il manifesto   numero 1                                                        gennaio 1970

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Parlamento o Consigli

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Lucio Magri

 

 

UNA RISPOSTA A INGRAO

 

 

 

 

 

Più volte, nei primi numeri del Manifesto  abbiamo detto che ci sembra quanto mai necessaria una nuova riflessione teorica, e una nuova sperimentazione pra­tica, su uno dei temi intorno ai quali, cinquantanni fa, è nato il movimento comunista: il tema dei consi­gli, dei soviet. .

Questa proposta ha fatto, almeno nel Partito e nelle forze politiche tradizionali, un certo scandalo; subito siamo stati catalogati, per questo, come scolastici ri­scopritori di esperienze storicamente superate, come estremisti che muovono all'attacco del suffragio uni­versale e ripropongono schemi rozzi e semplificati di lotta di classe.

La Pravda, che non bada a sottigliezze, ci ha accusato di « contrapporre alla lotta politica tenace di ogni giorno, alla lotta di classe in tutti i campi della vita sociale, l'idea revisionista e insieme anarchica ed estremista della conquista del potere nel luogo di pro­duzione, per cui si raccomanda di lasciar perdere l'at­tività del Partito e dei sindacati nelle aziende e di rivolgere tutte le forze alla creazione dei cosiddetti consigli operai ». Al Comitato centrale del PCI di otto­bre la critica — stranamente simile — era stata argo­mentata in modo tuttavia un po' più serio. Il compagno Ingrao ha concentrato la sua critica di merito al Ma­nifesto proprio su questo punto, e vi è tornato Natta nelle sue troppe relazioni.

Essi in sostanza hanno det­to:

a) che la democrazia consiliare, o soviettista, rap­presenta ormai una esperienza storicamente impropo­nibile sia perché inadatta ad una società complessa co­me quella occidentale, sia perché assorbita e superata dalla successiva elaborazione strategica di Gramsci e di Togliatti;

b) che essa liquida tutta la tematica delle alleanze sociali e della sovrastruttura politica per ricon­durre ad uno schema di lotta « classe contro classe » fatalmente perdente;

c) che è destinata a produrre una struttura autoritaria e repressiva del potere rivoluzio­nario e quindi a mancare l'obiettivo al quale è ordinata.

Bene, la nostra opinione è esattamente il contrario. Noi pensiamo cioè:

a) che la tematica consiliare è l'elemento permanente della teoria marxista della rivoluzione;

b) che essa non è mai giunta né teoricamente né praticamente a reale pienezza perché era ancora immatura  rispetto all'epoca ed ai paesi in cui ha finora preso forma;

c) che nella strategia dei partiti comunisti occidentali  essa è stata non assunta e mediata, ma puramente soppressa;

d) che solo una sua ripresa può consentire di affrontare seriamente i problemi della formazione di un blocco storico rivoluzionario, di conquistare il potere in occidente, e di dare a questo potere le caratteristici^ di uno « stato in via di estinzione ».

Scopo di questo articolo è di fornire qualche primo elemento a sostegno di tali tesi.

 

 

A.  Il problema dei consigli nella tradizione marxista

Preliminarmente, però, è bene precisare meglio la materia del contendere, il punto del dissenso. Che cosa intendiamo realmente per « tematica consiliare »?

Il termine non rischia di essere troppo generico per rkfl noscervi una reale discriminante? La « tematica consiliare », in questi ultimi anni, non l'abbiamo reinveJ tata o riscoperta noi; l'ha reinventata e riscoperta movimento di massa. Il quale in molteplici settori in varie battaglie è venuto svolgendo una critica di rjfiuto alla democrazia parlamentare e rappresentativa. e alle organizzazioni politiche e sindacali, attraverso nuovi modelli di lotta caratterizzati dalla gestione democratica, dalla concentrazione nei centri vitali della produzione, dalla partecipazione di massa; cioè, propio da quegli elementi su cui in altri tempi sono nate le prime esperienze consiliari.

Il movimento studentes^del 1968 e quello operaio del 1969 in Italia, o il maggio francese, non hanno solo rappresentato una novità quanto ai contenuti e alle dimensioni delle lotte, anche per la loro stessa struttura: per il fatto di essere cioè movimenti politici, unitari, di massa, gestiti dal basso, contestativi dell'assetto istituzionale esistente Alcune forze di sinistra, ormai tanto burocratizzate da avvertire in queste esperienze una minaccia diretta, non hanno esitato a prendere, proprio contro gli aspetti  più nuovi del movimento, una posizione di condanna^e di lotta. L'esemplo più indicativo resta quello ifl PCF nel Maggio del 1968. Ma non è con queste forze che  è utile discutere. La scelta reale si colloca infatti ben più nel profondo. Il Partito comunista italiano. ad  esempio, ha assunto di fronte a questa spinta di base, a questa riscoperta della democrazia diretta, un atteggiamento non solo tollerante ma, entro certi limiti, favorevole. « Il vero compito — ha detto ad esempio proprio Ingrao nell'intervento contro di noi — sta nel costruire un tipo di potere nuovo, in cui la forza del movimenti di base si intrecci alla costruzione di grandi organizzazioni di massa, ad un nuovo rapporto tra cultura e lotta di emancipazione, alla conquista di posizioni  maggioritarie della classe operaia negli organismi politici fondati sul suffragio universale ». 

 Non c'è contraddizione si dice dunque, tra l'attuale assetto istituzionaole, il parlamentarismo, l'attuale configurazione del movimento operaio (sindacato, partito) e il processo rivoluzionario. I nuovi movimenti di base possono e devono servire a rendere più democratico quell'assetto, a trasformare i partiti, ad estendere i rapporti ra sindacato e masse. Noi invece pensiamo che la « contraddizione » esista. Che la società capitalista non sopporti una trasformasse reale del potere nei suoi centri decisivi, che in .essa, al contrario, le istituzioni rappresentative in tanto riescono a sopravvivere in quanto si svuotano di potere reale  o accettano di muoversi come puri strumenti d: mediazione funzionali al sistema, e che dunque lo sviluppo di nuovi rapporti di potere nelle fabbriche o nelle scuole o nell'apparato statale è destinato a creare tensioni  non più « mediabili », a demistificare la neutralità delle istituzioni rappresentative, ad aprire una crisi generale dello stato e della società.

 

 

Tra Kautsky e Lenin

Di questo, in realtà, anche il Partito è consapevole. Così Ingrao, nello stesso intervento, subito aggiungeva: "se pensiamo a ciò come ad una sommatoria, ma nel senso di una dialettica: nel senso che una crescita dei movimenti di base può dare una nuova ' presa ' al sindacato unitario di classe e alle assemblee elettive locali; nel senso che la conquista di poteri di intervento i determinati livelli della società può rompere un si-s:ema di rapporti tra masse e partiti, può chiamare le forze politiche a trasformarsi". Una dialettica dunque, a senso unico. Nel senso che movimenti di base devono essere pensati e diretti così da essere effettivamente « mediabili » nel quadro isti-mzionale esistente: i nuovi organismi di fabbrica devono essere organi di trasmissione tra il sindacato e la massa dei lavoratori, muoversi dunque all'interno di una logica contrattuale, il movimento studentesco deve tornare al suo compito istituzionale di movimento per la riforma democratica della scuola, gli obiettivi di ogni lotta devono avere una razionalità e risultare « redditizi » anche all'interno del sistema esistente.

Ecco dunque il vero punto di dissenso. Perché i « consigli », i soviet sono stati invece pensati e sperimentati da Lenin, dalla Luxemburg, da Gramsci proprio in un'ottica opposta. Cioè come istituzioni di massa che, pur muovendo dall'immediatezza della situazione sociale di un gruppo determinato (operai di una fabbrica, soldati di un reparto, contadini di un villaggio) rifiutavano in radice la logica contrattualistica («concorrenziale », diceva Gramsci), ponevano direttamente in causa il potere capitalistico nella struttura sociale, e per questo erano per loro natura « istituzioni illegali » \ e aprivano, nel momento in cui l'esperienza si generalizzava, una crisi rivoluzionaria. La loro natura era dunque per eccellenza quella di organismi « politici », che tendevano a porsi come le cellule costitutive di un nuovo potere statale.

Ed è su questa loro natura che già allora nacque la vera distinzione teorica e politica con i partiti socialdemocratici. Kautsky contro Lenin, Tasca contro Gramsci, infatti, non negavano affatto che « l'organizzazione sovietica è uno dei fenomeni più importanti della nostra epoca e promette di acquistare una importanza decisiva nelle grandi battaglie tra capitale e lavoro » (Kautsky). Ma negavano loro il carattere di organizzazioni politiche di massa, la loro tendenza a diventare « da organizzazioni di combattimento di una classe, a  organizzazione statale  E per questo tendevano a inquadrarli nuovamente nella logica dell'azione sindacale. Appunto come dice oggi, insistendo un po' troppo sulla novità della sua posizione, il compagno Ingrao: « Cosa devono essere questi nuovi organismi? Nuovi strumenti di lotta anticapitalista dentro la fabbrica, come a me sembra, oppure organi di classe che divengono strutture fondamentali del nuovo potere statale? ».

A Kautsky Lenin rispondeva: « Il nodo del problema dei soviet è di sapere se i Soviet devono sforzarsi di divenire delle organizzazioni statali ». E Gramsci replicava a Tasca: « Le istituzioni tradizionali^ del movimento sono diventate incapaci a contenere tanto rigoglio di vita rivoluzionaria. La loro stessa forma è inadeguata al disciplinamento delle forze inseritesi nel processo storico consapevole. Esse non sono morte. Nate come funzione della libera concorrenza, devono continuare a sussistere fino alla soppressione di ogni residuo di concorrenza, fino alla completa soppressione di classi e partiti. Ma accanto ad esse devono sorgere e svilupparsi nuove istituzioni di classe ».

E ancora: « La formula conquista dello stato deve essere intesa in questo senso: creazione di un nuovo tipo di Stato generato dalla esperienza associativa della classe proletaria e sostituzione di esso allo Stato democratico-parlamentare » {Ordine Nuovo, 12 luglio 1919). La discussione che oggi il movimento reale ripropone è ancora una volta su questo stesso punto, qui si stabilisce la discriminante reale. Quando noi riproponiamo una riflessione sulla tematica consiliare è proprio ad esso che ci riferiamo: occorre lavorare alla creazione di movimenti politici e unitari di massa, con obiettivi di lotta direttamente contestativi del potere capitalista, con proprie ed autonome forme di organizzazione? E occorre vedere in queste esperienze qualcosa di più di una semplice spinta di base che rivitalizza le istituzioni esistenti, vedervi cioè la sede propria di formazione di un nuovo blocco storico rivoluzionario, cellule di un nuovo potere statale? Sono questi interrogativi che il gruppo dirigente comunista non accetta neppure di proporsi. È questa tematica che gli pare lettera morta di una lontana tradizione, nel momento stesso in cui parafrasa, forse senza rendersene conto, le altrettanto « invecchiate » formulazione kautskiane. Ed ha buone ragioni per farlo: perché tutto ciò implicherebbe una profonda correzione nella teoria e nella prassi della « via italiana al socialismo », il rimettere cioè in discussione una strategia che sopprime il problema stesso della rivoluzione, del « salto di qualità », oppure lo affida al momento in cui il potere statale verrà assunto da un partito che pur essendosi fino allora mosso « all'interno del sistema », ha conservato « l'ideale » di una società radicalmente diversa.

 

 

Spontaneità e coscienza

La prima verità, forse banale, ma importante da riaffermare è che la tematica « consiliare » o della « democrazia diretta », non è affatto legata, nella tradizione marxista, a particolari contingenze storiche, e tanto meno al carattere prematuro e « arretrato » di certe esperienze rivoluzionarie.

Non vogliamo qui soffermarci, per non appesantire il discorso, su di una ricostruzione di ciò che il problema dei consigli ha rappresentato nel dibattito teorico marxista e nelle esperienze pratiche del movimento operaio. Alcuni punti vanno però ricordati. Sul terreno teorico la discussione sui « consigli » ha rappresentato il punto di incrocio, e di verifica, di tre questioni decisive della concezione marxista della rivoluzione: il rapporto spontaneità-coscienza rivoluzionaria; la dittatura del proletariato come critica della democrazia parlamentare; l'estinzione dello stato come realtà separata. Vediamo separatamente i tre aspetti. Il rapporto spontaneità-coscienza, massa-avanguardia, è sempre stato un nodo della teoria marxista della rivoluzione. La difficoltà era ed è oggettiva. Il proletariato, che ha su di sé il compito più difficile e complesso della storia dell'uomo, quello di compiere la più universale delle rivoluzioni, di rovesciare dalle fondamenta l'ordine della società e di costruirne uno radicalmente diverso, è anche la classe subalterna, polverizzata, incolta per eccellenza.

La sua immediatezza sociale esprime solo le aporie e le deformazioni indotte dal sistema. L'unico contenuto autonomo che esso può attingere dalla propria condizione è il puro rifiuto. Ma come dare a questo rifiuto consapevolezza, organizzarlo in un disegno, tradurlo in progetto alternativo, costruirvi sopra una reale capacità di direzione e di gestione? La soluzione proposta da Kautsky e ripresa da Lenin nel Che fare? (la coscienza rivoluzionaria come elemento esterno portato nella classe dalla « scienza » borghese e « istituzionalizzato » nel partito) non offre una risposta teoricamente rigorosa, e soprattutto produce una deformazione giacobina o burocratica della rivoluzione socialista. Il partito, infatti, rappresentando solo una parte della classe, ed essendo retto da meccanismi fortemente centralizzati, non basta a promuovere ed a riassumere tutta la dialettica reale attraverso cui la classe può uscire dalla propria condizione subalterna e assumere direttamente il controllo della propria prassi politica e sociale.

La Luxemburg, Lenin negli anni della Rivoluzione, Gramsci nell'Ordine Nuovo, videro nei « Consigli » proprio la via d'uscita che l'esperienza stessa suggeriva per il problema. Nei consigli, istituzioni politiche di massa, strumenti di una lotta anticapitalistica diretta, individuarono il luogo in cui la spontaneità della classe e la teoria dell'avanguardia potevano interagire, e poteva prendere così forma una nuova egemonia sociale. Gramsci soprattutto insiste su questo aspetto: i Consigli devono trasformare la classe operaia in classe egemone in grado di dirigere l'economia e la società, di offrire una reale alternativa di « governo ». E se, più tardi, egli criticò « l'unilateralità » della tematica ordinovista, ciò fu solo nel senso che essa non aveva tenuto abbastanza conto della necessità di coordinare e generalizzare la esperienza dei consigli in un disegno strategico unitario, di non avere fatto loro superare fino in fondo il carattere economico-corporativo, così da porre il problema delle alleanze di classe e del potere statale. Già per questo aspetto dunque è assolutamente chiaro che il problema dei consigli è nato in connessione ad una visione della rivoluzione come processo sociale, come prodotto della maturazione delle masse, a parziale correzione di una unilateralità « giacobina » che era presente nella precedente concezione leninista della rivoluzione.

Ed è evidente anche che proprio su questo terreno si può cercare una particolarità d'origine del comunismo italiano, il quale con Gramsci e l'Ordine Nuovo avvia proprio intorno ai Consigli quella ricerca sulla rivoluzione in occidente di cui, all'opposto di Bordiga, vede dall'inizio il tratto distintivo nella maggiore « coesione » del « corpo sociale » e dunque nella necessità di una contestazione dal basso, di una aggregazione a livello di forze sociali.

 

 

La dittatura proletaria

Un secondo aspetto della questione riguarda il problema della dittatura proletaria. Ed è l'aspetto sul quale Lenin particolarmente insiste. Nei soviet egli vide infatti la forma, l'istituzione specifica del nuovo Stato, della dittatura del proletariato. Ora, può darsi che in questo egli avesse ragione o avesse torto, ma è comunque impossibile sostenere che la distruzione dello Stato borghese, la critica del sistema rappresentati vo-parlamentare, la necessità di una forma nuova di democrazia, fondata su organismi direttamente controllati dal basso e nei quali politica ed economia ritrovino la loro unità, fossero per lui, per Marx, o per Gramsci, legati a contingenze storiche, o alle caratteristiche particolari della rivoluzione russa.

Non bisogna infatti confondere, ed egli invita a non confondere, il concetto di dittatura proletaria con particolari forme del suo esercizio, legate alle specifiche difficoltà di una certa rivoluzione. Per esempio, la limitazione del suffragio universale decisa dai bolscevichi ai danni dei borghesi non era che una di queste forme particolari che in diverse situazioni potevano benissimo venir meno, allo stesso modo che il monopartitismo e le limitazioni alla libertà di parola o di organizzazione s. Ciò che invece egli riafferma come carattere universale e ineliminabile del potere proletario « è di essere comunque una dittatura (come ogni altro Stato), cioè fondata sulla repressione violenta degli sfruttatori come classe, quindi violazione della democrazia pura », cioè dell'eguaglianza e della libertà nei confronti di tale classe. E questo perché in qualsiasi paese o fase storica, in una società capitalistica, ed anzi anche in una società socialista, le classi sfruttate sono in una palese condizione di inferiorità economica e sociale che non basta un colpo di forza, né un decreto, a cancellare; rispetto a tale ineguaglianza reale la democrazia parlamentare è una pura mistificazione, che ne garantisce, in forme continuamente mutevoli, il perpetuarsi; lo stato rivoluzionario che non può dunque per definizione esprimere una piena egemonia sociale della classe subalterna, deve nella sua « costituzione politica » comportare i meccanismi necessari ad affermare il potere politico degli oppressi e a impedire che si perpetui e si riproduca la logica cumulativa del privilegio.

Ma come evitare che la dittatura del proletariato, come « potere senza vincoli e leggi », si rovesci su se stessa, dal momento che la classe che l'esercita non è in grado di gestire direttamente la società, e dunque uno Stato pur sempre rimane, un residuo di « delega » è inevitabile, e la dittatura del proletariato può quindi trasformarsi in una dittatura dell'avanguardia sulla massa, del gruppo dirigente sull'avanguardia?

Proprio la struttura « consiliare » del potere consente di rispondere nel modo più serio a questi interrogativi. « La Repubblica dei Soviet — scrisse Lenin nelle tesi sull'Assemblea Costituente del novembre 1917 — non è solo un tipo superiore di istituzione democratica, ma la sola forma capace di assicurare la transizione più indolore al socialismo ». E questo perché attraverso i consigli il proletariato esce dallo stato d polverizzazione sociale, la struttura del potere aderisce ai problemi reali di gestione della società, un massimo quindi di democrazia e di partecipazione si accoppia ad un massimo di contenuto proletario del potere. Non solo contro i privilegi tradizionali di classe che limitano il contenuto reale della democrazia borghese, ma anche contro le risorgenti minacce di formazioni di nuovi previlegi, contro le limitazioni gravi che porta in sé ogni forma di potere politico delegato, cioè ogni opposizione tra una massa formalmente detentrice della sovranità ma incapace di esercitare il potere, e una minoranza, formalmente esecutrice di una volontà sovrana, in realtà investita di tutto il potere.

 

 

Uno Stato in via di estinzione

Ecco perché, e tocchiamo qui il terzo aspetto della questione, il problema dei consigli è, nella tradizione, strettamente connesso con quello dell'estinzione dello Stato. Se infatti la dittatura proletaria è uno Stato sui generis, come dice Engels, in quanto « Stato in via di estinzione », non può esserlo unicamente perché ad esso corrisponde una società il cui sviluppo elimina progressivamente le differenziazioni di classe, e dunque le basi stesse dello Stato. Poiché questo sviluppo della società è a sua volta un processo graduale, a garantire il quale non basta l'atto di nascita rivoluzionario, cioè la statalizzazione della proprietà, ma occorre un potere politico e sociale che lo diriga e lo solleciti contro le resistenze dei vecchi privilegi e l'insorgenza dei nuovi. Deperimento dello Stato (del suo carattere burocratico e delegato) e costruzione della società senza classi sono due processi paralleli che mutuamente si garantiscono e si sostengono. È dunque necessario che la stessa struttura del potere politico contenga in sé meccanismi di contestazione permanente del burocratismo, della divisione sociale del lavoro, del privilegio. 

Di qui tutta l'insistenza di Marx prima, di Lenin dopo, sulle istituzioni di democrazia diretta come cellule costitutive del potere proletario. Un'insistenza, non a caso, che diviene particolare nei momenti e nelle situazioni in cui la rivoluzione appare più matura e più si può fare affidamento sulla capacità delle masse di autogovernarsi. E dunque, in Lenin ad esempio, caratterizza l'opera degli anni della maggiore spinta rivoluzionaria, quando egli riteneva possibile l'estendersi della rivoluzione in Europa occidentale, e quando l'energia creatrice delle masse appariva in tutta evidenza {Stato e Rivoluzione). Mentre in altri momenti, quando vengono in primo piano le particolarità della rivoluzione russa (la debolezza della classe operaia, l'incompiutezza della rivoluzione borghese, il basso livello culturale, l'accerchiamento del primo paese socialista) l'accento del pensiero leninista cade sul problema dell'avanguardia, sul partito, sullo Stato in quanto apparato repressivo al servizio della lotta di classe (Che fare, Il rinnegato Kautsky, le polemiche con l'opposizione operaia, ecc.).

Quando poi consideriamo, al di là del dibattito teorico, le esperienze storiche reali, questo dato appare ancora più evidente. Come cominciamo a documentare in questo stesso numero, le esperienze consiliari, intorno agli anni venti, sono state circoscritte e rapidamente soffocate, sia là dove la rivoluzione fu sconfìtta, sia là dove riuscì a conservare il potere. E in tutti i casi è apparso evidente come la ragione fondamentale di questi fallimenti fosse sempre legata all'immaturità del processo rivoluzionario. In Russia, per esempio, fu legata alla disgregazione della classe operaia, alle difficoltà economiche che costrinsero prima alla Nep e poi all'industrializzazione forzata, alla pressione della controrivoluzione mondiale. In Italia, all'isolamento dell'esperienza torinese, alla mancanza di un movimento anticapitalista di massa nelle campagne, al sabotaggio dei consigli da parte del sindacato e del partito socialista.

Si può sostenere, malgrado tutto questo, con qualche serietà, che la « tematica consiliare » è legata ad una fase storica particolare, « arretrata », del movimento operaio, che è un elemento accessorio della teoria marxista della rivoluzione, che è all'origine del carattere frontale della lotta di classe negli anni venti e del carattere autoritario che il potere socialista assunse in URSS (accettando così per buono l'argomento di sempre della polemica socialdemocratica che vide nei fondamenti stessi del leninismo — nella rottura che i soviet operarono contro la democrazia borghese — la radice di tutte le successive difficoltà della rivoluzione mondiale)?

O non è vero piuttosto il contrario: che la « tematica consiliare » è la sola che consente di affrontare i nodi della teoria marxista della rivoluzione al di fuori del dell'alternativa tra riformismo e giacobinismo, e che essa non trovò, negli anni venti, spazio reale per l'immaturità delle condizioni oggettive e per l'insufficiente convinzione e l'insufficiente rigore con cui le varie correnti del movimento operaio l'assunsero e la tradussero in pratica?

Altrettanto insostenibile, e ancor più facile da confutare, è la tesi secondo cui la strategia dei partiti comunisti occidentali, a partire dal VII congresso dell'Internazionale, ha assunto e superato il problema dei consigli e la tematica della democrazia diretta, risolvendola, come dice Natta, sul piano superiore « della egemonia politica » e del rapporto « struttura-sovrastruttura ». Torneremo più avanti sul contenuto teorico di questa tesi. Consideriamola ora sotto un profilo storico. La strategia dei Fronti Popolari soppresse in radice la tematica dei consigli come istituzione decisiva del processo rivoluzionario. Essa autocritico il settarismo della politica degli anni venti, non per riscoprire la verità dei movimenti politici di massa, per riproporre il tema della ricomposizone fra lotta politica e lotta economica, per rimettere all'ordine del giorno il problema della rivoluzione in occidente e della sua specificità, ma per riscoprire, e nelle forme tradizionali, da un lato la lotta rivendicativa immediata, dall'altro la dimensione politico-parlamentare. È vero che all'azione politica reale essa continuò almeno fino al secondo dopoguerra a sovrapporre l'ipotesi di una futura rivoluzione soviettista: ma ormai, in piena epoca staliniana, il termine aveva un significato del tutto diverso, i soviet erano concepiti come « organizzazioni di massa », cinghie di trasmissive del partito, allo stesso modo dei sindacati o delle organizzazioni femminili. Il « salto rivoluzionario », oltre a essere continuamente rinviato ad un futuro dagli incerti contorni, si riduceva in effetti alla conquista del potere statale da parte del partito.

 

 

Blocco storico o convergenze corporative

Ora, può darsi che quella fosse l'unica strategia possibile in una fase difensiva della lotta di classe, quando il problema dominante era la difesa del primo Stato socialista, e quando le forme di gestione di quello Stato non consentivano uno spazio reale ai problemi della « democrazia diretta ». Ma bisogna essere quanto meno consapevoli del prezzo che così si pagava, del fatto che, in quella strategia, la ricerca intorno al problema della rivoluzione socialista in occidente veniva di fatto accantonata. E infatti non è un caso se, puntualmente, ogni qualvolta la politica frontista si trovò ad affrontare una fase offensiva della lotta di classe, andò incontro a sconfitte rapide e desolanti. E, sempre, al centro di queste sconfitte, vi è stata la contraddizione tra la crisi politico-sociale che precipitava, e il vuoto di un'alternativa reale, al livello di massa, capace di sostenere uno scontro con il sistema, e dunque la fragilità e l'isolamento di schieramenti politico-parlamentari che parevano all'inizio possenti e naufragavano miseramente nel momento della verità. L'unica alternativa, per reagire a questo vuoto senza accettare la sconfìtta, diveniva così quella, illusoria, dell'impennata insurrezionale, del la svolta autoritaria sostenuta dalla forza armata esterna.

E non è dunque un caso se la strategia frontista si è, nella coscienza delle masse, continuamente intrecciata e ancora più s'intreccia alla fiducia messianica nell'URSS come elemento esterno senza il quale il salto rivoluzionario era difficilmente pensabile.Non vi è dubbio che, dopo la vittoria sul fascismo, il Partito comunista italiano si è via via forzato di uscire dal puro schema frontista innovandolo in tre punti importanti: la teoria del blocco storico anticapitalistico,il concetto di riforme di struttura, e soprattutto il « partito nuovo» di massa. Ma che questi rimanessero elementi subalterni di una strategia immutata, e comunque non bastassero ad assumere in forme nuove la « tematica consiliare », a sviluppare istituzioni di democrazia diretta delle masse, io dimostrò subito l'esperienza.

Nel dopoguerra, infatti, in Italia, si svilupparono spontaneamente istituzioni di tipo nuovo: i comitati di liberazione nazionale, le commissioni interne con amplissimi poteri di fatto, i comitati per la terra nel mezzogiorno. Non si trattava di pure emanazioni di una certa parte dello schieramento politico, né di pure istituzioni di classe: ma di organismi politici e sociali unitari. Ebbene, mai, neppure per un momento, il PCI o gli 'altri partiti di sinistra pensarono di puntare sullo sviluppo di queste esperienze per evitare l'alternativa tra la scelta insurrezionale, alla greca, e la semplice ricostruzione della legalità parlamentaristica. Gli organismi operai in fabbrica divennero così o strumenti di collaborazione di classe per la « ricostruzione », o strumenti di appoggio al partito; i CLN furono tout court sacrificati sull'altare del governo di coalizione. E tutto ciò non solo per la prudenza che ispiravano i rapporti di forza internazionale, ma per la convinzione che, inchiodata al terreno delle istituzioni parlamentari, la borghesia non sarebbe srata capace di ristabilire il proprio potere, e che d'altra parte al passaggio dal capitalismo al socialismo bastava l'egemonia sullo stato rappresentativo di quel partito che per la sua ideologia, i suoi legami di massa, i suoi collegamenti internazionali, incarnava la classe operaia.

Questa scelta non solo condusse allora ad una sconfitta storica di cui ancora paghiamo le conseguenze, ma ha sostanzialmente vanificato gli stessi elementi più nuovi e fecondi della ricerca strategica comunista. Il concetto di blocco storico è rimasto sostanzialmente, finora, inoperante: si è creata in Italia infatti una spaccatura verticale, ideologistica, tra schieramenti politici, su cui si è costruita l'unità cattolico-conservatrice e che ha fortemente paralizzato lo sviluppo della lotta di massa e bloccato il processo di unificazione politica della classe; le alleanze sociali del proletariato si sono costruite come convergenze di interessi lesi, e in generale dunque con forze eterogenee, alcune delle quali conservatrici, anziché come unità degli interessi anticapitalistici nel vivo di una lotta politica coerente; le convergenze politiche hanno assunto il carattere di un dialogo tra le organizzazioni esistenti, sempre più intrecciate al potere e burocratizzate, anziché nascere attraverso una loro continua   ricomposizione e ristrutturazione a contatto con la lotta di massa.

Anche la « strategia delle riforme » è rimasta in realtà sulla carta: si è cioè ridotta ad una rie di movimenti di opinione, a volte, e malamente, mediati a livello istituzionale; sempre o prevalente-rote rivolti contro la sopravvivenza dei settori ar-aici dell'economia e della struttura sociale; mai capaci di costruire un movimento di massa organizzato né di iinarsi in una strategia di attacco al sistema. Infine, il « partito nuovo » si è sviluppato in realtà come addizione tra due partiti — quello di un'avanguardia militante e fortemente centralizzata, e quello di una massa arsamente politicizzata e scarsamente partecipe — proponendo al suo interno un rapporto di democrazia delegata.

Non solo dunque la « tematica consiliare » è stata sostanzialmente soppressa nella strategia del Partito comunista italiano del secondo dopoguerra, ma questa soppressione è una delle ragioni fondamentali della evidente  riduzione della politica comunista — nei momenti di stretta — alla strategia frontista. Non solo, dunque, « partito nuovo », « riforme di struttura », « blocco storico », non assumono realmente in sé quella carica ma, per questo, restano essi stessi elementi subalterni, spezzoni inoperanti di un nuovo disegno strategico.

 

 

B. Consigli e capitalismo maturo

Decisivo è comunque sapere se lo sviluppo capitalistico moderno, con le nuove caratteristiche che produce nella società, toglie o rida valore alla tematica consiliare, alla critica della democrazia delegata, alla ricerca di nuove istituzioni di classe come organi di un nuovo in gestazione.

Coloro che negano la validità di questa tematica adduco principalmente, abbiamo visto, tre argomenti: il fatto che la società capitalistica attuale è socialmente tanto complessa che, più del passato, la costruzione di ina maggioranza implica il concorso di una pluralità strati e di classi sociali; il fatto che in essa il peso della tradizione politico-culturale impone e consente un sistema di alleanze non appiattito al momento sociale r di classe ma ricco di mediazioni sovrastrutturali; infine il fatto che l'attuale società, e del resto anche dolorose esperienze altrove compiute, invitano ad evi-ire strutture istituzionali le quali comprimano l'articolazione del potere, limitino l'esercizio delle tradizionali libertà, e coltivino in sé spinte totalitarie. Rispetto a questi dati nuovi, sui quali è impossibile non convenire, la democrazia consiliare rappresenterebbe un as-rao salto all'indietro verso schemi economicisti e rozzamente classisti4. Mentre, a nostro avviso, sono proprio queste caratteristiche nuove della società capitalistica ittuale a rendere pienamente matura la tematica consiliare.

Se il nostro obiettivo fosse solo polemico, basterebbero torse a dirimere questo dissenso alcune osservazioni di fatto. Ad esempio: proprio la stratificazione complessa della società di capitalismo avanzato, il peso crescente di strati intermedi spesso economicamente privilegiati, l'estrema varietà di redditi e di collocazione sociale all'interno della stessa massa salariata — tutto ciò insomma che conferisce particolare importanza al problema dell'unità e dell'alleanza fra forme sociali diverse — ne rende anche difficile la soluzione. A livello delle rivendicazioni immediate tutti questi interessi sono difficilmente compatibili tra loro e ancor meno sono compatibili in un disegno coerente di sviluppo della società. Di qui la tendenza evidente al moltiplicarsi di spinte corporative di cui i partiti politici per un verso cercano di servirsi e da cui per altro verso sono continuamente ricattati. È possibile dunque costruire un blocco di forze sociali rivoluzionarie se i vari gruppi sociali, attraverso un'esperienza politica di massa, e una partecipazione diretta, non travalicano l'orizzonte rivendicativo e non diventano soggetti politico-sociali unificabili? O non è vero piuttosto che, proprio per la mancanza di questo elemento, per il vuoto esistente tra lotta sindacale e sintesi politica, il « blocco storico » continuamente oscilla tra un coagulo di interessi esclusi, ed una sintesi puramente « ideale »? Ancor più chiara è la questione del « totalitarismo ».

In tutti i paesi dell'occidente il sistema rappresentativo versa in una crisi radicale5: le elezioni sono riti simbolici che affidano all'elettore la scelta formale tra liste di candidati e programmi che non ha concorso a formare, che si somigliano tra loro, e che tutti sanno non contare nulla; i parlamenti sono ovunque privi di potere reale e, se pure ne avessero, sono paralizzati da un estenuante gioco di equilibri; gli organi elettivi locali sono totalmente travolti da un meccanilmo di sviluppo della società che li supera e li sovrasta. A fianco di questa crisi avanza ovunque un nuovo totalitarismo, legato alla concentrazione del potere economico, agli imperativi di una tecnologia che il sistema orienta, alle scelte ideologiche che i mass media impongono, ai vincoli dell'integrazione internazionale. Questo non avviene « a dispetto » del suffragio universale (nella sua specifica figura borghese: la democrazia rappresentativa) ma come aspetto e conseguenza di un sistema istituzionale la cui essenza è la separazione del politico dal sociale, l'isolamento dell'individuo nell'astratta figura del cittadino. Che senso ha dunque continuare a vedere in questo sistema politico l'antagonista del totalitarismo, mentre ne è più che mai la condizione e la garanzia?

Tutto ciò è così evidente che i difensori dell'attuale sistema istituzionale, o i teorici della « politica delle alleanze » conducono in realtà la propria battaglia rifiutando il terreno dello scontro che sembravano aver scelto: le contraddizioni che gli si aprono nella politica delle alleanze, o sul piano delle istituzioni, cercano di superarle introducendo nel discorso, e privilegiando, un elemento esterno a quei problemi e che parzialmente li contraddice, il partito. È il partito — o il blocco di più partiti — il deus ex machina che dovrebbe consentire di trasformare e mediare un coacervo di interessi contraddittori in un blocco storico coerente, è il partito che dovrebbe dare alla democrazia rappresentativa un significato reale.

 

 

Una rivoluzione sociale

Ma anche qui è la realtà che non consente ai conti di tornare. I grandi partiti, in tutto l'occidente, hanno via via accresciuto il loro peso, la loro forza condizionante, occupano gran parte delle posizioni di potere nella società, si dividono le spoglie dello Stato. Ma questa loro crescita si accompagna a un processo- di burocratizzazione, alla trasformazione in macchine corporative ed elettorali, sempre più svuotate di un preciso contenuto ideale, di chiare connotazioni di classe, e sono dunque sempre più apparati di gestione di un meccanismo sociale che non vogliono e non possono modificare. Si può chiudere gli occhi di fronte a un fenomeno tanto generale, continuare a parlare pedantemente della « autonomia della sovrastruttura » quando è proprio l'autonomia della sovrastruttura politica istituzionalizzata che oggi lo sviluppo capitalistico corrode e comprime? La radice di tutto ciò non è proprio nel vuoto che si è venuto stabilendo fra una lotta sociale puramente rivendicativa e una lotta politica che accetta di muoversi nell'astrattezza e nella genericità della dialettica parlamentare, per poi arrovesciarsi in una pura logica di potere?

Il fatto è che la rivoluzione, in occidente, non si può e non si potrà fare se non prende progressivamente forma, nella società, un'alternativa reale al sistema capitalistico come modo di produrre, di consumare, di pensare; un'alternativa definita nei suoi contenuti positivi, cioè come programma di trasformazione della società, come blocco di forze capace di attuarlo, come nuovi soggetti di gestione sociale. Le rivoluzioni socialiste che fino ad oggi conosciamo sono avvenute in condizioni del tutto diverse: in società largamente precapitalistiche, cui il capitalismo non era in grado di offrire una prospettiva di sviluppo, e in cui dunque una minoranza rivoluzionaria, richiamandosi al marxismo e alla classe operaia, ma mobilitando soprattutto forze e rivendicazioni ancora lontane da una chiara qualificazione proletaria, si è impadronita del potere politico e ha organizzato l'economia su modelli di proprietà e con meccanismi di funzionamento largamente immaturi, per perseguire prioritariamente obiettivi che altrove il capitalismo aveva raggiunto o stava raggiungendo. La rivoluzione è stata in quei paesi un fatto politico prima che sociale; suo protagonista è stata un'avanguardia ideologicamente consapevole; suo strumento decisivo, il partito; suo aspetto fondamentale, la lotta per il potere statale. Non è un caso che, in occidente, questo tipo di rivoluzione non abbia mai potuto realizzarsi. Non solo infatti qui il sistema capitalistico ha già raggiunto molti di quegli obiettivi che nei paesi sottosviluppati sono la molla delle moderne rivoluzioni; ma attraverso lo sviluppo costante del reddito, la molteplicità degli strumenti di mediazione, i rapporti internazionali di srrj"amento, esso è in grado di offrire alla maggioranza una qualche possibilità di sopravvivenza e spesso la soluzione parziale dei problemi immediati. La rivoluzione non può nascere dal disfacimento del sistema, dalla paralisi della produzione; essere frutto della crisi, della disperazione, della rivolta elementare. Può affermarsi solo come alternativa storica positiva; come proposta di un ordinamento sociale capace non solo di produrre di più, e di meglio distribuire, ma anche di produrre in modo diverso, beni diversi, per consentire un tipo diverso di convivenza tra gli uomini.

La soppressione del capitalismo come modo sociale di produzione (la critica del lavoro alienato, della divisione sociale del lavoro, del modello individualistico di consumo, dello Stato) deve iniziare realmente nel momento stesso in cui la rivoluzione si compie, e anzi essere presente, non solo come programma ma come movimento reale, nella lotta per la conquista del potere statale. La rivoluzione proletaria deve insomma tornare ad essere, innanzitutto, un processo sociale. Ora, la premessa necessaria di questo tipo di rivoluzione sta nel grado di maturazione oggettiva del socialismo in occidente; nel fatto cioè, essenziale in tutta l'analisi marxista, che lo sviluppo del capitalismo crea le forze e le condizioni necessarie per il passaggio ad una società superiore. Ed è questa premessa che oggi comincia ad essere reale. Se si osservano con attenzione i più recenti movimenti di lotta che hanno scosso l'occiden^ capitalistico, questa è la loro caratteristica più nuova e profonda: il problema della rivoluzione, la critica del sistema, non derivano più solo, né prevalentemente, da una scelta ideologica, ma nascono dalla dinamica della lotta sociale, dalla presa di coscienza di una certa condizione, dalla scoperta delle sue radici, dalla consapevolezza generale che ne deriva. Tutto ciò è evidente nella lotta operaia che tende oggettivamente ad uscire dall'orizzonte puramente, contrattuale per contestare il potere capitalistico in fabbrica e per cercare direttamente le vie della propria socializzazione-generalizzazione. Ed è evidente anche in altri settori del corpo sociale (tra i giovani, tra gli studenti, tra i tecnici, tra gli intellettuali) in cui si profila altrettanto nettamente il bisogno oggettivo di un nuovo ordinamento generale della società.

 

 

Un salto di qualità

 Ma è la stessa realtà del sistema, e del movimento che cerca di opporglisi, a farci anche vedere come questa « maturità » oggettiva di un nuovo sistema sociale in occidente non possa in alcun modo alimentare la ripresa delle concezioni riformistiche ed evoluzionistiche del passaggio dal capitalismo al socialismo. Più che mai, il socialismo appare invece come un salto di qualità, una critica e un rovesciamento del dato sociale immediato. Non solo infatti il sistema, per le sue connessioni intersettoriali ed internazionali, si presenta come un continuum molto rigido, predeterminato a lungo nel tempo e da lontano nello spazio, immodificabile attraverso singoli atti di riforma o conquiste parziali che non ne mettono in crisi gli equilibri generali. Ma anche, e soprattutto, il crescente condizionamento che il sistema esercita sulle forze produttive (scienza, tecnica, bisogni, capacità professionali) impedisce che si formi, all'interno della società esistente, un'alternativa reale, cioè idee, forze, risorse, capacità di gestione che, liberate dal condizionamento degli attuali ordinamenti giuridici, potrebbero naturalmente organizzarsi secondo un nuovo meccanismo. 11 socialismo non è la società nuova che cresce (come avvenne a quella borghese) all'interno della vecchia: è un'alternativa possibile che può diventare reale solo con un salto dialettico, con il rovesciamento e la contestazione di tutto l'universo sociale. Il processo di formazione di un blocco storico alternativo non si presenta come autoaffermazione di una realtà sociale data contro un sistema che l'imprigiona, ma come autocontestazione di questa realtà in ogni settore, come sviluppo di una polarità dialettica (proletaria) all'interno di un universo produttivo ambiguo e contraddittorio.

La lotta operaia, ad esempio, non tende ad uscire dall'orizzonte sindacale per rivendicare la gestione operaia dell'azienda capitalistica: ma a contestare l'organizzazione capitalistica del lavoro, una tecnologia orientata dal principio dello sfruttamento, la struttura gerarchica dell'azienda, la divisione sociale del lavoro determinata dal profitto e dal mercato. La lotta degli studenti non tq»de a recuperare l'efficienza dell'istruzione, né solo a criticare la selezione classista nel diritto allo studio, ma a contestare i contenuti stessi della cultura borghese, anzi la cultura come fonte di privilegio sociale e la divisione del lavoro ad essa connessa. La lotta al sistema, insomma, può ritrovare il legame con il ruolo sociale concreto, ma solo nella forma di una continua contestazione di questo ruolo.

Se non si sviluppa dunque, in ogni settore della società, una lotta politica di massa, un movimento permanente e organizzato, attraverso cui la classe operaia e i suoi alleati escano dalla propria immediatezza sociale, creino una continua alternativa di potere, realizzino un sistema di alleanze, elaborino un modello alternativo, la rivoluzione non è possibile. Il nodo della rivoluzione occidentale sta nella costruzione di un movimento politico anticapitalistico e unitario di massa che aggredisca il sistema al livello delle sue strutture sociali: le fabbriche, le scuole, la città, le professioni, e così via. La strategia tradizionale che sovrappone un discorso politico-ideologico ad un movimento di lotta che nei suoi contenuti rimane interno al sistema, gradualistico e ri vendicativo, sarà sempre incapace di determinare una crisi generale del sistema, e ancor più incapace di offrire alla crisi una soluzione positiva. Di qui nasce la nuova, piena validità della tematica consiliare. Come possono crescere, e assumere forma stabile, infatti, questi movimenti politici di massa? Proprio per quello che abbiamo detto, il movimento non può eternamente restare ad un livello magmatico e spontaneo: ha bisogno di elaborare una propria linea, di cumulare le esperienze, di selezionare i propri dirigenti, di coordinarsi nei vari settori, di conquistare un proprio spazio di potere. Senza tutto ciò esso deve continuamente cominciare da capo, non resiste alle fasi di riflusso, si disperde in lotte settoriali, oscilla tra rivendicazioni immediate facilmente riassumibili e conati di rivolta che lo dividono e lo isolano, resta, nel migliore dei casi, inchiodato ad una fase spontaneista e assembleare all'interno della quale le varie avanguardie si confrontano per trarne adesioni e quadri. Può il sindacato assolvere tale compito senza snaturarsi o, piuttosto, senza continuamente deprimere la logica di sviluppo del movimento, riconducendola continuamente entro un orizzonte contrattuale? Può farlo il partito, senza immediatamente rompere l'unità del movimento, strumentalizzarlo alla propria lotta per il potere e dunque comprometterne la ricchezza e l'autonomia?

L'esperienza ha già dimostrato di no. Il voler ad esempio tutto ricondurre, nella lotta di fabbrica, alla direzione sindacale, sta già oggi mortificando la spinta alla politicizzazione e alla generalizzazione della lotta operaia: o meglio, la lotta si trasferisce dal terreno contrattuale a quello politico solo a prezzo di abbandonare il terreno decisivo dello scontro, la struttura produttiva, e concentrarsi invece sulla rivendicazione di provvedimenti legislativi per la casa, la sanità, il controllo dei prezzi. All'inverso, nel movimento studentesco l'abbandono della tematica specifica, legata alla concretezza di una particolare situazione sociale, il tentativo di trasformare tout court gli studenti in una nuova avanguardia politica, ha condotto al riflusso e alla divisione del movimento stesso.

L'unica soluzione di questo problema, centrale per la rivoluzione in occidente, ci sembra dunque possa essere fornita dall'ipotesi consiliare. Dall'autonoma strutturazione cioè del movimento di massa, che si dia una propria organizzazione, proprie istituzioni: i consigli, appunto, come organi di democrazia diretta, controllati dal basso, espressione della totalità della massa in lotta e quindi di un gruppo sociale omogeneo.

 

 

La novità rispetto a Lenin e a Gramsci

Ovviamente, così concepiti, e così giustificati, i consigli, oggi, non si ripropongono come una semplice riedizione di teorie e di esperienze del passato. Appaiono, da un lato, sensibilmente diversi da quello che sono stati nel pensiero leninista, e soprattutto nella pratica della rivoluzione russa, i soviet. I soviet infatti erano soprattutto degli organismi politici di lotta per il potere statale in un momento di crisi acuta della società: essi non volevano essere, e non sono stati, strumenti della costruzione di un movimento di massa il quale, in un settore determinato della vita sociale, elaborava via via una critica della struttura esistènte e si metteva in grado di costruirne e di gestirne un'alternativa.

Quando, dopo la rivoluzione, i soviet avrebbero dovuto diventare questo, organi di gestione della società socialista, reali cellule di base del nuovo potere statale, essi, per una serie di circostanze che già vengono accennate in altra parte di questo stesso numero del Manifesto e verranno analizzate nel prossimo, sono entrati in crisi. I consigli, invece, così come la rivoluzione in occidente oggi li sollecita, devono dall'inizio proporsi come strumento di crescita di un contropotere sociale, organi di elaborazione di contenuti e soluzioni alternative, strumenti di formazione di nuove capacità di gestione e dunque di una egemonia reale della classe operaia. Ma essi appaiono anche sensibilmente diversi — e per la ragione opposta — dai consigli operai dell'Ordine Nuovo. Gramsci infatti attribuiva ai consigli proprio la funzione di far crescere e di affermare, in antagonismo allo stato esistente, l'egemonia sociale della classe operaia. Ma fondava questa ipotesi sul fatto che ormai la classe operaia come classe « produttiva », si contrapponeva alla classe dei capitalisti ormai ridotta ad una funzione parassitaria e socialmente superflua.

I consigli operai dovevano esprimere appunto questa positività e pienezza delle forze produttive, interpretata dagli operai: questa « coscienza dei produttori »; e dunque fatalmente tendevano ad una linea di autogestione, e altrettanto fatalmente ponevano in secondo piano il problema del potere statale, della lotta politica, della rottura rivoluzionaria. E non aveva tutti i torti Bordiga, come Gramsci riconobbe, ad accusare l'Ordine Nuovo di restare ancora all'interno di una concezione evoluzionista e riformista. I consigli, come organi di un movimento anticapitalistico di massa, devono al contrario, oggi, partire proprio dalla critica e dalla contestazione della « coscienza dei produttori », non esprimere « la fabbrica e l'attuale divisione sociale del lavoro », ma la critica di classe alla fabbrica e all'attuale divisione sociale del lavoro. La loro prospettiva non è l'autogestione dell'attuale struttura economico-sociale, perché questa struttura non è autogestibile: ma la distruzione di questa struttura e la sua sostituzione con un'altra nella quale la libertà e la partecipazione divengano i motori dello sviluppo, si superi la separazione fra economia e politica, tra lavoro manuale e lavoro intellettuale.

Ma proprio per queste ragioni, per il fatto di non essere strumenti eccezionali per la presa del potere quanto organi permanenti di costruzione di una società alternativa, e per il fatto di non essere organi di autogestione delle imprese ma strumenti politico-sociali di contestazione della struttura capitalistica, diviene oggi più evidente che mai quel carattere di potere statale in gestazione che Lenin come Gramsci attribuivano ai consigli e ai soviet.

Innanzitutto, infatti, nella misura in cui cresce un movimento di massa che contesta nelle sue radici il potere e l'organizzazione produttiva capitalistica, un movimento cioè che non persegue la migliore soluzione di ogni problema all'interno dei dati complessivi posti dal sistema, ma tende invece a porre in discussione, partendo dalle concrete esigenze di un gruppo sociale, il sistema stesso, è fatale che si determini, nella società, uno srato di crisi crescente. Non è vero che contestato il potere capitalistico in fabbrica, o il carattere selettivo della scuola, la società funzionerà meglio, produrrà di più. e così via. Nessuna società può svilupparsi in una situazione di reale contraddizione tra i princìpi che la governano. E in una situazione di crisi generale del sistema tutto l'apparato istituzionale si disgrega: i corpi repressivi e la struttura burocratica manifestano senza più coperture la loro reale dipendenza dal potere reale (il dominio di classe) e non dal potere formale (il suffragio universale); le formazioni politiche si trovano di fronte a scelte radicali che fanno saltare la loro struttura interclassista e le loro contraddizioni ideologiche. Il meccanismo elettorale e gli equilibri parlamentari, in queste condizioni, non sono mai elementi autonomi, che decidono. Essi ratificano solo un rapporto di forza che oramai si è stabilito nella società, il risultato di una partita che già si è giocata con altri strumenti. Il maggio francese avrebbe dovuto insegnare quanto sia ingenua la speranza di creare una crisi acuta, di rifiutarsi di condurla fino in fondo e di affidare la soluzione al confronto elettorale: l'unico risultato che se ne ricava è il riflusso conservatore.

 

 

Un processo di superamento della democrazia rappresentativa

 

Già per questo verso, dunque, è chiaro che esiste un antagonismo tra lo sviluppo di un movimento di massa anticapitalistico e le istituzioni rappresentative tradizionali: se si gioca a fondo la carta della contestazione del sistema, se si punta alla crisi rivoluzionaria, occorre creare, e far prevalere altre e meno mistificate forme di partecipazione politica e di organizzazione del suffragio universale. La scelta non è necessariamente tra suffragio universale, o suffragio limitato o dittatura violenta6: è tra una forma o un'altra di suffragio universale. Come si vota, per eleggere quali organismi, come controllati, per esercitare quale potere?

Ma vi è qualcosa di ancora più profondo che spinge a concepire i consigli come organi di un nuovo stato in formazione: il fatto cioè che senza una nuova struttura statale di questo tipo la società socialista è fatalmente destinata al totalitarismo. In una società socialista, infatti, un potere politico organizzato nelle forme della democrazia rappresentativa (elezione una volta ogni tanti anni e sulla base di programmi generici, l'individuo isolato come soggetto politico, concentrazione formale del potere in un corpo rappresentativo) è destinato ad essere ancora più mistificato e mistificante che non in una società capitalistica. Tutte le scelte reali, prima di ogni altra la determinazione del piano economico, sfuggiranno all'elettore come al parlamento: l'uno e l'altro impotenti e impreparati a compierle. Il potere reale verrà assunto allora da una struttura centralizzata, da una minoranza illuminata: il partito (o i partiti) dominante e la tecnocrazia. E dietro il velo della sovranità popolare, delle elezioni, del parlamento, tutti i collettivi sociali verranno ridotti a strumenti consultivi o a cinghie di trasmissione della volontà di una minoranza. Certo, quando si dice che i consigli devono diventare organi di un nuovo Stato in formazione, si usa consapevolmente una definizione insufficiente e contraddittoria. Essi sono qualcosa di più, cioè organi e strumenti di una classe che tende non ad affermare il proprio dominio ma a sopprimere se stessa ed ogni forma di dominio: e qualcosa di meno, perché fino al momento in ai non sia pienamente possibile una gestione sociale diretta non sarà possibile evitare, da parte dei consigli, una qualche delega ad un potere politico separato e superiore.

Vale per i consigli ciò che Engels e Lenin Avevano della democrazia: finché esiste un dominio di classe la democrazia totale non sarà possibile, e quando ale dominio sarà eliminato la democrazia, come ogni forma politica, non sarà più necessaria. Nel caso dei consigli, finché permarrà un potere statale, politico, i consigli non potranno assorbirlo e riassumerlo pienamente in sé; quando invece essi potranno direttamente e pienamente assumere la gestione della società non saranno più organi statali, perché non esisterà lo Stato. Ma proprio come per la democrazia, anche per i consigli, questo loro carattere ambiguo, contraddittorio, li pende, per eccellenza, la forma di regime politico, la cellula costitutiva, di uno Stato che non è Stato, di uno Stato in via di estinzione. Certo, una costituzione politica che abbia nei consigli la propria cellula fondamentale non è neutrale rispetto alle classi: essa tende a privilegiare il potere politico di coloro le cui connota-z.oni sociali consentono meglio di partecipare ai consigli, di essere protagonisti della lotta. È una costitu-aone « ineguale » rispetto alla borghesia come classe.

Ma si può sostenere seriamente che non è ineguale, verso il proletariato come classe, la democrazia rappresentativa? E comunque non è proprio questa, come diceva Lenin, la forma « più indolore » di dittatura del proletariato? Non rappresenta comunque un salto di qualità nella partecipazione politica e nel potere reale della maggioranza degli uomini, di quella maggioranza che solo in un collettivo, nel concreto di una situazione sociale, può contare e anzi può pensare e scegliere? Solo partendo dalla consapevolezza che i consigli non sono forme integrative della democrazia rappresentativa, ma una forma superiore e antagonistica di costituzione politica, e sforzandosi di farne progressivamente il principio costitutivo fondamentale dello Stato, si può lavorare seriamente al loro sviluppo. È un antagonismo che oggi appare più acuto di ieri, perché, come abbiamo visto, le nuove forme di democrazia diretta più che nel passato si riempiono di un contenuto anticapitalistico, appaiono come elementi in gestazione di un ordine sociale alternativo, la società comunista in nuce.

 

 

Una proposta politica

Tutto questo discorso, cui occorrerebbero ben altre analisi e una molto maggiore precisione nelle definizioni teoriche 1, porta comunque ad una proposta politica molto semplice e univoca.

Si sono sviluppati, in Italia e in occidente, negli ultimi due anni, alcuni movimenti di massa, unitari, che tendono a negare la tradizionale configurazione della lotta sindacale e di quella politica. Rifiutano cioè una lotta di massa che si arresti ai confini dell'azione contrattuale o che ricerchi puramente uno sbocco parlamentare ed elettorale. Sono movimenti politici che cercano di contestare direttamente, nella struttura della società, il suo principio costitutivo generale: la divisione di classe e lo sfruttamento del lavoro. Lo sforzo convergente nei partiti di sinistra è quello di utilizzare questa pressione, riportandola però entro i tradizionali canali: quello sindacale, sia pure rinnovato da un nuovo rapporto democratico con la base; o quello politico-parlamentare, sia pure anch'esso depurato dai più pesanti elementi burocratici. Anche molti dei gruppi minoritari, se non tutti, battono sostanzialmente la stessa strada: vogliono semplicemente utilizzare la crisi apertasi tra il movimento di massa, il sindacato, il partito, per dar vita a un nuovo sindacato o ad un nuovo partito.

Noi pensiamo che questa linea debba invece essere contestata in radice. I movimenti di massa che spontaneamente sono cresciuti offrono una straordinaria occasione per impostare in termini nuovi la strategia della rivoluzione occidentale. Essi possono e debbono assumere forma stabile e permanente, estendersi ad altri settori della società, darsi una propria organizzazione, costruire la propria unità, crescere cioè come un'alternativa sociale al sistema. Il partito, il sindacato possono e debbono essere strumenti per la crescita, l'unificazione, la qualificazione, di questo movimento anticapitalistico di massa. Di fronte a queste istituzioni, esso deve però conservare la propria autonomia, esprimere e poi via via coordinare e unificare proprie istituzioni dirette, i consigli, organismi di direzione della lotta politica di massa e unitaria di ogni settore del corpo sociale. Questi movimenti di lotta possono e debbono strappare conquiste parziali, posizioni di potere ma, per loro logica intrinseca, tali conquiste sono solo momenti e strumenti di preparazione di una crisi rivoluzionaria e di costruzione di una alternativa di sistema. Occorre costruire nelle fabbriche consigli operai, come organismi sindacali e politici insieme, autonomi dal sindacato come dal partito. E così in ogni settore della società. La crescita di questo movimento, di questi organismi, di questo doppio potere è destinata ad aprire nel corpo sociale una contraddizione e una crisi crescente: i partiti devono assumere questa prospettiva, prepararsi ad affron» tare questa scadenza, sapere esprimere fino in fondo i contenuti anticapitalistici del movimento, unificarli in una proposta coerente, misurare su questa base le alleanze tra loro. La struttura consiliare che si viene così costruendo è destinata anche a mettere in crisi le attuali istituzioni politiche e a proporsi come base di una nuova struttura statale. Occorre cercare concretamente di definire una struttura istituzionale nella quale il suffragio universale, la sovranità popolare, si esprimano attraverso la partecipazione costante, la vita di collettivi di lavoro e di lotta, esercitino un controllo reale delle scelte e della loro realizzazione, intervengano in tutti i settori della vita economica e sociale. E occorre altresì ripensare la struttura del sindacato e del partito per adeguarli a questi nuovi compiti, per farne reali strumenti di crescita del movimento, un'avanguardia ad esso intrecciata.

La tematica consiliare, insomma, a nostro avviso, non è solo uno degli elementi dell'attuale riflessione sulla strategia rivoluzionaria; è il punto qualificante che costringe a ripensare un po' tutto il discorso rivoluzionario, ad approntare nuove analisi della società capitalistica, a sperimentare nuove forme di organizzazione. A tutti coloro che respingono questa riflessione in nome di scelte compiute nel 1944 e poi consolidatesi nella prassi politica, abbiamo cercato di rispondere che questa tematica non è estranea alla tradizione comunista, anzi è all'origine del comunismo italiano. Se questo non basta, dovremo aggiungere un'osservazione di fatto che non vuole avere il sapore di una recriminazione o di una accusa: i partiti comunisti occidentali sono nati ormai da cinquantanni, ma il socialismo in occidente non pare molto più vicino di allora. Cerchiamo pure tutte le spiegazioni storiche di questo rinvio, facciamo pure serenamente l'inventario delle importanti vittorie, dei consistenti risultati che, malgrado questo, si sono, in Italia e nel mondo, raggiunti. Non rimangono tuttavia ragioni sufficienti a far nascere qualche dubbio, a stimolare qualche ricerca autocritica, sulla strategia che fin qui ci ha orientati?

 

 

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1 « Il Consiglio è la negazione della legalità industriale, tende ad annientarla in ogni istante, tende a condurre la classe operaia alla conquista del potere industriale » (L'Ordine Nuovo, 12 giugno 1920).

2 « Abbiamo il diritto di chiedere di più ai Soviet? I bolscevichi che dopo la rivoluzione del novembre 1917 ottennero con i socialisti rivoluzionari di sinistra la maggioranza nei Soviet dei deputati operai russi, decisero lo scioglimento dell'Assemblea Costituente, di fare dei Soviet, fino ad allora organizzazione di combattimento di una sola classe, una organizzazione statale. Essi hanno annientato la democrazia che il popolo russo aveva conquistato con la rivoluzione di marzo. Da allora i bolscevichi hanno cessato di chiamarsi socialdemocratici. Si chiamano comunisti » (K. Kautsky, La dittatura del proletariato).

3 « Dipende dalle condizioni particolari di questo o quel paese, di questa o quella rivoluzione, quali particolari misure di restrizione della democrazia per gli sfruttatori saranno applicate. Teoricamente la questione che si pone è un'altra: la dittatura del proletariato è possibile senza violazione della democrazia verso la classe degli sfruttatori? » (Lenin, // rinnegato Kautsky e la Rivoluzione proletaria).

4 A dire il vero, non tutto, in questa argomentazione, è limpido e degno di seria considerazione. È sospetto ad esempio che si ignori come l'istituzione dei Soviet sia nata non in contrasto, ma direttamente come espressione di un'alleanza di classe, ed il suo declino abbia coinciso, in URSS, con la rottura di tale alleanza. E ancor più sospetto è il fatto che tanto ci si preoccupi della « vocazione totalitaria » dei consigli, i quali non hanno fino ad oggi fatto male a nessuno, e nel contempo si eviti la critica, e anzi si riproponga quella struttura centralizzata del partito che è stata certamente all'origine delle peggiori degenerazioni autoritarie.

5 In quelli dell'oriente è una mistificazione consapevole. Senza che, però, nessun leader comunista occidentale se ne lamenti seriamente. Quel suffragio universale, quella pluralità di partiti, quella divisione dei poteri che con tanto vigore vengono difesi come « forma superiore di democrazia » contro la critica della nuova sinistra rivoluzionaria in Occidente, appaiono improvvisamente valori assai meno assoluti quando implicano uno scontro politico e teorico con il gruppo dirigente sovietico.

6 Perché mai i consigli dovrebbero essere espressione di una parte sola del corpo sociale? Non è al contrario evidente come oggi istituzioni di democrazia diretta tendono a nascere in sempre più numerosi settori, esprimere forme di partecipazione non puramente legate alla vita produttiva in senso stretto? Sarebbe questo un passo indietro o un passo avanti nell'intervento reale della massa dei cittadini sulle scelte politiche?

7 Sarebbe soprattutto necessario affrontare lo stesso tema dei consigli in relazione all'esperienza e alla attuale situazione delle società socialiste: vedere se e come può anche per loro venire di qui la soluzione di problemi rimasti insoluti o affiorati nel corso dello sviluppo. E condurre, sulla base di una esperienza reale, la critica sia della soluzione russa (il potere sovrano del partito) come di quella iugoslava (l'autogestione).

 

 

 


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