“Il sarto di Ulm”, il libro bianco
sul comunismo di Lucio Magri

 

di Aldo Garzia

 

Quello che più colpisce di Il sarto di Ulm (pp. 456, il Saggiatore 2009, 21.00 euro), almeno al primo approccio, è il metodo utilizzato da Lucio Magri nel ricostruire la storia del Pci e del movimento comunista a partire da documenti (qualcuno inedito), avvenimenti e interpretazioni, allargando lo sguardo alla situazione internazionale ma rifuggendo – fatta eccezione per pochi riferimenti che lo vedono protagonista  – dal genere autobiografico.

Vale la pena mettere subito in evidenza il metodo perché è in contrasto con ciò che è diventata la politica nei nostri giorni. In queste pagine la vicenda comunista è analizzata con più tasselli di riferimento, con alle spalle migliaia di  pagine lette (è un peccato che alla fine non compaia una bibliografia minima di riferimento) e tenendo fede all’idea che la politica assomiglia a una scienza. Non si può intervenire sulla realtà dell’economia e della società – sembra dirci Magri – se non si compiono previsioni di medio e lungo periodo capaci di fornire a un soggetto politico (il partito) la cassetta degli attrezzi utile a mutare il corso degli eventi. E un caso nazionale, seppure sui generis come quello italiano, non può essere riletto – ci dice ancora l’autore – senza ricostruire le temperie della politica internazionale del dopoguerra che lo ha così condizionato collocandolo nella sfera bipolare degli Stati Uniti e rendendo costituzione materiale quella conventio ad excludendum che costringeva il Pci, il più forte e radicato partito comunista d’Occidente, all’opposizione perenne seppure con una forte influenza politica. Questo metodo d’indagine utilizzato da Magri è ormai del tutto estraneo a ciò che resta della sinistra di casa nostra.

 

Domande fondamentali

Dopo il metodo, c’è l’obiettivo generale del libro. L’autore punta l’indice su quanto è rimosso dal dibattito attuale della sinistra italiana: possibile che tutto quanto era legato al Pci e alla storia del comunismo internazionale che ha attraversato il Novecento fosse da buttare all’ammasso? era realistico un altro approdo del percorso del pur necessario rinnovamento del Pci? cos’era davvero quel partito per cui votava un italiano su tre? quali erano la sua cultura politica e la sua natura sociale?

Magri parte nel suo excursus dall’ultimo quindicennio dell’Ottocento, quando si formano i primi partiti socialisti, e  conclude la sua ricerca con lo scioglimento del Pci nel 1991. È impresa impossibile, data la mole e la complessità del libro, riassumere tutte le questioni che solleva e riconsidera: i 700 mila stranieri che parteciparono alla guerra civile in Urss dalla parte dell’esercito zarista (uno dei dati inediti), i venti milioni di morti pagati da Mosca alla sconfitta del nazi-fascismo, l’industrializzazione forzata voluta da Stalin convinto che il socialismo andasse difeso “in un paese solo” per poi esercitare il ruolo internazionale che gli competeva, i fatti di Polonia e Ungheria e la contemporanea destalinizzazione che si avvia con il Rapporto di Nikita Krusciov al XX Congresso del Pcus nel 1956, l’invasione di Praga nel 1968, la stagnazione brezneviana negli anni che precedono il troppo breve avvento riformatore di Jurij Andropov a Mosca (novembre 1982-febbraio 1984) e poi di Mikhail Gorbaciov nel 1985.

Il cuore analitico del volume resta però il Pci: dal ritorno di Palmiro Togliatti in Italia nel 1944, atto fondativo del “partito nuovo”, alla sua eredità (Memoriale di Yalta, rilettura di Antonio Gramsci), fino al confronto – scomparso Togliatti – tra una “destra” e una “sinistra” interne che entrano in competizione sulle risposte da offrire a ciò che era diventata l’Italia nel passaggio da Paese agricolo a Paese industriale-agricolo e sulla necessità di un rinnovamento programmatico del partito (il neocapitalismo degli anni Sessanta, il 1968 studentesco, il 1969 operaio).

Il tentativo riuscito di Magri è quello di spiegare le radici che rendevano qualitativamente originale il comunismo italiano. Gramsci e Togliatti appaiono in tutta la loro genialità. Pur con annotazioni critiche su alcune scelte di Togliatti (forse un timore politico eccessivo nel disegnare fino alla Costituente l’intelaiatura della nuova Italia democratica e la sua collocazione internazionale, la scelta di schierarsi contro il maresciallo Tito dopo la scomunica ricevuta da Mosca dal leader jugoslavo, la tardiva analisi su ciò che il 1956 implicava per i comunisti), Magri sottolinea l’acume politico degli ultimi anni del leader comunista. Non solo il contenuto del famoso “Memoriale di Yalta”, scritto alla vigilia della morte nel 1964, in cui si afferma l’idea del policentrismo per l’avvenire del movimento comunista e si auspica il riavvicinamento tra Mosca e Pechino, ma la rilettura del quadro internazionale e dei temi del riarmo che propone in un importante discorso a Bergamo nel marzo 1963, dove rilancia il dialogo con i cattolici in pieno papato conciliare di Giovanni XXIII. Togliatti – scrive Magri – nell’ultimo periodo della sua vita era intenzionato ad accentuare il ricambio generazionale al vertice del partito e pensava a un suo ritiro dalla segreteria per dedicarsi con maggiore impegno al lavoro culturale. La morte improvvisa interrompe quel proposito. Ma il Pci non era – come pensa qualcuno ai giorni nostri, scrive Magri – un partito socialdemocratico senza saperlo. 

 

La “guerra fredda”

Molto innovativo è il capitolo dedicato agli anni Cinquanta e alla “guerra fredda di lunga durata”, dove si analizza cos’era l’Italia di quegli anni: gli scontri quotidiani tra lavoratori e polizia spesso pagati con morti, il ruolo fondamentale dei comunisti al nord e al sud per il consolidamento della democrazia e l’estensione dei diritti per operai e contadini (un contributo fondamentale all’unità nazionale), lotta contro la “legge truffa” nel 1953, blocco di ogni tentativo autoritario della Dc fino agli albori della stagione del centrosinistra con l’ingresso del Psi nella “stanza dei bottoni” nel 1963. È in quella fase che cresce ancora di più il partito di massa, capace di avere legami con l’associazionismo distinguendo tra il ruolo tutto politico del Pci e quello di Udi, Arci, movimento cooperativo e sindacale, eccetera.

È subito dopo la morte di Togliatti, la cui eredità è raccolta dalla segreteria di Luigi Longo, che nel partito si avvia una discussione di grande interesse sulle trasformazioni del capitalismo nazionale e della società italiana. Magri ricostruisce il confronto che era già avvenuto nel convegno dell’Istituto Gramsci del 1962, di solito analizzato come la data di nascita della sinistra comunista che avrà come leader Pietro Ingrao: ricorda la brillante relazione di Bruno Trentin e le conclusioni di Giorgio Amendola che scelse di polemizzare con l’intervento di un suo giovane collaboratore presso l’Ufficio di programma del partito (lo stesso Magri). Ma la competizione programmatica tra una destra e una sinistra interna si accentua dopo la scomparsa di Togliatti.

L’autore di Il sarto di Ulm, citazione di un apologo di Bertoldt Brecht,  conferma che il cosiddetto ingraismo non era affatto una frazione nel partito. C’erano sì una inquietudine e un confronto in cui si formò una sinistra alternativa alle tesi di Amendola sull’idea di un “partito unico della sinistra” o sulle tendenze del capitalismo italiano ma fu il discorso di Ingrao dalla tribuna dell’XI Congresso del 1966 in cui pose il tema del pluralismo interno, applaudito dall’ovazione della platea a cui fece pendat il gelo della tribuna, a far nascere la leggenda di un ingraismo organizzato. Dopo l’XI Congresso, chi si riconosceva nelle tesi della sinistra interna non occupò incarichi di rilievo o fu rimosso, e quando si tentò di riannodare la comune riflessione alla vigilia del XII Congresso fu proprio Ingrao a declinare ogni rapporto che poteva far pensare a un gruppo coeso.

L'onda lunga del 1968 studentesco e del 1969 operaio era apparsa ai promotori del mensile “il manifesto” (Magri ne fu direttore con Rossana Rossanda) l’occasione giusta per riproporre al partito l'opportunità di una discussione interna. Dopo la delusione del XII Congresso che si tenne a febbraio 1969, il primo numero della rivista apparve nelle edicole a giugno e vendette 75 mila copie. Il Pci rispose con il richiamo alla disciplina. Ingrao votò anche lui per la radiazione dei promotori della rivista dal partito in un Comitato centrale del novembre 1969. Magri annota che se il manifesto non fosse andato in edicola, registrando un boom di vendite e di attenzione, e avesse scelto la via della rivista culturale da diffondere per canali interni o in libreria, forse non ci sarebbe stata l’accelerazione della radiazione. E ricorda che nel periodo precedente un suo libro sul maggio francese del 1968 e un altro di Rossanda sull’anno degli studenti non avevano incuriosito nessuna delle federazioni del Pci. Neppure una delle sedi periferiche del partito propose la presentazione dell'uno o dell'altro. Il che appare con il senno del poi del tutto incomprensibile. 

 

I due Berlinguer

Un capitolo destinato a far discutere è dedicato al “secondo” Enrico Berlinguer. Ritenendo esaurita la proposta del “compromesso storico” (a cui si opponeva un già malato Longo nelle riunioni di Direzione ma non Ingrao o l’ala che era stata definita ingraiana ed era restata nel Pci) con i governi di unità nazionale 1976-1979, che coincisero con la presidenza della Camera di Ingrao, il segretario del Pci avvia dal 1980 una svolta politica ostacolata dalla maggioranza del gruppo dirigente del Pci: “questione morale” come critica radicale al sistema politico, recupero del valore del conflitto, giudizio sull’esaurimento della spinta propulsiva della rivoluzione d’Ottobre, lotta per il disarmo in accordo con il premier svedese Olof Palme.

Qualche anno dopo la svolta berlingueriana, Magri propone al Pdup, di cui era segretario, il ritorno nel Pci. Lo fa nel 1984 sulla base della previsione, rivelatasi giusta, della crisi della precedente politica di quel partito (l’unità nazionale dei governi 1976-1979) e sulle affinità che intravede con la “svolta” impressa da Berlinguer a iniziare dal 1980.

La morte improvvisa nel 1984 di Berlinguer, com’era avvenuto vent’anni prima con Togliatti, spezza tutti i fili di quella ricerca che non aveva avuto il sostegno che meritava da parte di Trentin e Ingrao (colpa di “vecchie ruggini”, scrive Magri) ed era stata osteggiata da Giorgio Napolitano, Gerardo Chiaromonte, Emanuele Macaluso che le opponevano la proposta dell'unità con il Partito socialista di Bettino Craxi. Quando arriverà l’urto del 1989 con il crollo del Muro di Berlino, Achille Occhetto proporrà una “svolta” di ben altro segno e il “fronte del no” (complice un seminario che si svolse ad Arco di Trento con relazione di Magri ma concluso da Ingrao con l’appello a restare comunque nel “gorgo” del Pci) finirà per dividersi tra chi diede vita a Rifondazione e chi rimase nel Pds-Ds fino al varo del Pd (è davvero preveggente il testo di Magri del 1987 che è collocato in appendice al volume e che doveva essere la piattaforma politica di una sinistra interna rinnovata già prima del 1989 ma che Ingrao decise all’ultimo momento di non sostenere). Dopo il 1991, si avvia il declino che continua fino ai giorni nostri di ciò che è stata la sinistra italiana.

Il libro forse non dedica spazio adeguato alla Cina: pur tra mille contraddizioni, l’attuale colosso asiatico ha le gambe piantate nella politica voluta da Deng Xiaoping di liberalizzazione dell’economia senza abbandonare la centralizzazione della guida politica e Pechino resta la variante del comunismo che ha saputo resistere al crollo del Muro di Berlino (Cuba ha tutt’altre dimensioni e tutt’altre peculiarità). E forse Magri non risponde del tutto all’interrogativo che sorge spontaneo dalla lettura delle oltre 400 pagine: cosa è utile della storia del comunismo per ricominciare? Nell’appendice prova a farlo pubblicando il testo inedito del 1987 già citato, dove si affrontano i temi nuovi della società post-industriale, lo sviluppo delle nuove tecnologie e della comunicazione, la questione ambientale e si cerca di rimodellare una riforma della “forma partito” adeguata ai tempi: problemi che attualizzerebbero per l’autore la prospettiva del comunismo. E c’è il riconoscimento, in qualche parte del libro, che dopo il fallimento del “socialismo reale” in economia si deve guardare alle conquiste economiche e sociali dei paesi a tradizione socialdemocratica del nord Europa come esempio da cui ripartire.

La discussione può ricominciare da qui, per chi ha passione e ne ha voglia: dai problemi che Magri solleva. Intanto l’obiettivo di scrivere una sorta di “libro bianco del comunismo” è riuscito.

 

(* dal mensile “aprile”, ottobre 2009)


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