"manifesto» addio?"

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

di Filippo La Porta

 

Lucio Magri e Valentino Parlato escono contemporaneamente alla fine del giornale con due saggi che ci aiutano a capire le contraddizioni delle loro idee

Proprio nel momento della crisi più grave della storia del «manifesto» non sarà inutile riflettere sulla sua vicenda complessiva a partire da due libri usciti in questo periodo. Il primo è "Alla ricerca di un altro comunismo" di Lucio Magri (Il Saggiatore), che contiene saggi di Magri, una «ultima conversazione» (curata con intelligenza simpatetica da Famiano Crucianelli e Aldo Garzia) e una utile prefazione di Luciana Castellina.

 

 

Colpisce subito la ricchezza del percorso teorico-politico, capace di alimentarsi dei più diversi umori: Adorno, Koestler, Mallet, Panzieri, Lukacs, la storia degli Stati Uniti... Anche se a volte l'ariosa vivacità di pensiero confligge con un linguaggio fatalmente (data la destinazione politico-pratica degli interventi) ingombrato da formule rituali, quasi ipnotiche: «ristrutturazione profonda del tessuto politico», «ancoraggio preciso della politica dell'occupazione a priorità socialmente riconosciute...». Ma quello che risalta di più è – singolarmente – un'assenza.

Magri viene dalla sinistra democristiana, da Dossetti, poi da Felice Balbo e in seguito dal primo Rodano. La sua prima formazione è cattolica, di un credente. Cosa resta di quella formazione – improvvisamente sbiancata -, non ci viene mai detto. Eppure l’idea di «rivoluzione» cara a magri sembra conservare i caratteri – secolarizzati – della precedente fede religiosa: per quanto pensata come processo e non atto concentrato, la rivoluzione resta per lui una palingenesi, un Assoluto capace di farci uscire dalla preistoria, con la implicita sostituzione ( a suo tempo analizzata da Del Noce) del cielo con il futuro, e la necessità di proiettare contenuti salvifici su soggetti sociali spesso latitanti (nei suoi interventi si dice spesso: «Occorrerebbe una nuova stagione di lotte… », «Occorre che l’irrazionalità del sistema produca una dialettica sociale…»). Chi fa politica tende a rimuovere il tragico: se la soluzione non c’è, verrà dopo.

Alla «maturità del comunismo» teorizzata dal «manifesto» l’impolitico Pasolini avrebbe amaramente contrapposto la maturità del consumismo. Da qui, da quel tipo di sostituzione nasce la richiesta (illegittima) alla politica di ciò che nessuna politica potrà mai dare e il primato della tattica su preoccupazioni di tipo morale, intellettuale eccetera.

Se l’intelligenza finissima di Magri si fosse applicata a questo nodo ne sarebbe uscito un capitolo inedito della storia delle idee. Inoltre: paradossalmente la ragionevolezza, l’equilibrio mostrati da quel gruppo fondativo rendono il «manifesto» (inteso come organizzazione politica) un oggetto a volte lievemente irreale, inafferrabile. Magri ha meritoriamente osteggiato i deliri «insurrezionali» di una parte della nuova sinistra, ma cosa aveva precisamene in testa quando parlava di rivoluzione? Scrive: «Trasformazione non indolore ma per tappe…», che però somiglia troppo a un ingegnoso sofisma. Probabilmente la radiazione dal Pci – il «grande partito nato dall’incontro della Resistenza con la cultura di Gramsci e Togliatti», come scrive Magri, che alla fine ci tornò – e la velleità di creare un nuovo partito, è stato l’evento che ha prodotto abbagli ed equivoci, l’affannosa rincorsa dell’estremismo da parte di chi aveva soprattutto a cuore, come qui si dice, la Costituzione (i diritti civili, l’ampliamento della democrazia), per il semplice motivo che si era battuto per  conquistarla. Resta l’esperienza della microcomunità, preziosa dal punto di vista umano, la concreta utopia di un «ristorante di Alice» (ricordate il film di Penn?), fraterno, ospitale, spesso allegro, qualche volta litigioso: «con Pintor, Rossanda, Milano, etc. c’erano affinità politica e affetto…».

E questo ci porta al libro-intervista di Valentino Parlato, a cura di Giancarlo Greco, La rivoluzione non russa (Manni), dove viene raccontata la generosa sventatezza con cui il gruppo storico del «manifesto» volle aprirsi ai nuovi «barbari», ai giovani collaboratori («belli, gentili e presuntuosi») nella redazione del quotidiano (la loro più geniale invenzione). In Parlato, anche lui  comunista eretico (e dunque più ortodosso degli ortodossi!) troviamo sempre un solido buon senso (cito dal libro: «aveva ragione Amendola a dire che il capitalismo italiano era un’astrazione? Non ci sarà un consenso della popolazione al malaffare diffuso?»), e poi un piglio  caparbiamente illuministico, la volontà di capire il funzionamento della società.

Ma è nelle ultime pagine che ho scoperto dove nasce la straordinaria forza di attrazione del «manifesto» in quegli anni: certo, inseguivano una «alternativa di sistema» e «un altro comunismo», ma il punto è che si trattava, nonostante tutto, anche di uomini e donne «all’antica». In una lettera Marx 25enne parla del «sogno di una cosa» che da sempre l’umanità coltiva: «Si vedrà in ultimo che l’umanità non inizia un  nuovo lavoro, ma porta a termine con coscienza il proprio antico lavoro». Quando Parlato rievoca Nicola Calipari, che in Iraq volle fare il suo dovere e offrì il corpo per proteggere Giuliana Sgrena, ne elogia la «profonda moralità, cioè rispetto di sé ne non solo degli altri»,  la discrezione, il decoro e la modestia. Virtù perlopiù irrise negli anni ruggenti, ma che dimostrano che per modificare l’esistente forse più importante del futuro è il passato, unica diversità non omologabile. Anche di quelle virtù e di quella umile moralità si alimenta il «sogno di una cosa».

 


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