numero  6  maggio 2000

 

 Editoriale

 

DOPO IL TERREMOTO 
 

    Lucio Magri    

 

 

I risultati delle elezioni regionali sono arrivati proprio il giorno in cui questo numero della rivista doveva essere chiuso. Il loro impatto politico è così grande, così eloquente, che non è possibile non parlarne. Essi vanno tanto oltre le previsioni e avranno conseguenze, anche immediate, tanto rilevanti e nello stesso tempo tanto incerte, da richiedere la fatica e il tempo dell'analisi, dell'interpretazione delle cause recenti e lontane, dello sforzo di prevedere il prossimo futuro e ancor di più per costruire un'ipotesi su come si possa affrontare la nuova situazione.

Ciò che possiamo fare ora è mettere in evidenza senza infingimenti il significato e la portata di ciò che è accaduto, e le dinamiche essenziali, da tempo evidenti, che l'hanno prodotto, per contrastare la tendenza, se non a sottovalutare il fatto, a ridurne la lettura.

La chiusura di un ciclo, con la sconfitta del centro-sinistra (che molti da tempo ritenevano possibile e alcuni, come noi, quasi certa, se non interveniva una svolta apprezzabile nella sua politica prima del 2001) ormai è in atto.

 


Alle elezioni regionali si giocavano - al di là delle intenzioni - due poste, politicamente decisive. E la coalizione di centro-sinistra le ha nettamente perdute entrambe.

La prima posta - che anche noi abbiamo fin quasi all'ultimo sottovalutato - riguarda il governo delle regioni stesse. Eravamo ad un passaggio essenziale: piacesse o meno, si entrava in una fase costituente di uno stato di tipo federale. E vi si entrava nel modo più indeterminato e avventuroso. Lasciando nelle mani di ogni regione la completa libertà di decidere il proprio statuto, la propria legge elettorale, la propria forma di governo. E senza aver costruito un chiaro disegno che definisse l'ampiezza dei poteri che le regioni potranno esercitare o arrogarsi, e che stabilisse vincoli e responsabilità precise per redistribuire le risorse tra loro, per garantire ad ogni cittadino uno standard di diritti e servizi irrinunciabili. Il discrimine tra un regionalismo centripeto e solidale e un federalismo centrifugo e conflittuale era dunque affidato ai "nuovi governanti". Il risultato del 16 aprile affida questo potere al centro-destra (con la presenza determinante della Lega) in 8 regioni di grande peso (undici, se si considera la situazione attuale, o prevedibile, delle regioni a statuto speciale). E tra queste regioni c'è l'intero nord del paese. È un fatto enorme e, guardando allo scarto dei voti, ben difficilmente reversibile.

La seconda posta nasceva dall'imminenza delle prossime elezioni politiche. La prova delle regionali aveva anche il valore di elezioni primarie, tanto più rilevante per il fatto che la maggioranza parlamentare vi arrivava in uno stato precario, con gente che viene e che va in rapporto alle aspettative di rielezione, con molti che volevano da tempo disfarsi di D'Alema; e che quindi una vittoria o una sconfitta potevano produrre in lei ricompattamento o disgregazione.

Anche su questo terreno - la conta complessiva dei voti - la partita è stata perduta seccamente. Il blocco berlusconiano conta oggi sul 50% di voti (certo di più se si considerano le regioni in cui questa volta non si è votato). Il centro-sinistra ha il 44% e anche meno, considerando anche Rifondazione (in modesto recupero anche laddove correva da sola) che è invece all'opposizione del governo nazionale e dunque è difficilmente sommabile nelle elezioni politiche. Allo stato attuale delle cose, quindi, c'è un divario superiore al 10% tra i due schieramenti.

Ma la serietà della sconfitta va misurata anche in relazione a due elementi non quantificabili. Alle elezioni regionali il centro sinistra è arrivato in condizioni relativamente favorevoli: affrontava l'elezione diretta dei presidenti con candidature mediamente migliori, in qualche caso di notevole popolarità e capaci di vigorose campagne elettorali; aveva realizzato un'intesa con Rifondazione grazie anche a una legge elettorale che la favoriva; si era avviata una fase di ripresa economica congiunturale di cui il governo poteva rivendicare il merito; Berlusconi aveva dovuto di nuovo improvvisare un'alleanza con la Lega, era stato frenato dalla "par condicio", conduceva una campagna elettorale spesso scomposta che sembrava destinata ad allarmare gli elettori moderati. Ciò spiega, anche se non giustifica, la scelta di D'Alema di giocare il tutto per tutto in questa prova senza che nessuno lo sconsigliasse a farlo. E ha perduto, tanto da uscirne con le ossa rotte.

 

 

D'altra parte la caduta di D'Alema complica, anziché semplificare, il prossimo futuro della coalizione. Come trovare in poco tempo, e sotto la botta di una sconfitta, un altro leader e renderlo credibile? E attraverso quali passaggi: elezioni a breve, con esito ancor più fosco? "governo istituzionale", per il quale sarebbe necessario un qualche consenso della destra, che non lo concederà? un nuovo governo sostenuto dalla stessa maggioranza, con un altro premier? Ma soprattutto, come evitare che la liquidazione di D'Alema non produca una crisi nel partito e nell'elettorato dei DS, che avevano vissuto la conquista della leadership di governo come ragione di orgoglio e collante fondamentale?

 

 

Non è il caso di anticipare ora una compiuta riflessione sulle ragioni di fondo, oggettive e soggettive, che hanno portato a questo punto, ad una sconfitta ormai quasi irrimediabile nel breve periodo. Bisogna per questo risalire all'intera vicenda politica italiana dopo il 1996, forse a prima, e soprattutto intrecciare l'analisi della vicenda politica con l'analisi dei processi sociali e culturali che l'hanno prodotta e ne sono stati incentivati (particolarmente nel nord del paese). Un simile approfondimento obbligherà tutti, nella sinistra, a riconsiderare scelte politiche, organizzative, culturali compiute nel decennio.

Un elemento però, dominante, non si può evitare di mettere fin d'ora in evidenza.

La sconfitta non è di D'Alema, né improvvisa. È di una linea politica e di una strategia che avanza da tempo e, nella sua maggioranza, da nessuno contrastata. Vediamo più da vicino, guardando ai dati in cifre assolute. Esse non registrano un massiccio e preciso spostamento di campo dell'elettorato italiano dal centro-sinistra al centro-destra. Complessivamente i due raggruppamenti che ora si sono misurati hanno preso all'ingrosso la stessa percentuale delle precedenti regionali. Il centro-destra ha un po' aumentato i voti al nord e soprattutto nelle regioni rosse, ne ha perso qualcuno al sud. Da dove viene dunque la sconfitta, principalmente?

Viene anzitutto dalla capacità di Berlusconi, e dal successo che l'ha premiata, di riaggregare Polo e Lega. Una riaggregazione che non nasce solo come pura operazione elettorale - come nel '94 - ma ha trovato un punto reale di convergenza su una piattaforma, e soprattutto su un'ideologia (meno tasse, deregolamentazione selvaggia, flessibilità del mercato del lavoro, modello americano, e al tempo stesso legge e ordine, espulsione dei clandestini, per incanalare disagi e timori che tutto ciò alimenta nel popolo minuto). È un'operazione che ha basi reali, esprime una radicalizzazione dei moderati. E vi ha contribuito largamente la sinistra di governo con la rinuncia a contrastare queste spinte, essendone anzi spesso corriva.

La sconfitta viene, in secondo luogo, dalla disaffezione e dalla delusione dell'elettorato di sinistra colpito nei suoi interessi, e ancor più nelle sue speranze e nei suoi valori, non solo da ciò che il governo ha fatto (sul lavoro, sullo stato sociale, sulla scuola) ma da ciò che i meccanismi della società producevano e che il governo di centrosinistra non ha avuto né la capacità né una vera volontà di contrastare e modificare. Berlusconi ha unito e raccolto tutti i suoi voti e le sue forze, e su un numero sensibilmente minore di votanti ciò gli è bastato e gli basterà a vincere.

Sull'altro fronte, la sinistra ha perduto massicciamente elettori, a favore anzitutto dell'astensione. I dati disponibili finora non consentono una misurazione precisa e totale dei voti, ma basta una valutazione approssimativa (i DS al 18%, Rifondazione al 5%) su una partecipazione del 70% (anziché dell'81%), o riferita a dati parziali (ad esempio il Pds che prende 200.000 voti in Emilia, nel Lazio, nella stessa Campania) per vedere che si tratta di milioni di persone che in prevalenza si sono astenute. Questa emorragia non è stata che in parte compensata dall'assorbimento nella coalizione di forze di centro, che a sua volta è costato alla coalizione una crescente eterogeneità e la rottura politica con Rc.

Bisogna dunque risalire, per iniziare una discussione vera ai nodi strategici e alle scelte tattiche fondamentali che hanno segnato l'evoluzione del centrosinistra nelle sue fasi successive.

 

 

Sul piano strategico, occorre risalire all'idea sciagurata che fosse necessario per la sinistra anzitutto governare, anche a costo di governare un paese che va a destra, e quindi a costo di tagliare le proprie radici sociali e ideali; e, quanto al centro democratico, alla scelta di governare insieme alla sinistra senza minimamente cercare di ricostruire una cultura e una base di massa ad essa coerente (pensiamo in particolare alle componenti cattoliche progressiste che hanno lasciato clamorosamente e totalmente a Berlusconi e a Bossi il loro più radicato e importante insediamento storico, Lombardia e Veneto).

Sul piano tattico, occorre risalire all'idea di D'Alema e di tutto l'Ulivo di reagire a ogni difficoltà insorgente cooptando nella maggioranza parlamentare pezzi del ceto politico emarginato nel passato, o eletto direttamente da Berlusconi (pur di rinviare il momento della verità, e nell'illusione che tali cooptazioni trascinassero poi corposi settori elettorali), e di ricercare in ogni momento la benevolenza dei "poteri forti" (Confindustria, Americani, Chiesa) come se ciò bastasse a vincere le elezioni.

Infine, ma non è stata di secondaria importanza, l'idea che il declino di organizzazioni politiche radicate e diffuse, la separazione tra ceto politico e società, potessero efficacemente essere sostituiti da leader e candidati prestigiosi.

La conclusione di questa analisi, parziale e provvisoria, conduce a una conclusione altrettanto parziale e provvisoria.

 

 

Sapevamo tutti che nel 2001 avrebbe grandinato. Ora constatiamo che la grandinata è già cominciata. A questa precipitazione dei tempi deve corrispondere una reazione adeguata anche nei tempi. Essa può cominciare subito, molto in concreto, per le ragioni e con gli argomenti su cui in questo numero della rivista torniamo con maggiore energia: impegnandoci fino in fondo per far fallire i referendum del 21 maggio.

Ma deve proiettarsi ben più avanti. Al punto cui sono arrivate le cose non solo è molto difficile rovesciare nell'immediato una sconfitta già in atto, ma è sbagliato assumere questo obiettivo come priorità cui tutto commisurare. Se c'è una speranza di evitare tale sconfitta, e tanto più di limitarne le conseguenze, sta proprio nel rovesciare l'ordine del giorno: cercando di definire e di avviare una correzione strategica e di medio periodo, di ricostruire su nuove basi il discorso e l'insediamento sociale della sinistra e di tutte le forze democratiche.

E questa scelta deve investire tutti i settori della sinistra. Che cosa ancora deve accadere perché all'interno degli stessi DS cominci un confronto meno prudente e circoscritto di quanto non sia stato finora? E cosa deve ancora accadere perché la "sinistra alternativa" faccia i conti con se stessa fino in fondo, sul proprio passato lontano e recente, trovi maggiori punti di convergenza, elabori un nuovo progetto ambizioso e realistico e forme organizzative un po' meno frantumante e autoreferenziali?

Il dibattito che apriamo in questo numero della rivista con l'articolo di Luigi Pintor vorrebbe stimolare tale sforzo, che le cose stesse rendono tremendamente più urgente. Si può essere o meno d'accordo sull'obiettivo da proporre, sui modi e i tempi necessari a perseguirlo, sulle difficoltà da superare, ma di questo occorre discutere, e vorremmo si discutesse.

 


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