da Corsera  19 settembre 2009
 
 
Il Sarto di Ulm
 
Lucio Magri, Il sarto di Ulm, pag. 454, ed. Il Saggiatore, Milano, 2009.
 
 
 
recensione di Paolo Franchi 
 
 
                                             
 
 
Magri la lunga marcia in cerca della Terza via che non è mai esistita.        
 

 

 

Il sarto di Ulm, che dà il nome a questa «possibile storia del Pci» di Lucio Magri, edita dal Saggiatore, è il protagonista di un famoso apologo di Bertolt Brecht, citato da Pietro Ingrao in una delle tante appassionate assemblee chiamate, nell' 89, a decidere sul nome del Pci. Voleva a tutti i costi, il sarto, costruire un apparecchio che gli consentisse di volare. Un giorno, convinto di esserci riuscito, andò dal vescovo, che spalancò la finestra e lo sfidò a provarlo. Il sarto, manco a dirlo, si schiantò miseramente al suolo. Ma qualche secolo dopo gli uomini riuscirono a volare.

Niente «chicche» per i giornalisti, niente rivelazioni, niente retroscena finalmente disvelati, le note più personali dedicate semmai alla vita quotidiana di quella comunità tuttora così poco indagata che fu, al vertice e alla base, il Pci (molto belle le pagine sugli anni 50 e 60). È del comunismo che si parla. Il tracollo dell' Unione Sovietica e di quello che un tempo si chiamava il movimento comunista internazionale, così come la fine del Pci, ne segnerebbero certo una sconfitta, rovinosa quanto annunciata, ma non certo la definitiva, ingloriosa archiviazione.

E la storia del comunismo italiano su cui Magri si diffonde è una storia «possibile» non solo per la sua parzialità, ma soprattutto perché l' autore, che, pagandone i prezzi, l' ha attraversata «da sinistra» per oltre cinquant' anni, ma con orgoglio la rivendica tutta come propria, cerca di coglierne quelle che gli paiono le potenzialità inespresse, o lasciate più o meno colpevolmente cadere, o non sviluppate. Con ogni probabilità non oggi, ma domani, o dopodomani chissà, potrebbero tornare utili a degli inconsapevoli eredi del sarto di Ulm che volessero di nuovo provarsi a volare. In fondo, dice Magri, «il Pci è morto da tempo, ma l' Italia tanto bene non sta». Su quest' ultima considerazione - basta guardarsi attorno - anche chi è alieno da nostalgie reducistiche fatica a non concordare. Ma, reso omaggio alla coerenza (apologo per apologo, il celebre soldato di Napoleone avrebbe parlato di tigna) di chi, a vent' anni dalla Bolognina, naviga così dichiaratamente controcorrente, resta da stabilire quali sarebbero mai state queste potenzialità che, se pienamente espresse, avrebbero potuto consentire al Pci, restando seppure a modo suo comunista, di sopravvivere, e in buono stato di salute, al crollo del «comunismo reale».

Magri, che con tutta la sua eterodossia è ben più ortodosso di quanto un lettore non addentro alla storia e alle cronache del Pci possa immaginare, resta convinto, convintissimo che il comunismo italiano avrebbe potuto non solo salvarsi, ma tornare a navigare in mare aperto solo inclinando a sinistra l' asse della sua politica, delle sue alleanze sociali, della sua cultura, delle sue relazioni internazionali. E, per restare ai tempi a noi più vicini, compendia questa sua convinzione in un giudizio politico assai favorevole sull' ultimo Berlinguer, sul Berlinguer cioè che, archiviata la politica di solidarietà nazionale e forse (forse) anche il compromesso storico, disperatamente cerca di muovere il Pci alla ricerca dei movimenti e della Terza via e, a rischio di decretarne l' isolamento politico, ne rivendica la «diversità» da tutti gli altri partiti, moralmente degenerati e ridotti ormai al rango di organizzazioni di puro potere e di clientela.

Se Berlinguer non fosse caduto nel pieno della lotta per affermare questa svolta, e soprattutto se buona parte del gruppo dirigente comunista (i miglioristi e non solo) non gli avesse messo tanto piombo nelle ali, altro che Achille Occhetto: il Pci, radicalmente rinnovato sì, ma senza svellere le sue radici e oscurare la sua tradizione, si sarebbe salvato, e la stessa crisi della Prima Repubblica avrebbe preso un segno assai diverso. Chi scrive, come qualche lettore sa, la pensa, sugli anni Ottanta e sull' ultimo Berlinguer, esattamente all' opposto. Fuoriuscite «da sinistra» alla crisi del Pci e del comunismo non ce n' erano, Norberto Bobbio aveva tutte le ragioni del mondo certo quando trovava «sospetta» la precipitazione con cui, negli anni di Occhetto, il Pci buttava a mare «il vecchio carico», ma pure quando affermava che, tra quella comunista e quella socialdemocratica, una terza via non esisteva. E la svolta di Occhetto fu un pasticcio non per la volontà di superare l' identità (o la ragione sociale) comunista, ma per la pretesa di farlo senza scegliere chiaramente, fuori ma anche dentro i confini nazionali, il socialismo democratico. Ma di questo non ci sogneremmo mai di convincere Magri. Che è cocciuto. E proprio per questo, con i tempi che corrono, merita qualcosa di più di un generico apprezzamento.

 

 

 


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