numero  11  novembre 2000

 

 

La sinistra e il voto

DISCUTIAMONE PER TEMPO

 
Lucio Magri

 

 

Scelto finalmente il candidato, si nota una nuova baldanza al vertice dei partiti di centro-sinistra, e ancor più sui giornali che li sostengono.

È comprensibile, ed è lodevole: perché avviandosi a difficili prove occorre darsi coraggio e anche mostrare un certo ottimismo. Non vogliamo dunque mortificare questo sforzo ricordando che sei mesi fa, prima delle regionali, un'analoga fiducia fondata su candidature brillanti nei sondaggi non è stata confermata dai voti (e ha fatto una vittima molto illustre tra quelli che vi avevano troppo contato).
Vorremmo piuttosto contribuire al 'bene comune' proponendo alcune riflessioni rivolte soprattutto a coloro i cui dubbi l'entusiasmo per Rutelli non riesce a sciogliere, ma le cui scelte possono alla fine contare non poco.

 

 

Partiamo da una constatazione volutamente banale, ma trascurata. Nei prossimi mesi in Italia non si svolgeranno elezioni presidenziali, e neppure elezioni parlamentari con metodo proporzionale. Si eleggerà un parlamento con metodo maggioritario: si dovrà cioè decidere del governo ma votando candidato per candidato e partito per partito. Ciò vale sia che si vada con la legge uninominale oggi in vigore - com'è quasi sicuro - sia che si vada con una nuova legge di cui finora si è discusso, inutilmente e con ridicoli mutamenti di scena: perché anche in quel caso, pur essendo meglio garantita una rappresentanza proporzionale, successivamente, a decidere chi governa, interverrebbe un premio di maggioranza.

Ciò vuol dire, in pratica, che, essendoci in questo paese partiti numerosi e facili a trasmigrare, ed elettori ormai poco fedeli, per vincere e per governare occorrono anzitutto due cose: saper raccogliere e presentare sulla scheda un'alleanza di forze ampia e composita, e riuscire a convincere i loro elettori ad accettare tale alleanza e a sostenerla col voto.

Gli improvvisi rovesciamenti di fortuna tra centro-destra e centro-sinistra, dal '94 in poi, non sono stati infatti prodotti da significativi spostamenti nella percentuale di voti raccolti dall'uno e dall'altro; ma dalla unificazione o dalla rottura delle alleanze al loro interno, e da una maggiore o minore capacità di far accettare ai loro elettori le alleanze scelte.

Se oggi Berlusconi sembra avere serie possibilità di successo è anzitutto perché è riuscito a rimettere insieme, al vertice e alla base, forze che già nel '94 valevano complessivamente oltre il 50%, e lo conservarono, ma divise, nel '96. Al contrario il centro-sinistra nel '96 vinse di un soffio essendo unito e per una sorprendente disciplina dei propri votanti, Rifondazione compresa; mentre oggi la coalizione di allora è divisa tra Ulivo e Rifondazione, tra maggioranza e governo, è difficile ripresentarla unita, e non meno difficile, se ci si riuscisse, portarci gli elettori in carne e ossa (quel 45% è pertanto di fatto, per ora, diventato meno del 40%). Si può e si dovrà discutere delle cause lontane e delle responsabilità rispettive che hanno prodotto questa diaspora. Non basteranno certo pochi mesi a superarla. Ma è comunque sorprendente quanta poca attenzione si dedichi a mettervi in qualche modo riparo, quanto reticente e generico sia il dibattito in proposito.

Se ad esempio domandate a un dirigente Ds, di qualsiasi corrente: che farete alle elezioni con Rifondazione? avrete una sola risposta: un accordo è necessario e alla fine lo faremo. Ma circa quale tipo di accordo, su che cosa, con quali probabilità di successo, nessuno di loro ha la minima idea. I dirigenti di Rifondazione hanno proposto qualcosa di più delimitato ma preciso, e in linea di massima ragionevole: un accordo di non belligeranza che senza minimizzare le divergenze, eviti una concorrenza diretta di candidature e non escluda l'indicazione di un avversario principale. Ma hanno finora lasciato molto imprecisati il carattere tecnico di tale accordo, le condizioni in base alle quali esso potrebbe assumere forme più o meno impegnative, e soprattutto rinviano la decisione all'immediata vigilia elettorale, quando ormai sarà difficile orientare gli elettori riluttanti. Anche in sedi meno direttamente coinvolte in una decisione - ad esempio il manifesto quotidiano - quello che ancora prevale a sinistra è una scettica attesa, polemiche e critiche pertinenti ma equamente distribuite, che per ora oggettivamente assecondano il senso comune 'dell'astensionismo dal volto umano', e poi alla fine possono dar luogo a un appello generico a 'votare contro Berlusconi, turandosi il naso'.

In questo modo è ben difficile recuperare il disorientamento e il distacco che si avverte ovunque. Sarebbe dunque il caso di mettersi a discutere subito, senza diplomazie e senza troppa furberia di tali questioni 'tattiche' e non lasciarle solo nelle mani dei vertici politici di cui poi si lamenta il leaderismo.

 

 

1.Una inedita ma fondamentale complicazione di cui tenere preliminarmente conto è quella dell'astensionismo: quantità e qualità.
In Italia la partecipazione al voto è stata altissima e costante (oltre il 90%) per più di trenta anni ('46-'76): cioè non solo nel periodo più aspro della guerra fredda, ma anche dopo, quando si competeva più serenamente sui grandi temi del rinnovamento sociale e culturale del paese. Più tardi, il non-voto è cresciuto insieme con il declino dei partiti di massa, ma molto lentamente: dal 10 al 15% in dodici anni. A partire dagli anni novanta invece c'è stata una impennata (astensionismo fino al 23%). Oggi si è superato il 30% e in alcune scadenze è stato raggiunto il 40 e anche il 50%.

Chi non vota e perché? Questo è il primo interrogativo, e la sinistra ne è più direttamente investita.

Si obietta sia che l'astensionismo è un fenomeno normale, fisiologico, in una democrazia stabile e matura; sia che comunque, negli ultimi anni, esso ha colpito egualmente i due schieramenti che infatti conservano la stessa percentuale pur perdendo ciascuno milioni di voti. Entrambe le obiezioni, apparentemente sensate, in realtà sono false e portano fuori strada.

La prima è confutata da un dato di fatto e da un argomento di principio.

Il dato di fatto: negli Stati Uniti - che vengono presi come esempio di antica democrazia e di alto astensionismo - l'astensionismo non è stato fenomeno spontaneo, ma il risultato di una legislazione volutamente disincentivante, di una strutturale emarginazione di minoranze etniche e sociali e di un sistema istituzionale che restringe al massimo l'offerta e l'organizzazione politica. Al contrario, in Europa, anche in paesi del tutto diversi dall'Italia, la partecipazione al voto è stata in generale molto alta fino agli ultimi anni. Di quale "normalità" dunque si parla?

L'argomento di principio: perché mai dovrebbe ritenersi naturale, quasi prova di buona salute della democrazia, il fatto che la partecipazione al voto declini ovunque e sempre più proprio quando il tasso di scolarità aumenta, l'informazione entra in ogni casa e in ogni ceto, e si impongono poteri di fatto politici ed economici che non potrebbero essere arginati e controllati se non da istituzioni politiche sostenute da un consenso ampio e duraturo? L'astensionismo non è di per sé la misura di una crisi democratica e la causa di una impotenza della politica?

Anche la seconda obiezione non regge. Il fatto che il centro-destra e il centro-sinistra in Italia abbiano in questi anni mantenuto all'incirca la stessa percentuale di voti non basta a dimostrare che siano stati parimenti colpiti dall'astensionismo. Può essere accaduto - anzi con un'analisi attenta dei risultati si può dimostrarlo - che il centro-sinistra - spostando al centro la sua politica, potendo usare l'esercizio del governo, cooptando alcuni nuovi spezzoni del ceto politico ex Dc ed ex socialista - abbia sottratto al Polo una parte dell'elettorato moderato, e nel contempo consegnato un consistente numero dei propri voti di sempre all'astensione (parliamo di milioni).
Queste valutazioni all'ingrosso offrono una traccia per indagare anche la qualità politica del fenomeno.

Esiste una quota rilevante di elettori di sinistra fortemente demotivati, che finisce per confondersi con un astensionismo classicamente e genericamente di protesta: perché ormai non si considerano rappresentati, negli interessi e nei valori, dalle forze politiche esistenti ('sono tutti uguali'); oppure ritengono scarsamente incidenti le scelte politiche rispetto all'andamento reale delle cose e ancor meno incidente il voto nel determinare le scelte politiche dei vertici; o infine perché il venir meno delle forze organizzate e militanti riconsegna alla scarsa informazione e al disinteresse masse subalterne, poco istruite e poco inserite nelle sedi del dibattito pubblico.
Su questo 'zoccolo ampio' di astensionismo che cresce perché ha sacrosante ragioni, ma fa affiorare anche limiti antichi della democrazia, si innesta però oggi un fattore decisamente nuovo, che funziona da moltiplicatore: l'astensionismo come scelta fortemente politicizzata e proposta di una minoranza attiva.

Sia pure per ragioni e con bersagli in parte diversi tra loro, si è infatti ormai diffusa l'opinione che l'attuale sinistra di governo non si differenzia sostanzialmente dal suo concorrente, e che la sinistra di opposizione è inadeguata a cambiare le cose sia perché è troppo debole e divisa, sia perché a sua volta condivide molti vizi del ceto politico. Solo una 'severa lezione elettorale' può dunque imporre all'una o all'altra o ad entrambe, di cambiare strada.

 

 

Se così stanno le cose, si può valutare quanto il fenomeno astensionistico sia importante e complicato.

Per un verso se ne comprende la pericolosità. Nell'immediato esso può funzionare, in assenza di anticorpi, come un contagio rapido e spontaneo, diventare una leva importante per la vittoria della destra, senza, al tempo stesso, impartire alcuna 'lezione alla sinistra'. Perché le batoste pesanti portano alla rinuncia e all'opportunismo più spesso che alla volontà di reagire, e perché comunque il messaggio nella forma dell'astensionismo non sarà chiaramente decifrabile né sarà seguito da una pratica reale. Paradossalmente può anzi accadere che, con l'intenzione di criticare 'da sinistra' quelli che governano, l'astensionismo colpisca più duramente - come già è avvenuto - quella sinistra che bene o male si oppone. D'altra parte anche in una prospettiva più lunga, in una società 'americanizzata' l'astensionismo non avrà effetti meno pesanti: via via radicherà nel senso comune un'estraneità alla politica, ad ogni politica, proprio tra le masse più sfruttate, subalterne e manipolabili, e anche in movimenti sociali molto attivi, condannandoli così alla frammentazione.

Pensare dunque di cavalcare la spinta astensionista e poi fermarla alla vigilia del voto e solo in nome del fatto che 'gli altri sono peggio' è pericolosa illusione. Essa va contrastata a viso aperto. Ed essendo cosa seria, si può contrastarla solo offrendo ai molti che ne sono tentati un modo concreto di votare che non mortifichi la critica che vogliono esprimere, anzi la espliciti. E d'altra parte dimostrando che un certo risultato elettorale, pure in sé inadeguato, può tenere aperti alcuni spazi, stimolare una correzione di linea e di forme organizzative. Non solo un male minore dunque, ma un aiuto per ricominciare. Una campagna che ha senso solo se fatta per tempo e con determinazione.

2.A tal fine, la prima verità da dire è però scomoda. La formula di intesa a sinistra che ha funzionato nel 1996 - candidati unitari dell'intera sinistra, votati da tutti contro la destra, ma senza un programma comune né un impegno a governare insieme - non è ripetibile. Dopo tutto ciò che è accaduto, i gruppi dirigenti non si possono permettere di riproporla, né gli elettori la rispetterebbero. Ci sono stati tempo e occasioni per trasformare quella desistenza parziale in qualcosa di più solido, in un vero accordo politico. C'è molto ancora da discutere sia delle difficoltà oggettive che si sono incontrate, sia delle responsabilità molteplici di quanti non ci hanno neppure provato.
E ci sarà anche molto da discutere sulla possibilità e sulla necessità di riannodare in futuro il filo del discorso di una sinistra plurale e di un comune programma di governo, per non lasciare la direzione di questo paese in pessime mani non si sa fino a quando.

Ma se non si vuole raccontare e raccontarsi frottole, in questo concreto momento l'ipotesi di un vero e pieno accordo di governo tra centro-sinistra, Rifondazione comunista e dintorni non è possibile né avrebbe successo. Chi ne parla genericamente fa, in buona fede, della propaganda e si scarica di responsabilità.

La parte della sinistra restata al governo e l'altra passata all'opposizione, si sono divise su questioni dirimenti di principio e su scelte concrete inequivoche: la guerra dei Balcani, con tutte le sue implicazioni, l'ulteriore svolta neoliberista in politica economica, la concezione del Welfare e della laicità dello Stato. Tali divaricazioni si ripropongono in forme continuamente nuove ma non meno rilevanti: in queste settimane, ad esempio, sulla cruciale questione mediorientale.

 

 

Non solo. Ma sono intervenuti, più sostanziali, mutamenti di fondo e non fuggevoli sia negli orientamenti e nella composizione delle forze di sinistra, sia nel generale quadro europeo. Il partito dei Ds è cambiato non superficialmente. La 'rivoluzione liberale' non ha solo conquistato il suo gruppo dirigente ma ha anche segnato buona parte dei suoi iscritti e dei suoi elettori. D'altra parte il partito e gli elettori di Rifondazione hanno maturato una sfiducia radicale verso l'attuale centro-sinistra e verso i compromessi di vertice in generale: un accordo elettorale improvviso e generico anziché recuperare l'astensionismo lo farebbe crescere. In Europa, d'altra parte, c'è uno spostamento voluto o subìto, in direzione neoliberista, nella maggior parte dei governi di centro-sinistra (perfino in Francia). Anche se cominciano ad emergere nella società umori e conflitti di altro segno, nell'immediato futuro il quadro generale non spinge perciò verso una seria svolta riformatrice.

Certo, oggettivamente, si può dire che la riflessione su un programma alternativo è quanto mai matura e necessaria: sul tema dell'Europa, delle sue istituzioni e della sua prospettiva; sul tema della programmazione economica, senza la quale una politica espansiva subito si arena sugli scogli del debito pubblico e dell'inflazione; sul tema della politica estera e della sua autonomia rispetto alla superpotenza egemone; sul tema delle istituzioni dopo la fine dell'ubriacatura maggioritaria. Ma nessuno di questi nodi può essere in pochi mesi seriamente sciolto dall'attuale coacervo delle forze di sinistra e di centro-sinistra, né trovare adeguato consenso nella base sociale che intorno ad esse si è finora raccolta. Ciò che è possibile, e niente affatto disprezzabile, è una convergenza limitata ad alcuni obiettivi: di redistribuzione del maggior reddito prodotto, di salvaguardia delle garanzie democratiche e della laicità dello Stato, di fondamentali diritti sociali, di un recupero della legalità nell'ordinamento internazionale.

Quanto forse può bastare per una comune battaglia contro la destra, ma non quanto sarebbe necessario per proporre un comune impegno di governo di legislatura e dunque comuni candidati da votare

3.La soluzione realistica, apparentemente modesta, ma la sola efficace, appare allora quella che Fausto Bertinotti ha definito di 'non belligeranza', con un termine certo non appassionante e in forme non ancora ben precisate.

In sostanza si tratta di questo: fare di necessità virtù, usando con intelligenza una risorsa che il sistema elettorale (che è, e comunque resterà, misto) offre. Le cosiddette 'due sinistre' che non sono in grado in questo momento di governare insieme, possono utilizzare non uno ma due voti. Con quello nella parte proporzionale potrebbero esprimere il loro dissenso rispetto alla politica finora praticata e tuttora promessa dalla attuale coalizione di governo, o sostenere così indirizzi e programmi alternativi. Con l'altro, riferito ai collegi uninominali e al meccanismo maggioritario, anziché disperdere voti senza speranza, potrebbero usarli contro un avversario comune, il centro-destra berlusconiano. Contribuendo così a ridurre le dimensioni della sconfitta, evitando di assumere la responsabilità di avervi contribuito.

Tale soluzione - di desistenza tecnica e non negoziata - sulla carta molto razionale, facilmente comprensibile anche a un elettorato vasto, e che nessuno può accusare né di opportunismo né di settarismo, incontra però due difficoltà serie: una tecnica, l'altra politica.
Quella tecnica è la seguente. Se si andrà al voto con l'attuale legge elettorale, nel caso della Camera esiste già una distinzione tra voto maggioritario e voto proporzionale e tutto fila liscio. Ma al Senato, per concorrere alla quota proporzionale, si devono sommare i voti ottenuti dai candidati nei collegi maggioritari e dunque occorre che ciascuno ne abbia presenti di propri ovunque, cosicché la possibilità appena esposta viene meno.

Se la eventuale nuova legge elettorale, di cui ancora si discute, passasse con un'intesa con il Polo renderebbe questo vincolo del voto unico probabilmente ancora più stretto (abolendo anche il cosiddetto scorporo). Per evitare l'ostacolo occorrerebbe dunque che il centro-sinistra decida e sia capace di fare una nuova legge con le sole sue forze, andando a uno scontro parlamentare durissimo e in tempi ormai strettissimi: cosa improbabile. Per far quadrare il cerchio, resta da vedere dunque se esistono compensazioni tecniche, con reciproche rinunce accettabili dalle due parti. Altrimenti avremo in sostanza due campagne elettorali - per la Camera e per il Senato - del tutto difformi nella sostanza politica e nel risultato. Una gran confusione.

La difficoltà politica da superare è ancora più importante. È la difficoltà di convincere gli elettori di Rifondazione, e tanto più quelli che già l'hanno lasciata per astenersi, a votare per i candidati dell'Ulivo nei collegi uninominali (spesso indigeribili). Ad esprimere cioè due voti pieni, e non un mezzo voto e una mezza astensione. È inutile infatti nascondersi che non è questa la tendenza prevalente: e infatti alle recenti regionali, dove pure quasi ovunque si era raggiunto un accordo politico-programmatico, Rifondazione ha recuperato voti sul lato dei Ds, ma ne ha ulteriormente perduti sul lato dell'astensione.

Se dunque tutto si riducesse a lasciare una libertà di coscienza, si deve sapere che almeno la metà di quei voti non arriveranno.

Per ottenere una decente convergenza dei due settori degli elettori di sinistra, l'Ulivo deve quindi non solo conquistarli adeguando il proprio programma futuro, ma anche dare ora e nei fatti segnali inequivoci delle proprie intenzioni. Correzioni e integrazioni alla legge finanziaria a proposito della distribuzione del reddito (pensioni al minimo, sostegno ai disoccupati di lungo periodo ecc). Scelte dirette e indirette sulle grandi vertenze sindacali che si sono aperte o stanno aprendosi, riguardano categorie fondamentali di lavoratori (scuola, pubblico impiego, metalmeccanici), sollevano questioni generali e di principio (l'assetto contrattuale, la riorganizzazione della scuola, la privatizzazione di nuovi servizi sociali e della Rai), o richiamano partite legislative vecchie e non risolte (quella sulle rappresentanze sindacali, la legislazione sui licenziamenti e il lavoro precario). Infine, ma oggi forse soprattutto, la linea dell'Italia e dell'Europa di fronte alle crisi internazionali: è la prima volta dopo 40 anni che l'Italia sta assumendo una posizione netta filo-israeliana e antipalestinese, senza alcuna motivazione e per puro servilismo filo-americano; e non meno scandaloso è il silenzio e la paralisi sul tema delle sanzioni che dopo dieci anni continuano a massacrare povera gente innocente in Iraq.

Insomma l'Ulivo si illude se pensa di recuperare i voti del dissenso a sinistra solo con il ricatto del voto utile, oppure con un appello di Bertinotti (ammesso che Bertinotti lo potesse o volesse fare). Rifondazione a sua volta farebbe bene, per tempo e non negli ultimi giorni, a dire, con realismo ma senza spirito accomodante, a quali condizioni potrebbe impegnarsi efficacemente in una lotta comune contro Berlusconi. E infine dovremmo tutti quanti lavorare da subito e con chiarezza non solo per portare avanti questa ipotesi ma per spiegarne il senso politico e la prospettiva, cioè il valore non solo difensivo e istituzionale.
l.m.

 

 


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