LE RAGIONI DI UNA SCONFITTA.  

ALCUNI  VARCHI  PER  UNA  RIPRESA

 

 

 

Negli ultimi tre anni, la maggiore complessità dello scontro politico e sociale che, attraverso la crisi, veniva emergendo, ci ha stimolati ad un approfondimento della nostra proposta strategica e della nostra ricerca programmatica.

Nel complesso, possiamo dire che questo sviluppo di elaborazione cui la realtà ci costringeva è potuto avvenire su una linea di continuità rispetto alla ispirazione originaria: penso all’analisi della crisi, alla emergenza di diffusi bisogni anticipatori di una società comunista, al rapporto democrazia e socialismo e al valore nuovo dei movimenti politici di massa, al problema degli obiettivi intermedi e prefiguranti.

Su di una questione però, decisiva, la nostra riflessione è divenuta via via ripetitiva e, negli ultimi tempi, reticente; mentre all’origine avevamo dedicato ad essa la maggiore attenzione.

Parlo della questione del soggetto rivoluzionario, sia come organizzazione politica che come avanguardia sociale. Quale forza dovrebbe guidare una trasformazione così radicale come mai nel passato? Con quale base sociale? In che modo strutturata? E come dovrebbe costituirsi questa forza?

Non a caso questi interrogativi sono rimasti, nei nostri documenti e dibattiti sempre più senza risposta, o ci siamo accontentati di una risposta rituale.

Noi non abbiamo mai, come invece altri gruppi della nuova sinistra, pensato alla costruzione del partito rivoluzionario in termini classici, e tanto meno come il prodotto di una crescita lineare della nostra organizzazione. Abbiamo sempre, con il termine un po’ vago di “rifondazione” del movimento operaio, sottolineato l’importanza di un rapporto ideale e pratico tra la sinistra tradizionale e la realtà nuova emersa dal 1968; d’altro lato, abbiamo sottolineato l’importanza di nuove istituzioni di classe, quali i consigli, come espressione di un nuovo rapporto avanguardia-masse, politica ed economia. Ma quanto all’itinerario concreto di tale rifondazione, ci siamo sempre mossi, pur con molti e diversi adattamenti tattici, su di una sola ipotesi: la maturazione politica e l’unificazione organizzativa della nuova sinistra (i gruppi) in partito, come condizione per un nuovo rapporto di forza col Pci e come motore di una ristrutturazione della intera sinistra. La base oggettiva di questo processo doveva essere la crescente autonomia politico-organizzativa delle avanguardie operaie di fabbrica; e il punto di riferimento generale doveva essere offerto dalla rivoluzione culturale cinese e dai movimenti che ad essa in qualche modo si collegavano nel mondo, in coerenza con la grande “stagione” del Vietnam, del maggio francese, della contestazione americana, della autonomia operaia inglese, e della stessa primavera praghese.

Bene, tale ipotesi è oggi sostanzialmente liquidata. Non ci crede più nessuno; e chi vi insiste, come i nostri ex compagni di Dp, profuma di crisantemo.

Il risultato del 20 giugno, la scissione del Pdup, il fallimento dell’unificazione Pdup-Ao, lo “scioglimento” di Lc le hanno dato il colpo di grazia: nel senso che hanno all’improvviso fatto crollare uno sforzo molto generoso e molto serio con il quale i gruppi dirigenti di tutti i gruppi, almeno dal 1974, prendendo coscienza del proprio limite, cercavano di superarlo, cercando una capacità di “fare politica” e di “agire da partito”. Ma tutto ciò, a ben vedere, ha solo svelato una realtà precedente e molto più profonda. E cioè che:

a) Una nuova sinistra come realtà più o meno organizzata ma comunque capace di agire in modo efficace, di affermare una nuova ispirazione strategica, di coordinarsi, non esiste più, né in Italia né nel mondo. La rivoluzione cinese ha perso il suo carattere di referente. Le lotte operaie in occidente sono divenute assai più diseguali, e, soprattutto, meno politicamente consapevoli e significanti. Le organizzazione che avevano cercato di cristallizzare le novità suggerite dal movimento del ’68 e di offrire un’alternativa al revisionismo, sono liquidate, o vivono una vita stentata, comunque sono sempre più divise tra loro, e spesso sono contestate dalle stesse frange più radicali del movimento.

b) Anche quando e dove la “nuova sinistra” sopravvive, essa opera e pensa in chiave di totale e crescente rottura con la realtà attuale e con il patrimonio storico del movimento operaio tradizionale.

c) L’avanguardia sociale che doveva essere capace, per collocazione oggettiva e per patrimonio soggettivo, di tenere aperti i canali di comunicazione e di riproporre la saldatura tra vecchia e nuova sinistra (cioè l’avanguardia operaia di fabbrica, sindacalizzata e organizzata in consigli) è venuta perdendo sia peso materiale che autonomia politica, non è più il referente obbligato dei vari settori di lotta, né la forza trainante del confronto politico. Per contro il movimento di massa, si è socialmente diviso, ha assunto andamento irregolare, non pare in grado di sostenere e alimentare una nuova forza politica. La nostra ipotesi originaria di “rifondazione” non sta insomma più in piedi.

Tutto ciò non porrebbe grandi interrogativi teorici, sarebbe abbastanza comprensibile se ci trovassimo oggi di fronte ad un allentamento della crisi economica e delle tensioni sociali, ad una restaurazione o ad una ripresa egemonica del sistema, o ad una reale operazione riformista. E invece il quadro è ben diverso: la crisi si aggrava, gli strati sociali emarginati e in rivolta si estendono, tra le speranze mobilitate dal Partito comunista e la sua linea politica cresce la contraddizione. Perché dunque un movimento impetuoso e prolungato che non trova adeguata espressione nei partiti tradizionali non è riuscito e non riesce a cristallizzarsi in una strategia e in una organizzazione alternativa?   

2. Nasce di qui la convinzione, oggi assolutamente prevalente anche all’interno dell’area che fu la nuova sinistra, secondo cui era sbagliato in sé, e va radicalmente rifiutato, il progetto di costruire, alla sinistra del Pci, una organizzazione politica, nuova per linea e metodi, parziale e forse transitoria, ma comunque che avesse l’ambizione di darsi un’identità strategica e una disciplina interna, e di intervenire a tutti i livelli della vita del paese. Insomma, pur sempre, un partito.

L’idea che invece avanza – vuoi per la critica di una concezione del partito a cui si attribuisce la responsabilità preminente delle degenerazioni opportuniste e burocratiche, vuoi per una rinnovata fiducia nei movimenti di massa, più radicali, emergenti – è quella di una alternativa alla ideologia e alle politiche del compromesso storico, non come nuovo partito, ma come critica-dissoluzione del partito, come gestione diretta della politica da parte dei “movimenti”, a partire dai loro bisogni e dalle loro parzialità, in contrapposizione frontale con le istituzioni e con le forze tradizionali, puntando anzitutto ad operare delle modificazioni della coscienza attraverso l’autorganizzazione di interi settori di massa. Tale concezioni implica una inversione di priorità anche nella individuazione dei protagonisti sociali cui ci si rivolge: gli “strati emergenti” al posto dell’operaio di fabbrica.

Il movimento femminista e la sua cultura sono l’espressione e il veicolo più diffuso di questa risposta alla crisi della nuova sinistra: un po’ quello che l’Flm fu intorno al 1970. il gruppo ex operaista, con la sua tradizione teorica e le più recenti innovazioni, gli offre però il solo retroterra politico e strategico coerente: con la teoria dell’”operaio sociale”, come nuovo protagonista della rivoluzione, dell’appropriazione e del rifiuto del lavoro come programma comunista, della rivolta diretta contro lo stato e il suo gestore “social terrorista”, come terreno di unificazione immediata delle forze anticapitalistiche. La premessa teorica di tutto è che lo sviluppo del capitale, sospinto dalle rivendicazioni operaie, ha ormai liberato una forza proletaria massificata e distruttiva, e insieme accumulato le condizioni materiali perché sia immediatamente possibile, spezzata l’armatura del potere esistente, riorganizzare la società su basi comuniste, fuori dal lavoro salariato, dallo scambio di merci, da ogni forma di delega.

Non a caso queste posizioni, per la prima volta nella storia della nuova sinistra, accettano, o anzi promuovono, la dichiarazione di crisi del marxismo (e non solo del leninismo). Perché del marxismo, almeno di tutte le sue interpretazioni, finora conosciute, rimettono in discussione elementi costitutivi: il concetto di società di transizione, il ruolo dirigente della classe operaia (intesa come classe dei produttori di plusvalore espropriati), e la visione stessa della storia come accumulazione di capacità e di valori che vanno insieme smantellati e recuperati. La tematica, pur presente, dell’organizzazione come braccio armato, dello scontro violento con lo stato, ecc. non contraddice affatto questo quadro ultraspontaneista: perché assume un significato del tutto diverso, e opposto, rispetto al leninismo. Non serve a instaurare il potere di una avanguardia sullo stato per fare violenza alla realtà sociale. Serve solo per distruggere un apparato repressivo che impedisce al “comunismo già maturo” di esprimersi, o per accelerare e unificare una pratica di massa che già nei fatti è pienamente rivoluzionaria.

Reciprocamente, non è concepibile “depurare” questa linea dalla insorgenza di azioni violente e terroristiche: perché un movimento di massa non regge, senza proporsi e realizzare conquiste parziali, se non cercando scorciatoie verso lo scontro risolutivo che quanto meno lo rilancino e lo riunifichino di continuo. Per questo il “partito armato” non è affatto quella sciocchezza, né quel corpo estraneo nel movimento che tanti, anche tra noi, dicono.

3. Insomma, la risposta oggi prevalente alla crisi della nuova sinistra è all’ingrosso questa: non ce l’abbiamo fatta perché non siamo restati fedeli, né abbiamo portato fino in fondo, la radicalità del ’68, il carattere immediatamente comunista del suo contenuto, e il carattere rigorosamente antististuzionale della sua forma.

Una simile impostazione – nelle sue versioni meno truci – ha inciso ed è destinata ad incidere anche all’interno della nostra organizzazione. Così che non è affatto sciolto tra noi, al di là delle parole, l’interrogativo se dobbiamo o meno continuare a cercare di costruire un partito; né se l’identità di questo partito debba essere ricercata nello sviluppo di quegli elementi su cui ci siamo caratterizzati negli ultimi anni, e che ci hanno costretto alla scissione (unità-lotta col Pci, il programma, la transizione ecc.). Così è naturale e, in certo senso, è fecondo che sia.

Perché nella posizione che ho descritto non solo sono contenuti elementi reali di verità, ma anche vengono assunti, estremizzati e deformati, spunti di analisi e di proposta su cui, almeno come Manifesto, siamo nati e ci siamo caratterizzati. La lettura, ad esempio, nel movimento di lotta operaio e studentesco, di bisogni comunisti, che andavano ben oltre l’egualitarismo sul salario o la attribuzione delle qualifiche, e concernevano i contenuti qualitativi dell’attacco operaio alla organizzazione del lavoro; o, nella scuola, andavano ben oltre il rifiuto della selezione e la rivendicazione di reddito per investire la separatezza dell’istituzione e il carattere dei ruoli; quella lettura, non fu forse nostra quando gli operaisti erano ancora monomaniaci del salario e consideravano idealismo ogni discorso sui bisogni radicale e sui movimenti di liberazione? E l’idea di un movimento di massa autonomo e organizzato,capace di una rivoluzione culturale, di una trasformazione parziale dei soggetti in senso comunista, prima della presa del potere, non ci costò mille accuse di utopismo? O la constatazione di come sia ormai difficile l’identificazione in termini sociologici del proletariato, e dunque la ricerca della specificità qualitativa di settori sociali quali gli intellettuali e le donne, non sollevò la polemica degli ortodossi? In effetti se, per la necessità di un nuovo fronte polemico, questi elementi di interpretazione della realtà venissero veramente soppressi, non vedremmo su cosa costruire un nuovo partito e una nuova strategia.

Ma non possiamo neppure dimenticare – senza perdere ogni identità – quanto profonde siano, e in parte siano sempre state, le nostre ragioni di rifiuto dello spontaneismo vecchio e nuovo, e cioè:

a) Proprio perché i bisogni hanno varcato definitivamente la soglia della sussistenza, e perché il dominio del capitale agisce su tutti gli aspetti della vita quotidiana (per le stesse ragioni dunque per le quali possono storicamente assumere un contenuto “radicale”) anche i bisogni di massa portano più pesantemente il segno del sistema. Sia nel senso, ovvio, che incidono su di essi i mille meccanismi di induzione del consumo, o di parcellizzazione delle conoscenze e capacità, o di formazione dei valori, dunque il meccanismo dell’integrazione. Sia nel senso, più sottile, che gli stessi bisogni più radicali mancano della determinazione necessaria a farne i materiali di un’alternativa. Ad esempio il rifiuto del lavoro. Non solo può nascondere le premesse di un recupero corporativo; ma, anche quando, nella figura dell’operaio massa o dello studente analfabetizzato, esprime un bisogno irriducibile di attività libera, creativa, socialmente organizzata, riflette nel contempo una incapacità profonda a definire una tale attività, e una ancor più profonda disabitudine a quell’autodisciplina e pianificazione di lungo periodo della biografia che sono necessari a conquistarla.

b)  La avanzata divisione del lavoro sociale, ciò che rende il “lavoro vivo una ben misera base per lo sviluppo” e che rende solo il “lavoratore complessivo realmente produttivo” (Marx), non crea per questo “l’operaio sociale”. Al contrario la divisione del lavoro nel capitalismo maturo, sull’intera area della società, non avviene (come avveniva all’interno della fabbrica) nella forma di una cooperazione tecnica che moltiplica la produttività, ma sempre più secondo la logica di consolidamento politico del capitale, accentua e rende più intricata la rete di funzioni parassitarie, i dislivelli di reddito e di potere indipendenti dal contributo che viene alla produzione dell’individuo o dal gruppo. E anche molte funzioni socialmente produttive vengono cristallizzate in ruoli intellettuali contrapposti al lavoro manuale. Ciò non solo accresce enormemente le contraddizioni tra le masse, anche tra quelle più oppresse, ma dà a tali contraddizioni un carattere oggettivo e duraturo, niente affatto destinato a scomparire ne momento della crisi o in una prima fase di trasformazione della società.

c) Lo sviluppo impetuoso delle forze produttive, l’applicazione intensiva della scienza e della tecnica alla produzione, non offre affatto già pronta la base materiale di un passaggio al comunismo. Al contrario la determinazione fisica delle forze produttive accumulate (certe tecnologie, una certa divisione internazionale del lavoro, certe fonti energetiche, una certa merceologia) dipende tanto più dal sistema e dai suoi calori quanto più è complessa la macchina produttiva e sofisticata la gerarchia dei consumi. Anche se e quando bisogni comunisti riuscissero ad esprimersi, e il blocco anticapitalistico a unificarsi e prevalere, resterebbe dunque tutto intero il difficile compito di riconvertire la base materiale della società, potendo usare grandi potenzialità accumulate ma dovendole trasformare profondamente. Non è con “queste macchine” che si può liberare il lavoro salariato, né con “questi beni” che si possono soddisfare i bisogni prioritari, e via dicendo. Né vale obiettare – come si è cercato di fare – a questi argomenti dicendo che per bisogni comunisti, e unificazione del movimento, non va intesa la somma di ciò che cresce nella comunità di lotta, nella pratica collettiva che trasforma le coscienze. Per due ragioni. Da un lato perché non è possibile che cresca in modo duraturo e su grande scala una superiore coscienza collettiva, se ciò non corrisponde a trasformazioni reali e corpose delle condizioni oggettive in cui la coscienza si forma: modo di produrre, organizzazione della vita, organizzazione del potere. D’altro lato perché proprio la crescita delle esperienze di lotta e di una coscienza antagonistica produce, ben prima di una alternativa già matura, il precipitare di una crisi, e una dura reazione dell’avversario.

Per una ragione o per l’altra l’idea di una progressiva e lineare crescita di una “pratica del comunismo”, la dilatazione del “piccolo gruppo di autocoscienza” a strategia politica, equivale alla pretesa di vuotare il mare con un cucchiaio. In certi settori del movimento, in cui maggiore è l’autonomia rispetto alla struttura produttiva e statale, (come è il caso del movimento di liberazione della donna) almeno apparentemente può concepirsi un lungo periodo di crescita soggettiva, di maturazione dei dati di coscienza, prima che i nodi vengano al pettine, o senza strappare modificazioni materiali di rilievo. Ma in altri, ad esempio i disoccupati, se non si stringe niente, la lotta e la coscienza non solo si arrestano, ma si rovesciano in guerra tra poveri o in regressione clientelare.

Del resto l’esperienza pratica ha già dato conferme decisive a queste nostre convinzioni. La parabola del movimento studentesco, o di quello dei disoccupati, nell’ultimo anno non potrebbe essere più chiara. Nella stessa vicenda del femminismo occorrerebbe mettere in conto, oltre alla preziosa crescita di consapevolezza, in certi settori della società, anche il modo in cui il sistema riesce a deviare e utilizzare la crisi della famiglia e dei valori tradizionali e a rovesciarli in violenza e nuova repressione verso le stesse donne.

Soprattutto: la delega di fatto alle organizzazioni tradizionali del livello delle istituzioni, e lo scontro frontale e dal basso con loro, non ha lasciato le cose come stavano e tanto meno le ha migliorate, ma ha accelerato una involuzione del quadro politico e istituzionale.

Se poi allarghiamo lo sguardo ad altri paesi: là dove, come negli Stati uniti, prima e di più di questa logica dei “mouvement” è cresciuta, il bilancio è fallimentare anche sul piano delle minoranze radicali. Solo la follia dell’astrazione consente di dire che la ristrutturazione capitalistica attuale, proprio perché regressiva, perché crea disoccupazione, parassitismo, repressione, perché spinge i partiti comunisti a diventare forze normalizzatrici, perché impone un più duro dominio delle multinazionali, funziona come elemento scatenante della rivolta proletaria. È positiva. Segna una vittoria. È la vecchia talpa che sta scavando. (Negri).

Così come solo una idiozia sciovinista e elitaria può portare certi gruppi femministi a considerare la depenalizzazione dell’aborto, meglio di una buona legge, perché questo dà spazio all’autonomia e alla crescita a tempi lunghi del movimento.

O solo il populismo estetizzante può permettere a Ombre rosse di affermare che rifiutare obiettivi programmatici di ampio respiro, e ripiegare sulla richiesta del 27 garantito e di una cultura dequalificata quale il mercato intellettuale del lavoro oggi chiede, è gran prova di maturità e condizione indispensabile di unità per il movimento degli studenti.

Purtroppo non si tratta di farneticazioni inoffensive. Nel contesto politico attuale, il fatto che la crisi della nuova sinistra abbia finora preso questa strada, si sia mossa su questo filone di riflessione autocritica, è stato gravissimo. Non solo un patrimonio di valori e di militanti regredisce, ma di fatto interviene nel movimento accentuandone i limiti e i vizi, e assolve così un ruolo di supporto sia della controffensiva democristiana sia del compromesso storico nella sua peggiore versione.

Né si deve credere si tratti di posizioni isolate. Sono isolate quanto alle manifestazioni più estreme che ne conseguono. Non però nel loro retroterra teorico. Perché, anzi, trovano echi fin su sponde ben lontane. All’interno del Pci, ad esempio, esistono, e si diffondono, alcune “interpretazioni” del compromesso storico, il cui realismo oltranzista arriva fino a battersi contro ogni velleità di programma o di progetto di transizione e a concepire il ruolo del Pci come quello di una forza che deve portare a fondo lo sviluppo capitalistico, unica e vera premessa del rovesciamento rivoluzionario. Come era appunto di moda dire ancora qualche tempo fa: l’autonomia operaia è la strategia, il partito è la tattica. Il sottinteso apologetico del “piano del capitale” sopravvive alla crisi.

4. Ma ripetere tutto ciò non basta. La forza della nuova ondata spontaneista sta tutta nell’indeterminatezza teorica e nel fallimento pratico cui paiono condannate le ipotesi di fondazione di un nuovo partito. Nella crisi reale di ogni “ortodossia”. Non possiamo ripetere, né sappiamo ripetere, che ci vuole un partito, e bla bla bla. Quale partito, per non ricadere subito negli stereotipi più screditati? Costruito attraverso quale itinerario? Su quali soggetti sociali? Questi non sono più interrogativi teorici: sono il senso comune, le diffidenze giustificate di una generazione di militanti che sente il peso di una sconfitta, perché aveva semplicisticamente creduto di aver a portata di mano uno strumento del tutto nuovo, che poi ha visto crollare un’illusione, e con essa tante fatiche, e che oggi non può neppure pensare di riprovarci se anzitutto non capisce il perché di quel fallimento. Il perché ovviamente è soggettivo, anche: legato cioè a limiti teorici e pratici dei vari gruppi della nuova sinistra. Evitare questa riflessione specificamente autocritica comprometterebbe ogni credibilità per il futuro.

Ma non è tutto qui. Occorre sforzarsi di individuare le cause oggettive e profonde delle difficoltà con cui ci siamo scontrati. Per avere il senso esatto di dove e come ripartire. Capire se e cosa cambiare nella parola d’ordine di costruzione di un nuovo partito.

Per far questo occorre, a mio parere, ripensare con spregiudicatezza a ciò che è avvenuto negli ultimi dieci anni, al significato complessivo di ciò che abbiamo definito la rottura dl ’68. riconoscendo un errore di interpretazione e di giudizio nostro e dell’insieme della nuova sinistra.

Tale errore non consiste solo nell’avere – cosa che già da tempo riconosciamo e che pure ha un gran peso – dilatato la portata immediata di certe novità intervenute nella situazione, così da scambiare una tendenza significativa ma ancora embrionale per il connotato già politicamente dispiegato della nuova fase storica. Ciò spiegherebbe la lentezza re la difficoltà nel processo di formazione di una nuova direzione politica, non il suo ristagno e la sua degenerazione. L’errore sta anche, e soprattutto, nel non aver capito su quale retroterra i nuovi fenomeni emergenti si inserivano, come quel retroterra li segnasse profondamente, e quali ambiguità di prospettive ne derivasse.  

In sostanza, seppure con qualche cautela, noi abbiamo visto nel ’68 il sintomo di una svolta: erano finalmente maturate le premesse perché, dopo la lunga e non inutile ansa segnata dalla II e dalla III Internazionale, il fiume della rivoluzione potesse finalmente ritrovare l’itinerario della proposta marxiana. Esauriti in occidente i margini di completamento e sviluppo della rivoluzione democratico-borghese, e in oriente quelli della rivoluzione dall’alto, si arrivava cioè finalmente alla soglia di una azione rivoluzionaria direttamente densa di contenuti comunisti e direttamente gestito dalle masse.

Verso questo nuovo traguardo convergevano le lotte operaie in occidente, e la rivoluzione culturale cinese. Ecco allora le basi sociali e ideologiche per un superamento reale, e su larga scala, della III Internazionale, in modo non diverso da quello che Lenin aveva operato (o creduto di operare) rispetto alla II. Nella contraddizione tra i nuovi livelli dello scontro e della coscienza di classe e le vecchie ideologie e organizzazioni c’erano le condizioni oggettive per la formazione di un nuovo partito del proletariato.

In realtà le cose sono andate diversamente perché già stavano diversamente. Non nel senso certo in cui le vedeva il Pci, di fatto cancellando la novità qualitativa emersa nel ’68 (in sostanza: l’impossibilità ormai di garantire un progresso senza aggredire le radici stesse del sistema, l’emergere del problema della rivoluzione nei punti alti). Ma nel senso che quella novità andava interpretate in altro modo, apprezzata in tutta la sua complessità: non segnava la possibilità di un ritorno all’originaria ipotesi di Marx, ma al contrario faceva emergere e definitivamente sanciva il fatto che la storia reale aveva da 50 anni preso una strada inattesa.

Mi spiego, anche se, forzatamente, in modo schematico, e ovviamente senza alcuna pretesa di formulare più che una ipotesi, uno stimolo di riflessione.

L’idea della rivoluzione che percorre (peraltro mai pienamente elaborata se non nella forma “popolare” del Manifesto del ’48) tutta l’opera di Marx, e che è presente anche negli scritti maturi ma ben più ricchi (i Grundrisse o gli scritti sulla Comune), è sempre quella di un sistema capitalistico che si generalizza, liquida i residui preesistenti, crea le condizioni oggettive e soggettive del suo superamento, e dà poi luogo alla rottura, al socialismo. Il socialismo è dunque una fase di transizione (al comunismo), ma quando ormai si sono accumulate le premesse perché il potere politico sia gestito dal proletariato in senso proprio, lo stato cominci subito ad estinguersi, la divisione del lavoro a ricomporsi, ecc. . Fino a quel momento il sistema capitalistico si sviluppa, e si sviluppa la polarizzazione sociale e politica al suo interno.

Bene, da cinquant’anni, e più, la storia reale si muove in altro modo, e non possiamo più considerare questo “altro modo” un incidente, una parentesi; né sforzarci di ricondurre attraverso violenze concettuali e nominalistiche la realtà allo schema. Il “radicalismo”, la ricchezza originaria del concetto marxiano di comunismo trova forse solo oggi l’occasione per un pieno recupero, ma solo a condizione che la si sciolga da quanto si è logorato, che ci si liberi dalla “ortodossia” rispetto al modello troppo semplificato, lineare, economicista, di rivoluzione.

Arrivato alle soglie della sua “pienezza storica”, all’esaurimento della sua funzione (larga socializzazione del lavoro, concentrazione della proprietà, formazione di un vasto proletariato industriale), ma solo alle soglie, e solo in alcuni punti della società mondiale, il sistema capitalistico ha infatti reagito in due modi, ha tentato, su due direttrici, per tempo, di sopravvivere a se stesso. L’ha tentato, e in gran parte c’è riuscito, non grazie a una lucida lungimiranza che travalicava l’orizzonte della sua base materiale, quanto grazie a forze oggettive che rompevano e condizionavano la “purezza” della sua dinamica: da un lato il permanere attivo di residui del tessuto storico preesistente (rendita, stati nazionali, ecc.) rinnovantisi all’interno stesso del quadro capitalistico; dall’altro lato l’insorgere dell’organizzazione e della ideologia operaia ben prima che la classe operaia diventasse egemone e capace di una piena rottura.

Ciò ha determinato nell’evoluzione del sistema (maturo e putrescente) due processi che segnano la storia del nostro secolo.

a) Lo sviluppo diseguale e anzi la divisione del mondo tra due aree, la disgregazione e lo sfruttamento di una delle quali alimentava in modo diretto (sovrapprofitto imperialista) o indiretto (riarmo e guerre) il dinamismo e la stabilità dell’altra. E di qui è venuta poi la sconvolgente “novità” rispetto alle previsioni: una rivoluzione “socialista” nei paesi in cui sembravano del tutto mancarne le condizioni materiali, politiche, culturali.

b) D’altro lato (e anche grazie a questa rapina “esterna”) la “riforma” interna del sistema, come capacità di assumere certe spinte e valori operai per vincere la tendenza alla rendita o all’anarchismo del mercato o la tendenza al sottoconsumo; oppure di recuperare certe eredità del passato per contenere la conflittualità sociale.

Entrambi questi processi si avviarono ancor prima della guerra mondiale (la spartizione del mondo, i sindacati, la giornata di 8 ore, ecc.), segnarono con la rivoluzione di ottobre il punto di svolta, ma solo dopo la crisi del ’29 espressero fino in fondo la loro valenza: l’Urss apparve allora non come l’annuncio della rivoluzione europea, ma soprattutto come il capofila delle rivoluzioni dei paesi oppressi; e la modificazione molecolare della società occidentale si compose nello stato keynesiano.

5. Tutto ciò ha garantito un ulteriore, e anzi per certi versi un ancora più intenso sviluppo delle forze produttive; cioè la piena realizzazione di quei traguardi che secondo Marx costituivano la missione storica del capitale, e le condizioni indispensabili per il passaggio ad una società comunista come vero passaggio dalla preistoria alla storia, dispiegamento della padronanza dell’uomo sui rapporti sociali e sulla natura. E cioè: a) la riduzione del tempo di lavoro “necessario” ad una semplice frazione del tempo di lavoro disponibile; b) la piena socializzazione del lavoro e l’applicazione sistematica della scienza alla produzione così che non già lo “sfruttamento del lavoro vivo ma l’uso sempre più pieno delle risorse dell’intelligenza sociale” possano divenire la base adeguata dello sviluppo della ricchezza; c) l’unificazione della società mondiale in un unico mercato, così che vengano meno le basi dello stato nazionale; d) infine la centralizzazione del capitale in poche mani, come premessa di una produzione pianificata.

E tuttavia quest’ultimo segmento della parabola capitalistica è avvenuto in un quadro che, per usare un prezioso concetto gramsciano, potremmo definire di “rivoluzione passiva”: cioè attraverso una concreta dialettica storica in cui la classe dominante riusciva a recuperare “in ultima analisi” molte delle innovazioni prodotte dal suo stesso avversario, mentre le rotture anche più violente operate dalla classe operaia non potevano ancora pienamente sfuggire al quadro della classe ancora complessivamente egemone. Così che:

a) Nella metropoli. Allo sviluppo dell’industrialismo ha però corrisposto una riduzione del peso e dell’omogeneità della classe operaia. Alla massificazione dei consumi ha corrisposto la loro induzione, secondo un modello individualistico e competitivo. Alla socializzazione del lavoro ha corrisposto la crescita di nuovi ceti parassitari con funzione anzitutto di stabilizzatore sociale. Alla estensione della democrazia politica e delle funzioni statali hanno corrisposto processi di integrazione e di burocratizzazione delle organizzazioni sindacali e politiche di massa. Allo smantellamento delle vecchie ideologie reazionarie, o al tramonto dello stesso liberalismo, ha corrisposto la segmentazione positivistica della cultura, e la deformazione tecnologica della scienza. Alla polarizzazione alla concentrazione del potere reale, ha corrisposto una frammentazione di status sociali all’interno delle stesse masse oppresse.

b) Nella periferia. Rivoluzioni “socialiste” per forma e per ideologia (e spesso per l’intervento in prima persona di masse sterminate di diseredati) dovettero impegnarsi ad affrontare la somma di problemi che il capitalismo aveva altrove saputo superare: l’accumulazione primitiva, l’industrializzazione, la formazione dello stato nazionale, l’alfabetizzazione e l’unificazione culturale della società, la rottura dei localismi e dei rapporti di servitù personali. E hanno dovuto farlo in un contesto mondiale in cui permaneva il conflitto economico-militare con l’imperialismo, e il suo monopolio della scienza e della tecnica. Con questa tremenda contraddizione oggettiva si intrecciano, in rapporto reciproco di causa-effetto, un sistema di pianificazione elementare, tanto centralizzato nelle grandi scelte quanto impotente sulla realtà molecolare della società, e un sistema politico in cui la dittatura di un partito e il totalitarismo politico-ideologico fu lo strumento di una continua forzatura giacobina e insieme il terreno di coltura della nuova élite dominante. Se nella rivoluzione di ottobre (e anche in quella cinese) questi limiti oggettivi e soggettivi erano minori, così da consentir loro di restare a lungo il punto di riferimento della rivoluzione mondiale, nelle “rivoluzioni nazionali” essi furono e sono assai più pesanti e immediatamente presenti. È assurdo continuare a discutere del “socialismo” e delle sue “deviazioni” rispetto a un modello, mettendo sostanzialmente quasi da parte il carattere reale di tutte queste rivoluzioni “socialiste”, il loro essere un “capitalismo di stato” non nel senso marxiano e leniniano del termine (fase più alta del capitalismo e punto di avvio della tradizione), ma al contrario come forma necessaria di un “capitalismo” che non poteva per altra via decollare.

6. Per quasi un trentennio (nel secondo dopoguerra), questa complessità del processo storico ha potuto essere in gran parte rimossa. Non solo per il peso che avevano – all’ovest e all’est – l’ideologia e la cultura del “progresso tecnico”, ma per le basi che esse trovavano nella realtà: lo sviluppo impetuoso delle forze produttive nella metropoli consentiva di recuperare la irrazionalità crescente del sistema e di assicurare un miglioramento effettivo (o comunque come tale sentito) alla maggioranza della popolazione; i nuovi rapporti di forza mondiali e la conquista della “modernità” in Unione sovietica, alimentava la speranza che le contraddizioni delle società “socialiste” si stessero sciogliendo positivamente.

Negli anni ’60 quell’illusione si è rotta, proprio perché ne venivano meno i fondamenti. Non solo l’espansione economica cominciava a trovare un limite nei rapporti sociali (crisi della pianificazione e dell’agricoltura, arresto e inversione della democratizzazione in Urss; degradazione delle economie neocoloniali; sviluppo squilibrato e inflazione, emarginazione e repressione all’interno della stessa metropoli). Ma, prima ancora che i tassi di sviluppo declinassero, apparve chiaro come quel tipo di sviluppo fosse in sé ormai destinato a produrre impoverimento per una parte crescente degli uomini, e come dietro la facciata di una società integrata cresce un potere dispotico e oppressivo. Il ’68 fu il momento in cui tutto ciò divenne improvvisamente generale e consapevole. Ha segnato una vera svolta storica proprio in questo: perché per la prima volta è diventato evidente come un progresso produttivo, nell’orizzonte ideologico e strutturale del capitale possa tradursi ormai in un imbarbarimento reale; e come per la prima volta masse rilevanti possano esplicitamente porre il problema di una organizzazione sociale qualitativamente diversa. Come perciò maturasse una crisi generale del sistema e, per la prima volta, lo schema della rivoluzione passiva fosse esaurito, il sistema potesse sopravvivere solo come imbarbarimento.

Ma non si può censurare il fatto che questa rottura portava, e avrebbe portato, tutto il peso del contesto da cui nasceva. Che dunque la classe operaia in quasi tutti i paesi dell’occidente non ha assunto un ruolo di avanguardia consapevole nel nuovo movimento; ma ha solo espresso una crescente resistenza al comando capitalistico in forme frammentarie e senza collegarla ad un discorso politico. Che i movimenti di contestazione più radicale hanno avuto forme eclettiche e andamento sussultorio: dalla rivolta negra agli hippies, dal femminismo alla droga, dai movimenti studenteschi all’ecologia; senza diventare mai non dico organizzazione, ma neppure una realtà stabile nella sua massa militante, o una cultura definita e traducibile; e dunque senza poter minimamente influire su settori dell’establishment e delle due decisioni. Che la rivoluzione culturale cinese, che pure fu il punto più alto e consapevole di questa ondata, era comunque fin dall’inizio caratterizzata, non a caso, da una contraddizione lacerante, tra spinta ultrademocratica e spinta carismatico - religiosa. Che rivoluzioni come Cuba, Palestina o Cile, o lo stesso Vietnam, erano straordinariamente forti e ricche nella loro carica soggettiva, ma altrettanto deboli nelle condizioni oggettive, e comunque vincolate dal sostegno di un’Urss che era ormai l’Urss di Breznev. Che il dissenso sovietico, e anche quello praghese, nasceva portando con sé il segno deformante del potere cui si opponeva, senza cioè un’ideologia politica né un collegamento di massa.

Insomma il ’68, a livello mondiale rappresentava una lotta estremamente più avanzata, e insieme rivelava la fragilità sociale e culturale del soggetto che doveva condurla. Rappresentava soprattutto una separazione tra radicalità del bisogno rivoluzionario e modernità della funzione produttiva, tra spontaneità sociale e organizzazione politica; una rottura del nesso dal quale, invece, per il marxismo, nasce la rivoluzione.

Non è forse emblematico il fatto che un movimento così radicalmente nuovo si sia quasi sempre espresso recuperando nelle forme più ossificate elementi di una “ortodossia” quasi dimenticata? O non lo è altrettanto il fatto che la tematica della rivoluzione si riproponeva finalmente nell’occidente industrializzato ma soprattutto da parte di settori sociali marginali rispetto al processo produttivo? Da qui, da questa separazione storica e sociale nasce poi tutta l’incapacità del nuovo movimento di esprimere un programma, un’organizzazione; perché programma e organizzazione sono proprio il rapporto tra bisogni, cultura e risorse.

7. Aveva scritto Marx nel Grundrisse: “Il grande ruolo storico del capitale è quello di creare il pluslavoro, questo lavoro superfluo dal semplice punto di vista del valore d’uso, della pura sussistenza, e la sua funzione storica è compiuta quando, da un lato i bisogni sono talmente sviluppati che il pluslavoro diventa esso stesso un bisogno generale, scaturisce cioè dagli stessi bisogni individuali; dall’altro quando la generale laboriosità – mediante la rigorosa disciplina del capitale attraverso cui sono passate le successive generazioni – è diventata un possesso generale della nuova generazione. Infine la sua funzione storica è compiuta quando tale laboriosità è a tal punto matura che, da una parte, il possesso e la conservazione della ricchezza generale esigono un tempo inferiore per l’intera società, e dall’altra la società lavoratrice affronta scientificamente il processo della sua progressiva e sempre più ricca riproduzione; e quindi cessa quel lavoro per cui l’uomo fa ciò che può lasciar fare alle cose in vece sua”.

E più avanti: “Nella sua incessante tensione verso la forma generale della ricchezza il capitale spinge il lavoro oltre i limiti dei suoi bisogni naturali e in tal modo crea i presupposti materiali per una individualità ricca e dotata di aspirazioni universali, nella produzione non meno che nel consumo”.

Ecco, è proprio questa unità dialettica che non si è realizzata e non si realizza. Alla “creazione del lavoro superfluo”, alla “maturità delle forze produttive” non corrispondeva in modo adeguato il “bisogno generale di pluslavoro”, la “grande laboriosità”, “l’individualità ricca e dotata di aspirazioni universali”. Il capitale, per sopravvivere oltre il limite della sua funzione storica, piega “le forze produttive” alle proprie leggi, forma “bisogni non naturali” secondo la sua ideologia, colloca il “lavoro non più necessario” in un ruolo parassitario e se ne fa base di consenso. “Spezza insomma il rapporto tra maturità della rivoluzione e maturità del soggetto che dovrebbe compierla. Produce la propria putrefazione e quella del corpo sociale, non il proprio becchino né i materiali adeguati alla sepoltura”.

Ignorare o sottovalutare questo elemento non vuol dire solo equivocare sui tempi, scambiare una tendenza per una realtà in atto, ma sbagliare proprio l’analisi della tendenza.

8. Il caso italiano è, in questo quadro, atipico. Non tanto perché qui la crisi del sistema è più acuta, né perché le nuove contraddizioni, la necessità di una trasformazione qualitativa, sono più acute. Ma soprattutto perché esistevano ed esistono soggetti sociali e politici ben più capaci di cogliere tali contraddizioni e di tradurle in lotta. Per dirlo in modo del tutto sintetico: la crisi dell’equilibrio neocapitalistico è intervenuta quando ancora fragili e incompiute ne erano le basi, e in presenza di un movimento operaio ancora non integrato dagli strumenti dello stato assistenziale e dall’ideologia cogestionale, e anzi ricco di una grande tradizione ideale e di lotta. L’insorgere di nuovi movimenti radicali di contestazione del sistema si è quindi intrecciata con la fase più acuta di lotta dell’operaio-massa (tanto più forte per l’assenza di immigrazione) contro l’arcaico assetto delle relazioni industriali, e con la lotta del sindacato e del Pci contro un assetto di potere che li condannava all’opposizione. Non c’è nulla di meno “spontaneo” del ’68 italiano, nulla di più dipendente dalla concreta articolazione del contesto storico, politico, istituzionale. In certo senso il caso italiano, nella sua specificità, conferma “al contrario, come e quanto siano essenziali una forza organizzata e una cultura “operaia” perché emergano e assumano forma politica i nuovi protagonisti e i nuovi bisogni anticapitalistici. Conferma come e quanto la dialettica arretratezza-ipermaturità sia essenziale a determinare la prassi rivoluzionaria; contro tutti i menscevismi vecchi e nuovi, di destra e di sinistra”.

Ma del caso italiano non è d’altronde legittimo trascurare le contraddizioni e i limiti. Limiti delle forze sociali, anzitutto. Il movimento degli studenti si è qui politicizzato più che altrove, e ha cercato un rapporto con gli operai; ma assai più tardi, in modo dogmatico e populista. Le sue lotte reali sono rimaste quelle contro la selezione, per lo smantellamento della vecchia scuola o per la riduzione dei costi. Le lotte operaie hanno espresso contenuti e forme organizzative estremamente avanzati, ma a lungo nell’ambito dell’azione contrattuale-rivendicativa; così che, all’insorgere della crisi, non sono sul serio riuscite a trasferire tutta la loro radicalità sui nuovi terreni dell’occupazione e della politica. Il femminismo ha assunto forme più organizzate e politiche che in altri paesi, ma entro i confini di una minoranza: nell’insieme della società esso è stato invece solo componente di una generale spinta di tipo radical-libertario per lo smantellamento della famiglia e della vecchia morale. Gli intellettuali sono stati profondamente investiti, come nuovo strato, dal conflitto sociale, dalla spinta a sinistra, fino al punto di mettere a volte in discussione la loro cultura e il loro ruolo; mai però fino al punto di fare di questa contestazione l’asse di una nuova prassi politica, così che, in ultima analisi, la loro battaglia è rifluita nei canali di una lotta genericamente democratica, più o meno radicale poco importa.

Reciprocamente, il Partito comunista, pur senza rompere mai i contatti con i movimenti più avanzati, ha mostrato di aver ben chiari i confini entro cui mantenere la propria politica su due punti essenziali: la piena continuità dell’assetto istituzionale e la totale garanzia di stabilità del gruppo dirigente del partito. Ideologicamente e politicamente il ventennio precedente pesava, e ancor di più pesava un certo quadro internazionale. Quale che fosse la ricchezza di Gramsci e di Togliatti, era pur Berlinguer il loro legittimo erede, non il Manifesto. Così che la forza del movimento di massa non solo non è bastata a fargli modificare strategia, ma gli ha aperto finalmente la strada verso il governo, ha cioè accelerato la sua “assunzione di responsabilità”, ma in termini più di mediazione politico-istituzionale che di capacità reale di nuovo governo della società in termini di trasformazione.

Esso è cresciuto contemporaneamente come principale organizzatore delle masse, e come mediatore necessario tra queste masse e il sistema. Insomma, al sopraggiungere della crisi, e del suo riscatto, sia all’interno del movimento, sia tra movimento e istituzioni si è allargata la forbice tra componente riformistico-razionalizzatrice e insorgenze radicalmente, ma confusamente, anticapitalistiche. La nuova sinistra è riuscita, e questo è il suo merito storico, a rallentare e a limitare tale divaricazione, spesso al prezzo di dissanguare i propri ranghi o di compromettere la propria unità; ma la tendenza di fondo non è stata modificata.

Finché la classe operaia usando gli spazi che lo sviluppo offriva alla sua lotta, è rimasta all’offensiva, e finché il Pci era una grande forza di opposizione tutto il fronte è avanzato. Quando la crisi è sopraggiunta e il Pci è diventato forza di governo le debolezze delle nuove forze rivoluzionarie sono emerse anche qui. Anche in Italia insomma, la “vecchia talpa” del capitale, della “rivoluzione passiva”, aveva in passato scavato e lasciato qualche traccia, tanto da condizionare le straordinarie novità del presente.

9. Dall’analisi che qui ho solo cercato di abbozzare vengono alcuni punti fermi sulla base dei quali la debolezza e poi la crisi della nuova sinistra sono ben decifrabili. E sulla base dei quali, altresì, si può cominciare a discernere quale via d’uscita si possa proporre a questa crisi, o almeno quali vie d’uscita siano assolutamente impraticabili.

Questi punti fermi sono i seguenti:

a) Nella società capitalistica matura non esiste un gruppo sociale capace, nella propria immediatezza o comunque grazie alle proprie intrinseche virtualità, di diventare il soggetto egemone della rivoluzione: capace cioè di svolgere il ruolo che il marxismo classico, in tutte le sue versioni, attribuiva alla classe operaia. Non esiste ormai, ed esisterà sempre meno. Lo sviluppo capitalistico così come concretamente evolve tende non ad unificare il proletariato o a stimolare la coscienza dell’alternativa, ma a disarticolarlo in figure contrapposte, e a bloccare i processi di formazione della sua coscienza. A produrre cioè di continuo i meccanismi che producono l’integrazione o che condannano alla rivolta.

b) Il soggetto sociale rivoluzionario dunque non può essere che un blocco anticapitalistico il quale unifichi figure proletarie o semiproletarie, la cui unità si può realizzare solo al “livello più alto” (in ciò distinguendosi totalmente dal concetto di alleanza): operai occupati e disoccupati, lavoro manuale e intellettuale, donne. Ma perché tale unificazione, oltre che essere possibile, possa produrre una alternativa rivoluzionaria reale, occorre che avvenga non solo sul versante della immediata identità (che sarebbe identità negativa: il comune rifiuto del sistema) ma attraverso la critica e il recupero dei bisogni e dei valori specifici di cui ciascuno di questi segmenti appare portatore. Perché solo così l’unificazione dei vari interessi proletari si pone in rapporto con le condizioni materiali della liberazione e si coagula in un progetto liberatore. Ad esempio: la critica del lavoro estraniato, mediandosi con il bisogno di occupazione, diventa ricerca concreta di un “diverso modo di produrre”. (In questo senso la classe operaia occupata continua ad essere il perno dell’unificazione). È comunque un’unificazione che implica più e non meno del passato la mediazione di una soggettività organizzata, un sedimento storico-culturale capace di forzare l’ambiguità crescente di ogni strato sociale, e il carattere sempre più particolaristico e discontinuo di ogni lotta. Se per “partito” intendiamo anzitutto quel concetto marxiano della “classe che si fa storicamente partito” grazie all’accumulazione di teoria, esperienza, coscienza e disciplina (e solo facendosi partito acquista vera esistenza), mai come oggi il problema del partito è al centro. La strategia è tutta nel partito; l’autonomia è solo un momento dialettico della formazione del partito.

c) Il partito però non può essere più in nessun modo concepito con i canoni teorici del leninismo. Manca per questo appunto una “classe rivoluzionaria” ben delimitata, se pure bisognosa di essere “fecondata”, cui portare dall’esterno una teoria rivoluzionaria desumibile da una scienza marxista (a sua volta ormai diventata aspetto e strumento di una complessa e ambigua storia politica). Non a caso chi oggi difende la teoria leninista del partito giunge a teorizzare la “emancipazione del partito della classe”, e ad affidare al partito, per una intera fase storica, il ruolo di condurre a termine la “razionalizzazione capitalistica dello stato”. Ma poiché l’altra faccia di questa “emancipazione” sarebbe un ulteriore appiattimento corporativo della società, un ulteriore scomposizione della classe, il suo punto di approdo può essere solo quello dell’autoritarismo, del “potere puro”; un “potere puro” peraltro che troverebbe sempre di più (e anzi già trova) la prosaica base della propria esistenza nella piccola borghesia gestionale e burocratica.

La mediazione politica è dunque sempre più necessaria, ma solo se e in quanto capacità di rompere la separazione tra economico e politico, di far crescere una capacità statuale a livello dei soggetti sociali, l’emancipazione della classe, non dalla classe.

10. Ma dove e come nasce allora questa soggettività organizzata e diffusa, questo intellettuale collettivo, soggetto di una rivoluzione culturale e morale di cui il processo rivoluzionario ha crescente bisogno, e di cui invece lo sviluppo del capitalismo e la storia del movimento operaio divenuto “stato socialista” sembrano distruggere progressivamente le premesse?

La nuova sinistra ha rimosso questo inquietante interrogativo. Nei suoi tentativi di essere partito si è quasi sempre riflesso – anche quando la forma era il dogmatismo marxista-leninista – il bisogno di aderire fino in fondo alle esigenze immediate di quelle minoranze cui essa riduceva “il movimento”. Il suo fallimento non è affatto legato al “giacobinismo e al volontarismo”, ma al non aver mai fatto i conti con la storia precedente, né con il quadro complessivo attuale, della lotta di classe. Quel suo fallimento è solo il riflesso del limite della realtà sociale e culturale di cui era fedele espressione. Essa oggi ritorna all’ultraspontaneismo perché ci ha sempre girato intorno. E ci ha girato intorno, occorre riconoscerlo, perché il problema del partito, o meglio della soggettività organizzata è ancora largamente, come ho cercato di dimostrare, da riconsiderare da capo. Non solo con “l’approfondimento dei testi” ma interrogando più a fondo una realtà che si è ormai allontanata da ogni modello previsto.

Non è compito di questo seminario, e soprattutto non lo è di questa relazione, dire quale sbocco si può dare alla crisi della nuova sinistra, o meglio quali protagonisti e quali itinerari possono offrire risposta a quel problema del partito rivoluzionario su cui la nuova sinistra è fallita. Il nostro obiettivo qui, era solo di porre alcune premesse, con una riflessione sul passato e una analisi del presente, su cui poi costruire una proposta.

Ma almeno qualche cenno occorre farlo in modo problematico, e per quel tanto che l’analisi condotta lo consente: così che non ne derivi solo una conclusione in negativo.

Per farlo mi sembra utile ritornare a quel concetto di rivoluzione passiva, cioè a quel processo storico reale del nostro secolo su cui ho cercato di costruire il mio ragionamento.

La “rivoluzione passiva” di cui parliamo non è stata affatto (come lo fu, ad esempio, il Risorgimento italiano) il risultato di una evoluzione lineare e sempre saldamente gestita dalle classi dominanti. Tutto al contrario. Non solo essa è avanzata attraverso sconvolgimenti e rotture quali la storia non aveva forse mai conosciuto (due guerre mondiali e infinite locali, crisi economiche verticali, guerre civili, crolli di imperi e nascita di nuove nazioni); ma questi conflitti si sono ripetutamente cristallizzati intorno a due linee di sviluppo storico antagonistiche che, per comodità, possiamo identificare con lo scontro fascismo-antifascismo.

Certo tra fascismo e “new deal” ci sono dei tratti comuni che Gramsci genialmente intravide e che la cultura di sinistra rimosse. Così come ci sono tratti comuni che Gramsci genialmente intravide e che la cultura di sinistra rimosse. Così come ci sono tratti comuni tra le varie forme di regime totalitario moderno, che la cultura conservatrice ha dilatato fino a farne uno stereotipo propagandistico.

Il tratto comune essenziale è appunto quello della rivoluzione passiva, dell’uso capitalistico della lotta operaia, del capitalismo di stato, della mobilitazione totalitaria delle masse.

Ma la contraddizione è stata ed è altrettanto importante. Si è proposta come difesa e sviluppo o invece liquidazione delle libertà classiche nei paesi occidentali. Come imperialismo aggressivo o lotta per la pace. Come potere coloniale e neocoloniale o indipendenza nazionale. E su ciascuno di questi terreni, la lotta dei popoli è comunque riuscita, nell’insieme, a far avanzare un certo tipo di soluzione, ad obbligare il sistema su di un terreno sempre più aperto all’iniziativa di una pluralità di soggetti, o almeno a sbarrare la strada della repressione generalizzata. Un successo parziale, e precario, perché l’altalena autoritarismo-democrazia, guerra-pace, si è di continuo riproposta in forme o con protagonisti nuovi; ma ogni volta a livello più avanzato.

Ora tutto ciò non ha solo garantito un “quadro relativamente democratico” alla competizione tra le classi o al rapporto tra stati. Quanto e soprattutto, ha spesso aperto varchi ad una azione sociale e ideale delle classi oppresse per andare oltre il puro confine delle garanzie formali (dando loro un contenuto di classe: il controllo sul rapporto di lavoro, il sistema di tutela degli emarginati, l’istruzione di massa, la liquidazione di certe servitù nelle società del Terzo mondo); e anzi per andare a volte oltre lo stesso limite della ideologia e della politica che in quella fase erano in grado di esprimere (non è questo il caso della rivoluzione cinese e in parte di quella jugoslava nel quadro della III Internazionale; o del Partito comunista italiano nel quadro della guerra fredda?).

Ne sono così derivate (ovviamente in modo e misura diversa nei vari paesi):

a) l’estensione del potere politico e statale, con una sua relativa e non univoca autonomia. Un potere, quanto ai contenuti, quasi ovunque vincolato dal consenso o almeno dalla passiva accettazione di una parte consistente delle stesse masse più sfruttate (problema che addirittura ha pesato sui regimi fascisti costringendoli ad accelerare incautamente la spinta bellica; e certamente è decisivo nelle contraddizioni dello stesso stato sovietico, in quanto fondato su di un “compromesso con la classe operaia”). Un potere, quanto alla forma, assai spesso esposto alla iniziativa rivendicativa, o alle pressioni politiche di masse organizzate. Tecnocrazia, mass media, multinazionali, macchine burocratiche politico-sindacali non sono sempre in grado di chiudere questi canali, di rendere autonomo e funzionale al sistema questo apparato statale. La democrazia autoritaria è un equilibrio precario, circoscritto a certi pericoli e a certi paesi.

b) L’irruzione sulla scena politica e culturale di forze, tradizioni, valori, che nelle società preborghesi avevano espresso, in forma estraniata o mistificata, la spinta dell’uomo all’universalità, avevano segnato le tappe della sua costruzione e che il capitalismo in parte aveva superato e in parte cancellato confinandole alla periferia della vita sociale. La contraddizione tra affermazione di universalità e base reale e di classe che la limitava e di cui anzi assumeva la forma, era presente fin dentro la storia della borghesia (umanesimo e accumulazione primitiva, illuminismo e proletarizzazione forzata, nazionalità e colonialismo). Ma tanto più acuta lo era nel rapporto del capitalismo con civiltà e ideologie precedenti: le forme religiose, i popoli e le culture non occidentali, le masse contadine. La lotta di classe di questo secolo, con il suo carattere “democratico”, pur muovendosi entro l’orizzonte generale di una estensione del capitalismo, ha rimesso in circolo tutte queste contraddizioni, come contraddizioni attive, di massa, materiali.

La cultura delle élites ha subito l’impatto della realtà: gli intellettuali hanno cominciato ad interrogarsi sul significato “pratico” del loro ruolo. Le fedi, messe in crisi nella loro figura di “religioni”, hanno liberato valori e aspirazioni finora orientate fuori dalla storia. Le nazioni non europee, o le civiltà contadine riaffermano la memoria del valore d’uso e delle comunità. Questo spiega, a mio avviso, come e perché paesi come l’Italia (in occidente), o la Cina (in oriente) abbiano saputo esprimere in positivo prima e più di altri una ricerca nuova sulla tematica del comunismo. L’irruzione e lo “scongelamento” delle “forme che precedono” introduce nella rivoluzione proletaria un elemento nuovo, costituisce la premessa per rompere il circolo vizioso integrazione-negazione cui la costringe il suo intimo rapporto col capitale.

Non più il semplice rapporto classe operaia-scienza, ma una ricca serie di articolazioni e di protagonisti che si mobilitano sul terreno della democrazia, offre la base di una nuova soggettività rivoluzionaria.

c) Infine e conseguentemente, questa lunga e combattuta vicenda ha prodotto un tessuto nuovo di forze politiche di massa, che nella loro ideologia, nella loro costituzione materiale non possono essere ridotte ad apparati repressivi, a strumenti puri di potere. Vedere nel Partito comunista cinese oggi un ritorno alla logica stalinista e una anticipazione di un “revisionismo fatale”, è ancora più sciocco dell’aver in passato già data per compiuta la sua critica dello stalinismo. Così come è sciocco ridurre l’eurocomunismo alla sua componente burocratica, assimilarlo a socialdemocrazia o breznevismo.

E in qualche misura va colta anche una articolazione all’interno di forze moderate: tra socialdemocrazia tedesca e socialismo mediterraneo; tra la Dc italiana e partito gollista. Il partito di massa, se può agire come organizzatore del consenso, è anche lo strumento necessario di una trasformazione pianificata della società.

Tutto questo è stato l’antifascismo: non solo il recupero della democrazia parlamentare. L’insieme di questi tre elementi: trasformazione dello stato, dialettica culturale, partiti di massa, forma appunto il quadro contraddittorio della democrazia moderna. Non è l’anticamera del comunismo (perché, abbiamo visto, porta il segno del sistema e produce anche disgregazione e barbarie) ma è anche il terreno arato e coltivato, ricco di sedimenti storici e culturali su cui va affrontato e risolto il problema del partito. Non dunque con una “classe in sé”, autonoma dalla sua storia politica, dobbiamo fare i conti, ma con una grande complessità di classi oppresse e con una altrettanto complessa serie di organizzazioni, di culture, di stati. Solo dal precipitare di contraddizioni che percorrono tutte queste dimensioni della realtà, può nascere la risposta al problema del soggetto rivoluzionario.

Certo, tutto ciò resterebbe inerte, se non si incontrasse con la materialità della crisi, e con la spinta dei nuovi bisogni di massa. E se d’altro canto non si scontrasse sempre più con le esigenze repressive di un sistema dalla crisi costretto a restringere gli spazi della democrazia.

Anzi, nel momento in cui la crisi si accentua, ed assume la sua forma attuale, la democrazia stessa per un verso diventa impotente, per altro verso collabora attivamente a produrre quella decomposizione del corpo sociale e dei valori correnti che sollecitano e preparano una svolta autoritaria.

Ma è anche vero che la democrazia, questa democrazia moderna, segnata dal protagonismo di massa, da decenni di lotta, e via via arricchita di alcuni elementi prefiguranti il socialismo offre le premesse, i materiali, il tessuto su cui costruire una nuova forma politica della classe che la travalichi. È proprio qui che il caso italiano è avanzato. Perché un livello già acquisito di coscienza politica operaia ha consentito e consente alla classe operaia di rapportarsi, e in certi momenti di unificare tutto il fronte degli strati emergenti, di cogliere nel proprio scontro con il capitale in fabbrica tutta la potenzialità politica e tutti i contenuti radicali.

11. Arriviamo così ad intravedere alcune conclusioni che sono l’insieme delle relazioni e del dibattito di questo seminario possono articolare e verificare.

a) Non si può unificare le varie figure sociali proletarie, o comunque interessate al processo rivoluzionario, non si può dar forma consapevole e positiva al bisogno di comunismo latente nella società e farne una forza consapevole e attiva, non si può trasformare il disagio e la rivolta in organizzazione e progetto, se, a partire dai livelli di coscienza e di potere acquisiti, dalle contraddizioni accumulate (pur tra tutte le ambiguità) dalla lotta di classe di questo secolo, non si riesce a produrre trasformazioni parziali ma consistenti dell’assetto sociale, economico, statale, del rapporto tra stati. Senza cioè contrastare i processi di disgregazione, e imporre invece terreni reali di aggregazione e di crescita di forze alternative. Penso all’allargamento dell’occupazione (e alla riduzione di orario), al controllo sull’organizzazione del lavoro, alla trasformazione della scuola come centro di una nuova formazione, alla trasformazione della città, del tempo libero e della vita civile, all’organizzazione della famiglia, al governo dell’economia, al controllo dal basso degli investimenti, alla socializzazione degli apparati, a nuovi rapporti Europa – Terzo mondo, ecc. Gli “obiettivi intermedi” non hanno ormai solo il significato di una “conquista di casematte”, ma il compito di costruire il soggetto stesso della rivoluzione, di far crescere il proletariato come classe dirigente. Se su questo terreno non si passa (come non si è finora passati sul serio) revisionismo e anarchismo diventano irreversibili.

Per esprimermi con un paradosso: se il partito è necessario alla classe per prendere il potere, è ormai anche vero che un certo uso del potere è necessario alla classe per costruire il partito, per diventare soggetto politico!

b) Non si può egualmente costruire un soggetto rivoluzionario, il partito nel senso lato, se non cresce e si afferma, per la prima volta nella storia, un movimento di massa, come movimento politico, unitario, autonomo, dotato di strutture permanenti. Se non si sviluppa cioè, anche prima della presa del potere, una vera e diffusa esperienza consiliare. I consigli di fabbrica che conosciamo sono premessa e anticipazione di questo salto. Premessa indispensabile perché solo la classe operaia occupata e sindacalizzata ha la compattezza sociale e la capacità politica per assolvere il ruolo di nucleo aggregatore. Ma solo la premessa. Per esperienza consiliare si deve intendere infatti la crescita di organismi politici (non solo perché si occupano anche di temi politici) di democrazia diretta (non solo perché rifiutano la delega permanente) ma perché, da un lato, realizzano in sé l’unità di varie e contraddittorie figure sociali, e dall’altro vanno al di là di funzioni rivendicativo - contrattuali e agiscono come momenti statuali in formazione, gestiscono cioè scelte produttive e producono nuovo diritto. È solo in questa pratica diretta di potere (e non solo di contropotere) che la coscienza e l’unità di classe si formano, si rompe a livello sociale il corto circuito integrazione – rivolta.

c) L’avanguardia di questo processo, cioè il partito in senso stretto, non può essere rappresentata da una piccola minoranza che si inserisce in una contraddizione (inesistente, o comunque non lineare) tra masse e grandi forze tradizionali, e presume di poter “conquistare le prime e sostituirsi alle seconde”. Ma può nascere solo da un processo di crisi – rifondazione – recupero del patrimonio politico – organizzativo acquisito dalla classe operaia (gran parte dei suo quadri, la fiducia e la disciplina di massa accumulata in decenni) la capacità di scontro col e di gestione del potere statale.

In sostanza: la III internazionale è morta, come organizzazione, cultura, strategia. Ma il processo di formazione di una nuova direzione comunista è non solo lunga e complessa, ma parte dalle vittorie e dalle sconfitte di quel passato (e del resto non solo di quello: penso ad esempio anche al problema dei partiti socialisti europei). Se ipotizziamo invece che quell’esperienza si chiuda con un fallimento senza residui, che le rivoluzioni nazionali o la democrazia di massa occidentale vengano recuperati a pieno nella logica del nuovo stato repressivo, allora non ci troveremmo di fronte solo ad un rinvio nei tempi, ma dovremmo ripensare da capo la storia del futuro e il marxismo ci servirebbe a ben poco.

Per questo è il concetto stesso di nuova sinistra che occorre ormai rimettere in discussione, come nucleo, o almeno come motore di una nuova direzione rivoluzionaria. La nuova sinistra così come la conosciamo, e come è, non ha compattezza sociale, né la vitalità culturale per assolvere questo ruolo. Essa ha avuto un ruolo storico decisivo, almeno in Italia, nel rendere irrecuperabile la crisi del vecchio assetto, nel favorire il contagio tra vari settori del movimento e tra movimento e istituzioni, permettendo agli elementi “radicali” del ’68 di lasciare un sedimento in tutta la società nazionale. Un giudizio liquidatorio di questa esperienza non avrebbe fondamento, oltre che essere ingeneroso. Ma non è e non sarà mai il nuovo Lenin collettivo. La speranza di fare dell’”unità dei rivoluzionari” il punto di partenza per trasformare i riformisti non regge più. Solo se si riesce a far precipitare, e in modo fecondo, una crisi di quello che chiamiamo il campo riformista, e, parallelamente, a produrre prime modificazioni reali dell’assetto sociale nel vivo della crisi, si potranno recuperare e unificare le forze che per prime in questi anni hanno dato il segnale di una spinta anticapitalistica radicale. Il rapporto classe operaia – emarginati è sempre il tema decisivo. Il rapporto vecchia – nuova sinistra ne è la proiezione politica. Ma è dalla classe operaia, non come ce la consegna il capitale, ma come ce la consegna la sua storia che questo rapporto si costruisce.

È stata ricorrente tra noi la tentazione di ridurci a gruppo di pressione sul Pci. Strada sbagliata, perché presuppone nel Pci una capacità di autocorrezione sulla base di pressioni ideali o della semplice lezione dei fatti. Mentre invece il Pci continuerà nell’involuzione fino a che non deve fare i conti con esperienze reali che in qualche modo però suggeriscono e preparino una diversa strategia. Si è anche parlato, più provocatoriamente, di frazione esterna. Anche questa espressione è equivoca, non solo e non tanto perché esposta al pericolo della subalternità (come tutte le frazioni), ma perché suggerisce l’idea della preparazione a una scissione improbabile e forse anche inutile.

Ma in entrambi quegli errori c’è un nucleo di verità che non è più possibile ignorare e tacere. E che va esplicitato. La verità sta nel fatto appunto, che il processo di formazione di una nuova direzione rivoluzionaria non può avvenire più in termini di scissione – sostituzione (come fu nel ’21, e non per libera scelta, né sempre con successo), ma in termini di rifondazione. Certo, c’è moltissimo, forse tutto, da ripensare e da rifare nel movimento operaio organizzato: ma è un compito che avanza avendo grandi masse per protagoniste, e passa attraverso tutti i livelli in cui si è cristallizzata la storia della classe. Chiarire le fasi e gli strumenti di rifondazione (tipo di forza alternativa, dialettica nel Pci, dialettica Pci – sindacato, crisi Psi, partito unico, ecc.) è sempre più necessario, ma esula dal mio compito e del resto presuppone un’analisi del Pci, del Psi, del sindacato che qui manca.

Ma una cosa si può dire. Il compito della costruzione del partito è diventato enormemente più ambizioso, e per altro verso più modesto, di quanto la nuova sinistra abbia sospettato o preteso in questi anni.

Più ambizioso perché non si tratta solo di costituire una nuova organizzazione, ma di rivoluzionare tutto il ventaglio delle istituzioni e delle forme organizzate del movimento operaio: e solo questo potrà considerarsi un partito nuovo. Più modesto perché dalla nuova sinistra può oggi intanto uscire (ma con una definizione netta di strategia e di pratica che rifiuti per sempre la nebulosa attuale) una forza organizzata minoritaria, che seleziona i suoi settori di intervento, e intende agire su e attraverso un insieme di altre forze che critica e combatte, ma alle quali anche si sente organicamente unita. Un partito dunque, se si vuole con ciò dire che esso non si limita a diffondere idee ma promuove azioni; o se si vuole dire che si pone dal punto di vista di una strategia complessiva e non si rassegna al minoritarismo dell’azione esemplare o della tematica settoriale. Ma un partito in senso nuovo, diverso, perché conosce il suo carattere limitato e provvisorio, si afferma come elemento di una dialettica generale di rifondazione del movimento operaio. Che misurerà dunque la  propria vittoria nel momento in cui potrà sciogliersi in una sintesi superiore, ben prima di quando avrà “conquistato la maggioranza del proletariato”.

È possibile ipotizzare alcuni primi obiettivi, raggiungibili e insieme determinanti, in questa logica di rifondazione? Sarebbe sciocco perderci a definire una “tabella di marcia”. Ma su tre punti mi pare si possa concentrare l’attenzione a medio termine; fare passare l’idea, e la pratica, di un programma che si misuri sul serio con i nodi della crisi; far passare l’idea, e la pratica, di un movimento di massa organizzato in comune da vari spezzoni del proletariato, che già in sé vuol dire un salto al di là del sindacalismo, della separazione tra economia e politica; incrinare la crosta monolitica e burocratica dei grandi partiti operai il cui centralismo è ormai solo l’altra faccia della pluralità di idee e di centri decisionali. Sono obiettivi difficili ma non impossibili. Per raggiungerli, e per trarne un frutto (perché si tratta solo di varchi aperti) occorre però che noi siamo e agiamo (come non siamo stati mai, né mai abbiamo agito) come un’organizzazione non solo autonoma, ma compatta, estremamente caratterizzata nella propria cultura, estremamente disciplinata nell’azione, di grande capacità politica. Proprio una politica unitaria, che assume nel Pci l’interlocutore decisivo, implica un massimo di definizione strategica, un’identità che non si verifica sul quotidiano e non ha bisogno di semplificazioni.

Io credo che ci sia per noi uno spazio. Ma proprio se capiamo il senso della crisi della nuova sinistra. E non ci illudiamo di navigare criticamente tra gli errori degli autonomi e quelli del Pci, eclettici, lamentosi, oscillanti.

Questo vorrebbe dire non vivere, ma sopravvivere, ed è anche dubbio.   




 

 

 




     


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