il manifesto   numero 7-8                                                        luglio  agosto  1970

 

    

I cattolici tra riformismo e rivoluzione 

 

Lucio Magri

 

DOVE VA LABOR?

 

 

 

A un anno dalla sua costituzione l'Acpol si è sciolta; e una parte di coloro che l'avevano promossa, la parte di origine cattolica, ha dato vita ad un nuovo movi­mento politico che, in breve tempo, dovrebbe diventare un partito.

Sia lo scioglimento che la nuova proposta meritano una riflessione: il loro significato va molto al di là delle forze che l'Acpol ha finora coinvolto e delle esperienze che è riuscita a produrre. L'Acpol era un prodotto degli avvenimenti del 1968. È nata infatti per iniziativa di due correnti — la sinistra socialista e il movimento aclista — che nella crisi di questi anni avevano verificato l'impossibilità di militare nelle organizazzioni di origine e insieme l'esistenza di una nuova domanda politica. Si è dunque proposta un obiettivo ambizioso: promuovere la ristrutturazione di tutta la sinistra italiana facendo saltare, con un'inizia­tiva « dal basso », « fuori dalle parti », così gli stec­cati che congelano e dividono, a livello delle forze orga­nizzate, correnti ormai chiamate ad un'azione comune, come il diaframma che separa le istituzioni dai nuovi movimenti che sono venuti maturando, Noi siamo stati tra coloro che hanno guardato con interesse a questo tentativo. Malgrado la genericità della piattaforma politica e dell'ipotesi organizzativa, eravamo convinti del valore positivo di una operazione di rottura che portava forze importanti a mettere in discussione il discorso e la struttura della sinistra ita­liana.

Questo obiettivo, però, non si è realizzato; l'Acpol non si è sciolta perché, conclusa una fase della sua esperienza, passa a una fase successiva, ma perché il progetto iniziale non si è tradotto in realtà. In un anno di vita essa non è riuscita a definire la sua fisio­nomia, l'eterogeneità delle sue componenti è andata crescendo; non solo, ma, paradossalmente, nata in pole­mica con il verticismo dei partiti esistenti, si è trovata ad assumere il carattere di una impresa più forte al vertice che alla base, attraverso l'influenza conservata dai suoi leaders sulle organizzazioni di origine.

Anche nei rapporti « esterni » le cose erano arrivate ad un punto difficile: tesi i rapporti con i comunisti e con il PSIUP, aperta l'ostilità con la sinistra democristiana, tenace la resistenza del PSI. Non a caso dunque la « nuova fase » chiude nettamente un capitolo, sancisce un divorzio consensuale (la corrente lombardiana se ne va), e rilancia un disegno politico sostanzialmente diverso da quello iniziale.

Le ragioni di questa sconfitta sono molteplici. Alcune hanno un carattere soggettivo. Una operazione di rot­tura, che voglia rinnovare radicalmente il metodo della politica, non consente mezze misure. Invece l'Acpol è nata con alcuni compromessi, comprensibili ma pe­santi. Il primo, difficilmente evitabile, è stato quello del gruppo dirigente aclista e cislino che, dopo anni di lotta contro il collateralismo, non ha potuto impe­gnarsi a fondo direttamente nella nuova operazione politica. Fatto tanto più negativo in quanto, così nelle Acli come nella Cisl, l'organizzazione periferica è più moderata" che non il vertice, ed era dunque difficile ottenere uno spostamento del quadro intermedio e di base senza un impegno massiccio del gruppo centrale.

Così, il rapporto di Labor è rimasto solo con un gruppo di giovani, senza una realtà di base adeguata, a cimen­tarsi in una impresa che invece voleva « muovere dal basso » e avrebbe dovuto calarsi nel movimento di lotta durante la fase della sua piena espansione. Un secondo compromesso è stato il rinvio della rottura tra il gruppo lombardiano e il PSI. La forte presenza, nell'Acpol, di una corrente che continuava a militare in un partito di governo, ne ha modificata, al di là delle intenzioni, la fisionomia politica. Non solo e non tanto perché ne ha condizionato il discorso politico, quanto perché le ha dato un carattere irresoluto e con­traddittorio, l'aspetto di una operazione politica tradi­zionale, che a sua volta selezionava le forze alla base: ne attirava alcune, poco convinte del discorso sulla « nuova sinistra » e poco qualificate a rappresentarlo, ne respingeva altre, che pure a quel discorso credevano.

L'impresa, in molte province, ha assunto così un carat­tere da « Unione popolare », ben diverso da quanto i suoi leaders si proponevano. Di qui, forzatamente, un ritardo nel precisare il discorso politico, dal momento che il « nuovo modo di fare politica », l'insistenza sulle « autonomie », il sostegno dell'unità sindacale, la critica dell'interventismo russo e di quello americano, non possono alla lunga bastare per definire una forza poli­tica nascente. E tale carenza pesa: perché, come è facile verificare, in un momento di crisi politica e ideale, conservare una larga apertura e una certa indetermina­zione di linea per coinvolgere il massimo possibile di forze in una ricerca comune, aliena più che attirare possibili aderenti e interlocutori. Se non è chiaro perché si attaccano le istituzioni e che cosa si propone di sostituirvi, la tendenza fatale è di continuare a subirle. A tali carenze si sono sommati, ben più importanti, alcuni avvenimenti non prevedibili e alcune scelte di altri, sulle quali l'Acpol nulla poteva. Decisiva la scelta compiuta dal Partito comunista, che già nella primavera del 1969 veniva abbandonando i bei discorsi sulla ristrutturazione della sinistra e sull'alternativa di potere per sviluppare invece un dialogo diretto con il PSI e la sinistra democristiana, fino a Moro e, più tardi, ad Andreotti e Colombo. Sono venuti così meno per l'Acpol sia lo spazio politico sia l'interlocutore princi­pale; al contrario hanno trovato insperato credito proprio quelle forze per mettere in crisi le quali essa era nata.

Perché il PCI si è mosso precipitosamente in questa direzione? Perché ha lasciato cadere, senza 'neppure saggiarne la consistenza, la prima possibilità concreta di mettere in crisi l'unità politica dei cattolici? Perché non ha spinto a fondo, come avrebbe potuto, la crisi politica e organizzativa dell'avversario, sia pure per assicurarsi condizioni migliori per un'intesa futura?

Vi è qui un motivo profondo, che non si spiega né con l'impazienza di condurre in porto un'operazione di pote­re, né col fastidio per l'iniziativa dell'Acpol e in gene­rale per le nuove correnti di sinistra. Il PCI non ha puntato sull'impresa di Labor e di Lombardi non tanto perché fosse scettico sulle sue possibilità di riuscita, quanto perché temeva che essa potesse realmente provocare la rottura della DC e del PSI. Ed aveva ragione di temerlo. La situazione italiana è infatti oggi ad un punto di tale tensione che la -rottura dell'unità politica dei cattolici, lungi dal-l'aprire un varco e dal consentire una mediazione ad una forza riformista, metterebbe in forse le basi stesse su cui il sistema si regge e porrebbe rapidamente il problema della transizione ad un diverso sistema sociale. La sopravvivenza della Democrazia cristiana come parti­to di maggioranza relativa è condizione indispensabile per. la sopravvivenza dell'assetto sociale capitalistico entro un quadro genericamente democratico. Il PCI lo sa e non intende spingere la crisi al di là di un limite oltre il quale precipiterebbe uno scontro per il potere, che non ha preparato e non vuole.

Da questi elementi di fondo che spingono a una sostan­ziale coesistenza la DC e il PCI occorre partire per valutare il nuovo tentativo di Labor, e, più in generale, le prospettive della nuova sinistra cattolica. A prima vista tale tentativo appare semplice e realistico. Esso muove da una constatazione e da una previsione. La constatazione è che esistono in Italia larghe masse e importanti organizzazioni di ispirazione cattolica che non si riconoscono più nella Democrazia cristiana, non credono in una sua evoluzione a sinistra e comunque non ne accettano tempi e modi. Queste forze non tro­vano un'espressione politica ed elettorale nel PCI, dal quale le dividono troppo antiche ostilità e i limiti stessi della proposta comunista. E sarebbe illusorio assegnar loro un ruolo di avanguardia nella costruzione .di uno schieramento rivoluzionario alla sinistra del gruppo dirigente comunista, perché significherebbe far violenza al loro effettivo livello di maturazione, risultare poco credibili, e perderne l'appoggio.

Si tratta di costruire quindi un'organizzazione politica nuova e autonoma, che esprima il loro effettivo orientamento collocandosi su di una posizione non dissimile da quella attuale del PSI, ma ispirata dalla tradizione cattolica, diretta da quadri riconosciuti e priva dei pesanti condiziona­menti di potere che hanno logorato il prestigio socialista.

La previsione è che il dialogo oggi avviato tra il PCI, il PSI e la DC non può procedere rapidamente, e dunque lo stesso suo corso è destinato a creare lo spazio per una nuova forza politica, cattolica ma non confessionale, riformista ma non socialdemocratica, capace di diventare l'interlocutore essenziale per il PCI o un decisivo ele­mento di mediazione dinamica tra l'attuale maggioranza di governo e l'opposizione di sinistra.

Prese in sé, e separatamente, sia la constatazione che la previsione appaiono oltre che legittime, ragionevoli. Ma analizzate più nel profondo e insieme ci si accorge che il conto non torna. Se infatti l'incontro tra la DC e il PCI è destinato a fallire, come noi stessi crediamo, non è solo perché le intenzioni riformiste si scontre­ranno con la resistenza del moderatismo democristiano e con il sistema di potere complessivo di quel partito, né perché il PCI non possa assumere il ruolo di cogestore della società neocapitalistica. Queste difficoltà pesano, ma, sia pure attraverso crisi lunghe e pericolose, potreb­bero essere lentamente superate. Così come è forse possibile superare la resistenza dei gruppi politici e sociali più legati alla arretratezza della struttura capi­talistica italiana.

Il fatto decisivo è invece che a livello mondiale, e in una prospettiva di medio e lungo periodo, l'espansione e la razionalizzazione del sistema capitalistico non si presentano più come una risposta effettiva ai bisogni storicamente determinati che le masse esprimono, come la soluzione reale di una parte almeno delle contraddizioni storicamente mature, e dunque non sono destinate ad avvenire — seppure avverranno — in un quadro democratico, pacifico, progressivo.

L'idea di un nuovo new deal è contraddetta dall'intera realtà italiana e mondiale. Questo significa che il « riformismo di sinistra », che pure effettivamente esprime l'orientamento di larghe masse cattoliche (e anche comuniste e socialiste) non ha una consistenza politica oggettiva. E se già appare illusorio — e dunque in ultima analisi avventurista — all'interno di una operazione (la nuova maggioranza) che muove dagli equilibri e dalle forze esistenti e si propone di utilizzarne il potere per imporre al sistema graduali e avveduti mutamenti, tanto più fragile e contraddittorio appare come base di una operazione che per sua natura sarebbe destinata a sconvolgere i rap­porti di forza fondamentali. Anche solo uno spostamento  del 5 per cento dei voti (e tanto più il cambiamento di campo » di alcune grandi organizzazioni) farebbe oggi del PCI la forza assolutamente dominante di uno schieramento politico maggioritario. Ma chi è disposto a credere che tale situazione potrebbe svilupparsi nel quadro della normalità costituzionale e senza aprire una crisi di sistema?

Questo è così evidente, che i più moderati di coloro che pure non si sentono rappresentati dalla DC — come un Donat Cattin — continueranno, pur recalcitrando, a considerarla il minor male e a restarci per tentare di trasformarla. Altri romperanno, solo deliberatamente collocandosi nel campo delle forze rivoluzionarie, già alla sinistra del PCI: è il caso non solo di certi gruppi del dissenso cattolico ma di una parte della Fim-Cisl e delle Acli. Altri ancora, forse la maggioranza, presi nella stretta fra il grado di maturazione delle masse cattoliche e le proprie persuasioni politiche, continue­ranno ad aggrapparsi all'« autonomia » delle organizza­zioni sindacali e di quelle « sociali », cercando di influire indirettamente e « al coperto », attraverso di esse, sul­lo sviluppo delle cose politiche. Tutti, nel mondo catto­lico, parlano di « un nuovo partito » ma tutti aspettano che siano altri a farlo: così, per eccesso di realismo, la nuova operazione rischia di non trovare le forze di partenza.

Non esiste dunque una strada per coloro che vogliono rompere l'unità politica dei cattolici, e romperla sul serio, portando con sé masse reali e non soltanto pochi quadri, già assimilati alle posizioni marxiste? Non esiste una concreta espressione politica per le modificazioni che il Concilio e le lotte sociali hanno prodotto nella coscienza dei cattolici? Questa strada esiste, ma a certe condizioni.

II  primo dato è che una rottura reale, e feconda, dell'unità politica dei cattolici, non è possibile se non dopo (o almeno contemporaneamente a) un radicale rinnovamento strategico, politico e organizzativo del partito comunista. Questa consapevolezza dovrebbe muovere quanti, in campo comunista, sollecitano un dialogo con i cattolici su un terreno più avanzato, ma ancora si illudono di ottenerlo senza mettere in discussione la propria linea e la propria organizzazione; e anzi, para-
dossalmente, riversando sulla sinistra cattolica il compito di imporre dall'esterno quel rinnovamento del partito comunista che essi non sanno o non vogliono imporre con una lotta interna. La stessa consapevolezza dovrebbe ispirare quanti, tra i cattolici, si pongono un uguale obiettivo. Dovrebbe essere evidente che il loro sforzo non può poggiare su una tematica riformista. Il PCI non può essere stimolato da una pressione sulla sua destra. Al contrario, ogni posizione, sia pure seria, di terza forza è destinata a consolidarne l'equilibrio interno e a rafforzarne la illusoria posizione di forza.

E' ingenuo pensare di superare il residuo riflesso anticomunista delle masse cattoliche collocandosi a mezza strada fra la DC e il PCI. Esso può essere superato o dal successo del tentativo moderato di rendere per sempre « innocuo e subalterno » il PCI (il tentativo moroteo) o da una ristrutturazione generale della sini­stra anticapitalista nella quale lo stesso PCI sia costretto ad assumere i suoi rischi e a lottare per la propria egemonia fuori degli schemi del frontismo.

Il secondo dato è che non è possibile rompere l'unità politica dei cattolici facendo percorrere, in ritardo e in forma spuria, alle masse cattoliche l'itinerario della cultura politica laica: dal moderatismo di De Gasperi al radicalismo di De Mita al populismo di Donat Cattin al « socialismo » di De Martino fino al « marxismo » di Berlinguer. 0 la sinistra cattolica, partendo da una specifica tradizione, fa i conti con la cultura laica al suo attuale livello e cerca di elaborare una risposta adeguata misurandosi sui problemi reali, non come « risposta cattolica », ma come componente di una ri­cerca collettiva intorno alla rivoluzione in occidente; oppure sarà condannata dal suo stesso stato di minorità a cercare protezione in una fittizia unità confessionale.

In realtà questo è il vuoto più grave e più difficile da colmare: Labor ha cercato l'avallo di Lombardi, come De Gasperi quello di Saragat e Moro quello di Nenni, per coprire il ritardo di una cultura e di una classe dirigente cattolica incapaci di superare l'integralismo se non in modo esteriore e subalterno. Tutto ciò impedisce alla parte più avanzata del mondo cattolico di trovare una saldatura con quelle masse che pure si stanno liberando dall'egemonia democristiana, costruendo una forza politica che rispetti il loro attuale grado di maturazione e insieme faccia i conti con la realtà complessiva del paese.

Labor, Camiti, Gabaglio, si trovano nella stessa impasse che paralizza Ingrao nel PCI e Trentin nella CGIL: non vogliono o non possono mettere a repentaglio quel legame di massa che le organizzazioni di origine garantiscono, ma conservare quel legame impone alla loro azione tempi e contenuti che ne compromettono gli sviluppi. Prima o poi gli uni e gli altri dovranno prendere atto che vale per le forze politiche quello che vale per il sistema: non è più possibile uno sviluppo graduale e fisiologico.

La rottura dell'unità dei cattolici non avverrà finché alcune avanguardie, a rischio dell'isolamento, non sapranno anticipare il processo, intraprendere la lotta su un terreno solido perché reale, stimolare — attraverso mutazioni complessive del quadro politico e reali espe­rienze di base — un ulteriore spostamento delle masse. La sinistra cattolica ha insomma due strade: quella di « registrare » l'avvenuta rottura con il moderatismo di larghe masse cattoliche, attestandosi per il momento sull'unità sindacale e sul tentativo di costruire una forza politica riformista; o quella di impegnare le avanguardie, ancora ristrette ma non irrilevanti, nel tentativo teorico e pratico di contribuire a un nuovo schieramento rivo­luzionario, e attraverso questo e dopo questo realizzare a livello di grandi masse la rottura dell'unità dei catto­lici.

La prima strada, la più « realistica », a noi pare la più illusoria. La seconda, più lunga e difficile, ci sembra la sola praticabile: già oggi non mancano forze che possono percorrerla e nella misura in cui esse si muoveranno anche posizioni ed esperienze più modeste ed ambivalenti (caso tipico: l'unità sindacale) assume­ranno un valore nuovo e ben più positivo.

Questo è il terreno di discussione che il Manifesto intende riproporre, da posizioni diverse, seguendo un itinerario necessariamente distinto dalla sinistra cattolica e dal gruppo che oggi promuove il Movimento politico dei lavoratori. L'augurio è che il nostro discorso venga accolto per quel che è: come una critica di compagni che vogliono lavorare in comune, molto più di quanto non lo vogliano certi furbi « alleati ». Ma sappiamo che questa proposta avrà valore solo se e nella misura in cui, nella sinistra marxista e rivoluzionaria, si saprà rovesciare la tendenza alla disgregazione e avviare un processo di rinnovamento politico e di ristrutturazione organizzativa: non possiamo, a nostra volta, riversare sulle avanguardie cattoliche responsabilità e compiti che sono nostri.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


blog comments powered by Disqus