di Bruno Gravagnuolo

 

 

di Bruno Gravagnuolo 

 

Girava una leggenda malevola su Lucio Magri a fine anni sessanta. Leggenda un po’ bugiarda e riduttiva, accreditata dall’alto del Pci. L’idea che quel quadro intellettuale, ex Dc di sinistra e cacciato da Fanfani a metà anni 50 fu segretario nazionale dei giovani dc fosse solo un rompiscatole «acchiappa farfalle».

Che fa Magri? Chiedemmo una volta ad un autorevole dirigente. Risposta: «Sta studiando il Capitale....». Come a dire: è una vita che lo fa e senza grandi risultati. Ma era il 1969, a qualche mese dalla radiazione del gruppo del Manifesto, che si preparava a diventare rivista teorica per il comunismo e poi matrice di un quotidiano che ha segnato giornalismo e politica italiane.

Bene, nel vivo dello scontro si può comprendere l’asprezza, ma le cose non stavano affatto come la diceria insinuava. Perché Lucio Magri era un vero intellettuale e autentico quadro militante. Rompiscatole, ma serissimo e consequenziale, malgrado i tratti di narcisismo che gli venivano rimproverati (amori, sport, l’eleganza e prestanza ben coltivate). Quei tratti, atipici nel mondo del comunismo italiano, erano in realtà un segno di coerenza e di vitalità. Il segno della capacità di reinvestire continuamente le energie e di pensare e far pensare in gruppo, con relazioni forti e in amicizia. E senza risentimenti, nel corso delle inevitabili rotture. Dall’avventura del Manifesto a quella del Pdup, al rientro nel Pci del 1984 e all’addio, quando tentò di contrastare la svolta di Occhetto nel 1989, finendo di nuovo battuto e poi in Rifondazione (e battuto anche lì nel 1995).

La lunga premessa è in realtà una conclusione. Quella alla quale siamo giunti dopo aver letto il volume a Magri dedicato, a più di un anno dal suo suicidio in Svizzera (28 novembre 2001). Il libro si intitola Alla ricerca di un altro comunismo. Saggi sulla sinistra italiana (Il Saggiatore, pp. 274, Euro 18,50). È a cura di Luciana Castellina, Famiano Crucianelli e Aldo Garzia e verrà presentato oggi a Roma alle 17, 30 alla Sala delle Colonne di Via Poli 18. Con gli autori vi saranno Miguel Gotor, Maurizio Landini, Mario Tronti e Walter Tocci. Ed è l’occasione per rivivere e rimeditare non solo ruolo e funzione di Lucio Magri nella storia del Pci e del post-Pci, ma tutta la parabola dell’ascesa e declino di quel Pci togliattiano, dall’apogeo alla scomparsa.

E nel volume Magri si rivela testimone straordinario, attraverso i suoi saggi teorici a far data dal 1962, e attraverso una ricca intervista biografica condotta da Crucianelli e Garzia. Altro elemento essenziale del volume è il saggio introduttivo di Luciana Castellina, sentimentalmente vicina a Magri in una lunga fase, eppure saggio rigoroso e senza sconti, che fa chiarezza sulle idee e le battaglie di Magri. Dunque, di là del lato esistenziale del protagonista figlio di un aviatore scomparso in guerra e trasferitosi in Libia qual è la sua cifra politica di fondo. Eccola: l’ossessione di far da «ponte» tra partito nuovo togliattiano e movimenti di massa. E poi: l’idea di una transizione ad un’economia e a un sistema «altri» dal capitalismo, partendo dalla dinamica dei bisogni liberati dal neocapitalismo italico degli anni 60. In breve, un’idea di transizione e un’idea di partito-movimento-società. E nella direzione di un radicalismo egemonico gramsciano, a metà tra il Gramsci dei Consigli e quello dei Quaderni del Carcere.

Non erano innocue fantasie teoriche, perché su tutto questo Lucio Magri si gioca letteralmente la vita, dopo essersene giocata un pezzo nella battaglia dossettiana, anti-capitalista e anti-Nato dentro la Dc, da cui fuoriesce e viene allontanato (come Meloni-Fortebraccio, Giuseppe Chiarante e lo stesso Dossetti). E nel Pci lo scontro si fa via via più chiaro, proprio dai primi anni 60 in poi, fino al fatale XI Congresso (dove la sinistra interna viene emarginata) e al XII, dal quale poi verrà fuori la scissione del Manifesto. Tema dello scontro, lo si è accennato, è sempre la «transizione». Da una parte la sinistra ingraiana di cui Magri è «spin doctor» sottotraccia vede nella dinamica del nuovo capitalismo fenomeni dirompenti e fecondi, in grado di sospingere la società oltre i rapporti di produzione vigenti.

 E i fenomeni Magri li distingue bene fin dal 1962, con un saggio destinato a finire sulla rivista di Sartre, Les temps modernes. Tra di essi: mercificazione totale, finanza globale, massificazione, nuova classe operaia. E tecnica a servizio dell’estrazione di maggior valore dalla forza-lavoro. Dunque, l’avanzamento del capitalismo comandava per Magri lotte nuove e transizione. Sull’altra sponda invece c’è Amendola. No dice il capitalismo italiano è arretrato e va guidato allo sviluppo, «programmato». Con la politica. Su questo si consuma tutto lo scontro, con il 1968 che sembra dar ragione al radicalismo di Magri, il quale si batterà sempre per un’idea di alternativa anti-riformista e anti-estremista. Sarà contro il compromesso storico, ma a favore del fronte della fermezza sul caso Moro. E infine tenterà di far pesare il «no» nella lotta contro Occhetto.

Finì diversamente, con una «svolta» inevitabile dopo la caduta del Muro, ma priva di baricentro identitario. E finirà con quelli del no dispersi o all’estrema sinistra. E tra i meriti di questo bel libro c’è anche questo: la critica al fronte del «no». Che rinunciò a ogni battaglia, risultando ininfluente.

l’Unità 22.1.13


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