numero 1 dicembre 1999

 

Ds a congresso


UNA RESISTIBILE DISCESA

 
Lucio Magri 

 

  

I congressi di partito - anche quando i partiti erano una cosa seria - solo raramente sono stati sede di grandi decisioni o hanno prodotto nuove idee; normalmente sancivano ciò che era prevalso nei gruppi dirigenti ed era già penetrato nel senso comune dei militanti.

L'attuale congresso dei Ds è più che mai nella norma anche se si definisce "fondativo". Importanti decisioni politiche erano infatti intervenute prima, erano state pubblicamente contestate e poi mediate in altre sedi. Il documento di maggioranza presentato al congresso non le sottopone specificatamente al congresso per una verifica. È infatti un documento "di indirizzo", a volte ben scritto, più spesso retorico. Offre da un lato una descrizione ottimistica della società e del mercato, delle innovazioni che vi si producono, dei protagonisti che vi concorrono, e dall'altro afferma con enfasi grandi princìpi (libertà e giustizia, competizione e solidarietà, democrazia e stabilità, governo multipolare del mondo) che possono realizzarsi se vi concorrono tutti gli uomini di buona volontà. Non a caso esso può dunque essere firmato da molti che pure hanno spesso detto cose molto diverse tra loro, e subito si affrettano ad aggiungervi note a pié di pagina che forniscono diverse interpretazioni di ciò che hanno appena firmato.

Non per questo il congresso è privo di interesse. Perché offre l'occasione per porsi alcune domande e un osservatorio per rispondervi. Cosa è oggi questo nuovo partito? Come è diventato ciò che è? Quali tendenze vi emergono per il prossimo futuro? In che misura tali tendenze sono irreversibili, e cosa potrebbe invece modificarle?

 

 

 

Su queste specifiche domande, vorrei dunque concentrarmi, ragionando il più possibile sui fatti.

2.Sono ormai dieci anni che il "nuovo partito" è in formazione. Un periodo abbastanza lungo, e abbastanza significativo per permettere un bilancio.

L'obiettivo dichiarato in partenza non era di salvare il salvabile. Era molto più ambizioso: costruire una grande forza di sinistra, con identità e programmi rinnovati, che poteva integrarsi con altre tradizioni del riformismo italiano (socialista, cattolica), con nuovi movimenti attivi nella società (ambientalismo, femminismo, pacifismo) e con nuovi ceti emergenti (ceti medi produttivi e intellettuali della modernità). Promotore e motore di una più vasta alleanza politica con forze di centro democratiche e progressiste, per assicurare una nuova direzione politica al paese. La mozione congressuale ancora si intitola: "una grande sinistra, un grande Ulivo". Ciò che non funziona è però il fatto che, dopo dieci anni, una grande sinistra non c'è, e non sembra a portata di mano, e la coalizione di governo è in affanno.
Partiamo dai numeri. Non dicono tutto, ma non si può prescinderne.


 

I VOTI
  Elezioni Politiche Elezioni europee
1987 (Pci) 10.254.000 26,7%  
1989   (Pci) 9.602.000 27,6%
1992 (Pds) 6.317.000 16,1%  
1994 7.881.000 20,3% (Pds) 6.267.000 19,1%
1996 7.894.000 21,1%  
1999   (Ds) 5.279.000 17,4%




Le cifre percentuali e ancor più quelle assolute mostrano che dopo dieci anni il partito non ha conquistato, in nuove direzioni o attraverso nuove aggregazioni, ciò che ha perduto per scissione e per abbandoni della forza che il Pci aveva (circa quattro milioni di meno). Ha toccato il punto più basso dopo il 1991, ha recuperato in parte tra il '94 e il '96, e dopo di allora, pur governando gran parte delle amministrazioni locali e poi l'intero paese, ha subito nuove flessioni. È dunque molto lontano dai "grandi partiti del socialismo europeo" che oscillano tra il 30 e il 40%. È un partito medio, stabile se non in declino, tra il 17 e il 20%, tra i 5 e i 6 milioni di voti.
Nel contempo si è verificata una mutazione nella distribuzione territoriale dei suoi elettori: è prevalentemente una forza regionale, del centro-Italia, ha subito un drastico ridimensionamento in tutto il nord industriale e avanzato, e un modesto rafforzamento nel mezzogiorno continentale. Il che implicitamente indica anche una mutazione nella composizione sociale, diversa da quella del passato, ma diversa anche da quella sperata.



 

GLI ISCRITTI
1989 1.421.000 1994 698.000
1990 1.264.000 1995 692.000
1991 989.000 1996 686.000
1992 769.000 1997 638.000
1993 690.000 1998 613.000



L'andamento del tesseramento riproduce dunque la curva dei risultati elettorali. Ma le cifre, in questo campo, sono molto meno certe e di per sé meno significative. Meno certe, perché per i primi anni il tesseramento era triennale, registrava di fatto tutti i nuovi ingressi, solo in minima parte gli abbandoni. Più tardi si è tornati al tesseramento annuale, ma contemporaneamente è venuta meno qualsiasi forma di registrazione e di controllo a livello nazionale: il dato complessivo registra comunicazioni approssimative delle organizzazioni locali, lungo un periodo non precisamente cadenzato, e per questo risulta, più o meno volontariamente, gonfiato. Negli anni più recenti, poi, si sono inseriti i gruppi "cofondatori" che hanno semplicemente indicato cifre convenzionali di aderenti. In occasione dell'attuale congresso questa aleatorietà è divenuta trasparente: a luglio i tesserati erano meno di 450.000, nell'imminenza del congresso si è avuta una convulsa attività di tesseramento.
A tali elementi brutalmente quantitativi vanno aggiunti elementi meno quantificabili ma non meno importanti e da tutti riconosciuti. Un fortissimo calo di partecipazione degli iscritti, soprattutto al dibattito politico generale (meno sulle questioni locali o sulle candidature).

Una drastica riduzione del numero delle sezioni territoriali, e tanto più di quelle sui luoghi di lavoro, per nulla compensate dall'esperienza delle nuove aree tematiche (la più attiva, quella ambientalista, raccoglie 3.500 iscritti). Questo calo di partecipazione è visibile anche negli attuali congressi di base: meno del 20% in genere, meno del 10% in Emilia. Inoltre un crollo degli strumenti di formazione e soprattutto di informazione: l'Unità è al lumicino sul piano non solo finanziario ma diffusionale (ed è curioso che la mozione congressuale proponga di "moltiplicare le feste dell'Unità", non di rilanciarne l'acquisto e la lettura). Infine, e forse soprattutto, deperimento, a volte espropriazione totale, delle sedi collettive di direzione e di dibattito: tutte le decisioni più importanti sono delegate a gruppi assolutamente ristretti, informali, o direttamente al leader, e sono comunicate direttamente attraverso i mezzi di comunicazione di massa nella versione a loro adatta e da loro manipolata senza mediazioni che le chiariscano, le argomentino, le verifichino. Le candidature per le elezioni sono prevalentemente decise attraverso accordi a lungo programmati all'interno del ceto politico o all'ultimo istante nella contrattazione tra i vertici di molti partiti.

Si può parlare per questo di un partito "leggero"? Certamente sì, nel senso di un partito molto meno legato da una comune ideologia, meno vincolato a una disciplina, meno condizionato da un corpo di militanti stabilmente attivi, meno governato dai propri apparati e da procedure complesse. Ma per altro verso un partito ancor più pesante. Perché strutturato attraverso una rete diffusa di competenze e di ruoli direttamente connessi all'esercizio del potere e alle sedi istituzionali: dal vertice del governo nazionale (con tutti i suoi consulenti, uffici stampa, collegamenti informali), fino agli enti locali, sindaci e assessori "eletti dal popolo" e autonomi dal partito (con tutte le loro ramificazioni nell'amministrazione pubblica, nei centri di ricerca, nei consigli di amministrazione di impresa e di università). Un ceto politico che si somma ai tradizionali apparati del movimento cooperativo e di quello sindacale a loro volta più autonomizzati rispetto alla propria base.
Una struttura forte, dunque, non necessariamente corrotta o corruttibile, anzi ancora relativamente onesta e abbastanza competente (in questo senso la differenza con il centro-destra attuale e con il Caf del passato è tuttora molto netta). Ma una struttura che per sua natura, per cultura e costituzione materiale, necessariamente antepone a tutto il governo; può dare il meglio di sé soprattutto nella buona amministrazione, ma è esposta alle suggestioni dei poteri forti, rifugge dai grandi progetti riformatori, non può e non sa attivare, mobilitare, educare un movimento nella società.

Il partito insomma non è ancora grande, ma è già molto diverso, in una certa misura non è più un partito in senso proprio. Si può valutare tutto ciò buono o cattivo, un successo della modernità o un disarmo della politica, accontentarsene o sperare di modificarlo: è però molto difficile negare che questo, oggi, sia lo stato delle cose.

 

 

        




3.Per evitare una critica severa sul passato, e un pessimismo sul futuro, i dirigenti dei Ds possono opporre, e in effetti oppongono a questa analisi severa due argomenti che hanno qualche fondamento nei fatti, e dunque qualche efficacia. Ma che, a mio parere, non reggono, o portano a conclusioni anche più preoccupanti.

Si dice, da un lato, che oggi un bilancio è improprio, prematuro, perché la strada per costruire "una grande sinistra" non poteva che essere lunga e impervia avendo alle proprie spalle la pesante eredità del Pci, al proprio fianco una socialdemocrazia europea anch'essa in ritardo ed in crisi, e di fronte una società radicalmente nuova e segnata nel profondo dall'offensiva neoconservatrice. Si dice, d'altro lato, che la perdurante debolezza del partito non ha impedito di conquistare la direzione del governo nazionale e di molte amministrazioni locali, il che la compensa largamente e promette anche al partito un futuro migliore.

Alla prima obiezione non sono in grado di replicare qui adeguatamente, cioé con una ricostruzione attenta dei passaggi cruciali del decennio, delle occasioni che si sono presentate e del perché sono state mancate.

Mi limito a tre brevi considerazioni.

a) La forza elettorale e organizzativa del Pci, malgrado un lungo declino, in piena crisi del socialismo reale, non aveva affatto il carattere di un crollo precipitoso. Il Pci aveva ancora basi solide ed energie vitali, ed era generalmente riconosciuto nel paese come una seria forza riformatrice non molto diversa da quelle del socialismo europeo, con tutte le risorse, le difficoltà e i limiti connessi. Si può discutere se dovesse cambiare il nome, ma anche chi l'ha ritenuto necessario era convinto di disporre di un patrimonio valorizzabile.

b) Anche ammesso che la sinistra italiana, per la sua storia particolare, e la scissione successiva, dovesse attraversare una crisi particolarmente difficile, non si può dimenticare che proprio in quegli anni le si è offerta un'occasione inattesa e straordinaria: il dissolvimento delle maggiori forze politiche avversarie, e il collasso di un intero sistema di potere, travolto da tangentopoli ma anche da una crisi finanziaria e istituzionale del paese. È vero che dietro tale collasso restava forte il tessuto sociale e culturale su cui quel sistema di potere si era retto. Ma resta il fatto che si è creato per una intera fase un vuoto di rappresentanza politica e un vero sommovimento nello spirito pubblico; si liberavano forze e tradizioni riformiste e democratiche rimaste a lungo prigioniere del vecchio regime e che potevano esse stesse rifondarsi. Il Pds non ha saputo e voluto profittarvi. Anzitutto perché invece di cogliere la profondità della crisi, la sua dimensione sociale, la sua dimensione internazionale, e offrirle una piattaforma alternativa, ha proposto allora quasi solo una riforma del sistema politico ed elettorale, e la riduttiva prospettiva di un "paese normale".

c) La vittoria del 21 aprile è stata prodotta da un'intelligente tessitura di alleanze ma anche da un forte movimento di reazione democratica di fronte a una destra cialtrona e avventurosa, e da uno straordinario movimento di lotta sociale sulle pensioni. La vittoria ha quindi non solo provocato un sollievo ma anche suscitato forti speranze di cambiamento. La politica di alleanze è stata gestita dal nuovo governo con qualche saggezza malgrado la fragilità della coalizione, anche per merito del Pds. Ma la spinta a sinistra nella società, altrettanto fragile, non è stata invece né raccolta nei programmi per il futuro né alimentata in movimenti presenti. Proprio nel momento in cui proponeva di rilanciare una forza di sinistra, D'Alema ha accentuato lo spostamento al centro nella cultura, nei programmi, nei comportamenti del Pds (la "rivoluzione liberale", lo scontro con Cofferati al Congresso, i compromessi senza costrutto alla bicamerale, la gestione leaderistica): è casuale allora che la "Cosa due" sia diventata solo un semplice collage di spezzoni di ceto politico, che il partito non sia decollato; o è stato un sacrificio consapevole? Mi fermo qui, si potrà discutere a lungo.

4.La seconda obiezione è molto più importante, anzi decisiva, ma a maggior ragione può e deve essere respinta. Anzitutto su un piano generale, di principio. Essa muove da una idea e da un'analisi di fondo: l'idea secondo la quale nella società attuale, così frammentata socialmente, così refrattaria alle ideologie, il declino del partito come soggetto forte è scontato, grandi movimenti che dall'opposizione crescano e si unifichino fino a conquistare il governo non sono possibili, la sinistra può arrivare al governo solo utilizzando momenti favorevoli, raccogliendo opinioni diffuse, intorno a programmi relativamente generici e rassicuranti e con ampie alleanze, e dal governo mostrare poi le proprie capacità, costruire un consenso più solido. Il governo si conquista al centro e governa dal centro. Non è un'idea nuova, e descrive lo stato delle cose presenti. Ma con quali conseguenze, in particolare per la sinistra?

A un governo che volesse sul serio cambiare le cose, perché questo si aspetta gran parte dei suoi elettori, e che è costretto a farlo in una situazione di crisi e di fronte a poteri di fatto molto forti, non basta una maggioranza in Parlamento né un provvisorio consenso. Esso non ha futuro né risorse se non ha dietro di sé, o non è capace di creare rapidamente, una grande spinta nella società che lo sostenga e lo stimoli.
Ciò è stato vero sempre: penso all'esempio classico del new-deal roosveltiano.

 

 

     

 


Oggi è più, e non meno, vero di prima. Per il fatto che il potere politico è molto indebolito dalla crisi dello stato-nazione e dalla globalizzazione dei mercati; per il modo in cui il consenso si forma, oscilla, si dissolve; e per il fatto che ogni seria riforma di cui si discorra comporta sacrifici e modificazioni anche per coloro cui dovrebbe alla fine giovare. E per il fatto che occorre, oltre che consenso duraturo, anche partecipazione, capacità diffusa di gestione, perché non si tratta più solo di redistribuire il reddito o di stimolarne la crescita, quanto di promuovere nuove forme di produzione, nuove gerarchie tra i bisogni da soddisfare, forme più decentrate e meno prescrittive di governo. Senza un forte retroterra sociale e ideale, un governo, seppure lo volesse, non può quindi cambiare le cose, deve amministrarle secondo il loro verso, affidarsi al sostegno dei poteri dominanti, o cercare il sostegno di lobbies e corporazioni. Alla fine, se si tratta di un governo di sinistra, delude la propria base, con essa confligge, è destinato alla sconfitta o vi resiste con l'esercizio spregiudicato delle leve di potere. Questa è stata appunto, negli anni '80, la parabola del cosiddetto socialismo mediterraneo (Mitterrand, Gonzalez, Craxi), e questo è il processo che pare avviarsi di nuovo in Europa.

Tanto più tutto ciò si dimostra vero nel concreto caso italiano. In Italia il Pds era e resta una forza modesta, elettoralmente e non solo. È riuscito ad andare al governo raccogliendo con intelligenza tattica una coalizione eterogenea e che nel suo complesso aveva una maggioranza precaria. Proprio a questa fragilità, che via via affiorava - da ultimo con la rottura con Rifondazione - si è risposto però ogni volta, a differenza di ogni altro paese, cooptando al vertice spezzoni del centro sempre più moderato, fino a raccogliere una parte degli eletti del Polo berlusconiano, cercando una cauzione nei poteri forti (prima piccola e media imprenditoria, poi grandi gruppi industriali, fino alla finanza), la benevolenza della gerarchia ecclesiastica, della Banca d'Italia, di Washington. Ma è proprio questo meccanismo che ha imposto non solo certe scelte di governo, ma di esibire un orientamento culturale e un modo di gestione del potere che andavano anche al di là di quelle scelte (questa è la vera diversità rispetto a Jospin). Di qui: una disillusione diffusa nel popolo di sinistra, l'idea ormai radicata che "sono tutti eguali", dalla quale nasce l'astensionismo.

Anziché il circolo virtuoso "grande sinistra, grande Ulivo", si è creato così il circolo vizioso: sinistra debole e incolore, coalizione in affanno e senza radici.

Può darsi che questa descrizione appaia ingenerosa e unilaterale. Difficile negare che abbia un serio fondamento nelle cose.

5.Finora però il gruppo dirigente dei Ds ha reagito a tali difficoltà non già cercando una correzione di linea e di comportamenti, ma accelerando il passo nella stessa direzione. Non mi riferisco al documento congressuale, del cui carattere elusivo ho già detto. Mi riferisco a corposi atti di governo (la guerra, gli annunci sulle pensioni, le nuove privatizzazioni), la cui filosofia generale (l'ingerenza umanitaria e il nuovo ordine mondiale, lo stato sociale delle "pari opportunità", il modello anglosassone come punto di riferimento) è diventata parte costitutiva della identità del partito. E mi riferisco soprattutto a due più recenti novità, intervenute "a latere" del congresso.

Anzitutto il nuovo strappo sul terreno della memoria storica. L'ormai famosa intervista di Veltroni ha molto colpito per il tono della rinnovata abiura e per l'occasione miserevole che l'ha mossa. Ma a quasi tutti - chi l'ha condivisa e chi l'ha criticata - è sfuggita la sua sostanza dirompente. Egli ha detto tre cose del tutto nuove non solo rispetto al Berlinguer dello strappo ma perfino rispetto all'Occhetto della svolta. Ha detto cioè: non è vero che la spinta propulsiva della rivoluzione di Ottobre si è esaurita, essa non c'è mai stata; il movimento comunista nel suo complesso è stato una sciagura del Novecento, come il fascismo una minaccia per la libertà, anche se tanti comunisti italiani, in contraddizione con se stessi, hanno combattuto per difenderla; il comunismo stesso come idea e come progetto e non solo nella forma storica sperimentata, è incompatibile con la libertà.

 

   

 

 

Non è più una revisione della storia comunista, è un rovesciamento, nel metodo, della lettura di tutta la storia moderna (ridotta al solo criterio dello scontro tra istituzioni liberali e autoritarismo, che porterebbe ad assimilare l'Inghilterra del Cinquecento e la Spagna di Filippo II); e, nel merito, è un rovesciamento della lettura di tutta la storia del Novecento, amputata del ruolo fondamentale svolto dall'intero movimento operaio, nella contestazione del sistema capitalistico, delle forme limitate della sua democrazia, e delle ricorrenti spinte catastrofiche che generava, come la guerra. Una lettura del passato che cambia dunque la cultura del presente: toglie ogni problematicità al rapporto tra proprietà e libertà, tra forme politiche e assetto sociale, tra liberalismo e democrazia, tra liberalismo e liberismo. Un passo oltre la cultura dell'antifascismo, quasi oltre Benedetto Croce. Senza il pudore di evitare di citare Gramsci tra i propri maestri.

La seconda novità di rilievo introdotta negli ultimi mesi è invece una scelta strettamente politica: nel rapporto tra il partito e la coalizione. La novità non riguarda tanto il partito che, come abbiamo visto, già stava assumendo in sé i caratteri di un partito democratico, di centro-sinistra moderato, e dunque gradualmente si dispone a confondersi con la coalizione (si sta fondando un partito transitorio). Riguarda invece e soprattutto il carattere del nuovo soggetto politico sovraordinato. Perché, a questo punto, l'Ulivo di cui si parla si configura non come un processo politico reale, accompagnato da una nuova sintesi culturale, da un nuovo radicamento sociale, da un sommovimento di gruppi dirigenti, ma come la semplice ratifica, pura somma, dell'attuale e composita maggioranza di governo: da Cossutta a Mastella, se possibile fino a Cossiga. Non solo dunque prepara un "partito democratico all'americana", ma una sua versione peggiore e degenerata: un colossale comitato elettorale, in cui convergono gli interessi più eterogenei e le culture più esaurite, intorno a leadership occasionalmente contrattate e su programmi di convenienza. Una nuova forzatura della legge elettorale (sulla quale finalmente convergono Veltroni e D'Alema) dovrebbe offrire il vettore di questo processo che altrimenti si inceppa di continuo: simbolo unico del centro-sinistra sulla scheda, emarginazione dalle istituzioni delle minoranze riottose, simboli di partito che paradossalmente invece sopravviveranno là dove non hanno senso (a livello locale) per misurare i rapporti di forza su cui distribuire candidature tra i vari spezzoni di ceto politico. Una forma politica più simile a quella di Depretis che a quella di Roosevelt.

"A latere" del congresso dunque, mutazioni di grande rilievo.

5.Chiediamoci infine: si tratta di un processo ormai concluso e irreversibile? Non voglio nascondere la mano dopo aver tirato il sasso. L'analisi che ho qui delineato, e di cui sono convinto, mette in luce che l'attuale orientamento di questo partito è il punto di arrivo di un percorso lungo, che non era fatale ma è prevalso; e si perpetua con la forza di meccanismi profondi, che riguardano una cultura e una costituzione materiale ed esprimono processi e rapporti di forza presenti nella società e nel quadro internazionale. Ciò induce a ritenere che una correzione dall'interno, una autoriforma, è improbabile. Ma d'altro lato già emergono contraddizioni non secondarie e si profilano passaggi non tranquilli.

Anzitutto una contraddizione oggettiva. La strada imboccata non sembra produrre risultati promettenti non solo per le classi subalterne ma anche per l'insieme del paese, il suo sviluppo economico, l'efficienza delle sue istituzioni. E già si traduce in una crisi del consenso elettorale (i risultati più recenti) e del blocco sociale di sostegno (la rottura e il disagio nel sindacato).

Non considero ancora scontata una sconfitta del nuovo centro sinistra, alle prossime elezioni politiche: la destra italiana non è quella europea, appare ancora poco affidabile agli occhi di molti elettori moderati e perfino dei poteri forti interni e internazionali; la congiuntura economica può provvisoriamente oscillare in un senso o nell'altro e avrebbe un peso sull'elettorato; le stesse vicende altalenanti e confuse del palazzo della politica possono nei prossimi mesi evolvere in modi diversi e produrre effetti diversi. Pare evidente però che una sconfitta è possibile, anzi probabile, e ancor più lo è nel sentimento diffuso: la tentazione dell'astensionismo, come ognuno può verificare, non sta declinando nel popolo di sinistra. Già questa eventualità pesa e peserà nel prossimo futuro, perché tocca il nervo più sensibile della "sinistra di governo, incrina il cemento che lega le sue alleanze e il suo elettorato. Se poi alla sconfitta si dovesse arrivare, essa non avrebbe in Italia lo stesso significato e le stesse conseguenze che in altri paesi europei (non sarebbe cioè un episodio di normale alternanza). La natura della coalizione e lo stato attuale del partito Ds sono tali infatti che la perdita del governo potrebbe disgregare la prima e far implodere il secondo.

Anche per questo già si muove qualcosa in questa area di forze. È significativo che dopo anni di incertezze e intermittenti latitanze, sia presente nell'attuale congresso una mozione alternativa della sinistra. È stata una scelta dell'ultimo momento, il gruppo che ha presentato la mozione non è ancora del tutto coeso né molto autorevole, non ha una presenza sull'intero territorio né strumenti operativi: ma proprio per questo è tanto più notevole il risultato della mozione che si profila nei congressi di base (tra il 15 e il 20%). Intorno a questo nucleo di dissenso interno emerge poi un'area non più direttamente organizzata ma limitrofa e non arresa, che comincia ad esprimersi autonomamente nell'Associazione per il rinnovamento della sinistra. Nella Cgil si è aperta una fase nuova di discussione, è in atto una ripresa di iniziativa comune tra i vari spezzoni della sinistra (anche esponenti della maggioranza), ancora incerta sulle forme organizzative da assumere ma molto avanzata nelle posizioni di merito sindacale e non reticente anche sulla necessità di una svolta politica. Anche a livello di più grandi masse, non si può considerare l'intero fenomeno astensionista come irreversibile: in parte almeno vi si esprime la volontà di dare un segnale, di produrre una correzione, che contiene ancora una disponibilità condizionata al reimpegno.

Ciò che rende tutto ciò del tutto insufficiente a modificare il corso delle cose è però la crisi parallela che ha sconvolto la cosiddetta sinistra alternativa: scissioni, frammentazione, perdita di voti, debolezza dei movimenti di massa, approssimazione programmatica, ritardo di elaborazione culturale. Se fosse diversa, come forse poteva essere o tornare a essere la situazione su questo versante, se i Ds dovessero temere la concorrenza di una forza quantitativamente e qualitativamente credibile, e potessero vedere in un rapporto con essa la possibilità di un recupero dell'astensionismo per loro difficile, dunque una risorsa per vincere anziché perdere, anche in loro le cose potrebbero un poco cambiare.

Anche qui qualcosa si muove: i risultati di questa nostra rivista, molto al di là non solo dell'attesa ma anche di ciò che possiamo offrire, ne sono un indizio. La stessa Rifondazione comunista è impegnata in un dibattito faticoso ma non irrilevante e non autoreferenziale. Movimenti sociali continuano, sia pure sottotraccia, ad operare e in certi momenti emergono, come è ora il caso di quello in difesa della scuola pubblica o era stato quello pacifista, inadeguato ma più visibile che in altri paesi: ed ogni volta che emergono coinvolgono anche parte dei militanti della sinistra di governo.

Evidentemente non basta, rispetto alla dimensione e alla velocità di ciò che accade e che si profila. Né ci sono scorciatoie organizzative praticabili. Esito a parlare di un "evento", prima che si possa meglio definirne i contorni o determinarne le condizioni. Sono convinto però che occorre maggior coraggio e passo più spedito. Questa nostra rivista non può e non vuole avanzare proposte per la rifondazione e la riorganizzazione di una sinistra dell'alternativa, autonoma ma non emarginata né emarginabile. Ciò che può fare, e si propone di fare, è di mettere il tema in discussione, sostenerlo con informazioni, con analisi, con elaborazioni. Soprattutto parlarne a viso aperto. Siamo tutti un po' stanchi di criticare Veltroni e D'Alema, il neoliberismo e gli americani, più che vedere e dire ciò che invece si potrebbe e si dovrebbe fare in tempi ragionevoli e con forze credibili, per proporre all'Italia una prospettiva diversa.






 

 

 


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