MAGRI, UN TOGLIATTISMO DI SINISTRA  ESEMPIO DI COERENZA 

 

di Guido Liguori

 

Approdato al Pci a fine anni Cinquanta insieme a Beppe Chiarante e come lui proveniente dalla sinistra cattolica e democristiana, la militanza comunista di Lucio Magri è stata nei decenni, dentro e fuori quel partito, un esempio di coerenza. Nel senso che le idee-forza della sua azione politica si son mantenute in gran parte le stesse pur nelle diverse fasi storiche alle quali si son dovute, come è ovvio, adattare. Rende oggi testimonianza di questo percorso, e del valore della riflessione di Magri nelle diverse stagioni che ha attraversato, una raccolta di suoi scritti, Alla ricerca di un altro comunismo. Saggi sulla sinistra italiana, a cura di Luciana Castellina, Famiano Crucianelli e Aldo Garzia (Milano, il Saggiatore, pp. 278), introdotta da una Prefazione di Castellina molto utile per contestualizza gli scritti di Magri e richiamare alla memoria i passaggi politici in cui essi furono concepiti, ricostruendo anche, più largamente, la storia non solo del protagonista, ma di un gruppo di comunisti che con lui condivisero molti anni e molte vicende, politiche e umane.

 

Sono scritti, infatti, quasi tutti concepiti nel fuoco della lotta e per essere utili alle battaglie politiche collettive che quella “sinistra comunista”, di cui Magri fu esponente di primo piano, portò avanti nella seconda metà del Novecento, soprattutto a partire dalla scomparsa di Togliatti e al divaricarsi delle ipotesi strategiche di fronte a cui si trovò da allora la «via italiana al socialismo». Dalle analisi sul neocapitalismo degli anni Sessanta ai nodi legati all’involuzione sovietica, dalla stagione del manifesto (molti degli scritti risalgono agli anni Settanta) alla lotta contro lo scioglimento del Pci e alla prima stagione di Rifondazione comunista – il tentativo di Magri è stato quello di operare avendo due riferimenti principali: da una parte l’attenzione gramsciana a ciò che si muove nella società e ai nessi reciproci tra struttura e sovrastruttura, e dall’altra la lezione togliattiana del “fare politica”, rifiutando anche nella stagione vissuta nella “nuova sinistra” di cadere nell’ideologismo e nel minoritarismo. Un “togliattismo di sinistra”, certo, quello di Magri, che si ricollegava soprattutto al Togliatti della “democrazia progressiva” e degli ultimi anni di vita del dirigente scomparso nel 1964.

 

La parte più nuova e interessante del libro è costituita da una lunga intervista (pp. 51-134) rilasciata nel 2010-2011 a Crucianelli e Garzia. Gli ultimi anni di vita – trascorsi tra dolori privati e pessimismo politico – Magri li ha dedicati allo studio e alla riflessione, scrivendo Il sarto di Ulm (su cui si veda Critica marxista, 2009, n. 5), libro che ripensa la storia del comunismo del Novecento, in particolare di quello italiano, e indaga le ragioni che hanno portato alla fine del Pci e alla dissoluzione della sua tradizione politica e culturale. Di quel libro l’intervista costituisce un completamento di grande interesse, quasi il risvolto soggettivo e autobiografico di una vicenda storica indagata volutamente senza commistioni memorialistiche.

 

I passaggi più interessanti della lunga intervista sono tre. Il primo è quello concernente la ricostruzione dello scontro interno al Pci negli anni Sessanta: la volontà e il tentativo della sinistra comunista di porsi come ponte tra il Pci e quanto di nuovo si muoveva nella società italiana era già in essere, per Magri, nella prima metà del decennio; ma lo spostamento a destra del partito, verificatosi con l’XI Congresso, aveva reso impossibile questa operazione, continuata poi fuori dal Pci e conclusasi con un sostanziale fallimento: con l’area della “nuova sinistra” sorda alle necessità di una coniugazione tra tradizione del movimento operaio italiano e nuovo anticapitalismo e anzi sempre più contrapposta a Pci. E il Partito comunista dislocatosi gradualmente più a destra, con la prima fase della segreteria Berlinguer, quando ebbe il sopravvento, per Magri, la sovrapposizione rodaniana tra questione cattolica e questione democristiana.

 

Il secondo passaggio di rilievo è il giudizio sul “secondo Berlinguer” e il ritorno di Magri e dei suoi compagni nel Pci. Magri è stato uno dei pochi a credere che con la “seconda svolta di Salerno” avesse preso avvio una nuova strategia politica (p. 107), non compresa e osteggiata dalla gran parte del gruppo dirigente (fatta eccezione per coloro che non a caso negli ultimi anni Berlinguer volle in segreteria e dalla sinistra ingraiana), ma accolta entusiasticamente dalla base del Pci e dalle classi subalterne, come gli stessi funerali del leader comprovarono.

 

Infine, il terzo punto di grande interesse è quello dello scioglimento del Pci. Di grande interesse (e a mio avviso condivisibile) è qui l’osservazione di Magri relativa alla mancata opposizione da sinistra all’Occhetto del XVIII Congresso, dove era già largamente annunciata la Bolognina. Con la fine del Pci e l’appoggio occhettiano al referendum di Segni per l’introduzione del maggioritario ebbe inizio, per Magri, la stagione caratterizzata dalla crisi dei partiti e da un sentimento crescente di antipolitica. Stagione in cui ancora oggi siamo più che mai immersi. Afferma Magri: «Puoi fare tutte le manifestazioni che vuoi sull’articolo 18, sulla pace, sui diritti dei cittadini, su una giustizia giusta, ma se queste mobilitazioni non si sedimentano, se non vi è un progetto politico, se non vi è un partito capace di raccogliere queste esperienze […] ogni patrimonio politico rischia di disperdersi». Magri purtroppo aveva visto giusto.

 

 

(recensione apparsa su “Critica marxista”, n. 1, 2013)

 


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