numero 56 dicembre 2004 

 

La discussione

LE RAGIONI DI UN COMMIATO


Lucio Magri  

 

La Rivista si trova in una crisi seria, tanto che coloro che l'hanno promossa e finora diretta hanno deciso di sospenderne la pubblicazione. Non è una crisi editoriale: ancora quest'anno abbiamo venduto in media oltre ottomila copie; il deficit di bilancio - pur senza pubblicità o pubbliche sovvenzioni - è tale da poter essere coperto con poco sforzo. L'area politica alla quale ci siamo rivolti è ancora vasta e si pone i nostri stessi interrogativi. Perché mai allora, e in che senso, riconosciamo una crisi e, per ciò che ci riguarda, mettiamo in gioco l'impresa? Dobbiamo dare, anzitutto ai lettori, una risposta veritiera e convincente; e in questo numero cerchiamo di farlo, a più voci. La mia è solo una tra le altre; occupa uno spazio più ampio solo perché in questi anni ho svolto un lavoro di coordinamento e debbo renderne conto ripercorrendone l'itinerario. Se dovessi ridurmi all'essenziale, in poche parole, direi semplicemente che, allo stato dei fatti, la Rivista è venuta `esaurendo la sua spinta propulsiva'. Per ragioni soggettive ed oggettive. è tuttora una buon prodotto, - `interessante', ci viene spesso detto - ma è inadeguata non solo rispetto alle proprie ambizioni, forse esagerate, ma rispetto alle necessità.

 

Essa è nata nel 1999 da un gruppo di persone variamente collocate e con culture non propriamente collimanti, e si è sempre avvalsa di un arco di collaboratori ampio e plurale, perché voleva costituire anzitutto una sede di confronto e di ricerca. Ma era anche una iniziativa politica. I promotori avevano infatti alle spalle storie affini e intenzioni convergenti. Non si univano casualmente e non si proponevano di lavorare solo su di un minimo comune denominatore - di critica allo stato di cose esistente. C'era un filo di discorso - analisi, previsioni, priorità di tematiche, qualche proposta - tutte da verificare e sviluppare, ma che già costituivano un minimo di identità.

Quel filo di discorso lo potrei sintetizzare in cinque punti, allora niente affatto scontati: 1) Da una duplice rottura epocale - crollo del socialismo reale, ristrutturazione del sistema capitalistico sorretta da una nuova rivoluzione tecnologica - era ormai uscito un nuovo assetto della società e del mondo: neoliberista e neoimperiale. Dominio onnivoro dell'economia su ogni altra dimensione umana; dominio nell'economia del mercato e nel mercato di grandi concentrazioni finanziarie e produttive multinazionali; supremazia incontrastata di una sola grande potenza con un concerto di alleati subalterni e nuove forme di colonizzazione del mondo arretrato; declino della democrazia politica per il trasferimento del potere a centri lontani e sovrastanti la sovranità popolare e per lo svuotamento dall'interno dei suoi meccanismi. Già all'inizio si potevano misurare i prezzi drammatici che tale assetto comportava: il riacutizzarsi di antiche contraddizioni materiali (diseguaglianze, esclusioni, precarietà) e di nuove (degrado ambientale, civile, morale). 

Si poteva anche constatare come non si trattasse di prezzi transitori, bensì di tendenze permanenti e crescenti. E già si potevano intravedere anche sintomi e meccanismi che avrebbero presto inceppato il funzionamento del sistema, prodotto una crisi economica e conflitti geopolitici, riproposto il ricorso alla guerra e a forme più esplicite di autoritarismo. Quella che si profilava non era dunque una `società dei due terzi' - come allora si diceva: due terzi privilegiati o comunque garantiti dalla modernizzazione, un terzo escluso e sacrificato ma che lo sviluppo generale avrebbe permesso di soccorrere e gradualmente ridurre. Benessere, civilizzazione, stabilità, soddisfazione dei bisogni reali erano ormai messi in dubbio per una larga parte degli individui e dei popoli. Il problema non era dunque di rendere l'Italia un paese `normale' ma quello di ridiscutere tale normalità in cui l'Italia era inserita, si trovava meno attrezzata, ne era condizionata. 2) Ma non meno grandi di queste contraddizioni erano compattezza e forza di questo nuovo assetto. Gli elementi su cui si regge: il conquistato monopolio del potere non solo militare, ma tecnologico, finanziario, culturale. Soprattutto l'efficacia di nuovi strumenti con cui poteva cooptare, manipolare, atomizzare o reprimere anche parte delle forze che ne patiscono e dovrebbero opporvisi. Infine la crisi di quell'insieme di classi, di culture, di organizzazioni, e anche di Stati, che storicamente avevano contrastato, e limitato, il sistema dominante: la crisi cioè del movimento operaio come soggetto politico, spesso aspramente diviso, ma complessivamente potente per un intero secolo.

 

 

L'idea dunque che si potesse e dovesse accettare questo nuovo assetto, correggerne le maggiori storture garantendovi la libera concorrenza, redistribuire parte della maggiore ricchezza con limitate riforme, arginare il degrado ambientale con interventi a valle delle scelte produttive, sostituire lo stato sociale universalistico ormai troppo costoso con una offerta di pari opportunità di competere e la tutela sociale dei perdenti, riconquistare un ruolo alla politica accrescendo il potere dell'esecutivo, governare il mondo con un saggio concerto delle maggiori potenze, o garantire se necessario pace e democrazia con interventi militari `umanitari' formalmente avallati dall'Onu: insomma quella che fu battezzata `terza via', era dunque destinata a fallire i suoi obiettivi, non solo a produrre per la sinistra ricorrenti sconfitte elettorali, ma a disgregarne il radicamento sociale, e farle `perdere l'anima'. Per le stesse ragioni però non reggeva anche l'idea di poter contrapporre all'assetto dominante una pura contestazione dal basso, la crescita molecolare di esperienze e valori alternativi, un insieme di movimenti sociali che non si proponga né riesca ad incidere sulle grandi scelte economiche e gli assetti istituzionali, sulla struttura del potere. La fase è troppo rischiosa per agire solo nei tempi lunghi; il potere troppo pervasivo per non condizionare e arginare la crescita dei movimenti contestatori.

I problemi che essi pongono, proprio perché giganteschi e complessi, devono più che mai trovare risorse e strumenti adeguati per cominciare ad affrontarli. 3) Sulla base di questa analisi la Rivista nasceva intorno al tema dell'obiettivo di fase. Ciò che abbiamo di fronte è una restaurazione del capitalismo, in forme nuove ma che si libera da molti dei condizionamenti da cui era stato storicamente limitato. Contrastarlo vuol dire mettere in discussione molte delle sue idee e strutture portanti. Non ci sono però i rapporti di forza per un suo rapido e globale sovvertimento.

L'obiettivo all'ordine del giorno, necessario e forse possibile, è perciò quello di una grande operazione riformatrice. Qualcosa di diverso ovviamente, quanto a contenuti e forze motrici, ma analogo nel significato e nella portata, a ciò che a metà del secolo scorso, tra lotte aspre, ma con largo concorso di forze, aveva trasformato i rapporti sociali, le istituzioni politiche, gli equilibri internazionali, il senso comune. Un'alternativa insomma, non una semplice alternanza. Se ho sottolineato quel `forse' non è solo per prudenza; ma per riconoscere una contraddizione reale. Da un lato sta il fatto che ormai si sono storicamente accumulate risorse materiali e intellettuali adeguate per garantire un benessere più diffuso, una qualità superiore della vita individuale e collettiva, una riduzione radicale della violenza. E si è estesa l'area delle forze sociali e delle tradizioni culturali che possono essere interessate a una trasformazione profonda, e gli strumenti perché esse possano prenderne coscienza.

Dall'altro lato sta il fatto che occorre definire in concreto i nuovi contenuti di questa trasformazione, gli strumenti necessari a realizzarla, le forze motrici di un nuovo blocco storico: un grande lavoro di analisi e di elaborazione programmatica, che proceda congiuntamente con il conflitto sociale e politico e gli offra coerenza e prospettiva, dal basso e dall'alto, con la spinta di movimenti e azione di governo. E occorre definire, nelle circostanze via via date, itinerari, alleanze, obiettivi irrinunciabili e compromessi accettabili. Tutto ciò è ancora ai primi passi. La Rivista è nata per portarvi un modesto aiuto; o anche solo per convincere della necessità, ancora non riconosciuta, di una politica grande, realistica e radicale allo stesso tempo.

Nel corso dei suoi cinque anni di esistenza molta acqua è passata sotto i ponti. La bolla finanziaria è scoppiata e ne è seguita una crisi economica non precipitosa e uniforme, ma duratura, particolarmente seria in Europa, e soprattutto in Italia. Parallelamente la guerra è tornata sulla scena, prima nei Balcani, poi nel Medio Oriente, e ha trovato nell'amministrazione americana una teorizzazione esplicita, una ideologia di sostegno, evocando uno scontro di civiltà, e un circolo vizioso con il terrorismo. Sul piano politico, gran parte dei governi di centro-sinistra sono stati rovesciati dal voto, si è avviata una ulteriore ondata di `riforme' in direzione del neoliberismo, della precarizzazione del lavoro, della riduzione dello stato sociale.

Ma contemporaneamente è emerso un movimento di contestazione globale, radicale e plurale, che si estendeva a nuovi soggetti sociali, con una agenda molto ampia di tematiche, nuove forme di organizzazione dal basso che, soprattutto in Italia, nei suoi momenti più alti e su temi decisivi come la pace, coinvolgeva settori ancora più vasti, (intellettualità democratica, organizzazioni sindacali), e influiva anche sui vertici di grandi paesi e sulle Chiese. Insieme a grandi rischi, tragedie, prezzi sociali, si offrivano dunque occasioni per una svolta e una ricostruzione della sinistra, e nuove alleanze. In tutto ciò noi abbiamo trovato conferma delle previsioni da cui eravamo partiti anche se ci scavalcavano per velocità e impatto; potevamo decifrarlo con un'analisi non univoca e non semplificata, e anche segnalare l'esigenza di alcune scelte politiche che poi, come dirò, non certo grazie a noi, hanno comunque fatto strada. Ha lasciato un segno profondo e duraturo: ridotto nel senso comune l'egemonia del pensiero unico, mobilitato nella società movimenti non cancellabili, creato anche incrinature nelle alleanze internazionali dominanti, in qualche paese (come Brasile e India) cambi di governo che possono aprire la strada ad altri, rivitalizzato alcuni settori sindacali. Ma se andiamo oggi a tirare le somme di un ciclo che si sta per ora concludendo, il bilancio nell'immediato non è rassicurante.

 

 

Non lo è nel mondo: la spirale guerra-terrorismo che non si arresta, la tragedia palestinese e quella irachena incancrenite, i limiti e le difficoltà dell'azione riformatrice anche in Brasile e in India, le crisi non risolte e l'evoluzione ambigua della Russia, la Cina come interlocutore economico anche se concorrente potenziale degli Stati Uniti, il successo del centro-destra nelle elezioni europee che si rispecchia nella nuova Costituzione, e soprattutto già produce conseguenze pesanti sul piano dei rapporti di lavoro, dei tagli allo stato sociale e delle privatizzazioni. Infine, a suggello, le elezioni americane. Non rassicurante neppure in Italia. Berlusconi appare ormai in crisi, ma dopo aver prodotto effetti devastanti sull'economia e sull'assetto costituzionale. A tutto ciò non corrisponde più la crescita impetuosa, ma una difficile resistenza del movimento.

E la sinistra politica nella sua parte maggioritaria ha confermato ulteriormente la sua linea e soprattutto la sua cultura moderata; mentre quella alternativa, pur impegnandosi generosamente nei nuovi movimenti, non è cresciuta in quantità, qualità, unità, tanto da poter trascinare l'insieme. Insomma, per tornare a noi, io credo che il filo del discorso con cui siamo partiti non meriti affatto di essere accantonato. Ma occorre riconoscere un eccesso di impazienza e di speranza, e un difetto di realismo nel delineare una prospettiva: una grande operazione riformatrice non è ancora in vista, per ora si può solo creare qualche varco per costruirla. Per ragioni soggettive ed oggettive, interne e internazionali. Ciò non basta in sé a giustificare l'interruzione di questa nostra esperienza, anzi in astratto potrebbe rimotivarla. Già sarebbe importante analizzare come e perché, dopo tutto ciò che è successo, il bilancio sia così magro, vedere le cause oggettive e anche gli errori e le responsabilità soggettive di ogni attore politico e sociale nella vicenda e trarre lezione: come una pubblicazione autonoma potrebbe liberamente fare.

Il fatto però è che proprio la vicenda degli ultimi anni, i giudizi e le scelte stringenti che ormai esse imponevano, hanno dapprima aperto una discussione sul tipo stesso di Rivista da fare: più direttamente impegnata nella battaglia politica, o invece dedicata soprattutto a una ricerca e a un confronto che indirettamente la alimentasse. Un dibattito che forse si poteva comporre con una riforma editoriale, con il coinvolgimento di forze nuove e con un modo diverso di lavorare. Non ci siamo riusciti. E nella pratica ciò condusse alcuni, legittimamente, a portare avanti personalmente diverse opzioni politiche, e a delegare sempre più la fattura concreta della rivista al gruppo redazionale: l'effetto non voluto era un indebolimento del lavoro comune, dell'originario carattere della rivista come impresa collettiva. `Todos colaboradores' `todos caballeros'.

Perciò io avevo già chiesto da tempo un avvicendamento nel ruolo di coordinatore che non comportava affatto una crisi della Rivista. Più di recente però sono emerse difficoltà maggiori, e dissensi politico-culturali impedienti. é mio dovere parlarne in modo veritiero e rispettoso, e dire anche la mia su ciascuno di essi. Il primo nodo riguarda l'attuale situazione politica italiana, e il modo di intervenirvi. Come abbiamo concordemente scritto subito dopo le elezioni europee, sono ormai sul tappeto due problemi ineludibili e connessi. Il primo è quello del metodo, del carattere e del contenuto di una nuova coalizione capace di battere il governo di centro-destra e di sostituirlo. Dopo molti dinieghi e molta incertezza, finalmente, per necessità o per scelta, è stata riconosciuta da tutte le forze politiche di opposizione la necessità non solo di unirsi in un'alleanza elettorale, ma di assumere l'impegno a governare insieme, su di un programma comune concordato e con un leader concordato. Chi come noi si era da tempo battuto in questa direzione non può che considerarlo un passo avanti importante e sperare anche di avervi contribuito.

Ora quella decisione è presa, difficilmente reversibile. Ha già prodotto un modo un po' più combattivo di fare opposizione al governo, si è prefissa un calendario di mobilitazioni, ha anche trovato un riscontro in un risultato elettorale. Dati i guai nei quali Berlusconi si trova all'interno della sua coalizione e rispetto al paese, è ragionevole pensare che alla fine ci potremo liberare di lui. Molto meno rassicurante appare però il dopo. Governare con il concorso di forze e interessi diversi fra loro è sempre difficile. Ma molto più difficile può diventare in rapporto alla gravità della situazione che si dovrebbe affrontare. é questo il problema del prossimo futuro, in Italia particolarmente. Si dovrà mettere riparo ai pesanti fatti compiuti che il governo ha imposto: decidere se, quanto, quando rimuoverli. Decidere quando e come operare una redistribuzione del reddito - urgente per l'equità sociale e per una ripresa produttiva - sotto il peso però di una finanza dissestata.

Si dovrà definire, poi avviare, una politica economica, un intervento pubblico, che arresti e capovolga un declino industriale già in atto e orienti lo sviluppo secondo nuove priorità, ottenendo primi risultati in un periodo non troppo lungo. Impostare una politica estera che oltre a rifiutare nuove guerre, preventive o `umanitarie', contribuisca alla soluzione di conflitti ancora aperti o allo sviluppo economico dei paesi poveri. E farlo sotto il ricatto di una finanza internazionale ormai priva di controlli, entro i vincoli di accordi firmati, e senza una consonanza vera a livello europeo. Su tutto ciò non solo un programma comune ancora non esiste, ma non si è cominciato sul serio a discuterne. Non a caso, ma per il fondato timore che le divergenze ancora esistenti, se affrontate, divengano impedienti. Scarseggiano infatti nella coalizione idee e volontà per trovare compromessi consoni all'insieme che si deve raccogliere; e d'altra parte la definizione di punti circoscritti ma irrinunciabili rispetto ai quali ciascuna delle sue componenti possa sentirsi rappresentata. Il realismo politico spinge dunque al `vedremo dopo'. Alcuni pensano e dicono onestamente: sarà la spinta del movimento ad ottenere scelte e impegni che in partenza non si possono strappare. Altri pensano, ma sotto traccia, che dopo una crisi del blocco berlusconiano si libereranno forze disponibili, se necessario, ad offrire maggioranze di ricambio. Perciò acquista tanto rilievo il tema della delega da concedere a un leader per mediare prevedibili dissensi in corso d'opera. Ma chi, come noi, non ha responsabilità politiche dirette si viene a trovare così in una contraddizione paralizzante, comunque limitativa.

 

 

Fino a che punto si può parlare con schiettezza delle luci ma anche delle ombre del centro-sinistra senza indebolire la battaglia comune? E fino a che punto, momento per momento, e quando è il caso, coinvolgere nella critica anche forze a noi affini e che sosteniamo (ad esempio sui ritardi e le reticenze anche loro nel porre discriminanti programmatiche, o sulla surreale questione delle elezioni primarie)? Di qui viene, e durerà per i prossimi due anni, una sorta di autocensura che rende la Rivista marginale e poco incisiva e ostacola un lavoro programmatico, stringendolo tra il troppo poco e il velleitario.

Ciò si intreccia e si riflette sul secondo problema: quello dell'unità d'azione tra le forze della sinistra radicale. Il problema diventa proprio ora di grande rilievo, perché queste forze, bene o male, rappresentano ormai sul piano elettorale un 13% e sul piano sociale ancora di più. Se, anziché agire separatamente, e invece di tenersi le mani libere per il futuro, esse pesassero unite nella definizione di un programma della coalizione, e decidessero di agire unite anche in un prossimo governo, potrebbero strappare qualche impegno importante e nel futuro tagliare l'erba sotto i piedi alle illusioni di maggioranze di ricambio. Dovrebbe anche essere un problema solubile, perché su temi immediati ma rilevanti (guerra, diritti, fisco) esiste ormai tra queste forze una convergenza quasi piena. Ma la soluzione è stata e rimane ostacolata non solo da pregresse ma persistenti rotture, né solo dalla necessità di ciascuno dei gruppi dirigenti di mantenere una propria visibilità.

La difficoltà maggiore e comune nasce nel momento in cui si tratta di definire chiaramente sia ciò che si vuole con intransigenza, sia i contenuti di compromessi accettabili dall'insieme della coalizione; e poi difenderli a viso aperto di fronte ad una base non adeguatamente preparata e a movimenti di massa che più o meno giustamente diffidano della deriva politicista. Nel riconoscere una esigenza di coordinamento, un po' tutti ormai concordano. Si compiono i primi passi positivi: la proposta del `contenitore' di Bertinotti, quella della Assemblea autoconvocata di Asor Rosa. Come potrebbe non convenirne chi come noi vi aveva tanto insistito?

Ma per andare avanti sul serio occorre anche riconoscere gli ostacoli, superarli, per evitare che poi tutto si blocchi, come già è avvenuto. Ma come? Su questo interrogativo, nella Rivista è emerso un dissenso. Alcuni compagni, in modo più o meno reciso, pensano che, allo stato delle cose, se si vuole offrire subito una rappresentanza politica e una guida riconosciuta alla sinistra radicale occorre anzitutto e soprattutto scegliere come punto di riferimento, vettore trainante, Rifondazione comunista, e sostenere `senza se e senza ma' lo sforzo di apertura e di rinnovamento del suo segretario. Io, come altri, la penso un po' diversamente.

Alla nascita di Rifondazione ho personalmente contribuito, malgrado successivi e seri contrasti la ho sempre votata, ho caldeggiato la presenza del suo segretario nel comitato promotore della Rivista in cui è stato a lungo partecipe prezioso, la riconosco come forza principale della sinistra radicale e apprezzo la sua presenza nel movimento new-global, non mi sono mai sognato di chiederle di cambiare nome, né di dissolversi come partito. Ma non credo che possa, pur rafforzandosi e aprendosi a nuovi apporti, esprimere e rappresentare rapidamente l'insieme della sinistra radicale. C'è un'area più vasta e composita, organizzata o dispersa, ancora gravitante intorno ai Ds e che ancora non sa cosa farà da grande. Ci sono formazioni minori, non in buona salute, ma che pure hanno già raccolto nelle urne la metà di quel 13%. Ci sono importanti settori sindacali, ambientalisti, pacifisti, preoccupati di ribadire la propria autonomia.

C'è un dibattito aperto nella stessa Rifondazione che non deve produrre nuove lacerazioni. A tutte queste forze non basta chiedere un supporto, offrire una sorta di confluenza progressiva, soprattutto una delega di fatto. Non funzionerebbe. Anche solo per coinvolgerle in un serio Patto di unità d'azione - non una pura sede di discussione - occorre che, rapidamente e visibilmente, qualcosa cambi in tutti e per tutti. Anche alla forza organizzata maggiore, proprio perché tale, e per aiutarla, si può dunque chiedere quanto meno due cose reciprocamente legate tra loro: che nella sua linea politica le svolte siano meno improvvise e più argomentate, e che la sua gestione sia meno leaderista. Due elementi del resto senza dei quali i movimenti - che già diffidano delle responsabilità di governo e della politica in generale - non saranno coinvolti: un nuovo modo di fare politica vogliono che sia praticato, non solo predicato. Le divergenze su tutte le questioni politiche immediate che ho fin qui esposto non sono incomponibili. Il senso di responsabilità di tutti ha permesso di non riversarle in modo polemico nelle pagine della rivista; anzi non ha impedito neppure a chi la faceva di mediarle senza rinunciare alle sue proprie convinzioni. é indubbio però che, nello spazio pubblico, esse siano apparse del tutto evidenti e concorrenti. E ciò basta per impedire a una Rivista come la nostra, entro i limiti che le competono, ma in coerenza con l'originaria sua ragion d'essere, di fare politica e non solo parlare di politica. Molti e con buoni motivi possono considerare che basti, a me no. Occorre più unità, convinzione, autonomia.

Il tema però sul quale ci scervelliamo, e alla fine ci dividiamo, va ben oltre la politica immediata. é quello della rifondazione - per quanto se ne sia capaci e come ipotesi orientativa - di un pensiero e di un soggetto politico che offra una versione razionale e plausibile della storia che gli sta alle spalle, una lettura complessiva di un presente per tanti versi nuovo, le grandi linee di un futuro lontano cui non utopisticamente si aspira. Ciò che il marxismo e il movimento operaio, in varie declinazioni, è stato nel novecento. Non parlo solo di `valori'., né di una ideologia (termine assai ambiguo): parlo di una visione che radichi i `valori' in un contesto e animi un `movimento reale'. La sinistra moderata non ne sente il bisogno. Essa ha ormai assunto la forma di una grande macchina elettorale, per cultura e costituzione materiale si muove entro un orizzonte circoscritto di breve periodo anche se proclama grandi valori, non si chiede a quale mondo diverso può servire la propria vittoria ma come ci si debba atteggiare per vincere, si alimenta di ideologie e di quadri che il sistema stesso le offre.

Ogni cosa che lo trascenda, che ambisca a leggere nella storia e nella società il filo di un futuro alternativo e possibile, la sente come una `grande narrazione', inutile e pericolosa, come a suo avviso in successione furono illuminismo e marxismo: proiezioni della religione con cui convivere scetticamente, non il fondamento della politica, che per lei è anzitutto tecnologie e amministrazione. Ma ad una sinistra alternativa come soggetto politico in senso proprio occorre molto di più. Di saper cogliere nella società e nella sua storia tendenze e problemi di lungo periodo, di riconoscere in essa soggetti, bisogni, risorse, che si offrono ad un avanzamento qualitativo di civiltà, di un progetto alternativo di società, di individuare un blocco storico che lo possa realizzare. Dopo il crollo del socialismo reale, e l'eclissi della socialdemocrazia in quanto socialista, si è invece creato un vuoto, cui si ripara con uno spontaneismo che nega la necessità della politica e approda ad una fiducia acritica nella ribellione della moltitudine, speculare alla fiducia nel progresso: neoanarchismo versus neoliberismo.

 

Perciò una sinistra alternativa, a quindici anni dall'89, è tuttora minoritaria e divisa, oscilla tra radicalità e subalternità. Questo problema della ricostruzione di una sinistra politica, che è complesso e difficile, esige un `processo costituente' nel quale nuovo pensiero e nuove esperienze si intrecciano e si organizzano. Era una tema già presente nella battaglia intorno allo scioglimento del Pci, successivamente la nostra Rivista ha avanzato una proposta al riguardo, ripetutamente, in particolare dopo il 2001, quando era già in subbuglio, dopo la sua sconfitta elettorale, la sinistra moderata, quando emergevano una crisi del sistema e una contestazione di massa. Allora quella proposta ha trovato diffidenza tra gli interlocutori cui era rivolta. Poi è stata dai più rimossa per l'illusione che i movimenti fossero autosufficienti a risolvere il problema. E ci si potesse `sciogliersi in loro'. Altri hanno tentato di rispondervi con tentativi diversi (il raggruppamento, all'improvviso nato e all'improvviso esaurito intorno a Cofferati, poi la proposta di un `Partito del lavoro', o la nascita di associazioni, numerose quanto lo erano i partiti).

Da ciascuno di quei molteplici tentativi la Rivista è stata attraversata e l'unità del suo gruppo promotore ne ha variamente subito i contraccolpi. Oggi il tema, diventando più evidente, seppure in una situazione generale meno favorevole, finalmente entra nell'agenda politica ed è riconosciuto dal senso comune. Non avendo pretese di copyright non possiamo che esserne contenti, con l'illusione di essere stati utili. E invece, paradossalmente, nasce proprio di qui la difficoltà più seria. Un `processo costituente' di un vero soggetto politico, proprio perché deve mettere in relazione feconda culture e storie molteplici, pone a chi vi partecipa un problema di identità. Problema che ci investe più di altri perché ci troviamo collocati nel punto più controverso. Negli ultimi anni infatti, anziché attenuarsi, è diventata ancor più intensa e spesso più rozza, la spinta al revisionismo storico e ideologico: il novecento come cumulo di macerie, la Rivoluzione d'Ottobre e il marxismo che portano in sé il virus totalitario, il partito organizzato e l'esercizio del potere sempre e comunque responsabili di ogni degenerazione.

La maggiore novità sta nel fatto che tale spinta è penetrata in tutta la sinistra. E ciò è avvenuto anche in Italia dove pure era esistito un partito comunista in una versione originalissima, era stato architrave di una nuova e più avanzata democrazia, e aveva anche tentato di aprirsi agli interrogativi proposti dalle trasformazioni sociali senza rinunciare a una prospettiva anticapitalistica. Questa rivista era nata con un altro e contrastante impegno. Quello di affrontare senza reticenze e censure il tema delle progressive degenerazioni e del fallimento finale delle rivoluzioni del novecento, di ricercarne le ragioni di fondo non solo legate a condizioni storiche particolari. Ma anche di salvare e rivendicare il contributo che esse avevano portato ad un avanzamento storico complessivo oggi a rischio. E di vedere negli stessi errori più gravi i problemi veri cui esse avevano dato risposte sbagliate.

Infine e soprattutto di individuare e valorizzare insegnamenti che nel metodo e nel merito quella storia politica (in particolare del comunismo italiano) e quella tradizione teorica (in particolare nel pensiero di Gramsci, e di un Marx troppo spesso amputato) offrivano alla lettura del presente e alla progettazione del futuro. Insomma né continuismo o patetica nostalgia, né liquidazionismo sommario. Come ci obbligava e ci poteva permettere una lunga vicenda personale e collettiva di comunisti convinti ma anticipatamente critici. Un tale lavoro, in cinque anni, l'abbiamo avviato, seppure con non sufficiente continuità e impegno. Negli ultimi tempi però - forse per lo spirare di un vento tanto forte da inibire, se gli si oppone, l'azione politica e l'ascolto culturale - è emersa tra noi una divergenza pesante.

C'è chi ha legittimamente sentito - come debito di lealtà - l'esigenza di una rottura e di un'autocritica molto più esplicita e più radicale rispetto a un passato nel quale eravamo comunque compromessi ed eravamo stati troppo ritardatari e prudenti ad opporci. Cito solo Pietro Ingrao per il peso che ha avuto, l'autorità che conserva, e la crudezza del suo recente libro-intervista. Altri - e paradossalmente io, da sempre comunista anomalo, per una fase scismatico - sentono al contrario l'esigenza, il dovere, di andare controcorrente, di non varcare la soglia che divide anche la critica più dura della secca rimozione e tanto più dalla liquidazione. Non solo per l'importanza che le radici hanno anche quando cambia il terreno e si vuole cambiare con l'innesto la pianta; e non solo perché trovo assurdo che in Italia, nel revival di tante culture, un po' riverniciate, ma ancor più vecchie e superate di cui si riscopre il valore, l'unica ad essere esorcizzata, o evitata, sia proprio quella comunista. Ma perché credo che una analisi differenziata, una storia controfattuale di quella tradizione, e il suo superamento, sia il compito più impegnativo e più realmente innovativo per una sinistra nuova in un mondo nuovo.

Personalmente dubito fortemente di avere capacità intellettuali ed energie residue per un impegno tanto difficile, e forse che ne siano maturi i tempi. Ma, lo confesso, anche solo per una semplice scelta esistenziale, istintiva, non vorrei, finché campo, liberarmi da quel fardello, che del resto, per un vecchio salutista come sono, permette comunque un'eccellente ginnastica mentale. 

 


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