numero 3 febbraio 2000

 

 

Dopo la crisi e il congresso Ds

L'ANNO CHE CI ATTENDE 

Lucio Magri 

  

Si è conclusa la crisi di governo, e si è svolto il Congresso nazionale dei democratici di sinistra. La prima ha prodotto la defezione del gruppo del trifoglio dalla maggioranza, che si trova così ad essere una maggioranza relativa, dovrà di momento in momento cercare apporti in diverse direzioni, e resterà in piedi in una linea di continuità ma sempre tormentata dall'irrisolta questione del leader futuro. Nel secondo è emersa una minoranza di sinistra più forte e meno arrendevole del passato, capace di intrecciarsi, su certe questioni come i referendum, con una più vasta area sindacale; ciononostante il congresso ha ratificato con convinzione la scelta culturale e politica già compiuta da tempo e ora ribadita concordemente da Veltroni e da D'Alema: un partito socialdemocratico nella versione neoliberale.

Su entrambi questi avvenimenti la nostra rivista ha anticipato un'analisi e un giudizio, e non vediamo alcuna necessità di tornarci sopra per rivederli.

 

 

 

Più utile invece tentare a questo punto un passo avanti: una riflessione sul tema che, pur essendo dominante nella coscienza di tutti, è stato paradossalmente rimosso sia nella crisi di governo sia al congresso di Torino. Il tema della prospettiva per l'anno che ci attende e che si concluderà con le elezioni politiche generali.

Sappiamo tutti che il risultato di quelle elezioni non è affatto sicuro. È possibile, anzi probabile, che la prima esperienza di un governo di centro-sinistra, dopo aver anticipato una tendenza europea, sia anche la prima a manifestarne la crisi. È fatale questa sconfitta, come i più credono, o è comunque un passaggio necessario, come non pochi, orientati all'astensione, lasciano ormai intendere? Oppure c'è qualcosa che si può ancora sperare e fare per impedirla, almeno per renderla meno distruttiva possibile?

Vorrei pormi queste domande e dire cosa penso al riguardo.

1.Parto prosaicamente da una valutazione degli attuali rapporti di forza elettorali, anche se so che i rapporti di forza non si misurano solo in voti e le stesse tendenze di voto sono ormai oscillanti. Perché la vicenda del prossimo anno si concluderà con elezioni generali e perché sappiamo che la perdita del governo - per una coalizione tanto composita e per partiti tanto strutturati sull'esercizio del potere - può produrre una dissoluzione dell'una e l'implosione degli altri. Le recenti suppletive forniscono in proposito indicazioni più serie di un semplice sondaggio, e sono state invece poco considerate.

a) Continua e si accentua il fenomeno dell'astensionismo. Non è solo un fenomeno quantitativo. Chiunque, parlando con chiunque, verifica ogni giorno che ne è cambiata anche la qualità. L'astensionismo non esprime ormai solo disinteresse e apatia, ma spesso una convinzione profonda, ha assunto un carattere attivo, quasi "militante". Colpisce in modo particolare la sinistra, di governo e di opposizione (4 milioni di voti in meno in pochi anni). Misura e accelera una crisi generale della partecipazione democratica, della formazione del consenso collegata a identità culturali o a un meditato giudizio sulle politiche in atto: la crisi cioè proprio della risorsa di cui ogni possibile sinistra ha bisogno.

b) Il declino della forza elettorale del centro-sinistra non si è affatto arrestato. Se si prende in considerazione non chi ha vinto o chi ha perso un collegio, ma le percentuali e i voti assoluti presi nello stesso collegio in rapporto alle elezioni precedenti, il centro-sinistra ne ha perduti ancora, e non pochi. Le evidenti tensioni nella maggioranza parlamentare sono prodotte anche da questa incertezza del futuro, e l'aggravano.

 

 

 

c) Non c'è ancora, d'altra parte, lo sfondamento a favore del centro-destra che Berlusconi si attendeva e millanta. Nella sua forma attuale anche il centro-destra ha perso voti in percentuale e in cifre assolute, per l'astensionismo e per la secessione di liste protestatarie nel suo campo. E ciò riflette e incentiva una divisione di prospettiva al suo interno e un logoramento della leadership. Un fenomeno del resto non solo italiano (da analizzare: della destra parliamo ancora troppo poco): le forze classiche di centro-destra sono in difficoltà in Francia, in Inghilterra e ormai anche in Germania.

d) Rifondazione comunista ha dimostrato ormai di reggere, seppure ridimensionata, anzi ha manifestato qualche segno di ripresa. Soprattutto ha dimostrato di poter difendere i propri voti anche sotto il ricatto del "voto utile", cioè in presenza di elezioni seccamente maggioritarie.

Nel complesso dunque, allo stato dei fatti, la partita non è chiusa in partenza. Ma il centro-sinistra non appare in grado di vincerla - anche perché Berlusconi dispone di una riserva potenziale nell'elettorato della Lega e in quello radicale - senza un'intesa con Rifondazione, anzi senza un'intesa con Rifondazione che appaia sufficientemente limpida e motivata da recuperare almeno in parte il fenomeno astensionista.

2.Non è però una situazione statica, tutt'altro. Peseranno molto, nei prossimi mesi, non solo e non tanto le ricorrenti burrasche parlamentari connesse ad alcune leggi (sulla scuola, la par condicio, le rappresentanze sindacali, la commissione-tangentopoli), quanto alcune scadenze politiche e sociali di grandissimo rilievo.

La più vicina - ma non la più importante - sarà quella delle elezioni regionali. Nell'affrontarla il centro-sinistra può contare su due elementi di vantaggio. Anzitutto la forza relativa delle candidature che può mettere in campo, che possono permettere il recupero anche in alcune regioni del Nord in partenza compromesse. In secondo luogo una legge elettorale - in sé criticabilissima per il mix tra presidenzialismo reale e proporzionalismo apparente - che consente però un'intesa, pur in presenza di radicali dissensi politici, tra centro-sinistra e Rifondazione: per il primo è vitale far passare il proprio presidente, per la seconda conservare una rappresentanza istituzionale anche nel caso che una legge capestro la emargini dal parlamento nazionale. E infatti tali intese ci saranno quasi ovunque.

Molti le considerano con sospetto e criticano Rifondazione: come si fa, dopo aver rotto la maggioranza di Prodi, dopo la guerra, dopo quello che si dice del governo, a fare accordi così generalizzati? Non sono critiche da sottovalutare, perché sicuramente esprimono un senso comune diffuso, e possono portare molti ad astenersi contro tutte le indicazioni impartite dal vertice.

 

 

 

Personalmente le comprendo, ma non le condivido, anche se, forse, per ragioni diverse da quelle che Rifondazione adduce.

L'argomento in base al quale il governo locale non comporta necessariamente lo stesso grado di accordo di quello nazionale, e anzi può convivere con l'opposizione ad esso, è infatti corretto ed ha seri precedenti cui riferirsi nella storia della sinistra italiana. E tuttavia non è del tutto convincente nel caso attuale: perché finora a livello regionale il discorso programmatico non ha mai avuto sufficiente rilievo né è mai arrivato agli elettori; perché per converso nel prossimo futuro le regioni assumeranno un peso politico molto più determinante; perché la nuova legge elettorale affida un ruolo preminente e maggiore autonomia al presidente; perché siamo all'immediata vigilia di elezioni politiche e quelle regionali oggettivamente assumono il valore di un antefatto.

A giustificare questo tentativo di intesa, e a renderla comprensibile, sono soprattutto altri due fatti. Da un lato il fatto che, in questo modo, si riapre - sia pure a qualche prezzo - per Rifondazione, e per tutta la sinistra alternativa, un canale di comunicazione, la condizione di un confronto reale e senza pregiudizi, non tanto con i vertici quanto con una base di massa del centro-sinistra, che la rottura del '98, a torto o a ragione, aveva compromesso. Dall'altro il fatto che impedire al centro-destra di assumere la direzione di regioni decisive, nella loro fase costituente, non è cosa da poco per la definizione del futuro conflitto sociale e politico, dimostrerebbe che Rifondazione ha un peso, e che il fatto di combattere a viso aperto la politica liberista nel suo complesso, e dunque l'attuale governo, non vuol dire considerare eguali ed equivalenti tutte le sue versioni (quelle più estreme o quelle più moderate, quelle pienamente condivise dalla propria base sociale e quelle contraddittorie con essa e dunque più vulnerabili alla critica).

Non è certo tutto; anzi non è neppure la premessa naturale e sufficiente per un'analoga intesa alle politiche. Ma è certo una condizione favorevole per sviluppare un'iniziativa politica e anche per rendere più incisiva un'opposizione al neoliberismo in generale.

 

 



3.La scadenza più importante nei prossimi mesi - quella che può realmente cambiare qualcosa di profondo nel male o nel bene - è comunque un'altra: i referendum, in particolare quelli sul lavoro e sullo stato sociale. La sostanza di questo scontro non può sfuggire a nessuno. Non è più in gioco questa o quella legge, questa o quella tutela: ma l'architettura generale, l'insieme dei princìpi che negavano al lavoro il carattere di una merce come le altre, e sancivano l'esistenza di diritti fondamentali e universali come connotati della cittadinanza e condizione della democrazia politica effettiva. Princìpi che hanno rappresentato la novità positiva del XX secolo, e non a caso sono stati messi a fondamento irrinunciabile della costituzione repubblicana (e perciò non liquidabili da un referendum). Su tutto ciò non saprei dire nulla di più e di meglio di Luigi Ferrajoli (il manifesto, 9/1/2000).

Altrettanto evidente è il rischio che in questo scontro si presenta. Non è un caso che siffatti referendum siano stati presentanti ora, perché il terreno è stato preparato da lunghi anni di offensiva politica e culturale, e da processi sociali che hanno diviso il mondo del lavoro da quello del precariato e della disoccupazione (cui una buona parte della sinistra si è piegata, cercandovi una forma di legittimazione). E non è privo di significato che la Confindustria, di solito prudente, abbia sùbito deciso di sostenerli, mostrando così che non le basta più il neoliberismo strisciante e contrattato, né lo strumento della concertazione, ma consideri necessario in Italia un "passaggio reaganiano", una più brutale rottura di continuità.

E tuttavia, forse illudendomi, penso che questa volta il rischio possa rovesciarsi in un'occasione. Trascinata dalle sue componenti ideologicamente e socialmente più estremiste, dall'"ebbrezza del successo", e pressata dalle difficoltà a reggere la sfida del nuovo quadro europeo e sotto i venti di una crisi generalmente non risolta nell'economia mondiale, la classe dominante si è risolta a cercare una prova campale, niente affatto sicura. Come avvenne alla DC e al mondo cattolico con i referendum sul divorzio e sull'aborto, e a Berlusconi sulle pensioni nel'94. C'è ancora nel paese una coscienza democratica e una sensibilità sociale indebolita ma diffusa, c'è un movimento sindacale incalzato da una base che può trovare in questa occasione una ragione per porre una battuta di arresto al ripiegamento, c'è uno schieramento politico, anche di sinistra moderata e di mondo cattolico che, pur riluttante, sa di non potersi sottrarre a un impegno.

La battaglia sarà più o meno difficile, anche in rapporto a quali quesiti saranno ammessi. E molto dipenderà dal grado di mobilitazione, e dalla capacità di convinzione, di quanti l'animeranno. Ma si può vincere, e comunque produrrà un mutamento profondo nella coscienza collettiva, fuori dai santuari della politica, una ripresa sul campo di una identità di sinistra, elementare ma decisiva.

 

     



4.Resta però, e comunque resterebbe aperto, e spinosissimo, il passaggio successivo e determinante. Come si va alle prossime elezioni politiche? Non se ne discute ancora quasi per nulla, perché ciascuno non vuole dire pregiudizialmente che a quel livello non c'è intesa possibile a sinistra, e contemporaneamente sa bene che allo stato dei fatti le condizioni di un'intesa mancano. Ma non discutendone sul serio, e per tempo, tali possibilità diminuiscono ulteriormente. Nelle ultime settimane sia il centro-sinistra che Rifondazione hanno convenuto su un punto rilevante: è improponibile ripetere l'esperienza della desistenza, con la quale si sono vinte di un soffio le elezioni del 1996. Fuori o dentro.

Viene da chiedersi, senza malizia, come e perché un simile tentativo di "andare oltre la desistenza" non sia stato compiuto quando pure si era deciso di presentare candidati comuni, e soprattutto quando si riusciva a governare insieme. E' comunque un'affermazione sensata e importante, che però mette in luce tutta la difficoltà.

Escludendo infatti la desistenza nella forma che assunse il 21 aprile (candidati comuni "per battere la destra, ma senza programma comune e senza impegno per il governo) non riesco a vedere che due tipi possibili di collaborazione elettorale a sinistra.

La prima, più semplice e realistica perché tiene conto delle rotture intervenute e dello stato attuale dei rapporti politici e delle rispettive piattaforme programmatiche, è quella di una intesa circoscritta: in base alla quale Rifondazione sia presente nella quota proporzionale, ottenendo per ciò stesso di raccogliere in quella il massimo possibile dei voti e un decente numero di deputati, non concorra invece nei collegi uninominali, dove da sola non otterrebbe comunque alcun seggio, e desse indicazione di voto in rapporto ad alcuni precisi e circoscritti impegni programmatici del tipo di quelli che recentemente Bertinotti ha richiesto. Questa possibilità però è strettamente legata alla permanenza di una quota proporzionale e alla possiblità di concorrervi senza passare attraverso i candidati nell'uninominale. Dipende dunque dall'esito del referendum presentato in proposito e dalla legge elettorale che ne seguirà.

La scelta di Veltroni a favore di un sistema a turno unico che abolisce seccamente la proporzionale appare, in questa luce, ulteriormente assurda: significa costringere Rifondazione a presentare candidati in tutti i collegi o a suicidarsi. Se quel referendum non passa neppure questa volta, perché i dubbi sul maggioritario si diffondono, il discorso si riapre; ma se passa, trascinato dagli altri, tutto si complica di molto.

 

  

 

L'altra forma possibile di intesa, ovviamente, è quella di un accordo pieno, ma implica un programma comune di ampio respiro e l'impegno politico per una intera legislatura (senza del quale non solo è difficile realizzarla ma non sarebbe ormai capita e accettata dagli elettori). Qui non si tratta più solo di questioni come il salario minimo, o le pensioni sociali o le rappresentanze sindacali. Entrano in gioco questioni quali il diritto di intervento e il ruolo della Nato, il patto di stabilità e una svolta espansiva nelle politiche economiche e fiscali europee, la riforma della scuola pubblica o la sua sostanziale privatizzazione, il welfare universalistico o quello residuale, la privatizzazione di nuovi settori produttivi senza progetti strategici di ristrutturazione e nuove forme di intervento pubblico che li guidino. Su tali questioni non solo permangono e si aggravano le divergenze, ma non è in corso un confronto serio e stringente. Il centro-sinistra italiano non dimostra la consapevolezza critica che pure ormai affiora nel dibattito politico-culturale in altri paesi, anche nelle stesse classi dirigenti. E la sinistra alternativa è anch'essa diffidente e riluttante ad affrontarle nella forma di proposte compiute e con la fiducia di poter creare via via le condizioni di realizzarle almeno in parte.

Una intesa implica altresì non certo la convergenza piena - impossibile e non feconda - di strategie, culture, riferimenti sociali, ma almeno un confronto e un dialogo, uno sforzo, come diceva Gramsci, di decifrare le verità parziali contenute nelle posizioni che pure si combattono, ne spiegano la forza, e agiscono in esse come elementi di contraddizione su cui fare leva. A me pare paradossale la convinzione, che riaffiora, secondo la quale quanto più le cosiddette due sinistre divergono nelle loro identità e strategie, tanto più diventano facili e possibili accordi politici o esperienze comuni di governo. Anzi, per realizzare tali accordi, devono risultare chiare le analisi e le ragioni in base alle quali - pur con finalità e strategie diverse - ciascuno ne vede la necessità e la possibilità. Ragioni che a mio avviso stanno essenzialmente in questo: la profondità e il carattere generale della crisi cui il neoliberismo - cioè la forma storicamente determinata che il capitalismo ha assunto in questa fase - conduce la società italiana e mondiale; l'urgenza quindi di rimetterla in discussione con grandi riforme, come passaggio e terreno fondamentale anche per offrire spazi, soggetti, strumenti indispensabili ad una critica più radicale del capitalismo come tale (esperienze di movimento, maturazione culturale, ricostruzione dell'organizzazione politica).

Confesso che mi pare improbabile che ci sia il tempo e la forza di produrre in pochi mesi le condizioni necessarie ad una tale intesa, di tornare di colpo al 21 aprile, e per di più su basi più avanzate e convincenti.

Ma non per questo mi pare meno necessario costruire ed imporre un vero ed esplicito confronto che metta ciascuno di fronte alle sue responsabilità. Perché, quale che sia poi l'esito delle elezioni, è vitale che nella sinistra moderata non si chiuda ma anzi si riapra una riflessione di fondo sulla strada ora imboccata, e che la sinistra alternativa non resti ancor più isolata, a livello sociale oltre che politico, e non sia risucchiata entro l'orizzonte della pura testimonianza e della pura protesta.

Ciò rimanda ancora una volta a un discorso proprio sullo stato attuale della sinistra alternativa: sulle posizioni tra le quali essa stessa è divisa, sulle sue potenzialità riemergenti e sui suoi limiti, sugli itinerari possibili di una sua maggiore credibilità. Un discorso sul quale questa rivista potrebbe e dovrebbe essere particolarmente impegnata.
 


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