il manifesto numero 10 - 11                                                              ottobre novembre 1970

 

Da Togliatti a Berlinguer 

 

Lucio Magri

 

IL PCI DEGLI ANNI '60 

 

 

Una nuova ondata di dimissioni o radiazioni ha colpito in queste settimane le organizzazioni del PCI. Attribuire questi fenomeni alle nostre « manovre scis­sionistiche », come vorrebbe il gruppo dirigente comu­nista, non è serio. Noi non abbiamo nascosto la nostra scelta: che è, oggi, di creare un punto di riferimento politico e organizzativo esterno al PCI, perché non cre­diamo esista più spazio per una opposizione interna, e perché riteniamo che solo l'esistenza di questo punto di riferimento esterno possa mettere in crisi l'attuale linea riformista e offrire alla crisi, al di là dello smarri­mento e della pura protesta, una espressione positiva.

Questo non sarà possibile - abbiamo aggiunto - se quei comunisti che si rendono conto degli errori del­l'attuale politica del PCI non si assumono in prima persona la responsabilità di costruire, insieme ad altri, una nuova organizzazione. Un lavoro interno-esterno non ha più senso, nel momento in cui si chiariscono negativamente le ambiguità del XII congresso, e la « sinistra » interna assume oggettivamente un ruolo di copertura.

Ma non siamo così ridicolmente presuntuosi da credere che sia bastata questa nostra presa di posizione a provo­care la scelta che molti militanti e dirigenti stanno compiendo o hanno compiuto. Molti di loro, quando la battaglia del Manifesto è cominciata, non li cono­scevamo neppure; ed anche per coloro ai quali già ci univa una lunga battaglia nel partito resta da spiegare perché questo legame oggi si sia rafforzato, oggi li con­duca a scelte radicali, per molti dolorose, che un anno fa apparivano immature.

C'è di più. Coloro che vivono nel PCI o a suo contatto sanno che queste rotture esprimono solo una parte di un malessere assai profondo che ormai investe tutto il partito e si manifesta in forme diverse: proteste contro alcune scelte politiche (lettere e ordini del giorno sul decretane), critiche ai quadri sindacali sul modo di diri­gere le lotte (sospensione dello sciopero del 7 luglio, impostazione della battaglia per le riforme, l'isolamento in cui si lasciano certe lotte di fabbrica), o più semplice­mente crisi dell'attività sezionale, difficoltà di funziona­mento degli organismi provinciali, confusione e vacanza di potere al centro.

Il rapporto di Berlinguer ai segretari di federazione, e l'andamento di quella riunione, riflet­tevano assai bene, per chiunque sappia decifrarne il linguaggio, la preoccupazione per questo diffuso disagio. Tutto questo è frutto della nostra « attività disgrega­trice »? 0 non piuttosto del rapido evidenziarsi di una svolta politica che la base del partito, a torto o a ragione, sente come un tradimento della continuità di una tradi­zione e delle speranze in questi anni affiorate?

Il fatto è che le prese di posizione del PCI di fronte all'ultima crisi di governo, alla venuta di Nixon a Roma, al decretone, hanno scoperto agli occhi delle masse e in termini elementari l'operazione politica da tempo in corso: l'allargamento del centro-sinistra ai comunisti, l'inserimento progressivo del PCI nell'area delle forze che, al di là delle formali distinzioni governo-opposi­zione, partecipano di fatto alla gestione del potere statale. È difficile per il PCI convincere la propria base che l'« inserimento » sarebbe una calunniosa insinuazione degli "scissionisti", quando ogni giornale, ogni uomo politico, pur con giudizi diversi, concorda sul fatto che di questo, oggi, in Italia, si tratta. 

Così come non basta il vecchio rituale sulla collusione che esiste­rebbe tra stampa borghese e noi scissionisti quando, ogni giorno, è la più importante stampa borghese a denunciare il nostro estremismo e a concedere al gruppo parlamentare del PCI patenti di responsabilità e buon senso. È questa svolta politica che provoca la crisi nel partito; crisi destinata ad allargarsi via via che la svolta diverrà più evidente e implicherà pesanti conseguenze pratiche.

Sia il gruppo -dirigente del PSI sia alcuni gruppi di estrema sinistra negano sia la « svolta » che la « crisi ». Per gli uni e per gli altri la scelta politica attuale non sarebbe che il logico sviluppo della linea di sempre: non sono forse venticinque anni che i comunisti parlano della propria funzione « nazionale », che considerano come una sciagura il precipitare di uno scontro di siste- , ma, che si propongono come obiettivo fondamentale il reingresso in un govreno di coalizione? Per gli uni come per gli altri, infine, questa scelta corrisponderebbe sostanzialmente a ciò che tutto il partito oggi si aspetta, all'ideologia che ha formato i suoi quadri, alla prospettiva su cui si è costruita la sua fortuna elettorale. Perche dunque attendersi una lacerazione, una crisi? Non saremo certo noi a negare che in questa sottoli­neatura di una « continuità » nell'evoluzione del PCl sia contenuta una profonda verità; né ad accusare Ber­linguer nel nome di Togliatti. Fin dal primo numero del Manifesto abbiamo cercato di dimostrare che l'attuale linea riformista del PCI non rappresenta un errore del gruppo dirigente, né un suo smarrimento improv­viso e casuale, ma deriva dei limiti organici di una strategia ben radicata nella storia, ed esprime una cor­posa realtà di alleanze sociali, di legami elettorali, di consuetudini organizzative, di posizioni di potere.

Per questo non abbiamo impostato la nostra lotta, quando ancora eravamo nel partito, su un puro richiamo alla tradizione, né ora concepiamo la costruzione di una nuova forza rivoluzionaria come una scissione che ne liberi la parte sana da quella opportunista. Abbiamo parlato invece di una « rivoluzione culturale », di una « rifondazione », operata nel vivo della lotta di massa e accompagnata da una riflessione critica su tutto il passato, che trasformasse profondamente la natura e il modo di operare di tutto il partito, anche della sua parte migliore. E anzi abbiamo detto che tale rifonda­zione poteva nascere solo da una sintesi tra sinistra comunista e le nuove avanguardie politiche e sociali maturate fuori del partito.

Ma questo non vuol dire che il PCI sia stato sempre, e nella stessa misura e nello stesso modo, ciò che oggi è e si appresta a divenire; né che esso sia una forza ideologicamente e socialmente omogenea espressa appie­no dalla linea del gruppo dirigente. La ricerca delle origini storiche e teoriche e della base sociale oggettiva della degenerazione opportunista di un movimento poli­tico non deve cancellare la dinamica di questa degene­razione. Individuare il limite strategico e teorico cui l'involuzione è legata non vuol dire appiattire a quel limite tutta la realtà. È possibile, ad esempio, rico­struire puntualmente l'itinerario che ha condotto la II Internazionale alla capitolazione di fronte alla guerra imperialista: ma questo non. toglie che la socialdemo­crazia tedesca alla fine del secolo scorso rappresentasse una realtà e svolgesse un ruolo del tutto diversi da quelli degli anni che seguirono la scelta sciagurata del 1915.

Oggi sta accadendo, per il PCI, qualcosa di molto simile. Il partito che evitò la scelta insurrezionale nel 1945, collaborò alla ricostruzione, alla Costituzione e ai governi di unità nazionale in presenza di un certo rapporto di forze mondiali, in un momento di disgregazione del potere statale borghese, puntando sulla forza antago­nistica dell'URSS, attendendo il maturare di una crisi rivoluzionaria e affiancando a una lotta sul terreno legalitario e difensivo la preparazione organizzativa e ideologica per uno scontro futuro, sbagliava le previ­sioni, alimentava gli equivoci che successivamente avreb­bero condotto all'elettoralismo e all'opportunismo; ma non è certo lo stesso partito che, oggi, in altra chiave, in altra situazione, e senza alcuna riserva mentale colla­bora al « rilancio produttivo ».

Le lotte difensive per i occupazione, contro il latifondo o contro la legge truffa, nella situazione drammatica degli anni cinquanta, 0°n hanno certo lo stesso significato di classe di una linea sindacale, magari più avanzata negli obiettivi, ma condotta in una situazione che richiederebbe tutt'altra politicizzazione e generalizzazione del movimento.

Dimenticarlo, evitare l'analisi storica concreta della classe e delle sue organizzazioni, significa non solo costruire una immagine schematica del movimento comu­nista di questi venti anni, annullando ragioni e signi­ficato del suo collegamento di massa e della sua colloca­zione internazionale, ma scolorire la specificità dello scontro di classe nel nostro paese, negare quel grado di autonomia del proletariato e di egemonia da esso conquistata su un vasto arco di forze sociali e ideali, che rappresenta invece il nodo irrisolto del capitalismo italiano e l'ostacolo maggiore per l'operazione rifor­mista in atto. Significa soprattutto, in termini politici, non capire la possibilità e la necessità del lavoro di costruzione di una nuova forza rivoluzionaria a livello di massa, nel momento in cui errori di strategia e dege­nerazioni oggettive precipitano fino a provocare un muta­mento di natura e di collocazione del Partito comunista.

Il problema della « svolta » del PCI è dunque un pro­blema serio, da non liquidare con semplificazioni propa­gandistiche. Solo una analisi molto attenta, storica e strutturale, consente di districare l'intreccio tra conti­nuità e rottura, di cogliere le articolazioni sia nella tradizione ideologica che nell'attuale realtà del partito, e dunque di stabilire in che misura la svolta attuale sia un salto di qualità, e a che livelli e come possa aprire una lacerazione nel corpo del partito. L'analisi deve risalire nel tempo — almeno fino al secondo dopo­guerra, quando il PCI si è costituito come realtà di massa — e soprattutto deve andar oltre ciò che il PCI ha detto e pensato, per cogliere ciò che esso ha fatto ed è stato: il suo concreto rapporto con la realtà sociale. È un lavoro che abbiamo iniziato; ma una vera ricerca finora manca, molti dati sfuggono, e ci vorrà tempo per portarlo avanti.

Su un aspetto fondamentale però tutti gli elementi sono a nostra disposizione, anzi fanno parte dell'espe­rienza diretta di migliaia di militanti: l'evoluzione della linea e della prassi del PCI negli ultimi anni.

 

Divaricazione tra due linee

 

Si conclude oggi una fase ben precisa della storia del PCI. La fase iniziata con l'ultimo decennio, quando il Partito comunista si è trovato di fronte due problemi che sollecitavano una riconsiderazione di strategia: l'affermarsi in Italia di una società capitalistica avan­zata, fortemente dinamica, integrata in quella europea, e lo sviluppo di un nuovo, impetuoso ciclo del movi­mento di classe, con nuove caratteristiche, nuovi conte­nuti, nuovi protagonisti.

È stata proprio la compresenza dei due fenomeni a costi­tuire la base oggettiva della divaricazione, che matu­rava all'interno del partito, tra due linee: una destra che trovava nel neocapitalismo, nei processi di integrazione e nei margini che esso sembrava offrire, lo spazio per un inserimento riformistico nella gestione del potere borghese, non solo a livello governativo ma a tutti i livelli della società (enti locali, cooperative, sindacati, industria di stato); e una sinistra che vedeva nelle nuove lotte sociali e nel nuovo terreno offerto dal neocapita­lismo la sollecitazione per una nuova strategia, che ponesse direttamente e in modo radicale il problema del superamento del sistema. Lo scontro di linea espresse in forma parziale e impoverita una dicotomia ancor più profonda. Nella realtà del partito infatti, in quegli anni, avanzavano processi decisivi: da un lato lo smantella­mento della struttura ideologica e organizzativa del­l'epoca staliniana, l'imborghesimento dei quadri, un nuovo e schiacciante ruolo delle leve di potere locale, la spoliticizzazione del sindacato, il suo dialogo con il. governo, il peso crescente delle « regioni rosse », la crisi dell'organizzazione in fabbrica e tra i giovani; dall'altro lato la crescita di un tipo nuovo di lotta ope­raia offensiva (la contrattazione integrativa, le nuove piattaforme) con una forte partecipazione del quadro sindacale comunista, il rilancio del dibattito teorico marxista in chiave antidogmatica e « antistoricista », anche questo animato dai comunisti, e lo sviluppo di una nuova coscienza antimperialista che caratterizzò tutta una generazione di giovani comunisti. Sono gli anni durante i quali il PCI costituisce un terreno di cultura quasi esclusivo, il veicolo naturale, sia per la maturazione di una seria corrente riformista, sia per una nuova forza rivoluzionaria. Anni nei quali la sua ambiguità di sempre tra riformismo e rivoluzione, anzi­ché risolversi si esalta e tende ad esprimersi in realtà ed esperienze ben radicate.

La sinistra fu, nello scontro, battuta. Da quella scon­fìtta, dal modo in cui avvenne, da ciò che essa mise in luce, doveva dipendere lo sviluppo successivo del partito fino ad oggi. Va infatti ricordato che la tema­tica suggerita, se non tutte le risposte date, dalla sinistra comunista tra il 1960 e il 1965 offersero al partito una occasione storica per anticipare la crisi che maturava nella società italiana, per « mettersi sulla lunghezza d'onda » del movimento che sarebbe poi pienamente esploso. La riflessione sul capitalismo italiano in quanto capitalismo maturo, la critica del riformismo per una alternativa globale di sistema, la ricerca di obiettivi anticapitalistici e di forme di lotta avanzate come pre­messa di una reale mobilitazione, la lotta contro il centro­sinistra e la sfiducia nelle strutture politiche che esso rappresentava, la sollecitazione a porre la lotta politica in fabbrica al centro di una nuova strategia, la critica della struttura burocratica del partito e della sua sepa­razione dalle avanguardie reali: tutti questi temi antici­parono gli sviluppi successivi della lotta di classe e, se fossero divenuti patrimonio del partito, ne avreb­bero fatto la forza di avanguardia ed egemone della società italiana.

Ma il partito si dimostrò in maggioranza insensibile a questi suggerimenti, per altro verso inca­pace di tradurli in azione. In effetti la destra  vinse ancor prima che lo scontro divenisse aperto e comin­ciassero ad operare i meccanismi repressivi del mono­litismo. Vinse nei fatti, nella prassi politica: in occa­sione delle due conferenze operaie del 1961 e del 1965, quando fu in parte respinto e in parte mancato l'obiettivo del rilancio del partito in fabbrica come strumento di politicizzazione diretta della lotta rivendicativa, e in occasione delle due « strette » politiche (1962: governo Fanfani, e 1963: governo Moro e crisi del PSI) quando il PCI si rifiutò di portare a fondo quella lotta al centro-sinistra che avrebbe costretto il capitalismo ita­liano a far fronte allo scontro sociale degli anni seguenti con una base politica molto più rigida e precaria. All'XI congresso la sinistra arrivò ad una lotta frontale e di vertice da cui sarebbe uscita battuta non per sua scelta, ma perché già nel concreto della vicenda politica, di fronte alle scadenze reali, era stata messa in condizione di non agire, di non costruire e quindi di non poter pre­valere.

La sinistra, di cui noi facevamo allora parte in piena responsabilità, collaborò alla propria sconfitta condu­cendo la battaglia tardi e male. Tardi: perché — dispersa e immatura — lasciò passare il primo momento acuto dello scontro politico e sociale, all'inizio degli anni '60 e del centro-sinistra (lotte di piazza contro Tambroni, prima ondata di lotte operaie, crisi politiche dell'estate del '63), per evitare una battaglia frontale che si trovò poi costretta a sostenere nel momento più sfavorevole (1964-65, gli anni del riflusso). E male: non solo perché non portò fino in fondo il suo ripensamento strategico sul punto decisivo - la critica del gradua­lismo togliattiano e dunque la riaffermazione del carat­tere extra istituzionale, « violento », del salto rivoluzio­nario - quanto perché non portò avanti la sua ricerca con l'occhio rivolto al movimento di massa e alla sua crescita. Essa colse la novità del neocapitalismo e la necessità di contrapporgli una linea strategica più avan­zata, ma non vide la contestualità dei due processi: il fatto che, in Italia, una nuova e più radicale lotta già stava sviluppandosi a livello delle grandi masse. Questo errore di analisi e di previsione fece sì che essa apparve al partito come una forza minoritaria che ten­deva ad operare un ripiegamento e un restringimento dell'iniziativa su posizioni più rigorose ma meno diret­tamente operative, invece di presentarsi come la forza che lo sollecitava a sfruttare fino in fondo una poten­zialità già matura di lotte più avanzate e di alleanze più larghe, offrendogli strumenti per farlo. In questo senso la sinistra patì, in modo opposto ma quanto la destra, il condizionamento politico-ideologico dei lunghi anni di guerra di posizione e della massiccia iniziativa ideologica del neocapitalismo in espansione. È impor­tante ricordare i limiti soggettivi di quella battaglia: sia perchè la sconfitta bruciante di allora non rifletteva affatto i rapporti di forza reali (tutta una componente di sinistra del partito e del movimento ne restò larga­mente impressa), sia perché gli stessi limiti soggettivi fecero sì che dopo la sconfitta e alla vigilia di avveni­menti che le avrebbero offerto strumenti decisivi per una ripresa, la sinistra dell'XI Congresso rinunciò alla lotta, subì l'emarginazione dalla struttura operativa del partito o rifluì in una scolorita cogestione di potere interno.

 

Il XII Congresso

Quando, all'inizio del 1968, l'ondata antimperialista, l'esplosione del movimento studentesco, lo sciopero sulle pensioni aprirono una nuova fase politica, intaccando equilibri che reggevano da vent'anni, e soprattutto por­tando ad un livello quantitativamente nuovo, anti­capitalista, le lotte di massa, il PCI trovò dun­que una situazione singolare e contraddittoria. Esso era il solo, tra tutti i partiti comunisti, a non sentirsi, e a non essere, estraneo alla nuova ondata di lotte, che aveva contribuito a preparare, e neppure al nuovo radi­calismo politico che esse implicavano, perché, pur rifiu­tandolo, aveva già da tempo cominciato a discuterne. E ciò gli impediva di assumere nei confronti del movi­mento l'atteggiamento di rifiuto e di repressione, proprio del PCF, senza correre il rischio di una frattura al pro­prio interno e nel suo rapporto con le masse. Nel mede­simo tempo, non esisteva nel partito ormai alcuna forza che avesse la volontà e la capacità di assumere la spinta rinnovatrice delle lotte, di anticiparne gli sviluppi, di offrir loro una strategia, aprendo una vera contesta­zione di linea e imponendo radicali modifiche nell'orga­nizzazione e nello stile di lavoro.

Per tutta una prima fase - dalla primavera 1968 allo inizio del 1969 - il PCI adottò quindi nei confronti del movimento un atteggiamento di estrema quanto superficiale apertura. Non accettò mai un confronto-scontro con il movimento studentesco; sollecitò l'assor­bimento, nelle organizzazioni di base e nella FGCI, di quadri che riecheggiavano le nuove esperienze di lotta; adeguò le scelte politiche immediate (la campagna elet­torale del '68, la parola d'ordine sull'alternativa, l'at­teggiamento verso la Cina e verso Cuba) al vento di « sinistra » che spirava.

Fu un lungo periodo di « apertura », non puramente tattica, ma che non incise mai sulla sostanza della linea né sulla struttura del potere interno; consentito dal fatto che il movimento, in Italia, restò « strisciante », non precipitò, come in Francia, una crisi politica gene­rale, tale da imporre scelte rapide e radicali. Il PCI, cbe veniva così a disporre, se l'avesse voluto, di un lungo margine per operare una trasformazione di linea e di organizzazione in vista d'una stretta decisiva, uti­lizzò tale margine per manovrare e utilizzare parassitariamente ciò che il movimento di lotta produceva. Il periodo dell'apertura a sinistra non provocò dunque né una ripresa reale del dibattito interno, né la forma­zione di una nuova leva di quadri dirigenti, ma un fenomeno più esteso e superficiale, un diffuso contagio delle « suggestioni » di sinistra, e uno spostamento dei rapporti di potere interno a favore della « generazione di mezzo », che utilizzò la congiuntura favorevole per scalzare il predominio del vecchio notabilato della destra, sancito oltre misura dall'XI congresso.

A limitare ancor più quel tentativo di « rinnovamento » e a renderlo politicamente ancor più confuso contribuì la crisi cecoslovacca. Utilizzando la copertura di temi e uomini di sinistra nella critica, superficiale e sostanzial­mente di destra, rivolta all'URSS, il gruppo dirigente del partito raggiunse infatti, a pochi mesi dal Congresso, tre importanti risultati. Acquistò credito nei confronti degli interlocutori politici borghesi aprendo il primo spiraglio per la costruzione di una nuova maggioranza (è da quel momento che riprende quella dialettica a livello istituzionale, poi esplosa nella scissione socialista e nella crisi della corrente dorotea); aprì una frattura insanabile tra nuova sinistra e corrente « stalinista » che avrebbero potuto pericolosamente convergere sulla politica interna e la lotta di massa; infine utilizzò il pericolo di una rottura verticale con l'URSS per imporre a tutto il gruppo dirigente di andare compatto al Con­gresso. La sinistra pagò, in quel momento, il prezzo di un altro suo limite politico: di aver evitato uno scontro di fondo sulle questioni internazionali e sull'URSS, quando la rottura cino-sovietica e l'avvio della « rivolu­zione culturale » avrebbero dato al chiarimento un carat­tere del tutto diverso e prodotto un diverso schiera­mento interno.

Ma per quanto contraddittoria e superficiale, l'« aper­tura » di quei mesi ha lasciato il segno. Essa ha favorito una osmosi tra partito e movimento che, soprattutto alla base, non poteva essere facilmente riassorbita: il corpo del partito resta impregnato di una tematica « estremistica » oggi più di quanto non fosse alla vigilia del 1968. Non è avvenuta quella polarizzazione - tutte le forze moderate nel PC, tutte le forze estremiste fuori di esso - che invece mette al riparo il PCF da ogni contraddizione interna. Ancor di più, quell'« apertura » ha consentito che si operasse, tramite il PCI e il sinda­cato o con la loro neuttalità, una trasmissione di espe­rienze politiche e organizzative tra movimento studen­tesco e classe operaia.

Il XII congresso del partito, che apparentemente sanciva la politica di « apertura a sinistra » (nelle tesi, nel dibattito preparatorio, nei congressi provinciali, nel discorso conclusivo di Berlinguer), in realtà segnò il passaggio ad una fase nuova e ad una linea diversa. Il rapporto di Longo sorprese l'intero congresso, propo­nendo grossolanamente di tirare i remi in barca e di tradurre la vittoria elettorale e la spinta del movimento in una nuova maggioranza parlamentare. La parte mag­giore e più importante della sinistra (Ingrao) accettò un ruolo subordinato, dissolvendosi nella gestione berlingueriana del partito. Gli organismi di direzione nazionale rifletterono una battuta di arresto del rinnovamento dei quadri: la partita si riduceva al sapiente equilibrio tra Berlinguer e la destra tradizionale. La Federazione giovanile  fu decapitata e politicamente liquidata.

Le conseguenze vennero alla luce nei mesi immediatamente seguenti, che furono anche i mesi politicamente decisivi. Maturavano infatti due processi dai quali sarebbe dipeso lo sviluppo della situazione italiana e i quali l'atteggiamento del PCI assumeva un valore terminante: l'esplosione delle lotte operaie e la crisi i partiti di governo. È proprio di fronte a quelle idenze che il PCI ha compiuto la svolta, rifiutando operare alla costruzione di un'alternativa di sistema andò tutte le condizioni gliene offrivano una straor­zarla occasione.

Di fronte alle lotte operaie PCI e sindacato assunsero una linea prudente. Per la prima volta dopo venti anni, si trovarono esplicitamente alla coda e non alla testa de1 movimento, ad agire da freno piuttosto che da stimolo. L'ondata delle lotte aziendali della primavera 1 1969 (Rhodiatoce, Pirelli, Portomarghera, Fiat) vide avanguardie operaie contestare il moderatismo delle loro organizzazioni fino al limite di rottura. I contenuti e le forme di queste lotte (aumenti egualitari, autoregolamentazione dei ritmi, scioperi duri) divennero, più  tardi, i contenuti e le forme dell'autunno caldo: ma furono imposti dalle masse ad una dirigenza dubbiosa e recalcitante. Il capitolo delle lotte sociali - aperto dagli scioperi sulle pensioni e per le zone sala­li - fu rinviato perché le lotte contrattuali non divenissero l'occasione di uno scontro generale politico.

Le nuove strutture di democrazia diretta (i delegati) dovettero affermarsi in modo spontaneo e in ritardo: appena sorte, si cercò di inchiodarle ad un ruolo sindacale e aziendale, mortificando la spinta, in quei mesi evidente, ad una loro generalizzazione e politicizzazione (così  le commissioni bracciantili per l'occupazione, comitati di quartiere e occupazione delle case, comitati di base di tecnici e di intellettuali). Anche quando, in autunno, il sindacato accettò di assecondare la radica-zazione della lotta, si guardò bene dallo stimolarne la maturazione politica: doveva restare una lotta rivendicativa, e trovare il suo sbocco politico più tardi, fuori dalla fabbrica e con una mediazione istituzionale. L'ipotesi  di utilizzare la spinta operaia per una generalizza­rne e unificazione del movimento (studenti, Mezzogiorno, contadini) non si pose neppure,

Analoga la scelta di fronte alla crisi delle forze poli-he. Nel momento in cui si presentava l'occasione storica di mettere in crisi l'unità politica dei cattolici (rottura tra ACLI e DC, radicalizzazione della sinistra CISL, esplosione del « dissenso ») e di contrarre l'area daldemocratica (scissione del PSU, crisi ideologica dell'intellighentsia  riformista), il gruppo dirigente comunista deliberatamente rifiutava tale prospettiva, prefe­rendo puntare sul recupero e sul graduale spostamento della DC e del PSI. Accettò come interlocutore cat­tolico fondamentale la sinistra democristiana fino a Moro, denunciò lo scioglimento delle Camere come il pericolo principale, indicò un governo DC/PSI come obiettivo possibile, valorizzò la evoluzione del PSI come asse portante di un nuovo sbocco politico. Tutta la tematica del nuovo blocco storico, della ricostruzione d'un tessuto politico nel vivo della lotta sociale, della alternativa, della critica alla democrazia delegata, venne accantonata. A ciò corrispose, sul piano internazionale, l'accettazione della normalizzazione cecoslovacca e il reinserimento nel campo sovietico (Conferenza di Mosca)

Queste scelte già contenevano, se pure coperti dall'im­peto del movimento, i presupposti di una successiva, e molta rapida, evoluzione a destra. Le lotte operaie infatti, per i loro risultati sul piano economico e norma­tivo, ma ancor più per i nuovi rapporti di forza conqui­stati nelle imprese e la spinta trasmessa a tutto il corpo sociale, dovevano necessariamente far precipitare una crisi politica ed economica, di fronte alla quale le ambi­guità del PCI si sarebbero sciolte. Bastarono le bombe di Milano e poi la caduta del governo perché l'alterna­tiva fosse chiara: accettare una radicalizzazione dello scontro con il sistema o accettar di controllare il movi­mento per mantenere la crisi al di qua del livello di guardia. E poiché la prima strada gli appariva tanto più rischiosa in quanto - oltre a contraddire una lunga tradizione - non aveva assolutamente lavorato a prepa­rarla, il PCI scelse tanto più naturalmente la seconda. La parola d'ordine, dopo i contratti, fu: dalle lotte di fabbrica alle lotte sociali. Nella pratica significò due cose. Da un lato il progressivo disimpegno del partito e del sindacato dal compito di mantenere aperta, anzi di sviluppare l'offensiva in fabbrica sui punti che i con­tratti avevano lasciato aperti (orario, cottimo, organici, qualifiche) e sui quali il padronato avrebbe tentato un recupero: si impostò invece l'attività rivendicativa iso­lando progressivamente punti più avanzati di scontro, che pure permanevano. Dall'altro lato, una impostazione classicamente riformista delle lotte sociali: negli obiet­tivi (generici e « riequilibranti »), nelle forme di lotta (pressione per accordi e provvedimenti legislativi) e nelle forme di gestione (delegata ai vertici confederali).

Questo tipo di direzione del movimento, in una fase in cui lo scontro diventava generale e politico, puntava forse a liquidarne le punte eversive, ma certamente ebbe l'effetto di logorarne la forza complessiva, di aprire uno spazio alle spinte corporative, di « stancare », insomma le masse. L'incredibile condotta degli scioperi per le riforme (la sospensione nel periodo elettorale, la revoca del 7 luglio, lo sciopero unitario d'ottobre la mattina dopo l'accordo già concluso con il governo), la confusa vicenda degli insegnanti e degli statali, la generalizza­zione sempre stanca, e in ritardo, di grandi scontri aziendali (Fiat. Rhodiatoce. Chatillon. Alfa), la risposta fiacca e dispersiva alla repressione (Fatme, Rhodiatoce, Piaggio), l'assoluta assenza nella rivolta meridionale: questi i vari aspetti di una linea insieme opportunista e irresponsabile.

Altra faccia della medaglia, le successive «aperture» nei confronti della DC e del centro-sinistra. Di fronte alla crisi di governo dell'inizio dell'anno, il PCI, dopo due anni di uno straordinario movimento di classe, si limitò a chiedere « un governo che facesse le regioni ». Il calcolo, al di là della preoccupazione ormai ossessiva di uno scioglimento delle Camere che avrebbe radicalizzato lo scontro, sembra quello di tradurre la «vittoria sindacale» in «vittoria elettorale ». Ma era solo l'ultima versione, ormai elettoralistica, di una velleità « offen­siva ». In realtà l'impostazione della campagna elettorale e della lotta nel paese era destinata a provocare un ristagno dell'opposizione di sinistra e una ripresa del PSI: il risultato negativo del 7 giugno fu appunto rece­pito dal gruppo dirigente comunista come incentivo e condizione per accelerare il processo di inserimento a livello locale e nazionale.

L'articolo con il quale, a luglio, Berlinguer definiva in forma sistematica la posizione del PCI nel corso della nuova crisi di governo conclude questa evoluzione, e permette di cogliere la novità qualitativa che vi era sot­tesa, il suo carattere di svolta.

 

La “svolta” a destra

 

Svolta clamorosa rispetto all'impostazione del XII Con­gresso e a certi atteggiamenti che ancora vi avevano avuto un posto non secondario? Certo. Ma svolta rispetto a qualcosa di più lontano e di più profondo. Gli atteggiamenti « di sinistra » del XII Congresso non erano casuali, un ultimo rigurgito massimalista: erano la risposta del partito, soprattutto di una parte del partito, ad una situazione caratterizzata da grandi lotte anticapitalistiche di massa, dalla formazione di una nuova avanguardia politica e sociale alla sinistra del PCI, da una crisi grave degli equilibri di potere della borghesia. La ripresa, in questa situazione specifica, della linea riformista e prudente non è quindi un sem­plice ritorno alle « posizioni di partenza », ma lo stru­mento di una precisa operazione politica, la cui posta è la partecipazione del PCI alla gestione del potere. Per trovare qualcosa di analogo occorre tornare alla politica frontista in Francia, negli anni '30, o alla scelta di To­gliatti nel 1944.

Ma proprio qui si coglie la novità più importante. Essa non consiste nel fatto che il PCI assuma, in un momento di crisi acuta, la difesa dell'« interesse nazio­nale », addossi alla classe operaia il compito di evitare una depressione economica, o accetti l'eventualità della partecipazione ad un governo di coalizione nel quadro istituzionale borghese. Queste sono cose di sempre. La novità sta invece nel fatto che, per la prima volta, il gruppo dirigente comunista risulta consapevole dei  prezzi che tale partecipazione, per essere seria e dura­tura, comporta, e si mostra disposto a pagarli. L'articolo di Berlinguer costituisce l'autocritica del frontismo co­munista il quale vede criticamente e accetta di liqui­dare la propria componente massimalista e le proprie velleità egemoniche: tutto ciò insomma che ne face­va una strategia carente e perdente, ma pur sempre soggettivamente rivoluzionaria e oggettivamente anta­gonistica al sistema.

L'autocritica si effettua su due punti di sostanza. Da un lato è la rinuncia a provocare, sia pure su terreni parziali, lo sconvolgimento delle forze politiche borghesi, per far assumere al Partito comunista la direzione poli­tica effettiva della « democrazia avanzata », destinata a portare alle soglie del mutamento di sistema; il propo­sito è ormai la partecipazione del PCI ad una alleanza in cui non solo le leve fondamentali restano alla DC, ma in cui l'unità della DC, lo spostamento dei suoi equilibri interni, l'isolamento della destra più retriva sono la garanzia indispensabile perché l'operazione pro­ceda,in un quadro di stabilità « democratica ». Il soste­gno indiretto al governo Colombo, il dialogo con Moro e con Andreotti, permettono di valutare come il PCI partecipi attivamente a questo sforzo comune: spostare gradualmente a « sinistra » la DC salvaguardandone la sostanziale unità.

Dall'altro lato vi è un rovesciamento dello schieramento sociale, e dunque delle basi programmatiche, di cui il « governo di coalizione » è destinato a essere espressione. Non più una alleanza delle forze « antimonopolistiche », ma una convergenza fra classe operaia e ala « avanzata » del capitalismo su un programma economico che nella liquidazione del parassitismo e nello sviluppo delle infra­strutture di consumo sociale trovi le basi per un felice connubio tra esigenze della produttività e bisogni operai, all'interno del sistema.

La condizione pregiudiziale di tale disegno non è una tregua sociale generale (che neppure i capitalisti chie­dono) ma il ristabilimento dell'ordine in fabbrica, la contrattazione globale delle riforme e delle risorse ad esse necessarie, il riassorbimento o la repressione delle punte eversive del movimento. E a questo il PCI si dimostra disposto, pagandone tutto il prezzo, esponen­dosi cioè deliberatamente al rischio che si formi una opposizione alla sua sinistra.

Alla luce del suo sbocco attuale, tutta la prospettiva del gruppo dirigente del PCI negli ultimi anni si chia­rifica. L'apertura di fronte al movimento del 1968-69 non appare più solo una accortezza tattica, o un mo­mento di imbarazzo: ma come un elemento essenziale per provocare una crisi nello schieramento borghese e aprirsi una strada verso il governo. La « svolta » a destra degli ultimi mesi ha potuto svolgersi in forma così netta perché gli anni precedenti avevano creato le condizioni nelle quali una svolta a destra può apparire, almeno in termini di potere, allettante, e comunque necessaria per non precipitare in una crisi di sistema.

Scavalcando a destra Amendola, Berlinguer riesce oggi ad aprire una prospettiva politica immediata su cui realizza l'unità del gruppo dirigente e fa mutare natura e collocazione al partito senza spaccature gravi.

In termini politici, e in apparenza, l'operazione sembra brillante. Ma guardandola un poco più a fondo, e nel suo reale contesto sociale, si scorge come proprio in questo suo essere «brillante» sta tutta la sua fragilità e aridità. Berlinguer sta a Togliatti come Napoleone III sta a Napoleone il grande.

[1 PCI, infatti, abbandona quel sicuro monopolio di una opposizione immobilista, su cui poggia il PCF, per una operazione molto più compromettente nella sua ambizione. Una operazione che già si avvicina alla soglia oltre la quale un ritorno risulterebbe impossibile o enor­memente costoso. Tornare ad una linea alternativa, o mche solo ad una opposizione intransigente, significherebbe per il PCI perdere duramente a destra senza riguadagnare credito a sinistra; per la DC, ogni giorno che passa diventa più difficile ricucire un blocco moderato senza pagarlo con una rottura interna ormai in via di consumazione. Per quanto il gioco sia pericoloso, i due interlocutori non possono che tentare di risolverne le contraddizioni accelerandolo: per questo, non attendono che la scadenza del mandato di Saragat, in modo da essere al riparo dalla minaccia di scioglimento delle ]amere.

 

Fragilità della nuova linea

Ma perché un inserimento così esplicito e rapido del  PCI possa realizzarsi senza crisi radicali o del PCI o ddirittura della legalità istituzionale, dovrebbero esistere le condizioni per una seria politica riformista capace non solo di assicurare un rapido sviluppo economico, ma di farlo entro un quadro politico democratico, destinandolo alla soddisfazione di consistenti bisogni rivendicazioni delle masse. Queste condizioni oggi, i Italia, non esistono. Le possibilità di rapida espansione del sistema sono precarie. I margini per ulteriori operazioni redistributive del reddito sono, almeno prima che intervengano forti e diffusi incrementi di produttività, ristretti. I bisogni accumulati, le rivendicazioni espresse, le consuetudini di lotta acquisite dalle masse sono molto grandi. Le vere posizioni di rendita non sono aggredibili senza intaccare i meccanismi di fondo del sistema. L'apparato istituzionale è inefficiente e paralizzato. La DC e il PCI a tutto somigliano fuorché a forze politiche capaci di operare con coerenza e razionalità secondo un disegno programmatico, trascurando i loro interessi di gruppo e quelli del loro elettorato, l'integrazione internazionale condiziona rigidamente le linee fondamentali dello sviluppo.

Queste difficoltà sono state aggravate dalla stessa politica comunista degli ultimi anni. Lasciando infatti la bri8glia sul collo al movimento, evitando di ostacolarne con decisione gli sviluppi radicali, la gestione berlingueriana ha finito col lasciar restringere lo spazio effettivo all'operazione cui mirava.

Le lotte operaie hanno eroso i margini di concessioni riformiste: le vittorie parziali strappate non solo hanno assorbito risorse reali ma stimolato nuove rivendicazioni, fatto assimilare un nuovo stile di comportamento alle masse, creato un nuovo livello di autonomia. Esse hanno contagiato l'insieme del corpo sociale: la latente rivolta meridionale ha così scoperto modi nuovi di espressione violenta che, senza una direzione di sinistra, offre spazio alle forze reazio­narie. Il medio ceto parassitario si dimostra capace di una mobilitazione intransigente in difesa dei propri inte­ressi di categoria. Sul terreno direttamente politico, si è lasciato crescere tutto un arco di forze contestatrici, si è lasciata formare una nuova generazione di militanti su nuovi schemi, si è lasciato annidare il virus «estremi­stico» all'interno delle organizzazioni sindacali, nella sinistra cattolica, alla base stessa del partito. Così che una operazione di inserimento, tanto scoperta e con mar­gini tanto ristretti, si trova di fronte, infinitamente più che la scelta del 1944, un'area vasta, se pure con­fusa e disgregata, di opposizione a sinistra.

A ben vedere, insomma, il rimprovero che in questi due anni Amendola, in modo rozzo e intempestivo, non ha cessato di rivolgere all'«opportunismo» di Berlinguer non era privo di un fondamento: non aver controllato prima a fondo la radicalizzazione del movimento rende oggi il gioco estremamente rischioso.

Nel corso degli ultimi mesi, e soprattutto delle ultime settimane, ciò è diventato evidente. Ha un bel magni­ficare Berlinguer lo spostamento a sinistra che la sua politica produce. Per le masse questo «spostamento» si è tradotto, dopo l'autunno, in una intensificazione dello sfruttamento, in una acutizzazione del problema meridionale, in un rincaro del costo della vita, in una ondata repressiva dentro e fuori delle fabbriche, in 700 miliardi di nuove imposte: il tutto in cambio di una promessa di riforme già deludenti nell'enunciazione, del­l'approvazione del divorzio, di un inserimento di comu­nisti negli apparati di sottogoverno, di alcune conces­sioni di politica estera, più modeste perfino di quelle di Pompidou.

Forse quel che il sistema è in grado subito di concedere non è tutto qui, soprattutto se il PCI si dimostra a sua volta disposto a dargli un sostegno più sicuro. Ma comunque la sproporzione tra ritmo e dimensioni del­l'operazione politica e il pacchetto delle concrete intese possibili appare molto grande.

Non si vuol dire con ciò che la scelta riformistica del PCI sia destinata a fallire in pochi mesi. Data la risolu­tezza con cui il gruppo dirigente la compie, investendovi a fondo un grande patrimonio di prestigio, dato che anche nel movimento di massa esiste, oggettivamente, una componente riformista, dato che la società capita­listica ha potenti meccanismi integratori e la sua crisi attuale non si presenta come una paralisi produttiva l'operazione di inserimento potrà per qualche tempo procedere, si demistificherà solo gradualmente e pro­durrà guasti assai gravi. In questo senso, la svolta del PCI non è certo un fatto irrilevante, e tanto meno un fatto di cui compiacersi: allontana nel tempo, e rende più difficile la costruzione di una alternativa anticapi­talistica.

Quel che resta però certo è che essa non è in grado di offrire una soluzione stabile alla crisi attuale del sistema capitalistico italiano, né di esprimere sia pure in modo temporaneo, i bisogni e gli orientamenti reali del proletariato. Che comunque si determina una con­traddizione materiale e profonda tra la politica comu­nista e la sua base sociale, e dunque è possibile, oggi, contestare a livello di massa l'egemonia di quella linea e far nascere una nuova forza organizzata. Questo è l'obiettivo che il rapido maturare della situazione rende insieme realistico e necessario. Realistico perché ne esistono le condizioni preliminari. Necessario perché non si bruci senza residui tutta una tradizione di auto­nomia del proletariato italiano e non si sia costretti a ripartire da zero e in una situazione più difficile che mai.

 

 

P.S. Questo articolo era già in tipografia quando si è riunito l'ultimo Comitato Centrale del PCI. Era un avvenimento molto atteso almeno in una parte del partito. Tra agosto e settembre, girando l'Italia, avevamo sentito sussurrare una previsione: la «sinistra» non avrebbe tollerato il « nuovo corso », già si era opposta in Direzione, al prossimo C.C. avrebbe riaperto la lotta. Il discorso di Ingrao sul decretane aveva molto ridi­mensionato quell'attesa bellicosa. Ma si continuava a credere comunque in un riaggiustamento tattico di una posizione appar­sa troppo esposta. Anche noi, per la verità, tenendo conto dell'esiguità dei margini di manovra politica prima che si giri la boa del semestre bianco, attendevamo un momento di pru­denza. Il C.C. invece non ha corretto assolutamente nulla. Berlinguer, certo, passato il momento di ebrezza, ha nella sua relazione limitato le più ingenue parafrasi di quei filosofemi rodaniani sul « parassitismo », sui « consumi sociali » e sulla « società opulenta » che avevano fatto piangere di gioia l'on. La Malfa. Ma, così sfrondato, il suo discorso ha ancor meglio messo in luce la propria sostanza: una scelta strategica ormai stabile, tutta centrata intorno al tema del rimescolamento delle posizioni di potere ai vertici dello stato. In questo senso, un punto soprattutto della relazione è nuovo e merita un commento. Berlinguer ha detto chiaramente che, all'inizio dell'estate, l'economia capitalistica scricchiolava, e ha rivendicato a sé, al partito, il merito di avere per il mo­mento scongiurato una crisi.

A prima vista la coerenza del ragionamento non appare chiara. Non si può certo sostene­re che la crisi sia stata scongiurata — se lo è stata — da prov­vedimenti di «riforma», o dall'accettazione della politica economica suggerita dal PCI. Possibile allora che Berlinguer si arroghi il merito di aver sollecitato e consentito il decreta­ne e la politica antioperaia? Neppure la nostra malignità ci permette di credere a tanto. In realtà, ciò che egli intende dire, e a ragione, è che la crisi ha trovato un momento di respiro perché la disponibilità di fondo allora espressa dal PCI, e l'ammorbidimento della linea sindacale ad essa connes­so, hanno allentato delle tensioni del sistema che erano so­prattutto politiche e sociali. Mai come in questa analisi, retro­spettiva e forse inconsapevolmente sincera, era apparsa chiara la natura del « nuovo patto costituzionale », cioè il carattere prevalentemente di copertura di tutte le velleità riformistiche rispetto al compromesso di potere.

Malgrado questo, anzi proprio per questo, la grande maggioranza del C.C. ha aderito con convinzione alla linea del rapporto. Da anni non si aveva una riunione del Comitato Centrale con questa partecipazione sostanziale, con questo impegno. Il quadro dirigente comu­nista si è ritrovato a suo agio, a manovrare categorie cultural­mente e socialmente a lui omogenee. Si è avuto, nell'intervento di qualche segretario di federazione (Gambolato, Carotti) il riflesso di un disagio, di un disorientamento della base: che l'insieme del C.C. ha riconosciuto e accolto ma come « resi­stenza da superare, confusione da chiarire». E tuttavia una battaglia nel C.C. vi è stata, assai più aspra di quanto il resoconto non lasci trapelare. Gli ha offerto lo spunto l'intervento, serio, di Sergio Garavini, l'unico che abbia espresso una riserva di fondo sulla linea di Berlinguer. Questo intervento, cui si è prudentemente ma dignitosamente collegato quello di Trentin contro la « tregua sociale », ha consentito alla maggioranza di prender lei una vera iniziativa offensiva. Contro le velleità residue della cosiddetta «sinistra sindacale », che con la sua tematica (i consigli dei delegati, il sindacato nuovo, le lotte sociali come proiezioni della lotta operaia) viene considerata ormai un ingombro per la nuova politica. Alla « sinistra sindacale » non sono bastati i mille cedimenti di fatto di questi mesi per evitare un ulteriore attacco contro il suo « pansindacalismo » e il suo « estre­mismo ».

È uno scontro che a noi pare di notevole interesse per il futu­ro. Non perché la « sinistra sindacale » abbia la forza e la volontà di sostenere una lotta, ma perché esso riflette una contraddizione reale e profonda: tra la politica attuale del PCI e una realtà di movimento che ancora è in piedi e che il sindacato, almeno in certi settori, non può del tutto igno­rare. Già la linea di Trentin e di Garavini sul sindacato nuovo e sulle riforme (lo si è visto al congresso della FIOM) è il punto estremo oltre il quale il sindacato di certe categorie rischia di rompere con la spinta della propria base. Tuttavia le loro posizioni si scontrano ormai con la logica berlingueria na E se si riesce a demistificare e a mettere in crisi questa precaria mediazione è tutto un equilibrio che può saltare. Nel paese i giochi sono assai meno fatti che non nella sala del Comitato Centrale.

 

 

 

 

 

 


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