numero 40  giugno 2003

La guerra continua

BILANCIO DEL PRIMO ATTO 


Lucio Magri   

Abbiamo tutti vissuto questi ultimi mesi con grande angoscia e grande passione. Angoscia per una guerra che non ci è riuscito di impedire; passione perché ci sentivamo partecipi di una lotta per la pace che via via acquistava ampiezza e profondità mai viste. 

Ora si tratta di trarne, con spirito di verità, un primo bilancio. Ma bilancio di cosa e rispetto a cosa? Se considerassimo in sé, isolandola nel tempo e nello spazio, la guerra in Iraq e gli immediati obiettivi che con essa gli americani si proponevano (conquistare il controllo più diretto di un paese, delle sue risorse e della regione circostante ed esibire un'immensa macchina militare), è evidente, quanto scontato, che hanno avuto un successo, abbastanza rapido e con perdite limitate. Certo le difficoltà di gestire quel territorio sono e saranno grandi, ma vi suppliscono con l'occupazione militare e un protettorato politico che nessuno per ora è in grado di impedire.

 

 

Il giudizio cambia non poco però se consideriamo nell'insieme, e su un periodo di tempo più lungo, ciò che tale conflitto doveva essere nella strategia apertamente dichiarata dal presidente Bush: cioè solo lo strumento e la prima fase di una guerra preventiva e di lunga durata rivolta non tanto a stroncare il terrorismo - fenomeno endemico e che si riproduce - quanto ad affermare un nuovo ordine mondiale, conformato a un modello ideologico, politico, sociale, di valore universale di cui gli Stati Uniti si sentono portatori e che ritengono essere i soli capaci di garantire, anche manu militari.

Che questo non fosse solo retorica, ma una strategia in atto, proprio la concreta vicenda irachena lo ha confermato oltre ogni dubbio. In poche settimane, sono miseramente crollate tutte le giustificazioni messe all'inizio in campo per convincere i riluttanti a condividere la responsabilità dell'intervento e l'Onu a dargli la benedizione. Dove era la minaccia incombente che Saddam rappresentava, per i paesi vicini e per il mondo, con una macchina militare che invece ha subito mostrato la sua inconsistenza? Dove erano e quali erano le armi di distruzione di massa, che anche l'Onu diceva di temere e sono state prese a pretesto di un tragico decennio di embargo e di bombardamenti: e invece non si sono trovate? Inoltre, anche se fossero esistite e restassero nascoste, dovrebbero essere tanto miserabili che Saddam non le ha usate neppure nel momento della disperazione (forse perché in fondo è un brav'uomo?). Dove era il popolo che attendeva i carri armati liberatori, e invece ha mostrato di detestare l'occupazione straniera quanto il regime che l'opprimeva? Dove sono ora le forze disposte a scegliere e capaci di organizzare una democrazia pluralistica anziché un nuovo Stato teocratico?

Ma proprio perché si tratta di una guerra duratura e di una strategia globale è da questo punto di vista che occorre trarre un bilancio di questa prima tappa. Perciò non mi convince chi dice che Bush ha vinto perché non siamo stati in grado di impedirgli l'intervento e il suo successo nella prima battaglia; né chi al contrario si consola dicendo che il movimento pacifista è cresciuto, ha modificato tante coscienze, alla fine prevarrà. Il tema da affrontare senza reticenze è quello di ciò che la vicenda irachena ha rivelato dello stato attuale del mondo, di come e quanto l'abbia modificato, di quali prospettive perciò si presentino per il prossimo futuro della guerra duratura.

Per cominciare ad affrontarlo mi pare utile ragionare su due problemi. 

1. Il primo riguarda l'analisi e l'interpretazione della strategia americana. La si conosce bene, malgrado le ipocrisie con cui la velano i suoi sostenitori nostrani, perché i suoi autori hanno il pregio della brutale franchezza e alcuni di loro (Wolfowitz, Perle, Kagan) l'hanno riesposta al recente convegno dell'Aspen Institute italiano, amichevolmente invitati da Giuliano Amato. Ma molto controverso rimane l'interrogativo: da dove nasce, cosa la muove, quanto rappresenta e quanto può durare?

 

                                                                                                                                                    

 

Che gli Stati Uniti siano rimasti la sola superpotenza mondiale era un fatto da tempo evidente, conseguente al crollo del loro storico antagonista; così come un fatto era il modello neoliberista di società prodotto dalla rivoluzione reaganiana e dalla ristrutturazione capitalistica entro gli Stati Uniti e fuori di loro. Ma l'attuale e vistosa svolta militarista, unilateralista, fondamentalista è la conseguenza logica e permanente di questi fatti, ha dietro di sé tradizioni radicate, spesso sotterranee ma ora permanenti; esprime interessi maggioritari e necessità cogenti, oppure è un fenomeno grave ma congiunturale e precario, una parentesi che può rapidamente chiudersi come rapidamente si è aperta?

Non è un interrogativo per intellettuali sofisticati, ansiosi di leggere il futuro, o per `marxisti pedanti', sempre alla ricerca delle `basi strutturali'. Perché da quel giudizio possono conseguire, anzi già conseguono, linee politiche diametralmente diverse. La prima linea è quella su cui, dopo il conflitto, tendono ora a convergere, con il patronato di Blair, anche forze che pure si sono opposte alla guerra, compresa la cosiddetta `sinistra di governo'. È la linea che cerca e ritiene possibile ricucire lo strappo con l'America, anche l'America di Bush; di coinvolgere in Iraq l'Onu in un ruolo sia pur marginale e come soggetto umanitario, concedendo una legittimazione ex-post alla guerra per condizionare il dopoguerra; di ristabilire le consuetudini collegiali della Nato; di costruire una politica estera bipartisan in Europa. Non occorre citare Rutelli o D'Alema, basta sentire i più autorevoli consigli del presidente Ciampi. Non è un nuovo servilismo, né il recupero di una tradizione pericolante, è anche convinta fiducia che la leadership americana possa cambiare o essere sostituita fra due anni, che si possa restaurare fin d'ora almeno una parziale condivisione del potere mondiale e una qualche forma di legalità internazionale. 

Tale giudizio trova qualche eco anche all'interno della sinistra più radicale, che considera Bush (quando si parla di guerra, o Berlusconi quando si parla di giustizia) come un colpo di coda del vecchio imperialismo, che oscura la novità dell'attuale globalizzazione - con la quale invece occorrerà conflittualmente convivere -, che offrirebbe, invece, un terreno più avanzato alla costruzione di un movimento alternativo finalmente libero dai fantasmi del Novecento.
L'analisi e il ragionamento su cui questa linea si regge - se vogliamo dargli una dignità e una razionalità, di cui spesso i suoi sostenitori non si preoccupano - sono in sostanza i seguenti. 
L'oltranzismo di Bush - si dice o si pensa - non rappresenta fedelmente l'ispirazione della storia e della società americana, che invece è prevalentemente liberale e non colonialista, né ha interesse a usare la forza per puntellare un primato, di cui può disporre con altri strumenti e con altri Stati può condividere. Esso, certo, esprime tendenze minoritarie lontane, che l'attuale ruolo di unica superpotenza favorisce, ma prevalentemente è il frutto contingente dell'incontro tra l'ascesa al potere - quasi casuale e comunque inizialmente prudente - di un gruppo dirigente espressione di una cultura fondamentalista e materialmente legato al complesso militare-industriale, e una emergenza eccezionale come l'11 settembre. Via via che si misurano i prezzi che questa leadership comporta e si esauriranno le spinte di quella contingenza, potrà quindi riaprirsi la strada per un liberismo meno dogmatico e per una gestione del potere meno intollerante e sbrigativa. Certo non il ritorno all'America di Roosvelt, ma quanto meno a quella di Clinton. L'Europa può contribuire a tale evoluzione, senza subalternità ma con la lealtà di un alleato, e proprio a questo fine e con questo profilo può e deve rafforzare una propria unità che la guerra ha incrinato.

Io credo che questo progetto - anche a prescindere dalla discutibilità del fine - non sia oggettivamente fondato, sia destinato a fallire e a produrre conseguenze pesanti per il mondo, per l'Europa, e particolarmente la dissoluzione della sinistra e delle altre forze democratiche.

Lo credo, sommariamente, per tre ragioni di fondo e dimostrabili.

a. Il modello di società e di sviluppo che ha dominato la scena ha ormai prodotto un tale accumulo di diseguaglianze e problemi tanto drammatici - nei paesi avanzati e tanto più nel Sud del mondo - da non offrire più la promessa credibile di un futuro migliore, le condizioni di una civile convivenza e di relazioni pacificate tra i diversi paesi.

La consapevolezza di questo fatto sta ormai emergendo in ogni parte del mondo e in gran parte dei cittadini. I nuovi movimenti contestativi sono solo la punta emergente di una crisi di fiducia più generale. In alcuni contesti, essa produce una reazione regressiva, nel fondamentalismo etnico e religioso, spesso oltre la soglia della violenza, sempre molto al di qua del confine della democrazia. In altri contesti produce una reazione progressiva molto ricca e radicale, la ricerca generosa e di massa di un mondo diverso, che confligge con l'ordine generale vigente, ma raramente e con molta fatica trova spazi e referenti politici per avviare qualche effettivo mutamento. Nell'un caso e nell'altro apre un conflitto senza sbocchi, che evoca la reazione autoritaria del potere.

Facciamo un solo esempio, il più chiaro e il più legato agli eventi recenti. Come negare che due guerre `contro il terrorismo' nel mondo islamico non l'abbiano affatto fermato ma alimentato e diffuso? Che in Iraq l'unica alternativa a un futuro governo islamico sia, anzi sarà, l'occupazione militare permanente e un protettorato politico cogestito con notabili corrotti e capi fazione tribali, probabilmente accompagnato da una lotta armata endemica; o che, ancor prima, altri interventi armati, dai Balcani all'Asia Centrale, abbiano portato non nuove democrazie ma disgregazione di ogni forma di Stato, conflitti permanenti, poteri mafiosi e violenti? Che una soluzione ragionevole della questione palestinese si sia allontanata e ancora appaia tragicamente smentita dai fatti? O come negare che tutto ciò già si rifletta in un restringimento, sostanziale ma anche formale, della legalità democratica e in un clima di emergenza permanente all'interno della stessa società americana? Questi sono finora i risultati della guerra già fatta, ma soprattutto ne richiedono altre, di guerre: nella follia della guerra preventiva e duratura c'è una logica.

b. Ormai da tre anni si è inceppato il miracolo economico americano. Miracolo in senso proprio: i cittadini non risparmiavano - anzi consumavano - più di ciò che guadagnavano, ma le imprese trovavano i soldi da investire, il reddito nazionale tornava a crescere rapidamente e trascinava un po' tutta l'economia mondiale, e con essa l'Europa già un po' in affanno, ma che trovava qui sbocco per le esportazioni e occasione di affari. Il mito della nuova belle époque, della nuova economia come fonte incessante di produttività, della finanza che trasferiva risorse agli investimenti là per il mondo dove erano più convenienti e più utili, era così diventato senso comune. Ora vacilla. Per molto tempo si è negata la novità della crisi, la si è ridotta a fatto congiunturale, anzi igienico, si vedeva la ripresa ogni mese per il prossimo. Ora il carattere più serio della crisi è riconosciuto, e più limpida è la concatenazione dei fatti: lo scoppio della bolla speculativa ha portato alla luce il carattere abnorme dell'indebitamento estero e interno, che cresce drenando risorse prodotte da altri, che rende necessaria ma più difficile e meno efficace una politica di keynesismo-militare, fonte di disavanzo anche nel bilancio pubblico. Se il tentativo riesce a far ripartire la locomotiva sarà quindi solo a piccoli passi, e il peso si trasferirà su altri paesi come mercati da riconquistare per contenere il disavanzo commerciale, o come fornitori a vario titolo di nuovi capitali per risanare i debiti; se non riesce, il treno resterà senza locomotiva americana e non ne ha per ora un'altra, che la sostituisca. Non sarà necessariamente una nuova grande depressione, ma certamente già è stagnazione, rallentamento dello sviluppo e moltiplicarsi dei contrasti.

 

 

Alcuni economisti di sinistra - Arrighi, Wallerstein, Samir Amin, come avrete potuto leggere anche su questa «rivista» - osano andare oltre nell'analisi della crisi americana: mettono cioè in evidenza difficoltà strutturali dell'economia reale, in termini di produttività e di competitività, perfino nei settori di punta. E considerano perciò la svolta di Bush e la sua ricerca di una supremazia mondiale più esplicita una conseguenza coerente di una egemonia declinante, cui si reagisce anzitutto con la risorsa di una indiscussa superiorità militare. Può darsi che in questa tesi ci sia qualcosa di forzato e di precipitoso: gli Stati Uniti ancora dispongono di altri strumenti di egemonia, l'informazione, l'industria culturale, la ricerca d'avanguardia, la finanza - quelli che finora lo stesso Samir Amin aveva riconosciuto accanto alle armi di sterminio come «i grandi monopoli che fondano il potere nel moderno capitalismo». E d'altra parte il declino di un impero è processo lungo, tortuoso, in cui si succedono fasi diverse, e dunque la tendenza generale non basta a definire una fase politica, né per intervenirvi. Comunque, vi è, nella attuale crisi economica, quanto basta per persuadersi che l'illusione di un `impero buono' e pacificato e pacificante è per ora fuori questione.

c. Il salto di qualità che si è compiuto, negli ultimi decenni, a partire dagli Stati Uniti, e che ora si manifesta apertamente. Non parlo di una riduzione del peso e del ruolo dello Stato - che anzi proprio la guerra restaura ma si evidenzia anche nell'economia, attraverso strumenti apparentemente plurinazionali, in realtà, sovradeterminati, come il fondo monetario, il Wto, i raggruppamenti di grandi aree regionali, il ruolo delegato di Stati sub-imperiali, l'integrazione tra governi e giganteschi gruppi economici, multinazionali nel loro intervento, molto nazionali nel gruppo di comando. Parlo piuttosto della crisi dello Stato democratico rappresentativo, del suo parziale fondamento sul libero suffragio popolare, della sua capacità e volontà di governare il mercato, di mediare gli interessi, di proporre valori generali e prospettive di lungo periodo. Per il convergere di molteplici fattori: la mercatizzazione della politica e il ruolo che vi gioca la disponibilità di denaro, il peso riconosciuto alle lobbies e quello non riconosciuto della corruzione e dell'illegalità, la crisi e l'omologazione dei partiti e il declino dei sindacati, l'uso manipolato e invasivo del monopolio mediatico, che si traduce in passività, sfiducia, astensionismo, ignoranza politica della maggioranza dei cittadini; e così offre una base manovrabile al potere e lo spinge a surrogare consenso e programmi con il populismo, il mito, il leader carismatico, le pulsioni emotive. Il processo elettorale, che ha portato al vertice della superpotenza Bush e il suo sotterraneo gruppo dirigente, in tutti i suoi aspetti, compresi i successivi scandali finanziari, conflitti di interesse - di cui Berlusconi è una variante casareccia -, infine la `mobilitazione patriottica', la scomunica delle dissidenze, l'opportunismo delle opposizioni istituzionali, la guerra come missione salvifica, parlano da soli.

Ecco tutto ciò che rende illusoria la speranza che la `guerra duratura' si consumi presto e spontaneamente, perfino che basti un cambiamento di presidente per rovesciare la tendenza, se non si batte ciò che la anima e se non avanza un'alternativa reale al tipo di globalizzazione cui è connessa. Perciò la `linea Blair, di una `terza via', ormai non c'è, sarà sconfitta, o semplicemente porterà a un `mutamento nella continuità', che dissolve definitivamente la sinistra e il patrimonio democratico.

Non dico: ci sarà una guerra subito dopo l'altra o che un nuovo fascismo è già alle porte.Dico solo che la `guerra duratura', a fasi alterne, durerà e promette un fosco avvenire. Ecco la prima voce di un bilancio da trarre.
2. Tanto più importante è allora la seconda voce: un giudizio sul movimento che si è opposto alla guerra e dovrebbe continuare a farlo. Un giudizio, che per essere veritiero e guardare avanti, deve essere equilibrato e complesso, secondo la vecchia regola: ottimismo della volontà, pessimismo dell'intelligenza.

È in questa sede inutile ridire quanto sia stata ampia, profonda e sorprendente la mobilitazione, in Italia e in tutto il mondo, contro la guerra in generale, in particolare contro il nuovo principio della guerra preventiva e contro la guerra in Iraq, illegittima e insensata. La copertina della nostra rivista costruita sul paradossale titolo del «New York Times» («Nel mondo ci sono due superpotenze: gli Stati Uniti e l'opinione pubblica») non era né ingenua né ironica. Riconosceva una novità effettiva.

Il fatto che l'intervento ci sia poi stato e sia stato concluso, non solo non cancella il valore di quella mobilitazione, ma non ne smentisce neppure l'efficacia. Essa ha anzitutto permesso di valutare la dimensione di un livello di consapevolezza politica e di pensiero che, quando raggiunge quell'ampiezza - e se si consolida -, di per sé diventa una forza materiale che, comunque, pesa proprio in una lotta di lunga durata. Inoltre, già in questa prova, si sono raggiunti risultati politici effettivi: gli Stati Uniti non sono riusciti a ottenere il consenso preventivo dell'Onu, ed è improbabile che ne strappino uno a posteriori come avvenne nel caso del Kosovo, hanno incassato un rifiuto pesante di alleati importanti come Francia e Germania e perfino la diserzione di più tradizionali clienti (Cile, Messico); Russia e Cina sono uscite, in una importante scadenza, da una lunga reticenza; di conseguenza si è incrinata la Santa Alleanza che doveva gestire il mondo del dopo '89. Ciascuno ovviamente con molte incertezze e per ragioni proprie: ma nulla di tutto ciò sarebbe avvenuto se la maggioranza di quei popoli non si fosse mostrata avversa alla guerra. Si può perfino pensare che se un tale schieramento si fosse manifestato già dall'inizio della vicenda e non quando la scelta era ormai compiuta e le truppe già schierate, forse Bush e Blair ci avrebbero pensato due volte, avrebbero valutato diversamente costi e benefici.

Comunque le relazioni internazionali dopo la guerra non sono rimaste immutate, il filo delle alleanze è difficile riannodarlo, e soprattutto è emerso nel mondo, tra i popoli, una percezione nuova degli Stati Uniti, una passione nuova per la pace da tempo oscurata, e anche una critica profonda all'attuale processo di globalizzazione.

 

 

Certo, l'obiettivo essenziale e immediato - evitare la guerra in questa nuova versione - è stato mancato. Ma il lascito della mobilitazione resta grande e, nella guerra duratura, può essere decisivo.Altre vicende, nella storia non troppo lontana, lo dimostrano. Nella lotta contro il fascismo e la guerra mondiale che si profilava, a metà degli anni '30, esperienze straordinarie (i Fronti popolari, la resistenza della Repubblica spagnola) non solo sono state sconfitte, anzi per un momento apparentemente contraddette anche da molti che le avevano costruite, e la guerra peggiore c'è stata. Ma, comunque, avevano posto le basi di una resistenza e di una coalizione che alla fine ha prevalso, lasciando contraddizioni insolute, ma ottenendo un grande avanzamento generale.

Il punto da valutare quindi è se la grande mobilitazione attuale, in un contesto del tutto diverso, con altri soggetti e altro tipo di antagonista, riuscirà o no a consolidare le sue basi, a mantenere una certa unità, a definire una politica, e a ridurre i prezzi e rischi della contesa. Non è una valutazione semplice: qual'è ora lo stato delle cose, consumato il conflitto e prima di nuove strette?

Il primo elemento, per segnalare una difficoltà, è il seguente. La mobilitazione contro la guerra è stata così grande anche perché il tema su cui nasceva era generalissimo ma insieme specifico, parlava quindi a un arco di forze, di culture, di interessi estremamente largo, non era frenato da contraddizioni che tra queste forze esistevano e permanevano. Il movimento pacifista e antiliberista ne è stato l'anima e l'espressione più avanzata, ma vi hanno molto contribuito, con proprio itinerario, componenti molto lontane: le chiese, come in Italia, tradizioni nazionali, come in Francia dove sono presenti anche sul fronte conservatore, partiti di sinistra molto moderati, particolarmente in Germania, paesi come la Russia e la Cina, che finora avevano scelto gli Stati Uniti come punto di riferimento e partner o vogliono rinviare ad altri tempi una frattura.

È possibile che ora una simile convergenza non dico non si articoli e anche non si incrini, ma almeno eviti un rovesciamento di fronte, che produca anche un arretramento generale rispetto all'avversario principale e sul tema intorno al quale essa è nata? Ciò che ho già detto sulla natura e sulle radici della politica americana, e su ciò che sta accadendo a guerra conclusa, rende tale interrogativo inquietante perché, già a breve, si decide intorno a due questioni pressanti e aggrovigliate sulle quali si addensano i pericoli: quella dell'Europa e quella di una politica economica alternativa al liberismo.

Perché l'Europa? Perché solo l'Europa potrebbe avere il peso economico e politico (e contiene anche in alcuni aspetti della sua storia complessa gli elementi di una identità possibile) per contenere l'attuale ambizione dominatrice della superpotenza americana. Una sua presenza autonoma e attiva nella politica mondiale è indispensabile per sviluppare e proteggere le esperienze e i tentativi che contro quel dominio in America Latina, stanno crescendo in forme nuove e originali, ma avanzano tra difficoltà tremende; o per evitare che dopo l'Iraq nel Medio Oriente si avviti una spirale tragica tra neocolonialismo, disperazione e violenza; o per offrire all'Est europeo una strada da percorrere diversa dal vassallaggio e dalla democrazia corrotta; infine per stimolare ancora all'interno degli Stati Uniti una tradizione culturale e politica liberal-democratica e solidaristica, che è stata sempre viva e in certi momenti ha segnato grandi esperienze riformatrici.

Perché una politica economica alternativa? Perché è questo il terreno su cui ora si sposta la `guerra duratura': la crisi economica è, infatti, crisi del modello neoliberista, ma al contempo spinge potentemente a accentuarne i tratti e a imporre la liquidazione di ciò che ancora lo vincola e lo ostacola, cioè di quel che resta dello Stato sociale e dell'intervento pubblico, di quel che resta delle regole ambientali e di una giustizia eguale per tutti. Anzi, la stessa crisi rappresenta un vincolo e un ricatto per le lotte difensive degli interessi e dei valori ulteriormente aggrediti: con la competitività compulsiva, con consumi e stili di vita radicati e nuovamente indotti, con la dipendenza tecnologica e finanziaria dei paesi poveri o in via di sviluppo: è un intero sistema dunque da rimettere in discussione. Non parlo del capitalismo in astratto, parlo di un suo assetto storicamente determinato, strutturato nel corso di un intero ventennio, quasi senza avversari. Non c'è perciò lotta di resistenza che possa reggere, non c'è spazio di crescita vera di nuove pratiche e di nuove culture, se non si riesce anzitutto a definire - e parzialmente a imporre - riforme strutturali, poteri di intervento, nuove allocazioni di risorse, acquisizioni tecnologiche e competenze, regolazioni della finanza, priorità di consumo condivise: in sostanza un'alternativa di politica economica storicamente possibile rispetto al modello di globalizzazione neoliberista, che è il cuore di questo sistema.

Ma proprio su questi nodi decisivi, come ho già accennato, il vento che tira oggi non è buono. L'Europa è divisa - e non a caso - sulla guerra, malgrado fossero comuni sentimenti e opzioni dei popoli che la compongono: molti governi che erano ricaduti, infatti, in questi anni nelle mani del centro-destra, si sono prima schierati con Bush con qualche prudenza, ma dopo la `vittoria' salgono zelanti sul carro; i `paesi candidati', pur avendo interessi maggiormente integrati con l'Europa, hanno agito come partito americano; l'Internazionale socialista non è stata in grado di assumere un ruolo attivo e ora pencola nuovamente verso la mediazione di Blair. Di riflesso, il ruolo che si chiede per l'Onu in Medio Oriente è formale e sussidiario. Il convulso lavoro sul futuro assetto costituzionale della Unione europea non solo è bloccato da queste recenti divisioni, ma si infila in una contrapposizione tra il sovranismo di alcuni paesi, che proprio per questo vogliono mantenere una autonomia nazionale, e la fretta di chi vuole invece accelerare la costruzione di un potere decisionale unificato ma solo con un atto di ingegneria istituzionale: che esclude la sovranità popolare effettiva e, di riflesso, esclude la possibilità di alternative e identità politiche definite, costringe ad una politica estera bipartisan e dunque - per sua natura - impedisce un ruolo autonomo e un'identità precisa sulla scena mondiale.

 

 

Parallelamente, sul piano della politica economica, crescono le difficoltà di alcuni paesi, pilastri dell'opposizione alla guerra: in Germania il governo socialdemocratico, di fronte alla crisi e al ristagno, ripropone tagli allo Stato sociale, e traballa. In Francia il governo conservatore riprende la corsa neoliberista, che dal 1995 lotte sociali e governo delle sinistre avevano frenato. In Italia, come sappiamo, Berlusconi produce i suoi guasti duraturi (dal diritto del lavoro alla scuola, alla giustizia), probabilmente ne pagherà il prezzo, ma le maggiori forze di opposizione - ambigue sull'indecente accordo separato dei metalmeccanici e ostili sul referendum sull'Articolo 18 - hanno mostrato con quali indirizzi e propositi sperano di sostituirlo. La discussione sulla revisione degli accordi di Maastricht e di Amsterdam si è fermata ancor prima di decollare.

Non tutto il quadro è nero. Un movimento di massa continua ad agire, non solo sulla questione della guerra: il sindacato tedesco resiste unito alla svolta neoliberista, in Francia e in Spagna ci sono stati due scioperi generali riusciti, Blair ha trovato per la prima volta un'opposizione a sinistra, nel suo partito e nel sindacato, sulla guerra e sulla politica economica. Ma occorre riconoscere che la straordinaria mobilitazione dell'ultimo anno, che in certi momenti sembrava scuotere il sistema politico e delegittimare i suoi gruppi dirigenti, non è riuscita ad avviare una promettente nuova fase. Non è partito un circolo virtuoso sulla dialettica tra movimenti e rappresentanze politiche, soprattutto non si è espresso - come elaborazione e come pratica - quel nesso tra lotta contro la guerra, lotta sociale, lotta democratica, che era al fondo della battaglia pacifista ed è indispensabile per darle continuità ed efficacia. Né la `sinistra politica alternativa' ha superato, su quest'onda cui partecipava generosamente, le sue divisioni e il suo stato di minorità.

Il bilancio che ho cercato di fare e che, almeno nelle intenzioni doveva essere un bilancio veritiero, non è certo rassicurante. Evidenzia che l'instabilità resta insuperata, che un'opposizione resta e resterà in piedi, e soggettivamente ha le potenzialità e oggettivamente le condizioni per crescere; ma altrettanto che le tendenze prevalenti sono per ora altre e preoccupanti. La partita non è chiusa, ma la costruzione di una alternativa è anch'essa di lunga durata e non ha ancora trovato il modo per fronteggiare emergenze drammatiche, che possono diventare stringenti in tempi più brevi e ipotecare il più lontano futuro.

Ciò impone a tutti - movimenti, partiti, sindacati, intellettuali - di affrontare presto, e sul serio, problemi di analisi, di strategia, di programmi coerenti, di `blocco storico' e di alleanze. Non consente di impigrirsi nella fiducia di raddrizzare le gambe alla sinistra così com'è, né di cercare un alibi nella speranza che `la vecchia talpa scaverà', fino a far emergere moltitudini consapevoli e un nuovo mondo possibile. Questioni però che esulano dai confini di questo articolo, e non posso ora neppure indicare.

Ciò che posso fare, in conclusione, è solo segnalare l'importanza di alcuni temi sui quali è già urgente intervenire e sui quali il movimento può non interrompersi, non disperdersi, e contare.

Anzitutto, la questione del'Onu, troppe volte citata ma con poca convinzione. Siamo a un bivio. Se l'Onu resta latitante o peggio viene coinvolta come sede di ratifica e declassata ad agenzia umanitaria, potremo considerarla finita. Il che avrebbe conseguenze pesanti. Un mondo al tempo stesso così unificato, ma composto di Stati innumerevoli e del tutto squilibrati - entro i quali e tra i quali sorgono sempre nuovi conflitti -, non può fare a meno di un potere che politicamente li medi, dotato dell'autorità e della forza: se questo potere non cresce in forma legittima e collettiva, il vuoto verrà colmato dalla forza economica e militare di uno Stato egemone o di un concerto di Stati. Ma non è questa Onu che può assolvere un tale compito. Occorre un'Onu totalmente riformata nei suoi vari aspetti: composizione, ruolo e poteri del Consiglio di sicurezza; un qualche nuovo ruolo effettivo dell'Assemblea generale; strumenti permanenti di decisione politica, di intervento tempestivo. E dotata forse, anche, di forze di intervento. È un processo di riforma difficile da definire, e lungo da costruire, ma già nei prossimi mesi si sarà imboccata una strada o l'altra. Da ciò dipende anche la questione delle grandi istituzioni (Fmi, Wto, ecc), che gestiscono la globalizzazione, inaccettabili e non cancellabili.

In secondo luogo la situazione mediorientale e islamica è tutta ancora in ebollizione: l'assetto dell'Iraq, il suo governo e l'uso delle sue risorse, la Palestina dove si avviano trattative truccate e si moltiplicano violenza e repressione, il terrorismo che coinvolge nuovi paesi e si incrudelisce. Il solo argomento forte che Bush può usare sarà proprio che per affrontare queste emergenze non si può aspettare, né esiste, se non lui, chi possa farlo, anche se è proprio la sua politica che le fomenta. E quindi o si dice no al riconoscimento e al coinvolgimento dell'Italia e dell'Europa in Iraq, sia militare che affaristico, e si assume per la Palestina una iniziativa nuova e diversa (nel contenuto e per chi la gestisce) su cui avviare una trattativa di pace - e si comincia così a frenare il terrorismo -, o dalla tragica spirale si sarà trascinati.

Infine il nuovo scontro economico-sociale che si avvia nella stessa Europa. Esso avrà subito di fronte due prove: quella dell'ulteriore smantellamento dello Stato sociale e di una nuova deregolamentazione del mercato del lavoro, e quello della privatizzazione dei servizi. Cioè anzitutto la questione del graduale passaggio alle pensioni a capitalizzazione (proprio nel momento del loro fallimento) e del trasferimento al mercato anche di beni collettivi come acqua, salute, istruzione (proprio quando la loro mercatizzazione è altrettanto fallita). Nelle vertenze già in corso dunque sono subito in gioco i futuri rapporti di forza. Nella guerra duratura non c'è spazio per tirare il fiato.
 


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