numero 20  settembre 2001

Una nuova edizione degli scritti

 

IL GRAMSCI DI TOGLIATTI 

Lucio Magri   

 

 

Sono stati pubblicati in un solo volume (*), in ordine cronologico e con una cura particolare dei testi, tutti gli scritti di Palmiro Togliatti su Antonio Gramsci. Un saggio introduttivo di Guido Liguori serve, in stile misurato ma con argomenti stringenti, a sgombrare il campo dai molti equivoci e dalle non innocenti invenzioni che di recente hanno costruito il `romanzo' sul conflitto irriducibile e sordo tra i due capi storici del comunismo italiano, pur senza affatto tacere i momenti tormentati, psicologici e politici, nel rapporto tra Gramsci e il suo partito: dalla lettera del '26 alle polemiche in carcere dei primi anni trenta e fino alla morte. La raccolta non contiene inediti e non riserva quindi sorprese o rivelazioni; ci si potrebbe quindi limitare a raccomandarne la lettura, per seguire in filigrana, nel linguaggio e nel merito, l'evoluzione profonda e faticosa di una posizione politica e intellettuale in anni grandiosi quanto difficili.

 

 

La nuova edizione però stimola, e aiuta, qualcosa di più importante. Un lavoro cioè di ricostruzione e di riflessione sulla `fortuna di Gramsci' che è ancora lontano dall'essere concluso. Per `fortuna di Gramsci' non intendo in questo caso il lavoro e i progetti di edizione critica dei suoi scritti, né il dibattito sulla interpretazione che, nel caso dei Quaderni, era reso necessario e difficile dal loro carattere non sistematico, dalla forma spesso allusiva imposta dalle servitù carcerarie e spesso lacunosa per la povertà dei materiali di documentazione disponibili per chi li stendeva. Come si sa, questo lavoro è andato avanti per molti anni – va ricordato in particolare il merito di Valentino Gerratana, recentemente scomparso – e ancora sorprendentemente dura e si estende in ogni parte del mondo, ma sempre più coinvolge Gramsci anzitutto come uomo di cultura, inesauribile risorsa di spunti in tanti campi del sapere.

Intendo invece, specificamente, la `fortuna' di Gramsci come comunista, teorico della rivoluzione comunista, ispiratore di una strategia nuova per la rivoluzione in Occidente. Il come e il quanto il suo pensiero sia stato teoricamente riconosciuto, politicamente usato o corretto, sia penetrato in intere generazioni di militanti, abbia potentemente inciso nella cultura e nella pratica di un grande movimento politico. Come e quanto insomma abbia pesato nella storia «grande e terribile».

Questo lavoro è tuttora largamente da fare e sarebbe di straordinaria utilità proprio oggi. Anzitutto per definire l'identità non superficiale del comunismo italiano di cui il `gramscismo' è elemento costitutivo e indispensabile chiave di lettura. In secondo luogo per vedere se nel pensiero anticipatore di Gramsci qualcosa di essenziale, che andava oltre i confini della sua epoca, e a volte travalicava o contraddiceva ciò che il Pci allora voleva o poteva comprendere e utilizzare – come lo stesso Togliatti riconobbe poco prima di morire – sia rimasto in ombra e potrebbe invece offrire un prezioso contributo ai nuovi sviluppi della storia che oggi viviamo. È un quesito schiettamente `gramsciano' che tende a verificare quanto delle idee di questo `filosofo della prassi' abbia camminato in un movimento reale e a metterle a confronto con la sconfitta di fine secolo (più pesante e più difficile da recuperare di quella degli anni venti).

In questo articolo vorrei avviare una tale riflessione, limitandomi per ora a parlare solo di un passaggio, peraltro cruciale: la grande, e non innocente, operazione di mediazione che Togliatti intenzionalmente e sistematicamente condusse, negli anni della costruzione del `partito nuovo', proprio pubblicando, diffondendo a livello di massa, interpretando il lascito dei Quaderni. Qualcosa di simile era avvenuto con la mediazione kautskyana di Marx nella socialdemocrazia tedesca. Ma in questo caso in modo più esclusivo: per molto tempo Gramsci ha fatto tutt'uno con il `gramscismo' della lezione `ufficiale' molto più di quanto il Marx di Kautsky si identificasse con il `marxismo', allora più variegato.

 

L'obiettivo che Togliatti si poneva non era certo solo quello di tributare un omaggio al grande amico e all'eroico compagno, né solo quello di offrire un grande contributo alla cultura italiana. Si trattava di un obiettivo politico, nel senso più forte e con l'intenzione più diretta.

Il problema prioritario che Togliatti si trovava ad affrontare dopo la vittoria sul fascismo era infatti quello di tenere insieme due elementi apparentemente contradditori che egli riteneva però entrambi essenziali al suo progetto politico e al partito comunista che tentava di rimodellare: il collegamento con l'Unione Sovietica e il `campo socialista' in quanto centro motore di un processo mondiale, e la linea dell'unità antifascista, della `democrazia progressiva', della legalità repubblicana elaborata in Italia dopo la svolta di Salerno. A differenza di tutti gli altri partiti comunisti dell'Occidente (anche grandi come il Pcf) tale tensione non era, per lui, provvisoria né strumentale. L'unità democratica non era solo la tattica di una fase dettata dai rapporti di forza del momento dalla definizione netta delle zone di influenza sancita a Yalta, e legittimata da una certa fase della politica staliniana; né doveva solo permettere un'accumulazione di forze e di alleanze fino al momento in cui si potesse, anche in Occidente, passare alla fase rivoluzionaria secondo i canoni del modello sovietico. Era invece una scelta strategica destinata a sperimentare una nuova via di conquista del potere e a ridefinire fini e approdi del suo esercizio. Reciprocamente, però, il collegamento con il movimento comunista internazionale non era un vincolo dal quale non ci si poteva in quel momento affrancare; ma l'espressione dell'appartenenza ad un processo mondiale di trasformazione di cui l'Unione Sovietica restava il centro motore, che nel '45 era ancora in pieno sviluppo, e che garantiva il retroterra pratico e l'autonomia ideale necessari all'inedita ricerca di nuove vie al socialismo.

L'esperienza, esaltante e terribile, degli anni trenta l'avevano convinto che il consolidamento, lo sviluppo, e più tardi la graduale autoriforma del `campo socialista', costituivano la base di forza e l'esempio storico necessari per portare avanti una trasformazione democratica senza essere travolti dalla violenza reazionaria e parimenti senza perdere di vista il traguardo finale ed essere riassorbiti nella gestione del potere borghese. Il riferimento gli appariva necessario anche, forse, per elevare ovunque, prima ancora della diretta conquista del potere, la lotta di classe a una coscienza propriamente politica e statuale in quanto partecipe di un movimento mondiale che già era in larga parte del mondo diventato Stato, dirigeva la società e a tale problema doveva complessivamente far fronte. Ma quella esperienza l'aveva altrettanto reso consapevole, per diretta conoscenza, dei prezzi tragici del modello staliniano e dell'impossibilità di una sua trasposizione nella società occidentale. Unità e autonomia erano dunque per lui elementi costitutivi a pari titolo di una `via italiana al socialismo', l'una condizione dell'altra.

 

     

         

Intorno al 1947, però, quel binomio incontrò difficoltà crescenti, anzi rischiò di andare a pezzi. Crisi dell'unità antifascista in Italia e a livello mondiale, inizio della guerra fredda, irrigidimento dogmatico e riaffermazione dell'Unione Sovietica come centro esclusivo di direzione politica (il Cominform, la condanna di Tito e la fine di ogni autonomia delle `democrazie popolari') toglievano, per una fase, quasi ogni spazio politico e ogni legittimità culturale alla ricerca di nuove `vie al socialismo' e alla costruzione del `partito nuovo'.

In questo contesto va collocata e valutata la pubblicazione, la diffusione, lo studio dei Quaderni di Gramsci che Togliatti promosse e sostanzialmente diresse: essa doveva servire, e servì, a fornire un fondamento teorico, una lezione di metodo, un `senso comune', e anche la necessaria autorevolezza (sostenuta da un mito) all'identità duratura del comunismo italiano. Con questo obiettivo Gramsci venne valorizzato seriamente e fino in fondo ma fu anche ridotto e piegato nelle forme a cui l'epoca e l'intenzione spingevano. Da un lato lo sforzo di non rendere troppo esplicito tutto ciò che in Gramsci innovava profondamente la tradizione leninista e confliggeva con la sua versione staliniana, dall'altro lato lo sforzo di sottolineare in Gramsci tutto ciò che serviva alla valorizzazione della continuità della `rivoluzione democratica e antifascista'.
Così, per scelta, ma ancora più per `selezione naturale' operata dalla forte organicità di quella scelta, alcuni temi e alcune parti dei Quaderni emersero in primo piano, divennero `costitutivi' del gramscismo, oscurandone altre incomprese o rimosse. Su due grandi temi si concentrarono allora, non a caso in modo quasi esclusivo, l'attenzione e la riflessione dei comunisti: quello del Risorgimento italiano come rivoluzione incompiuta, e quello dell'autonomia relativa, e del valore, della sovrastruttura in polemica con il meccanicismo e l'economicismo del `marxismo volgare'. Anch'essi, però, in una particolare `curvatura interpretativa': dell'analisi del Risorgimento e dell'Italia postrisorgimentale infatti viene enfatizzata la riflessione critica sull'emarginazione della questione agraria e sulla rivoluzione dall'alto a egemonia piemontese che accomunava Gramsci alla denuncia, già presente in Dorso e Gobetti, dell'arretratezza perdurante nel capitalismo italiano e nella cultura delle sue classi dirigenti. Rimasero invece in secondo piano le ragioni profonde dell'egemonia cavouriana, l'ambiguità del trasformismo, dunque i processi parziali e distorti di `modernizzazione' che Gramsci coglie non solo nel Risorgimento ma persino nel fascismo.

L'autonomia della sovrastruttura – d'altra parte – tendeva a produrre una separazione della dinamica politico-istituzionale dalla sua base di classe, lo storicismo marxista tendeva a diventare storicismo tout-court.

 

 

Tra i temi che restarono, se non ignorati, marginali nella riflessione teorica e inerti in quella politica, due soprattutto, e di grande rilievo: da un lato lo scritto su `americanismo e fordismo', proprio nel momento in cui invece si profilavano anche in Italia (con la ricostruzione industriale sostenuta e orientata dal Piano Marshall e dalla importazione di tecnologia e organizzazione produttiva americane) la produzione standardizzata di beni di consumo di massa e l'organizzazione tayloristica del lavoro; dall'altro la riflessione giovanile intorno ai consigli di fabbrica, proprio in una fase in cui la straordinaria vitalità politica e sociale del moto resistenziale sollecitava e forse permetteva l'invenzione di nuove istituzioni che integrassero la democrazia parlamentare e dessero della `democrazia progressiva' una proiezione nella `costituzione materiale' e non solo in quella formale. È curioso constatare come questa tematica, ormai storicamente matura, si sia imposta all'attenzione dei comunisti e della sinistra solo un decennio più tardi – alla fine degli anni '50 – per la forza delle cose, tra molte resistenze e per iniziativa di una minoranza di sindacalisti e di intellettuali, ai margini del Pci o fuori da esso.

Fra i temi gramsciani uno venne infine seccamente, intenzionalmente e a lungo occultato ben oltre ogni ragionevolezza: la consapevolezza, che continuamente affiora in Gramsci, del carattere della Rivoluzione d'ottobre e del suo consolidamento come tappa necessaria ma non autosufficiente del processo rivoluzionario mondiale, e, soprattutto, il timore – da lui espresso nella famosa lettera a Togliatti del '26 – che la logica del potere personale e la lotta violenta nel gruppo dirigente sovietico producessero involuzione e dissoluzione del nuovo potere e della nuova società. Togliatti non solo non pubblicò quella lettera né durante gli anni venti e trenta, quando potevano derivarne conseguenze terribili, né nell'immediato dopoguerra, ma neppure dopo il trauma del '56; anzi non ne affrontò l'inquietante problematica se non forse, poco prima di morire, con il memoriale di Yalta, che peraltro era destinato a restare `riservato'.

Questa lettura riduttiva di Gramsci ebbe conseguenze notevoli non soltanto sul piano culturale, ma anche su quello immediatamente politico: anzitutto il grande ritardo, anzi l'ostinata resistenza a vedere, e ad analizzare, per lo meno fino ai tardi anni cinquanta, i processi di impetuosa modernizzazione dell'economia italiana e le nuove figure sociali che vi emergevano. Rimase così dominante nel Pci la convinzione che il capitalismo italiano era inguaribilmente arretrato; e da qui derivò una tendenza a sottovalutare la possibilità di strappare riforme significative, o a considerare come successi tutte quelle modificazioni che si operavano in qualsiasi forma, e a sovrastimare invece il pericolo del rapido ritorno delle classi dirigenti a posizioni classicamente reazionarie, proiettando anche per il futuro lo schema e i limiti dell'esperienza antifascista.

 

 

In secondo luogo la concezione e la pratica del partito nuovo: partito di massa certo, non settario e non troppo intollerante della discussione, ma sostanzialmente distinto tra un partito dei quadri retto da un gruppo dirigente monolitico e cooptato, e un partito di popolo organizzato intorno a rivendicazioni immediate e fatto oggetto di una pedagogia spesso generica. Il partito come intellettuale collettivo, interlocutore di movimenti e di istituzioni autonome di classe, che lavora al superamento della distinzione tra governanti e governati rimase nella penna e nelle aspirazioni di Gramsci; la politica delle alleanze rimase al di qua della soglia del gramsciano nuovo blocco storico. Solo più tardi tutto ciò sarebbe pienamente emerso e se ne sarebbero potute valutare le conseguenze rispetto a situazioni più complesse e a occasioni più mature. Vi tornerò dunque più avanti, nel corso di questa riflessione.

Mi preme invece subito insistere sul fatto che – almeno a mio avviso – quella operazione togliattiana nell'interpretazione di Gramsci, pur riduttiva, non era né abusiva né immotivata: poggiava infatti su elementi forti del testo e su esperienze storiche successive alla sua stesura, che ne autorizzavano gli elementi essenziali e ne rendevano fecondi i risultati.

Perché dico non abusiva? Perché in effetti il motore che muove e coordina la molteplice e apparentemente frammentaria ricerca dei Quaderni, e la riflessione sulla sconfitta della rivoluzione in Europa negli anni venti e sulle sue conseguenze, non contesta solo il dogmatismo teorico e la pratica politica dello stalinismo (di cui anzi riuscì a vedere criticamente le ragioni) ma rimette anche in discussione il modello (non il valore storico) della Rivoluzione di ottobre, cioè la centralità esclusiva della presa del potere statale, l'idea dell'incompatibilità tra riforme e rivoluzione. In ciò Gramsci non solo anticipa la strategia del VII Congresso e della democrazia progressiva, ma la spinge molto più avanti e le conferisce un valore universale.

Quella sconfitta degli anni '20, non dimentichiamolo, non frustrava solo una diffusa speranza che aveva animato le masse e dalla quale erano nati i partiti comunisti, non `allungava' solo i tempi, ma sovvertiva tutta l'analisi e tutto il progetto su cui l'Internazionale comunista si era mossa, e di cui Lenin era pienamente convinto: l'analisi in base alla quale la rivoluzione russa era una prima rottura che presto avrebbe coinvolto i paesi più avanzati, dove esistevano condizioni già mature, e lì avrebbe trovato le condizioni materiali e le forze soggettive indispensabili alla costruzione di una società socialista.

Gramsci, a differenza di Trockij e in polemica con lui, accetta quel fatto inatteso che fu la necessità della terribile avventura del `socialismo in un solo paese' e arretrato, del cui limite e del cui rischio era pur consapevole. Ma, a differenza di tutti i comunisti della sua epoca, non si limita a spiegare la sconfitta con il tradimento dei partiti socialdemocratici, con gli errori o la debolezza organizzativa dei nuovi partiti comunisti, e a differenza di tutti i socialdemocratici, di destra e anche di estrema sinistra, non ne trae affatto la convinzione che l'Ottobre rosso fosse `immaturo'. Cerca invece da subito di individuare cause più profonde e non contingenti della sconfitta, di definire i tratti nuovi di una rivoluzione in Occidente, necessariamente diversa come percorso e come approdo, di cui la rivoluzione russa e il suo consolidamento erano la condizione pratica e la premessa teorica, ma non il modello da imitare.

 

                   

 

Egli parte – come tutti ricordano – da una constatazione storica: la differenza strutturale, qualitativa, tra `Oriente' e `Occidente': «In Oriente lo Stato era tutto, la società civile primordiale e gelatinosa; nell'Occidente, tra Stato e società civile c'era un giusto rapporto e nel tremolio dello Stato si scorgeva subito una robusta struttura della società civile. Lo Stato era solo una trincea avanzata dietro cui stava una robusta catena di fortezze e casematte». E parte altrettanto da un'affermazione teorica che continuamente riprende dalla Prefazione a Per la critica dell'economia politica di Marx: «Una formazione sociale non perisce prima che si siano sviluppate tutte le forze produttive per le quali essa è ancora sufficiente e nuovi più alti rapporti di produzione non ne abbiano preso il posto, prima che le condizioni materiali di esistenza di questi ultimi siano state covate nel seno stesso della società».

In Occidente dunque la rottura rivoluzionaria non poteva materialmente ridursi alla conquista e all'esercizio esclusivo del potere da parte di una avanguardia organizzata che approfitta di una crisi acuta e orienta in essa la improvvisa insorgenza di massa, ma presuppone un lungo lavoro molecolare, la conquista progressiva di `casematte', alleanze sia sociali che politiche con forze storicamente radicate. Guerra di posizione oltre che di movimento: qui emerge l'accento nettamente diverso rispetto a Lenin. Ma, nel contempo, questo lungo lavoro, questo processo sociale attraverso il quale maturano le `condizioni' oggettive e soggettive di una alternativa di sistema non è solo il compimento graduale di una tendenza già iscritta nello sviluppo capitalistico e nella democrazia di cui la classe operaia è l'agente, ma anche il prodotto di una volontà consapevole e antagonista, di una egemonia politica e culturale, di una rottura e ricostruzione delle istituzioni statali. Il comunismo è il rovesciamento, non la prosecuzione della storia che gli sta alle spalle e che l'ha reso possibile: e la differenza di Lenin dalla socialdemocrazia non solo è, per questo aspetto, conservata, ma ulteriormente approfondita.

Non era dunque abusivo il tentativo di Togliatti di utilizzare – sia pure entro confini tracciati dal tempo – il Gramsci dei Quaderni come anticipatore politico e come fondamento teorico del `partito nuovo' e della `via democratica al socialismo', in entrambi i suoi aspetti (il gradualismo riformista in Italia e in Occidente, sorretto però e garantito e qualificato nell'autonomia delle sue finalità da un processo storico mondiale per tappe avviato dalla Rivoluzione di ottobre).

L'interpretazione togliattiana non era neppure, ho aggiunto, immotivata. Perché anche nelle sue forzature, reticenze, riduzioni, il `gramscismo' di Togliatti non nasceva tanto e soprattutto da una intenzione strumentale e manipolatoria – come spesso avveniva al marxismo-leninismo dell'epoca – ma dai grandi fatti e dalle esperienze intervenute nella storia del movimento operaio in Italia e nel mondo durante e dopo la stesura dei Quaderni e che imponevano aggiornamenti di analisi e di strategia (altro discorso è se Togliatti stesso sia stato pienamente capace di interpretarli e di dar loro una risposta adeguata).

Dopo che Gramsci, dal carcere, aveva avviato la propria nuova riflessione, e ancor più negli anni immediatamente successivi alla sua morte, il mondo era infatti cambiato con una velocità e una profondità mai conosciuta. Una nuova grande crisi economica, sociale, culturale, aveva scosso ogni nazione, coinvolto ogni classe, e rapidamente sarebbe approdata a una nuova e più devastante guerra mondiale. Il suo esito immediato fu l'emergere del fascismo, questa volta come tendenza internazionale.

 

 

Tali avvenimenti furono dapprima interpretati dai partiti comunisti come la conferma dell'impossibilità assoluta di una politica riformista, dell'esaurimento del `capitalismo putrescente', e dunque come la riproposizione dell'occasione rivoluzionaria fallita negli anni venti. La linea cosiddetta del `socialfascismo' non era, in questo senso, solo il frutto di un impoverimento estremista e settario, né dettata dalla logica della lotta interna al gruppo dirigente sovietico nel momento della collettivizzazione forzata e dell'industrializzazione accelerata: nasceva piuttosto da una lettura classica e semplificata di fatti reali e sconvolgenti. Ma condusse a una sconfitta per certi versi più drammatica di quella degli anni venti. All'inizio degli anni trenta Hitler andò al potere con il sostegno di una forte spinta di massa (non come risposta alla `minaccia comunista' – peraltro in quegli anni già largamente contenuta –, ma come una delle risposte possibili alla crisi del capitalismo liberale, uno dei `fordismi' possibili). I partiti comunisti in Occidente erano, oltre che perseguitati, assottigliati, divisi ed eterodiretti; l'Unione Sovietica isolata, minacciata dall'aggressione esterna, lacerata da un conflitto sociale e politico drammatico. La svolta del VII Congresso dell'Internazionale non fu semplicemente un adeguamento tattico, ma una specie di rifondazione, sia pure non pienamente consapevole, nella cultura e nel radicamento sociale del movimento comunista. E l'esperienza dei Fronti popolari e dell'unità antifascista, che esso produsse, non fu solo – come oggi si tende con qualche disprezzo a definirla – una convergenza difensiva contro un comune nemico. Né rimase circoscritta là dove il pericolo fascista incalzava. Certo, la difesa della libertà minacciata, e per i comunisti la difesa del `paese dei soviet' ne costituivano la motivazione più evidente. Ma a darle un'anima, e una prospettiva, concorreva la scoperta, o la riscoperta, del nesso forte tra democrazia politica e questione sociale, tra libere istituzioni, eguaglianza economica, diritto al lavoro.

La grande crisi economica del mondo capitalistico avanzato e i suoi effetti non meno aspri nella periferia coloniale, i primi indiscussi successi dei piani quinquennali in Urss, la Repubblica spagnola e le conquiste sociali in Francia e il New Deal roosveltiano, animarono quegli anni di straordinaria tensione politica e ideale non meno della minaccia hitleriana. Questi sconvolgimenti risvegliarono le capacità innovative del movimento operaio di varie tradizioni, conquistarono nuove generazioni e produssero una partecipazione che coinvolse settori importanti dell'intellettualità progressiva: ne risultò trasformato oltre che lo spirito dell'epoca, il pensiero politico, economico, scientifico.

I fondamenti e le premesse di quello che più tardi divenne il `compromesso keynesiano', lo Stato sociale, furono gettati in quegli anni tragici.
Lo sciocchezzaio pamphlettistico oggi imperante, che ripensa la storia del `comunismo reale' come una pura illusione, un gigantesco delirio ideologico, censura proprio questo dato centrale della storia del secolo: i comunisti sarebbero ridiventati una setta, il loro ruolo, nel bene e nel male, sarebbe stato marginale, se non fossero stati di nuovo, dopo l'Ottobre e in piena epoca staliniana, non il solo ma certo un protagonista decisivo di quello snodo dal quale venne letteralmente cambiata la faccia al mondo. E infatti alla fine della guerra vittoriosa si trovarono presto a governare quasi due miliardi di uomini, a essere l'interlocutore e alleato naturale del movimento di liberazione nazionale del Terzo mondo, mentre si avviavano in Occidente – e sarebbero continuate anche nella stretta della guerra fredda, anche quando erano al governo forze conservatrici – riforme che portavano il segno del socialismo (intervento pubblico nell'economia, tutele sociali, diritti contrattuali sui luoghi di lavoro, partecipazione organizzata di partiti operai e sindacati alla direzione politica).

E tuttavia la differenza rispetto alle ipotesi rivoluzionarie degli anni venti, agli anni della `scalata al cielo' non solo permaneva ma, in un certo senso, diventava ancora più netta e irreversibile. Fronti popolari e unità antifascista non avevano impedito la guerra, anzi nell'immediato erano stati sconfitti nelle loro esperienze più avanzate (Francia, Spagna); la guerra era stata vinta da un'alleanza in cui era già determinante il ruolo della maggiore e più dinamica potenza capitalistica, gli Stati Uniti; dalla guerra gli Stati Uniti erano usciti con una forza militare, un peso economico, un'egemonia culturale moltiplicate che consentivano loro di offrire una nuova prospettiva di sviluppo in Occidente e anche di governare in modo flessibile l'emancipazione dal vecchio colonialismo in molti paesi della periferia. Nello stesso tempo, la dinamica politica e ideologica avviata in Urss dalle repressioni degli anni trenta, accentuatasi proprio nel corso della guerra con la mobilitazione patriottica e dopo la guerra, per il prevalere della logica della politica di potenza e per effetto della nuova pressione americana, rendevano meno accettabile ai popoli dell'Occidente il modello sovietico e nello stesso tempo più stretti i margini per l'autonoma ricerca di `vie democratiche' al socialismo. Non ci fu quindi una `spinta rivoluzionaria' in Occidente minimamente paragonabile a quella, pur battuta, del primo dopoguerra: anzi, vi fu un recupero di potere e di consenso delle forze politiche moderate e delle capacità espansive del sistema economico capitalistico (i `trenta gloriosi') sia pure in un quadro di compromesso sociale e di equilibrio bipolare.

 

 

L'uno e l'altro aspetto di questo straordinario mutamento non potevano essere preveduti dai comunisti e dai marxisti degli anni trenta, Gramsci compreso. Anche chi era andato più avanti nella elaborazione della strategia dell'unità democratica, della `democrazia progressiva', chi era persuaso cioè che la rivoluzione in Occidente avrebbe potuto e dovuto assumere modalità nuove, più processuali, e approdare a forme nuove del potere, non dubitava comunque che una nuova guerra mondiale, e la caduta dei fascismi, avrebbero prodotto, anche nei paesi avanzati, un movimento di massa a egemonia proletaria, aperto una vera fase di transizione.

Quando Gramsci, in dissenso con il partito e con l'Internazionale, all'inizio degli anni trenta, avanzò la parola d'ordine dell'Assemblea costituente, essa aveva questo significato e conteneva questa speranza, era cioè pensata nella linea di quello sviluppo che `Lenin non aveva avuto il tempo di compiere', come tappa ravvicinata e strumento di una nuova e diversa rottura rivoluzionaria. Lo stesso Trockij, che pure manteneva una fedeltà ostinata al modello dell'Ottobre in polemica con la degenerazione burocratica e l'opportunismo politico dell'Internazionale staliniana, (ma era ben più geniale e penetrante dei suoi epigoni) riconobbe senza reticenze poco prima della morte: «Se a una nuova guerra mondiale non seguirà una rivoluzione vittoriosa in Occidente e una profonda riforma della società sovietica, dovremmo ripensare tutto».

Togliatti si venne a trovare dunque in una situazione del tutto diversa e inattesa, nel bene e nel male: un'espansione del potere dei comunisti, una dislocazione in avanti della lotta di classe nel mondo, ma a fronte di un'egemonia non intaccata del capitalismo in Occidente e anzi, qui, di una nuova fase di `rivoluzione passiva'. Questo lo spinse, quasi lo costrinse, a contare sul primo elemento per affrontare in piena autonomia una nuova e lunga fase di `guerra di posizione', a tentare ciò che Gramsci rimproverava ai mazziniani di non aver saputo fare nel Risorgimento: capire cioè le ragioni dei moderati, usare le trasformazioni che essi erano costretti a operare, ma mettere in campo tutte le proprie forze per trasformare strada facendo la `rivoluzione passiva' in un vero processo di trasformazione, nell'affermazione di una nuova egemonia.

Non c'è dubbio allora che nell'interpretazione del pensiero di Gramsci suggerita da Togliatti e assimilata dal Pci vi fosse, oltreché un uso finalizzato, una vera `forzatura': nel senso di un gradualismo molto più accentuato, di un'attenuazione dello `spirito di scissione' e della radicalità anticapitalistica, di uno spostamento di attenzione al terreno politico-parlamentare rispetto a quello politico-sociale. Ce ne forniscono la misura, proprio in quel periodo, la esibita propensione di Togliatti, ben lontana dall'insofferenza gramsciana, per la tradizione culturale e le figure politiche moderate e riformiste della storia italiana (Croce, Giolitti), e insieme le sue forti riserve verso le vecchie e nuove correnti del radicalismo sia democratico-borghese sia cattolico, che dal piano politico (il Partito d'Azione, il dossettismo) e culturale (le avanguardie artistiche e filosofiche, il marxismo occidentale di sinistra) si spingeva fino al terreno del gusto e del costume. Così come, nell'azione e nella pratica del `partito nuovo' colpisce il carattere prudente e disperso dei programmi di riforma economica e istituzionale (a parte i fondamenti della Costituzione).
Ma non c'è dubbio, altrettanto, che tale `forzatura' era il portato e il riflesso dei vincoli opposti da una situazione storica determinata, di una novità intervenuta nelle cose e per una certa fase apparsa non modificabile.

 


Non a caso dunque essa produsse in quella fase risultati fecondi. Diede radici profonde e popolari alla democrazia in un paese nel quale la classe dominante non aveva saputo né voluto costruirla e le classi proletarie, che ne erano rimaste sempre escluse, vi reagivano con l'apatia o con il sovversivismo. Fece, per tutta un'epoca, dell'Italia il paese della partecipazione politica più ampia e organizzata, del movimento operaio italiano una forza non solo combattiva ma culturalmente matura, in certi momenti egemone, e di tanta intellettualità, fino ad allora trasformista e codina, una forza di trasformazione democratica e civile. Quella ispirazione ebbe gran parte nel contribuire alla costruzione di un partito di massa capace di partecipare in ogni momento e spesso di dirigere parziali riforme della società e dello Stato – il potere sindacale, i prodromi dello Stato sociale, le istituzioni dell'economia mista, il processo di emancipazione femminile, il meridionalismo – senza smarrire un'autonomia ideale e un connotato di classe, unendo dentro di sé, e trasformando, una pluralità di ceti, di tradizioni, di generazioni. Garantì a questo partito un certo grado di autonomia, via via crescente, rispetto al `paese guida', senza separarlo da un movimento mondiale ancora espansivo e anzi permettendogli di assumervi una funzione di stimolo per esperienze critiche e innovative anche in molti altri paesi. Permise infine, ma non per ultimo, di sperimentare una forma organizzativa, ancora retta dai princìpi del centralismo democratico ma abbastanza tollerante della ricerca, della discussione, capace di selezionare i quadri migliori e non solo i più fedeli, di riconoscere gradualmente l'autonomia delle organizzazioni di massa.
 

Non appena il momento più aspro della guerra fredda e dell'ultimo stalinismo fu superato, tutto ciò raggiunse la sua forma più matura: il comunismo italiano raccoglieva quasi naturalmente le forze più avanzate della società italiana, e appariva aperto a ulteriori sviluppi. Non sarebbe stato così senza Gramsci e anche senza quella mediazione togliattiana che ho chiamato `gramscismo'. Qui metteva radici permanenti e di massa una forza, un'identità, che non era – come molti oggi dicono e pensano – una `socialdemocrazia di fatto', senza quasi saperlo, o dirlo, ma neppure una semplice articolazione del campo sovietico, costretta dalle cose a svolgere una supplenza democratica in contraddizione con le sue convinzioni profonde e solo fin quando non si potesse `fare come in Russia'. Parlo degli anni '60, quando, ormai oltre e senza Togliatti, non solo il dibattito sul pensiero di Gramsci si approfondì e si differenziò, ma soprattutto il `gramscismo' fece la sua prova nella politica concreta, e manifestò più chiaramente sia le sue pote Non appena il momento più aspro della guerra fredda e dell'ultimo stalinismo fu superato, tutto ciò raggiunse la sua forma più matura: il comunismo italiano raccoglieva quasi naturalmente le forze più avanzate della società italiana, e appariva aperto a ulteriori sviluppi. Non sarebbe stato così senza Gramsci e anche senza quella mediazione togliattiana che ho chiamato `gramscismo'. Qui metteva radici permanenti e di massa una forza, un'identità, che non era – come molti oggi dicono e pensano – una `socialdemocrazia di fatto', senza quasi saperlo, o dirlo, ma neppure una semplice articolazione del campo sovietico, costretta dalle cose a svolgere una supplenza democratica in contraddizione con le sue convinzioni profonde e solo fin quando non si potesse `fare come in Russia'. Parlo degli anni '60, quando, ormai oltre e senza Togliatti, non solo il dibattito sul pensiero di Gramsci si approfondì e si differenziò, ma soprattutto il `gramscismo' fece la sua prova nella politica concreta, e manifestò più chiaramente sia le sue potenzialità che i suoi limiti di fronte alla sfida di una società che si modificava, in una nuova `guerra di movimento' che pareva riaprire degli spazi.

 


Su tutto ciò converrà tornare al più presto, questa volta anche nella veste di osservatori e di protagonisti diretti, chiamati a scavare con sincerità nella memoria e a rispondere di ciò che abbiamo potuto o saputo capire e fare.



(*) Palmiro Togliatti, Scritti su Gramsci, a cura e con un'introduzione di Guido Liguori, Editori Riuniti 2001, pp. 318, L. 35.000. Rispetto all'edizione curata da Ernesto Ragionieri (1967,19722) questo volume raccoglie sette nuovi scritti pubblicati precedentemente in varie forme.
 


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