numero giugno 2000

 

 

Germania e Gran Bretagna

LA TERZA VIA ALLA PROVA DEL VOTO


Lucio Magri  

 

 

Le elezioni regionali del 16 aprile hanno prodotto lo sconquasso politico che sappiamo, e preannunciano, a giudizio di tutti, esiti ancor più pesanti per le elezioni politiche del 2001. Ciononostante la riflessione e il dibattito politico, sulla stampa e nelle forze politiche, sono stati frettolosi, confusi, ripetitivi. È evidente ma non sorprende.

Un aspetto sorprendente di questo rifiuto di pensare, e anche solo di guardare in faccia la realtà, di indagare le dinamiche di fondo, sta invece nel carattere volutamente provinciale dei dati che sono disponibili per una lettura. Ci riferiamo alla trascuratezza nel riferire, alla insignificanza attribuita nella valutazione, di ciò che è avvenuto, proprio nelle stesse settimane, in altri grandi paesi europei. Germania e Inghilterra: proprio quei paesi nei quali i governi di sinistra hanno assunto una linea politica più simile a quella italiana (la cosiddetta "terza via"). In Inghilterra le recenti elezioni amministrative hanno coinvolto 20 milioni di elettori, Londra compresa, in Germania si è votato nella Renania-Westfalia, la regione più grande (13 milioni di elettori) e la più importante nella storia della sinistra.

Colpisce, avrebbe già dovuto colpire, che dai risultati emergano indicazioni assolutamente convergenti con quelle emerse in Italia, inducendo a considerazioni che travalicano le più immediate e specifiche dinamiche della vicenda politica. Le esponiamo in questa scheda, con il supporto di numeri essenziali e per sottolineare alcune evidenze trascurate.

1 Ovunque si è misurata una ulteriore e forte spinta all'astensione, che già era emersa nelle elezioni europee del'99 ma che, in quel caso, poteva essere in alcuni paesi attribuita all'euroscetticismo, e perciò ritenuta di carattere transitorio.

 

 

In Inghilterra oggi ha votato un terzo degli elettori (oltre il 15% meno del passato, anche a Londra). In Germania il fenomeno è ancora più massiccio: in Renania Westfalia ha votato il 56% degli elettori contro il 64% delle regionali del '95, e soprattutto contro l'83% delle politiche del '98.

L'astensionismo colpisce in particolare non chi è al governo (come si deduce da un raffronto con le elezioni spagnole di marzo), ma una sinistra che è al governo e delude le attese del proprio elettorato, senza suscitarne di nuove.

2 Sia in Germania che in Inghilterra, come in Italia, le attuali elezioni locali sono state fortemente politicizzate, per scelta o per forza delle cose.

In Renania-Westfalia infatti esse sono state presentate e vissute come una verifica per il governo nazionale, dopo le crisi aperte nella Spd dalle dimissioni di Lafontaine e tra i Verdi dalla guerra balcanica, e dopo il trauma dei fondi neri che ha travolto la Cdu, alimentando nel governo la speranza di un forte recupero.

In Inghilterra le elezioni comunali sono solitamente poco sentite. In questa occasione hanno però assunto un valore politico - una sfida con Blair e di Blair - anzitutto a causa della candidatura da indipendente di Livingstone a Londra e di una campagna elettorale nella quale il primo ministro si è direttamente impegnato; in secondo luogo perché anche in Inghilterra si trattava di una verifica dopo le sconfitte del new labour in Scozia e nel Galles.

Quale il risultato nell'un caso e nell'altro?

 

 

Nel land tedesco la maggioranza di governo rosso-verde ha perduto sei punti in percentuale rispetto al 1995: perdita equamente divisa tra Spd e Grünen (rispettivamente meno 700.000 voti la prima, meno 300.000 i secondi). Ancor più impressionante, in cifre assolute, è stata la diserzione degli elettori di sinistra rispetto al più recente risultato del '98 (quello grazie al quale Schröder ha conquistato il cancellierato): la SPD passa da 5 a 3 milioni di voti. Dati e raffronti che la stampa italiana e internazionale non ha notato o volutamente taciuto.
In Inghilterra: a Londra non solo il ribelle Livingstone ha vinto con quasi il 40% di voti, ma ha ridotto il candidato di Blair ad un umiliante 14%. Quanto agli altri comuni, dove una simile rottura non era avvenuta, il new labour ne ha perduti 600, mentre le più pessimistiche previsioni arrivavano ad un massimo di 350-400.

In Italia, Germania, Inghilterra dunque, la "terza via" non regge alle nuove verifiche elettorali, comunque sia stata declinata e applicata. Ammettiamo pure che non sia una prova conclusiva - dato il carattere parziale della prova - né irrecuperabile perché potrebbe esser rappezzata con nuove alleanze con partiti liberal-democratici in ripresa. Resta comunque un fatto eloquente.

3 In nessuno dei tre casi il voto ha espresso una impetuosa ripresa dello schieramento di centro-destra. Sia i conservatori inglesi che i democristiani tedeschi hanno tenuto la loro forza in termini percentuali e perso in cifre assolute. La sconfitta della sinistra è quasi per intero dovuta alla diserzione del suo elettorato dalle urne.

 

 

Non è irrilevante, inoltre, il fatto che questo risultato del centro-destra sia stato ottenuto, in entrambi i paesi, cavalcando più o meno alcuni temi (umori avversi agli immigrati, legge ed ordine, diffidenza per l'Europa) che creano problemi nelle rispettive aree di alleanze politiche e sociali, aprendo contraddizioni tra tradizioni ideali reazionarie e liberal-conservatrici, interessi nazionalisti e spinte a una maggiore integrazione economica internazionale. Fenomeno del resto tuttora latente anche in Italia (Bossi-Fini), ma esplicito in Francia, dove in fase di preparazione delle prossime amministrative si stanno aprendo conflitti aspri nel centro-destra.

4 Due ultime considerazioni vengono suggerite dall'insieme di questi risultati, da formulare con grande prudenza perché si tratta ancora di fatti embrionali, ma importanti.

La prima considerazione riguarda il significato dell'esperienza londinese (che trova qualche piccola verifica in Italia: Venezia). Certo, assumere Livingstone come un modello generalizzabile sarebbe esagerato. Alla sua elezione hanno concorso circostanze eccezionali, difficilmente ripetibili: un leader già affermato nella storia del Labour, che non ha esitato a "rompere", ha condotto una campagna niente affatto ambiguamente protestataria e populista (come invece hanno detto i giornali italiani), ma è stato anzi capace di parlare, in modo innovativo, ai vari segmenti dell'elettorato dissenziente (operai, unions, minoranze razziali, ambientalisti), e di offrire una prospettiva, se non vincente, credibile; e d'altra parte hanno concorso gli errori grossolani e di arroganza di Blair. Ciononostante quel successo è rivelatore del fatto che, almeno in Europa, esiste una insospettata potenzialità di mobilitazione, anche elettorale, non marginale, del popolo di sinistra, se gli si offre una opzione non tradizionalista e non intenzionalmente minoritaria. Controprova: le elezioni tedesche dove la Pds, che sulla base delle recenti elezioni in molti land (e anche nelle recenti comunali della stessa Renania) sperava in partenza di ottenere ormai una presenza significativa anche all'ovest e invece ha verificato il peso che conservano antichi pregiudizi e forse anche il prezzo della sua recente crisi politica, ed è rimasta al palo.

Seconda considerazione. In tutta Europa, quale che sia la legge elettorale, avanza gradualmente una segmentazione, anziché una polarizzazione, del sistema politico: all'interno delle "grandi famiglie" (socialisti, conservatori), a causa di una ripresa di forze di centro oscillanti, ma soprattutto per l'insorgere di nuovi partiti regionali. Non sempre questi ultimi assumono lo stesso carattere: nazionalisti e reazionari in Austria o Svizzera, europeisti o progressisti in Inghilterra o in Germania.

In complesso cresce sia la diffidenza all'attuale e verticistico processo di unificazione europea, sia una pluralità differenziata di forze e di interessi. Non c'è più alcun asse franco-tedesco, né altro che lo sostituisca; socialisti e conservatori europei sono sempre più sigle senza un'omogeneità reale; all'interno dei singoli paesi i partiti nazionali sono ormai somme di orientamenti e interessi divergenti e godono di un consenso meno permanente.

Nel momento in cui tutti proclamano la necessità di una Europa come soggetto politico, e in cui si aspetta l'ingresso di altri paesi ancor più eterogenei, questa progressiva perdita di coesione non è un problema da poco, ed è escluso lo si possa risolvere con misure di ingegneria istituzionale che anzi potrebbero aggravarlo.

La destra può - o può illudersi di potere - sopperirvi con il meccanismo brutale del mercato e dei poteri di fatto, economici e tecnocratici. Ma può la sinistra pensare di unificare l'Europa mentre si disperdono le sue forze, deperisce una sua identità culturale e il suo radicamento organizzato?

Di tutto ciò varrebbe la pena di discutere seriamente, e invece si tace.


 


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