numero   50  maggio 2004

A proposito del libro di Alberto Burgio

LA RISORSA GRAMSCI 


Lucio Magri   

 

Tra le molte cose pubblicate di Alberto Burgio, il suo recente libro - Gramsci storico 1- mi pare forse la più meritevole e utile. Meritevole per la grande e paziente fatica che presuppone, utile perché va controcorrente, non solo per il rifiuto che oppone alla liquidazione sommaria di una tradizione, ma per il materiale che offre a una riflessione innovatrice. 

In apparenza è un lavoro da archeologo: seleziona e raccoglie frammenti di pensiero originariamente espressi nella forma di appunti, commisti ad altro materiale, sempre più dispersi in vari `musei', per ricomporli in una costruzione unitaria: una `storia della modernità'. Una costruzione senza fantasie e improvvisazioni, tutta composta di richiami testuali ai Quaderni 2, non però come collage arbitrario, ma sulla base delle categorie interpretative che Gramsci stesso enuclea dalla sua ricerca - ad esempio il concetto di `rivoluzione passiva', l'analisi differenziata della formazione dello Stato moderno come base per una scienza della politica e per una critica della politica. Uno sviluppo di ciò che Marx aveva avviato sull'economia e la critica dell'economia.

Non è possibile qui riferire partitamente sul prodotto che ne risulta. A maggior ragione sono inutili osservazioni, critiche marginali che potrei fare: perché il tentativo nell'essenziale è riuscito. Ne accenno solo una: forse poteva essere utile offrire al lettore, a margine di una sintesi che si attiene rigorosamente al testo, qualche elemento a proposito di fatti e di ricerche successive che, senza smentire l'insieme, permettono di correggere qualche forzatura od omissione. Soprattutto là dove, contrapponendo la rivoluzione francese, grande motore della modernità, alla `rivoluzione passiva' italiana e tedesca, è finito in ombra il carattere e il ruolo specifico ed egemonico che l'Inghilterra - con la rivoluzione industriale, la vittoria su Napoleone, il liberismo, la costruzione dell'impero coloniale - ha assunto per un intero secolo. Non è un'osservazione pedante, ma segnala una lacuna che ha avuto come causa e insieme come effetto la convinzione secondo la quale già dal 1870 si fosse conclusa una fase ascendente e includente del capitalismo, e si fosse concluso senza appello il passaggio ad una crisi organica del sistema. Convinzione che poi è risultata illusoria e ricorrentemente alimentava `l'impazienza rivoluzionaria' (come accadde a Marx sulla Comune, o a Lenin sulla rivoluzione tedesca).

Ciò che invece mi preme è almeno accennare quali passi avanti il `Gramsci storico' di Burgio possa offrire per un'ulteriore riflessione teorica e politica. Partendo dalla frase finale del libro, sulla quale sarei in dissenso profondo se non avesse, come credo abbia, un senso ironico e provocatorio. La frase dice: «Ai Quaderni è stata consegnata una teoria critica della modernità elaborata sullo sfondo di una salda fiducia nella razionalità e nel progresso. Non è certo questa l'ultima ragione della loro inattualità». Io invece penso che Gramsci sia molto attuale, perché costituisce il lascito teoricamente e praticamente più fecondo di una tradizione; e che in lui stiano giacimenti ancora non sfruttati, non solo per una valutazione seriamente critica sul passato ma anche per una ricerca sul presente e sul futuro. Anzi proprio il libro di Burgio permette di valorizzare tale attualità.

Oggi infatti dobbiamo fare i conti con due posizioni prevalenti nella sinistra, sia moderata che radicale, nel `pensiero colto' e nel senso comune. 

Prima posizione: il Novecento ci lascia un cumulo di rovine, la Rivoluzione d'Ottobre non solo ha esaurito a un certo punto la sua spinta propulsiva ma non la ha mai avuta, il marxismo portava dentro di sé dalle origini questo decorso. Seconda posizione, conseguente: una alternativa alla società attuale (neoliberismo, neoimperialismo) non deve attardarsi a sceverare severamente il grano dal loglio nella storia e nella teoria della tradizione del movimento operaio, e in particolare dei comunisti (e anche, nel marxismo, lo sforzo `sulle fonti', cui Marx stesso dedicò tante energie): deve sbarazzarsene e basta.

Io vedo in queste posizioni (e nella timidezza o nella pigrizia dogmatica di chi vi si oppone) una delle cause delle difficoltà politiche in cui da troppo tempo si trova la sinistra alternativa, malgrado la crisi del sistema dominante, la nuova asprezza dei conflitti sociali e geopolitici. Subalternità a una nuova forma del `pensiero unico'.

Intendiamoci, non basta Gramsci a liberarcene, perché alla loro base ci sono cause reali, verità parziali e novità impreviste con cui misurarsi, problemi cui nessun antico maestro può offrire risposte. Anzi molte cose ci fanno sospettare che anche lui, come Marx, come Lenin, come la Luxemburg, come Trotzkij, come Togliatti, sia morto con il dubbio che c'era già in quel momento qualche conto che non tornava, e come loro si interrogava con qualche tormento. Dico solo che Gramsci, più di altri, non solo per il suo genio non dogmatico, ma per la temperie storica in cui visse, e il crocevia culturale che lo attraversava, può darci un aiuto importante, una bussola, per la ridefinizione di una nuova identità comunista in un mondo effettivamente nuovo.

Contestare la prima delle due posizioni cui accennavo - quella del Novecento come maceria - è oggi relativamente più facile. Per due ragioni evidenti.

Anzitutto, in questo momento, proprio coloro che la hanno sostenuta onestamente, sono altrettanto onestamente impegnati a difendere ciò che è stato liquidato e ancora di più è minacciato delle conquiste strappate nel corso del Novecento con lotte di massa che hanno percorso tutto il mondo, animate da grandi ideali, orientate da una comune cultura, e al prezzo di aspri conflitti, di un lavoro paziente e di tante vittime. Certo anche con fedi eccessive, speranze deluse, errori e degenerazioni terribili che non trovano giustificazione e di cui restano segni profondi. Ma, nel momento e nei punti più alti, a metà del secolo, anche un compromesso che non solo ci salvò da una catastrofe incombente ma trasformò la faccia del mondo. Democrazia partecipata, Stato sociale, liberazione dei popoli coloniali, istruzione di massa, primi passi di una regolazione internazionale dei conflitti nell'era delle armi atomiche: è mai possibile negare, nel momento in cui è rimesso in gioco il valore di tutto questo, il peso che vi hanno avuto il movimento operaio, i comunisti in generale (e con la loro specificità i comunisti italiani)?
Ora, a percorrere quel tratto di strada, parziale ma decisivo per la civilizzazione, ha contribuito non poco il pensiero di Gramsci, attraverso la mediazione seppur riduttiva di Togliatti; e nel contempo il pensiero di Gramsci avrebbe forse consentito di renderne più chiaro il senso, di andare più a fondo, di correggere errori evitabili, e parimenti di capire meglio gli eventi successivi preparandosi ad affrontarli.

Una seconda ragione che rende più facile ora contrastare quelle tesi liquidatorie, sta nel fatto che il revisionismo storico (meglio, antistorico) sta ormai superando nuove frontiere, aggravando i danni: perché si allarga pericolosamente, su per li rami, oltre il Novecento e il movimento operaio, investe tutto ciò che alludeva alla pretesa di costruire una società radicalmente nuova, la categoria stessa di rivoluzione, violenta o no, come progetto consapevole e azione collettiva, materialisticamente fondato ma altrettanto dipendente dalla volontà degli uomini, mosso da un progetto consapevole e non solo dal progresso tecnico. Investe ormai l'illuminismo, la rivoluzione francese, la nascita di Stati nazionali, la democrazia organizzata, l'eguaglianza tra gli uomini da costruire, l'universalità dei diritti che il passato, malgrado i suoi travagli, ha preparato. Si estende insomma alla storia di quasi un millennio.
L'esatto contrario di ciò su cui Gramsci lavorava, per rompere la tenaglia tra utopismo e passività, appunto: «una teoria critica della modernità, sullo sfondo di una salda fiducia nella razionalità e nel progresso». Su tutto ciò comunque non mi dilungo, perché già vi ho insistito tempo fa, in una serie di articoli 3 sulla influenza di Gramsci nella politica di un grande partito in Italia e ovunque tra gli intellettuali nel mondo 2.

Il libro di Burgio mi stimola e aiuta piuttosto a veder meglio come e perché in Gramsci l'idea della rivoluzione comunista come processo storico di lunga durata, per fasi successive (guerra di movimento e guerra di posizione) fosse diversa - teoria più complessa, ambizioni più radicali e andamento meno lineare - da quella idea di democrazia progressiva e di via nazionale al socialismo in cui Togliatti la tradusse sotto la pressione dei vincoli e delle speranze che l'epoca storica dettava. Perché qui è la chiave per capire quali giacimenti di pensiero in Gramsci (come del resto nello stesso Marx) rimasero inesplorati, o possano ora emergere, ed essere valorizzati per capire meglio le ragioni di successive sconfitte e per affrontare meglio, oggi, i problemi nuovi che abbiamo di fronte. Il suggerimento nasce proprio dalla scelta tematica in apparenza limitativa, in realtà essenziale: `Gramsci storico'. 

Quando, ventenne, io presi per la prima volta in mano i Quaderni appena pubblicati, dopo aver un po' studiato Marx e Lenin, ricordo di essere rimasto affascinato ma anche sconcertato proprio da questo fatto. Come mai, mi chiedevo, un capo politico comunista, rinchiuso in carcere in un momento di tragica temperie, trova la forza di programmare un lungo lavoro di riflessione, ma mette al primo posto la storia, anche lontana, in particolare quella italiana, e in essa la storia della forma statuale e quella degli intellettuali? Mi sembrava quasi un prendere le distanze dal presente e dalla lotta.

Ma, riflettendo, via via compresi che era vero proprio il contrario. Gramsci con questa agenda riconosceva e prendeva di petto il tema fondamentale, il più attuale e il più eluso, il fatto che sovvertiva tutto ciò che i comunisti avevano pensato fino a quel momento: cioè l'idea che la Rivoluzione russa - rompendo la catena del sistema nel suo punto più debole e là dove erano scarse le condizioni per costruire il socialismo avrebbe rapidamente coinvolto l'Europa e l'Occidente e trovato le basi per il suo futuro. Invece, in un decennio era avvenuto il contrario; il fallimento in Europa, a volte tragico, di ogni tentativo in quella direzione. Una minoranza - Trotzkij - rifiutò di riconoscere la portata della sconfitta, attribuendola a manchevolezze soggettive, e considerandola comunque provvisoria. La maggioranza - con Stalin - elaborò e impose invece la scelta del socialismo in un solo paese, unendovi però la convinzione che esso sarebbe stato autosufficiente e sarebbe alla fine riuscito ad allargare il proprio modello al mondo. Gramsci è il solo che pur accettando quella scelta, intuisce che senza la rivoluzione in Occidente il socialismo in un solo paese poteva soccombere e degenerare, e si propone nella sua specificità il problema della rivoluzione in Occidente, come problema non ancora risolto, vera causa della sconfitta, e che è necessario risolvere per superarla.

Nel porselo egli sceglie la stessa strada percorsa alle origini da Lenin, il quale era partito dalla indagine sulla arretratezza russa - la perdurante prevalenza dell'elemento feudale e dispotico - per arrivare non solo a elaborare una strategia e una tattica nazionale, ma anche per afferrare un tratto generale dello sviluppo capitalistico dell'epoca, diseguale e imperialistico. Una grande operazione `revisionista' del marxismo codificato, necessaria per salvarne la sostanza. 

Gramsci fa la stessa operazione, ma arrivando a un altro risultato. Vede nell'arretratezza del capitalismo italiano la conseguenza non di una rivoluzione borghese mancata, ma del suo carattere estremamente precoce: il feudalesimo qui è stato, se non liquidato, incrinato già all'inizio del millennio dall'urbanizzazione diffusa, dalle prime manifatture, dai commerci a distanza per tragitti impervi; ha trovato una forma politica nelle repubbliche marinare, nei comuni, nella permanente frammentazione nazionale in piccole e concorrenti signorie, facili vittime di invasioni straniere: quando cioè non erano mature le condizioni e gli spazi di un pieno sviluppo sia del capitalismo come dello Stato moderno. Di qui il blocco a uno stadio economico-corporativo, e il ripiegamento della nascente borghesia imprenditoriale nella rendita agraria o nel finanziamento di imprese e conquiste dirette da altri paesi. Il morto che seppelliva il vivo, anticipando qualcosa che, dopo una lunga parentesi, nel Risorgimento nazionale, qui come e più che altrove, si sarebbe riprodotto come compromesso tra borghesia e nobiltà, con la marginalizzazione delle masse, cioè nella forma della `rivoluzione passiva'. Conseguenze: la grande e duratura proliferazione di ceti medi, parassitari o produttivi, con proprie tradizioni politiche, la forte crescita e insieme la dispersione cosmopolita dell'intellettualità, la necessità dunque di un potere statale non più come pura forza ma non ancora sorretto dal pieno dominio dell'economia, né da una burocrazia centralizzata, ma necessariamente articolato in apparati egemonici diffusi, capaci di costruire precario consenso nella classe dirigente con raffinati compromessi e agevolato dal conformismo di masse emarginate, tuttora legate a una Chiesa non attraversata dalla Riforma.

Ora, senza insistere, su tutti questi processi - nei quali convergono residui del passato e anticipazioni del futuro che Burgio analizza acutamente - ciò che mi importa è che Gramsci produce una innovazione che, dall'esplorazione di un fenomeno nazionale, deriva una conseguenza generale. Lo Stato, in Occidente, non è tutto, e la società è molto più vischiosa e complessa. La rivoluzione è perciò un lungo processo storico, di cui la conquista del potere politico è momento essenziale, ma in forme non sempre uguali, e deve essere preceduta da una lunga guerra di posizione, attraverso cui si costruisce egemonia, si tesse una rete di alleanze sociali e politiche, si conquistano casematte, si costituisce il proletariato come classe dirigente. Il discrimine principale si sposta così dalla distinzione tra riforme e rottura insurrezionale alla distinzione tra chi concepisce il socialismo come graduale frutto dello sviluppo produttivo accompagnato da una più equa distribuzione e chi, già prima della piena conquista del potere, elabora e costruisce una critica radicale al modo di produzione e alla permanenza del muro tra governanti e governati, cosicché la conquista dello Stato possa dal primo momento avviare un deperimento dello Stato stesso. Seppure accennata e a volte contraddetta, emerge così una spinta al superamento del limite comune alla II e III Internazionale (statalismo ed economicismo). Il Gramsci dei Quaderni non è dunque a mezza strada tra leninismo e socialdemocrazia, è oltre. Come riconobbe lo stesso Togliatti quando, poco prima di morire, disse in sostanza: abbiamo un debito con lui, perché l'abbiamo ridotto entro i confini della nostra politica, mentre aveva da dirci molte più cose e in un orizzonte più lungo. Qui va riconosciuta e utilizzata criticamente la sua nuova attualità.

Potrei citare molti esempi sui quali dovremmo lavorare. Mi limito - entro i confini già troppo valicati di una recensione - a segnalare due punti essenziali. 

1. Blocco storico. Il tema delle alleanze - come questione strategica, al di là delle contingenze e della tattica - si impone con Lenin, in un paese nel quale il proletariato industriale era - e a lungo sarebbe restato - una minoranza, ed enormi masse nelle campagne lavoravano in condizioni semiservili e restavano analfabete, disperse: per la conquista del potere e poi per la sua gestione era dunque vitale l'alleanza duratura tra operai e contadini. Gli obiettivi comuni fondanti dell'alleanza - la riforma agraria, la cittadinanza politica generale ed effettiva - non erano dissimili da quelli originari delle rivoluzioni borghesi più avanzate, ma la borghesia russa non era in grado di proporli, anzi li temeva, e solo uno Stato socialista li poteva realizzare, e in tempi non brevi. La concezione delle alleanze, viene più tardi ridefinita, dopo il VI Congresso dell'Internazionale, e sviluppata particolarmente da Togliatti - la democrazia progressiva - in modo diverso: non solo e non tanto perché si introduce nell'arco delle alleanze sociali una piccola borghesia impoverita o minacciata da processi di proletarizzazione, ma la si trasferisce anche sul terreno delle istituzioni e diventa anche, se non soprattutto, intesa tra grandi forze politiche, autonome e reciprocamente garantite (l'arco costituzionale).

Gramsci, con il concetto di `blocco storico' va oltre, proprio sulla base dell'analisi originale della storia e della società italiana. Egli intravede non solo il peso permanente che i ceti intermedi hanno nella realtà italiana e occidentale, ma anche la loro incessante trasformazione e riproduzione sociale e politica, e ne coglie la permanente ambiguità: da un lato residui del passato, minacciati dalla modernità capitalistica e perciò grandi riserve per la reazione sociale e per nuove forme di potere autoritario; dall'altro lato, e per le stesse ragioni, forze portatrici di testimonianze, di capacità e di valori che la modernità capitalistica ha compresso e tende a liquidare e perciò interlocutori possibili di una trasformazione sociale più radicalmente e generalmente liberatrice. Il `blocco storico' - non più semplice alleanza transeunte, ma rapporto organico - tende dunque a individuare un complesso di soggetti tra i quali la classe operaia porta l'elemento essenziale - la critica del modo di produzione, su cui fonda una direzione effettiva a condizione che si elevi dal livello economico-corporativo a quello etico-politico -, ma a loro volta stimolano e chiedono una trasformazione sociale nella quale il `proletariato sopprime via via anche se stesso', e si recuperano e sviluppano bisogni e valori generalmente e compiutamente umani. Di qui la centralità della questione degli intellettuali.

So bene che sto, con questo, compiendo una forzatura di un ragionamento appena abbozzato e che i tempi non permettevano di rendere teoricamente compiuto e tanto meno politicamente praticabile. Ma mi pare evidente che quel sentiero possa e debba essere visto come un'illuminante anticipazione di ciò che oggi vediamo e viviamo.
Non vediamo, infatti, emergere nel capitalismo postindustriale bisogni, tematiche, soggetti, radicalmente antagonisti al sistema e al suo tipo di modernità, che nel contempo chiedono un recupero di verità che la storia ha compresso e nella storia si presentavano come ostacolo al progresso e dunque in forma romanticamente utopistica o praticamente reazionaria: la tutela della natura, la critica della separazione tra lavoro intellettuale e manuale, tra governanti e governati, la differenza di genere, il rifiuto della alienazione del lavoro e del consumo, la polarizzazione del mondo tra centro e periferia, il rifiuto della cancellazione della pluralità di tradizioni e di fedi?

Non vediamo allo stesso tempo quanto tutti questi problemi risultino insolubili, queste lotte poco efficaci, se non si saldano in un progetto comune e in una pratica adeguata alla forza che vi si oppone e non creano presupposti materiali che lo rendano praticabile?

Non sperimentiamo infine che, senza questo `salto', - dal movimento dei movimenti a un `blocco storico', sociale, politico insieme - già si stanno creando spazi angosciosi per una rivolta fondamentalista e violenta nel Sud del mondo, e per un populismo autoritario nella metropoli?

2. Il primato della politica, e l'egemonia come sua categoria portante. Su tale primato Gramsci - soprattutto quello dei Quaderni - insiste senza esitazioni. Di questo primato il proletariato ha un bisogno molto maggiore di quanto ne abbia avuto storicamente la borghesia. Essa si è affermata per secoli come classe dirigente e ha fatto crescere un suo modo di produzione, entro le maglie della società feudale o delle monarchie assolute, senza un'incidenza diretta sul potere statale, con gli strumenti della proprietà e il suo uso economico, o con quelli della produzione intellettuale. Ma il proletariato è largamente privo di questi strumenti, o vi partecipa in modo subalterno. Non può costituirsi in classe dirigente, né orientare le forze produttive secondo proprie finalità e interessi, senza usare di un potere politico relativamente autonomo, in contrasto con il potere esistente. E non può consolidare i risultati della sua lotta senza tradurli in un potere reale e cogente quanto lo è l'uso della proprietà privata e la `mano invisibile' - ma non perciò meno imperiosa e condizionante - del mercato, Perciò Gramsci polemizza, perfino esageratamente, con lo spontaneismo e l'anarcosindacalismo.

Ma è anche consapevole che il primato della politica - affermato `in nome del proletariato' - può rovesciarsi nella nuova coercizione di un potere separato, di una burocrazia che usa lo Stato come `proprietà propria' (il cosiddetto `sostitutismo', o il `cesarismo', come pericoli preminenti della politica).

Di qui la necessità, dall'inizio, di una critica della politica. E, infatti, come Lenin o come la Luxemburg, e ben più di Togliatti, egli resta fino alla fine un critico del parlamentarismo e della burocratizzazione. Anzi, va oltre: ponendo l'attenzione ai nuovi modi e strumenti attraverso i quali le classi dominanti possono manipolare il consenso, condizionare il senso comune, svuotare la democrazia. Pur nell'isolamento del carcere, è la stessa intuizione preveggente che animò la scuola di Francoforte. Ma traendo ben altre conclusioni.

Come cerca, infatti, di risolvere il problema? In due direzioni mai, dopo di lui, veramente accettate. In primo luogo: quella del discorso sui `Consigli' e la democrazia diretta (avviato dal Lenin di Stato e Rivoluzione, ma poi progressivamente bloccato e revocato). Nella sua versione, però, i Consigli non sono solo strumenti per la conquista del potere statale, ma anche forma di uno Stato in via di estinzione e sedi di un esercizio di potere dal basso. Ma proprio per questo - anche dopo aver autocriticamente abbandonato l'illusione del passaggio diretto all'autogestione - per lui i Consigli non sono una forma episodica e spontanea di un movimento, ma devono essi stessi assumere forma di organizzazione permanente, che via via strappa spazi di governo reale e si attrezza ad esercitarlo. Anche qui nessuno spontaneismo, ma autoformazione e autodisciplina.

In secondo luogo, e coerentemente, una concezione nuova del partito. Non il partito come avanguardia relativamente separata, concentrata sul tema della conquista e dell'esercizio del potere statale, come poi avviene per gran parte dei partiti comunisti, sia pure in misura diversa tra loro e in diverse fasi. E neppure il `partito nuovo' di Togliatti, nel quale convivevano grandi masse coinvolte in grandi lotte, rivendicative ed elettorali, legate a forti fedi, educate pedagogicamente a una visione del mondo, ed élites, partecipi di un'elaborazione politica ma entro confini segnati dal gruppo dirigente e selezionate da un meccanismo di cooptazione.

Il partito cui pensa Gramsci è certo un partito che si attrezza alla sfida della forza (egemonia è consenso corazzato di forza), ma ancor prima e ancor più è intellettuale collettivo, che via via riduce dentro di sé la separazione tra governanti e governati, ed è il promotore di una `riforma morale e intellettuale' che attraversi l'intera società. Se egli rasenta i confini dell'organicismo, della prevalenza del collettivo sull'individuale (e a volte, nel linguaggio, li supera) non è in direzione della `militarizzazione', ma in quella di un pensiero e di una volontà comune, comunemente costruiti e condivisi (un'autodisciplina che egli enfatizza non solo per il partito e per la politica, ma perfino come precondizione della formazione intellettuale e morale del singolo, e particolarmente dell'intellettuale).

Anche qui non voglio affatto dire che il suo pensiero sia compiutamente sviluppato, neppure che sia esente da alcune contraddizioni, tanto meno che ci offra soluzioni già pronte al grande problema oggi sul tappeto: quello della crisi della politica e del rapporto tra libertà individuali e coesione sociale. Voglio solo indicare l'attualità di una riflessione, un'ispirazione che ci offre una chiave di lettura per spiegare anziché demonizzare sconfitte storiche che più tardi sono intervenute, errori evitabili che vi hanno contribuito, e soprattutto per affrontare i temi della crisi della politica (della sua rifondazione e non del suo rifiuto), della crisi della democrazia (oltre la pseudo-novità del neotecnicismo o del neoanarchismo).

Per tutto ciò, se mi si permette, vorrei per una volta, usare uno slogan un po' retorico, abusato ai tempi del '68: «Gramsci è vivo e lotta insieme a noi». Non un `classico', `un maestro' di virtù, ma un geniale compagno.


note: 
1  Alberto Burgio, Gramsci storico, Laterza, Bari 2003. 
2  Cfr. Antonio Gramsci, Quaderni dal carcere, 4 volumi, a cura di Valentino Gerratana, Einaudi, Torino 1975. 
3  Cfr. Lucio Magri, Il Gramsci di Togliatti, «la rivista del manifesto», n. 20, settembre 2001; I cruciali anni '60, ivi, n.21, ottobre 2001; L'XI Congresso, ivi, n. 24, gennaio 2002. 

 


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