da Liberazione,  novembre 2009
 
 
Il Sarto di Ulm
 
Lucio Magri, Il sarto di Ulm, pag. 454, ed. Il Saggiatore, Milano, 2009.
 
 
 
recensione di Alberto Burgio
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 Il Pci è morto da tempo, ma non era scritto che dovesse finire così

 

 

Questi ultimi cinque anni, chiusa la rivista del manifesto, Lucio Magri li ha spesi perlopiù a pensare e scrivere un libro (Il sarto di Ulm. Una possibile storia del Pci, il Saggiatore, 454 pp., € 21) che giunge in questi giorni in libreria. Anzi, è probabile che a questo libro Magri abbia cominciato a pensare molto prima, già nei giorni della «svolta» di Occhetto che condusse alla liquidazione del Pci.

Di che si tratta? In prima battuta, della storia del comunismo (idee e pratica politica) in Italia e nel mondo (con particolare attenzione al Pci e all’Unione sovietica) nella seconda metà del Novecento (non senza tuttavia affrontare le pagine più cupe del terrore staliniano). È una vicenda che lo spirito del tempo e la storiografia dei vincitori (con l’attiva complicità di tanta parte della sinistra post-comunista) rappresentano come un gigantesco fallimento. E che invece Magri ricostruisce – lui dice: «restaura» – con ammirevole pazienza e autonomia di giudizio, nel suo complicato chiaroscuro. Errori («omissioni, reticenze, bugie»), ma anche successi nella difesa dei diritti del lavoro. Colpe gravi, ma anche grandi meriti nella costruzione della democrazia. È curioso, ed è anche questo un segno ironico dei tempi: ci voleva uno che dal Pci venne addirittura radiato (sorte toccata non a molti) per avere un racconto serio di questa storia, scevro dalle miserie e dalle banalità che ci sommergono.

Non è solo questione di intenzioni. Leggendo si resta impressionati dalla mole di conoscenze, dall’ampiezza del quadro (la ricostruzione tiene insieme, gramscianamente, teatro nazionale e contesto mondiale), dalla precisione del dettaglio. Il fatto è che Magri ha lavorato con la tenacia e la modestia dello storico di razza. Ha consultato archivi, riletto documenti e diari, digerito biblioteche. Soprattutto – poiché doveva fare i conti anche con se stesso – ha riflettuto, ripensato, riconsiderato anche autocriticamente giudizi e scelte. Ne è venuto fuori un vero libro di storia (al quale il sottotitolo non rende piena giustizia). Ricco di fatti, documentatissimo, puntuale nella confutazione di errori recepiti. Sorretto da un pensiero forte (per cui il racconto scorre fluido senza strettoie), ma aperto alla complessità dei contesti: attento alla molteplicità delle piste e delle concrete possibilità. Qui veniamo all’altra caratteristica di questo libro, per tanti versi straordinario.

Magri parla ripetutamente di storia «controfattuale». È convinto che fare storia non significhi soltanto ricostruire i fatti accaduti, ma anche immaginarne altri concretamente possibili, indicare gli snodi che – in passaggi e su terreni cruciali – schiudevano strade poi rimaste deserte, percorsi disponibili ma scartati. Che le cose siano andate come sono andate non implica che non vi fossero alternative, cogliere le quali serve a comprendere a fondo gli eventi. Può sembrare un sofisma, è l’unico antidoto al fatalismo.

Passaggi e terreni cruciali: quali? Chi leggerà, vedrà. Qui possiamo – per spiegarci – evocarne qualcuno: dal bivio che si profilò dinanzi a Stalin quando, morto Roosevelt, Truman riaprì la guerra fredda (l’Urss rispose dando vita al Cominform, nella logica dei blocchi; avrebbe potuto invece investire sulla competizione pacifica e sull’iniziativa politica e sociale, ponendo le premesse per l’autoriforma del sistema), alla Perestrojka gorbacëviana, dipanatasi tra progetti ambiziosi ed errori marchiani, cui contribuì anche la miopia politica dell’Europa; dalle scelte di Togliatti al tempo dell’unità nazionale (Magri indica con cura limiti e possibilità trascurate dalle politiche economiche e istituzionali), alla grande questione del partito (potenza dell’organizzazione ma rigidità dei gruppi dirigenti; coraggio nella ricerca teorica, ma distanza dai luoghi di lavoro e perdita di radicamento).

Ma il cuore del racconto, va da sé, riguarda l’agonia e la fine del Pci. Magri non pensa che tutto fosse già pregiudicato dieci, quindici anni prima. Gli ultimi anni Ottanta gli sembrano una «linea di demarcazione». I primi di quel decennio – gli anni dell’«altro Berlinguer» che, prendendo distanza dal compromesso storico, va ai cancelli di Mirafiori a sostenere la lotta operaia contro i licenziamenti di massa decisi dalla Fiat, apre lo scontro sulla scala mobile e sui missili di Comiso, e mette con forza all’ordine del giorno la «questione morale» in tutta la sua portata politica, di crisi regressiva della democrazia – gli appaiono una formidabile occasione. Bruciata dalla sfortuna della sua morte prematura e dall’opposizione di chi volle chiudere quella parentesi e rinverdire la linea del compromesso storico. Non tutto, ma molto era dunque ancora possibile. Ne segue che le scelte di Occhetto, di quanti lo sostennero e di chi rinunciò a contrastarlo (Magri dice di sé di avere allora peccato di viltà) furono in diversa misura decisive. Niente affatto obbligate. Al contrario, largamente responsabili della drammatica deriva degli anni di poi.

Del fatto che scelte diverse erano concretamente possibili Magri offre, del resto, una prova inconfutabile. Un suo scritto dell’87, destinato ad essere la base del «fronte del no» al 18° Congresso del Pci (e ripreso nell’appendice conclusiva del libro), mostra con nettezza come fosse allora possibile uno sviluppo nel segno del rinnovamento e della coerenza. Si poteva reagire alla ristrutturazione neoliberista, che la maggioranza del partito ignorava e subiva. E si poteva riformare il partito comunista, mantenendone (recuperandone appieno) il connotato di classe, l’orientamento anticapitalistico, il radicamento nel conflitto di lavoro e la capacità di collegarlo alle lotte per l’ambiente, la pace e la democrazia.

Sappiamo, invece, com’è andata. Magri si ferma al ’91, ma che cosa pensi del dopo è chiaro e lo dice, del resto, espressamente. Ricostruire questa storia, ripensarla daccapo, non è archeologia: serve a ritrovare se stessi per ricominciare, a tenere vivi «passioni e argomenti» per affrontare i problemi nuovi e quelli antichi che si ripresentano. «Rifondazione» proprio questo significa: ed è una parola che Magri pronuncia già in quel drammatico 1987.

 

 


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