da L'Unità,  20 ottobre 2009
 
 
Il Sarto di Ulm
 
Lucio Magri, Il sarto di Ulm, pag. 454, ed. Il Saggiatore, Milano, 2009.
 
 
 
 
 
Recensione di Nicola Tranfaglia 
 
 
  Il partito che voleva volare

 

 

A Bertold Brecht aveva scritto un apologo intitolato "Il sarto di Ulm". In quell’apologo parlava di un sarto che aveva messo a punto, così credeva, un apparecchio che avrebbe permesso all’uomo di volare. Lo mostrò al proprio vescovo dicendogli: «Eccolo, posso volare». Il vescovo lo portò sulla finestra più alta del palazzo e lo invitò a lanciarsi nel vuoto. Il sarto lo fece e si schiantò sulla strada. La conclusione di Brecht era ottimistica. Erano passati alcuni secoli ma gli uomini erano riusciti effettivamente a volare.

 

Da un’utopia così realizzata, parte Lucio Magri che, dopo aver fatto politica per oltre mezzo secolo, ha scritto una lunga riflessione sulla storia del partito comunista in Italia. Il libro, di quasi cinquecento pagine, ripercorre le vicende del suo partito, dedicando particolare attenzione al “partito nuovo” fondato da Togliatti con la svolta di Salerno nel 1944. «Al centro della nuova strategia abbozzata da Togliatti - osserva Magri - era il nesso tra rivoluzione e riforme, tra autonomia e unità, conflitto sociale e politica istituzionale, come un lungo processo, un’avanzata per tappe».

Ma alcune contraddizioni - l’autore deve riconoscerlo - minavano una soluzione che pure era quella giusta. Vale la pena elencarle: mancava una visione più precisa del tipo di società alla quale si aspirava. Occorreva inoltre trasformare le masse subalterne in una classe dirigente alternativa capace di organizzare la lotta sociale e di gestire i parziali spazi di potere via via conquistati. E questo secondo aspetto, malgrado il numero assai alto di iscritti raggiunti un anno dopo la Liberazione - due milioni di persone, donne, uomini e giovani, che ne fecero subito il primo partito comunista dell’Europa - era particolarmente evidente. Ma soprattutto si profilava il vero ostacolo alla realizzazione di quella strategia: la divisione dell’Europa in due blocchi contrapposti da un’aspra guerra fredda e la collocazione dell’Italia nel blocco filoamericano mentre il Pci era per la sua storia legato da un vincolo di ferro all’Unione Sovietica.

Una simile contraddizione avrebbe caratterizzato la storia del primo quarantennio repubblicano. Il partito cattolico non a caso avrebbe privilegiato, nella prima fase dopo la rottura postbellica dei governi di unità nazionale e la scissione del movimento sindacale, l’alleanza con i partiti della destra. Avrebbe, quindi, compiuto l’apertura a sinistra con i governi Dc-Psi negli anni sessanta, ma si sarebbe fermata di fronte alla prospettiva di una nuova unità nazionale contro i terrorismi e la crisi economica, fallendo di fatto, in meno di tre anni, quel difficile “compromesso storico” che un leader centrista come Enrico Berlinguer aveva annunciato di fronte al colpo di stato appoggiato dalla Cia in Cile contro Allende .

Magri ricostruisce, con notevole chiarezza, l’evoluzione pur contraddittoria del partito comunista, l’indubbia creatività di Togliatti e la sua morte precoce di fronte alla crisi di Ungheria, alla destalinizzazione parziale di Kruscev e al successivo irrigidimento del modello sovietico. E le grandi novità, maturate nella Chiesa cattolica con il Concilio Vaticano II che coincidono con la sconfitta di Pietro Ingrao nel Pci (1966) e uno scontro che non apre la strada alla segreteria di Giorgio Amendola ma favorisce l’avvento prima di Longo, continuatore di Togliatti, e poi di Enrico Berlinguer, candidatura di mediazione e di compromesso, all’interno di un gruppo dirigente diviso e incerto sull’atteggiamento da tenere di fronte al colosso sovietico.

Magri dedica la sua attenzione ai mutamenti del conflitto sociale provocati dal miracolo economico, alle conseguenze del lungo sessantotto prima studentesco, poi anche operaio, che sono in qualche modo anche all’origine dell’oscura nascita, prima del terrorismo nero fomentato dall’appoggio sotterraneo degli apparati dello Stato legati alla destra, poi della nascita di quello “rosso”, ancor più influenzato dal gioco grande dei servizi segreti italiani e stranieri che sfociano nell’ancor misterioso delitto di Aldo Moro.

Quali conclusioni? L’autore le affida a un saggio scritto vent’anni fa quando nel Pci si formava una corrente che venne definita del “no” e che fu alla base delle forze interne al partito che diedero vita nel ’91 al partito della Rifondazione comunista. Leggendo con attenzione quelle pagine, Magri insiste su due aspetti della battaglia politica attuale che, anche a mio avviso, sarebbero ancor oggi fondamentali per una efficace opposizione al populismo autoritario: un profondo rinnovamento dell’istruzione in Italia che ne faccia una istituzione creativa delle nuove generazioni e un partito che si affacci a quella “funzione pedagogica”, così centrale nella riflessione di Antonio Gramsci.

 


 

 

 

 

 

 

 


blog comments powered by Disqus