potere del capitale o dello stato anche nelle sue scelte economiche. Va detto chiaro che senza questa articolazione di obiettivi, senza questa crescita di poteri alternativi, senza questa dichiarazione di schieramenti politici, strategicamente ben distinti ma capaci di lotte unitarie, il progetto di cui stiamo parlando resterebbe del tutto astratto, un “modello” contrapposto ad un altro.

 

Modello di stagnazione e modello di sviluppo.

 

Le scelte che si sono qui venute esemplificando, e che abbozzano un programma generale per una intera fase, non promettono un rapido salto al di fuori del sistema capitalistico (e neppure una lineare e travolgente crescita della radicalità e autonomia delle masse), né illudono sulla costruzione di un modello alternativo di sviluppo all’interno di questo sistema. Sono, una volta ancora – in forma nuova di fronte a una situazione nuova – una linea di gestione della crisi, che si sconta lunga e complessa, e che ci si sforza di non chiudere né di far precipitare alla cieca.

Va però detto con grande chiarezza che – malgrado l’apparenza – si tratta di un progetto estremamente ambizioso, sempre sull’orlo di uno scontro frontale, con la minaccia di una rabbiosa controffensiva del blocco di interessi offesi. Innanzitutto, infatti, redistribuire le risorse tra le diverse classi e tra i diversi impieghi, in una fase di relativa stagnazione della massa di tali risorse, vuol dire saper imporre a una parte della società non solo un incremento del reddito individuale più basso di quello cui è abituata; ma una sua vera e propria contrazione. Né si tratta solo della piccola frangia dei grandi borghesi, dei maggiori professionisti, dei più alti burocrati. Se si vuole realmente impedire che i costi della crisi si riversino sulle masse povere, e anzi si vuole, proprio in questo periodo, portare avanti uno spostamento a loro favore, strati assai vasti della società italiana devono accettare, in modo proporzionale, pesanti sacrifici sia in termini di reddito percepito che sul piano dei mille piccoli privilegi di cui dispongono. Pesanti e non brevi: perché non ne può venire una rapida, travolgente ripresa dell’espansione, e perché, comunque, una grossa riconversione dell’organizzazione sociale e produttiva implica sempre un faticoso periodo di aggiustamenti e assestamenti. Questi sacrifici, già nel momento in cui vengono imposti, non hanno carattere puramente punitivo. Possono essere proposti (almeno ai gruppi non dominanti e non fortemente privilegiati) in cambio di contropartite visibili.

Ma è inutile nascondersi che questo “scambio” non verrà accettato con alcun entusiasmo; si tratta di rinunciare a privilegi sicuri, e a beni che da tempo si è abituati a considerare essenziali, per vantaggi non immediatamente apprezzabili e per la soddisfazione di bisogni che tutto ha finora contribuito a rendere poco consapevoli.

D’altra parte, si tratterebbe anche di una via senza ritorno. Estendere all’insieme della società, anche solo in parte, il processo di contestazione di valori, consuetudini, gerarchie, poteri, su cui il sistema si è fondato, se non basta a rovesciarlo, e a sostituirgli un meccanismo diverso, basta però a smantellare del tutto le condizioni di una sua piena ripresa. Se la fase della crisi e della stagnazione anziché ristabilire potere e ideologia del capitalismo, serve a logorarli ulteriormente, ciò significa far entrare definitivamente questo sistema nel tunnel della crisi: dopo di ciò, l’alternativa tra salto rivoluzionario (quale che ne sia la forma) e reazione aperta, diventa veramente secca e rigida.

Essere consapevoli, rendere consapevoli le masse, di questi fatti, (della dimensione dello scontro, del suo carattere globale e in prospettiva “violento”) è oggi assolutamente essenziale. Il pericolo maggiore sta forse nella superficialità e nel pressapochismo con cui i riformisti amministrano le proprie forze, nel modo in cui fronteggiano una crisi che pure, al di là delle parole, a loro modo alimentano. Vittime loro stessi dell’illusione del “nuovo modello di sviluppo capitalistico” sottovalutano la lotta per il potere statale che comunque si prepara.

Ciò vuol dire anzitutto, ovviamente, che occorre più che mai operare attivamente alla costruzione di un livello di mobilitazione, di partecipazione diretta, di politicizzazione costante delle grandi masse popolari, cioè di coloro che effettivamente e senza riserve hanno interesse a sostenere un certo programma nel corso della crisi. Qui sta uno dei punti più assurdi della politica attuale del Pci: la tendenza a rivendicare sempre più una “delega” dalle masse che rappresenta, nella speranza che, dall’altra parte, la democrazia cristiana possa a sua volta trattare in nome degli strati colpiti dalla politica delle riforme e così “decapitarne” politicamente la resistenza corporativa. A parte la natura della Dc, è ridicolo sperare che la moltitudine di interessi retrivi presenti nella realtà italiana, stiano a questo gioco. Mille esperienze della nostra storia e dell’altrui, per ultima quella cilena, hanno dimostrato quale straordinaria capacità di mobilitazione abbiano questi interessi, e quale autonomia politica. In Cile non vi è stata rottura con i ceti medi e con la borghesia perché si è rotta ogni intesa con la Dc; al contrario è stata impossibile ogni intesa (che non fosse cedimento) perché questi gruppi sociali si erano radicalizzati nella direzione peggiore, e perché non si sono trovati di fronte un proletariato capace, già a livello della società, di unificarsi in una prospettiva precisa e di esercitare una direzione politica.

Altrettanto importante è però il fatto di saper far crescere, in una fase come questa, e a sostegno di un programma come questo, oltre alla mobilitazione, una grande e lungimirante spinta ideale, il soggetto di una egemonia, un progetto insomma, di lungo periodo, a cui la battaglia presente sia finalizzata, e da cui i sacrifici assumano un valore diverso. Anche politiche pur costrette in orizzonti interni al sistema e ai suoi principi, come quella del fronte popolare e dell’unità antifascista, hanno tratto la loro forza dal collegamento con una grande prospettiva. Lo stesso compromesso togliattiano del ’45 avrebbe avuto un significato e risultati ben diversi e peggiori se non avesse poggiato sulla spinta di una grande speranza rivoluzionaria, sull’attesa di un domani diverso, sulla fiducia nella rivoluzione bolscevica: quello era l’asse su cui si mobilitavano grandi forze, e con cui si riempivano di significati dirompenti anche obiettivi limitati. La debolezza del riformismo attuale sta nella sua modestia ideale, nel suo corto respiro. Rivendica un grande ruolo al momento della sintesi politica, della scelta globale, del progetto, e invece nella realtà vive solo come routine squallida e modesta; la sua cultura è quella delle università e della televisione; i suoi quadri si formano nei consigli comunali; i grandi interrogativi, sul passato e sul futuro delle rivoluzioni, gli sono estranei. Da dove dovrebbe mai nascere questa carica soggettiva, questo “nuovo principe” capace di gestire anche solo una grande esperienza riformatrice? Quali dovrebbero essere i soggetti e i contenuti di quella rivoluzione “intellettuale e morale” che i burocrati del movimento operaio oggi inseriscono in discorsi miseramente di maniera? Ma qui sta anche, riconosciamolo, il limite della sinistra rivoluzionaria. Limite che oggi diventa paralizzante. C’è stato in questo nuovo settore della realtà politica italiana una straordinaria fioritura di milizia, di moralità, di idee. Che però non è riuscita a diventare progetto, programma, riflessione sul socialismo esistente e su quello possibile.

 

Alternativa di civiltà in una crisi di civiltà

 

A nostro parere oggi questo limite può essere seriamente affrontato, senza astrattismi. E il punto di partenza è proprio il discorso (e l’impegno pratico) intorno a quello che abbiamo provocatoriamente definito “modello di stagnazione alternativo”. Perché questo “modello” che è una linea di lotta, non solo può consentire di raccogliere le forze soggettive necessarie, ma anche di costruire le condizioni oggettive del passaggio da un sistema ad un altro. Perché “quel modello di stagnazione” (redistribuzione del reddito, consumi collettivi, alta occupazione anche a bassa produttività, potere di massa sulle scelte produttive) è la premessa necessaria (come lo sono state e lo sono le lotte operaie sull’organizzazione del lavoro, o quelle studentesche di contestazione della cultura e dei ruoli) di un reale “modello alternativo di sviluppo”, al di là del sistema, e anzi lo prefigura. Del solo “modello di sviluppo” oggi storicamente e razionalmente concepibile. Un modello cioè il quale abbia questo di essenziale: che un rapido e diffuso aumento della produttività (e dunque una pianificata utilizzazione della scienza) in tutta la base produttiva di beni materiali, non sia principalmente il presupposto di una moltiplicazione quantitativa delle merci, ma principalmente offra la possibilità di liberare quote crescenti di risorse umane e materiali per un tipo di attività o di consumo parimenti liberi e parimenti creatori. Dove la produzione è già soddisfacimento dei bisogni, e il consumo produzione di capacità. Non l’otium individuale, il “gioco”, lo spreco, ma un settore di attività sociale organizzata, non per questo però dominata dal mercato, dal profitto, dal valore: l’istruzione, la cultura, l’educazione delle nuove generazioni, l’amministrazione della cosa pubblica, la ricerca, ecc. Uno sviluppo certo ancora largamente fondato su “due settori” (l’uno mercantile, l’altro no) come del resto è ben anche l’attuale: ma in cui il ruolo storicamente trainante, e unificatore, spetti al settore nono mercantile, come presupposto e fine della produzione materiale.

Non sarà mai possibile lavorare a questa ipotesi – che invece vive già nelle cose e nei bisogni degli uomini – se non avendo accumulato, nel corso di una lunga crisi e di una lunga lotta, non solo i livelli di coscienza, ma anche i presupposti reali di un così radicale rovesciamento. In altri termini: senza che la lotta operaia abbia investito e contestato anche l’intero campo della sovrastruttura, disaggregato e riaggregato altri strati sociali, creato bisogni, cultura, capacità di gestione alternativi. A quel momento il salto rivoluzionario, la rottura traumatica, il potere statale non saranno meno importanti, non c’è transizione a un sistema superiore senza dominio sullo stato: ma potranno avvenire come espressione e strumento di un programma effettivo, ed effettivamente praticabile.

Approfondire, articolare questa prospettiva, fare del discorso sul comunismo un discorso “concreto”, tessuto sulle contraddizioni e sulle forze già esistenti e rendere esplicito il legame tra “modello alternativo di sviluppo” e “modello alternativo di stagnazione”, è essenziale ormai anche per l’azione presente. Solo così può diventare chiaro come il nostro atteggiamento rispetto alla crisi non è quello di una scelta stagnazionista in generale, di un neomalthusianesimo romantico, né puro affidamento alla rivolta; ma rifiuto di identificare lo sviluppo con l’estensione della sua base materiale e di concepire dunque questa base materiale come il “primum movens” cui tutto subordinare. Proprio perché non crediamo al comunismo come utopia del riscatto, ma come “movimento reale che abolisce lo stato delle cose presenti”, e insieme vediamo tutta la rottura traumatica che tale rovesciamento comporta, ci dobbiamo porre il problema della “transizione” in modo estremamente più articolato e concreto di quanto mai sia stato fatto: non semplicemente come il programma di un nuovo potere statale ma come prodotto faticoso di un lungo itinerario storico, di rivoluzioni e riflussi. Qualcosa di più simile, per usare una facile immagine, alla caduta dell’impero romano che alla rivoluzione francese. Il “modello di stagnazione” è una di queste fasi: quella in cui l’autonomia operaia comincia a prendere la forma di una egemonia e per questo può aprire con piena legittimità la lotta per la direzione dello stato.

Dire e fare, non queste cose, che possono essere largamente inesatte, ma questo genere di cose, vorrebbe dire compiere, per la sinistra rivoluzionaria e per le avanguardie di classe, quali attualmente sono, un salto di qualità, anzi una rottura netta, rispetto a sé stesse. Qualcosa di simile, per non citare che gli esempi più noti, a quello che è avvenuto nel partito russo al momento della Nep, o nei partiti comunisti occidentali agli inizi degli anni ’30. ogni volta che quel salto fu tentato si andò, per così dire, “oltre il segno”. Per diventare “classe dirigente” il proletariato, e il suo partito, finirono con l’assumere buona parte dei contenuti e delle funzioni che erano stati propri delle classi dirigenti del passato. L’operazione da compiere sarebbe invece oggi di inserirsi nella crisi di questo sistema per farvi crescere, oltre la rivolta, una nuova “visione generale”, ma generale sul serio, in quanto abolizione della società di classe e di tutto il suo orizzonte di valori. È un’impresa già possibile alle forze che anche noi rappresentiamo? Difficile dirlo. Sicuro è il fatto che è possibile solo a condizione che con questa consapevolezza, con questa intenzione, si costruisca una forza politica capace di enormi tensioni ideali. Capace cioè di rifiutare la tentazione più facile: che è oggi quella di amministrare una sconfitta del movimento e di esprimere la “coscienza media” degli scontenti e degli esclusi; rinunciando a sfruttare a fondo quella che oggi si manifesta come crisi di sistema (e di civiltà) per costruire un sistema (e una civiltà) radicalmente diversi.

 


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