il manifesto      numero 4                                                    settembre 1969

 

 

L’organizzazione comunista

 

STRUTTURE E METODI

DI DIREZIONE

Materiali per una discussione sul partito e sul movimento

 

Lucio Magri e Filippo Maone

 

 

 

I problemi di organizzazione e i principi che li regolano – la cosiddetta concezione del partito – sono i più difficili da discutere. Se, ad esempio, molti comunisti sono oggi persuasi che la situazione storica sollecita un profondo rinnovamento, questa consapevolezza via via diminuisce, e dà luogo a scelte pratiche via via meno coraggiose, quando si passa dall’ideologia alla politica, e dalla politica all’organizzazione. 

Domina nei più la preoccupazione di esporre al rischio di avventurose innovazioni quello che pare essenziale per ogni rivoluzionario, il partito unito, disciplinato, combattivo, come una lunga storia ce l’ha trasmesso e l’asprezza del conflitto di classe richiede. Se, in particolare, consideriamo gli scritti che Natta e Bufalini hanno dedicato all’iniziativa del Manifesto vediamo subito che questa è la preoccupazione che li domina, questo l’argomento su cui fondano la condanna: discutiamo di tutto, ma nelle forme tradizionali, perché le regole che ordinano la vita del Partito non si modificano.

È una preoccupazione che si spiega e si giustifica. Si spiega, nel partito come in ogni istituzione, in coloro che sentono minacciate da un effettivo rinnovamento posizioni e consuetudini cui tengono: finché si discute della dittatura del proletariato o anche della natura socialista dell’URSS, bene; ma non scherziamo con le cose serie. Si giustifica poi nella maggior parte dei militanti, che sanno come un’organizzazione si improvvisi ancor meno di una politica, e più facilmente possa corrompersi e degenerare. Essa è il frutto di una lunga sedimentazione teorica, della paziente costruzione di quadri sperimentati, di un rapporto di fiducia che si guadagna con gli anni con milioni di uomini. Rimetterla in discussione significa rischiare di aprire, alla ricerca del meglio, un voto che può compromettere per molti anni l’esito della lotta.

Ma questa prudenza conservatrice si regge su di un presupposto che va verificato. Allo stato attuale, l’organizzazione ha quei caratteri di avanguardia unita, efficiente, combattiva che si vogliono conservare? E, nel caso non li abbia, si tratta solo di un ritardo, di una inadeguatezza della pratica rispetto al modello, oppure è il modello stesso che bisogna discutere e rinnovare?

Sono interrogativi che meritano una riflessione il più possibile aderente alla realtà. 

 

 

LO STATO DEL PARTITO

1. Partito e Avanguardie

In Italia i comunisti erano, nel 1954, due milioni centoquarantamila. Oggi, dopo quindici anni di intenso sviluppo del paese e malgrado il forte spostamento elettorale a sinistra, sono circa un milione e mezzo.

Questa riduzione, notevole e soprattutto costante, benché non priva di significato, non è in sé decisiva. Nei due milioni di comunisti degli anni cinquanta si rifletteva una condizione eccezionale della politica italiana, a tal punto dominata dallo scontro frontale comunismo-anticomunismo che l’iscrizione al Partito era un modo naturale di schierarsi in un campo, di prendere posizione fra conservazione e progresso. Ad essa, non a caso, corrispondeva una altrettanto forte mobilitazione del campo avverso, così che l’intera società appariva verticalmente divisa tra opposte milizie politiche. Questa divisione rifletteva, ma anche congelava, la dinamica delle forze sociali e ideali. Nella diminuita presa organizzativa del Partito, e dei partiti, sul corpo sociale, potrebbe dunque esprimersi anche un fenomeno positivo, una possibilità nuova di iniziativa per un’avanguardia organizzata, inserita in una dialettica molto più articolata e varia, dunque con uno spazio più vasto.

Quello che decide è piuttosto la qualità del fenomeno, cioè il rapporto che si è venuto via via costruendo o allentando tra il Partito come organizzazione e le nuove avanguardie di una società in rapida evoluzione. I dati disponibili per cercare una risposta a questo problema sono molto lacunosi e non sempre attendibili. Consentono comunque alcuni rilievi significativi che vanno tutti in una direzione: un graduale ma forte deterioramento della presenza organizzata del Partito nei centri decisivi dello scontro di classe e tra le avanguardie della società

Innanzitutto nei grandi centri metropolitani e nelle aree di forte tensione economica e sociale. Il triangolo industriale del Nord è passato, dal 1946 al 1968, da 559.352 iscritti a 319.596, cioè dal 33,4 al 21,4 per cento. Le grandi città, dove si è concentrato il flusso migratorio, hanno visto diminuire il numero dei comunisti da 324.633 nel 1956 a 202.640 nel 1968, in misura superiore alla media nazionale.

 

Iscritti al PCI e alla FGCI

1946

1.776.013

 

1947

1.889.505

 

1948

1.798.722

316.510

1949

2.027.271

 

1950

2.112.593

 

1951

2.097.830

463.394

1952

2.093.540

 

1953

2.134.285

 

1954

2.145.317

 

1955

2.090.006

 

1956

2.035.353

358.126

1957

1.826.928

 

1958

1.826.098

 

1959

1.787.269

229.703

1960

1.792.968

211.743

1961

1.728.620

221.042

1962

1.630.550

183.563

1963

1.615.112

173.701

1964

1.641.214

173.699

1965

1.615.296

173.465

1966

1.575.935

154.485

1967

1.534.705

135.012

1968

1.502.862

125.438

 

Anche il rapporto tra il Partito e la classe operaia è, dal punto di vista dell’organizzazione, preoccupante. Il numero degli operai comunisti che nel 1954 era di 856.314, è oggi di 617.039 (di cui solo la metà nell’industria), nonostante il fortissimo aumento dell’occupazione nell’industria. La percentuale degli operai, tra gli iscritti al partito, è restata nel tempo quasi costante, ma è diminuita sensibilmente, per l’esodo dall’agricoltura, la presenza del proletariato agricolo. 

Altrettanto sensibile è la modificazione del rapporto tra gli iscritti al partito nella popolazione attiva e nella popolazione emarginata (casalinghe, pensionati). Ancor più importante e grave, il fatto che la gran parte degli operai è iscritta e milita nelle organizzazioni territoriali, mentre le organizzazioni di partito in fabbrica hanno continuato a contrarsi o si sono comunque stabilizzate a un livello assai basso.

Sulle difficoltà del rapporto tra partito e giovani è più volte tornata la riflessione di tutti. E infatti il fenomeno, valutato in termini quantitativi, è impressionante. Lo si può cogliere, innanzitutto, nella crisi organizzativa della Federazione giovanile che da 358.126 iscritti del 1956 scende via via fino ai 125.438 iscritti del 1968 (nel 1969 il tesseramento, non ancora concluso, sembra segnare una ulteriore e più grave flessione). Ma lo si può cogliere altrettanto bene dai dati che suddividono il partito per classi di età. La rilevazione per campioni del 1967 dimostra infatti che gli iscritti al partito superiori ai 30 anni rappresentano l’80,5% del totale (il 30,9 per cento oltre i 50 anni), quelli inferiori ai 30 anni il 19,5 per cento.

Un simile declino dell’organizzazione comunista nei centri vitali della società, in sé molto grave, si spiega per quel periodo tra il 1954 e il 1960 durante il quale parevano progredire nel paese fenomeni di integrazione politica e sociale che colpivano soprattutto le avanguardie e i giovani, cioè i gruppi più legati allo sviluppo economico e alla riorganizzazione sociale. Ma il fatto è che la stessa tendenza, anziché rovesciarsi, è continuata anche negli anni successivi, compresi gli ultimi, quand’è cresciuto un impetuoso processo di politicizzazione e di rivolta tra i giovani, tra gli intellettuali, tra la classe operaia.

Trarre da tutto ciò la conclusione che il Partito comunista abbia visto in questi ultimi anni diminuire la sua presenza politica, o comunque sia stato ai margini del processo reale di lotta, sarebbe arbitrario, e si verrebbe subito smentiti con fatti ed elementi altrettanto significativi: l’aumento dell’influenza elettorale, la partecipazione dei comunisti a quasi tutti i grandi movimenti di lotta, il peso delle loro posizioni nella tematica che ha animato quegli stessi movimenti. Ma resta comunque evidente che questa presenza immutata, e in molti sensi crescente, si è espressa in forme sempre più mediate, con strumenti sempre meno diretti; che il Partito quindi è venuto assumendo rispetto a molti settori del movimento reale, piuttosto il ruolo di una componente, di uno stimolo, che non quello di una avanguardia pienamente egemone.

Sulle cause di questo fenomeno si può discutere a lungo, e noi vi torneremo tra poco; molto chiare sono però le sue conseguenze.

Per un partito la cui strategia rivoluzionaria si regge sull’ipotesi di grandi lotte di massa, sociali e politiche insieme, con obiettivi positivi ma capaci di aprire una crisi nel sistema e di aggregare un blocco storico alternativo, il collegamento stabile con le avanguardie della società e la presenza organizzata nei punti chiave per l’equilibrio del sistema, sono decisivi. Senza un tale strumento, quella strategia diventa letteralmente impraticabile. Il che non significa affatto che il partito non possa sopravvivere, e rafforzarsi numericamente e politicamente. Lo farà in questo caso con un diverso disegno e assumendo un diverso ruolo: cioè come una grande forza elettorale, che raccoglie la protesta e le rivendicazioni di un imponente arco di gruppi sociali e li riflette a livello istituzionale; cioè come una grande forza democratica e riformista. Se perciò non sarà arresta e rovesciata la tendenza all’indebolimento della forza organizzata del partito nei settori di avanguardia e sui posti di lavoro, non solo la sua iniziativa politica diverrà meno efficace, ma cambierà radicalmente di segno. Col tempo, poi, tra le stesse forze che il partito elettoralmente e organizzativamente raccoglie verrà mutando il rapporto: crescerà il peso degli interessi corporativi e dei gruppi sociali oscillanti, e gli stessi operai, organizzati individualmente al di fuori della loro aggregazione sociale, non rappresenteranno che debolmente il loro punto di vista di classe. Crescerà parallelamente, fuori e spesso contro il partito, un’area di forze sociali e ideali rivoluzionarie che esso non influenza stabilmente, che ne minacciano l’unità, e continuamente lo spingono verso posizioni moderate e lo trascinano in una rincorsa demagogica.

Questo dunque è il punto di partenza di una discussione seria e realistica. Il carattere di avanguardia organizzata del Partito comunista, cioè il suo rapporto con gli operai, con gli studenti, con gli intellettuali, la sua presenza egemone nel concreto scontro di classe, non ha oggi da essere difeso quanto ristabilito.

 

2. Come l’organizzazione lavora

Le cause del logorio del rapporto tra Partito e avanguardie sociali sono ovviamente cause politiche con profonde radici. Quella che oggi appare, e in certa misura è, una incongruenza tra linea politica e organizzazione, ha certamente origine in una passata insufficienza della linea e dell’attività che tale organizzazione hanno prodotto. Così come l’incapacità della linea attuale di creare rapidamente e coerentemente una propria proiezione organizzativa non può non avere radice nelle sue nascoste contraddizioni, in una sua immaturità rispetto alle cose, o nell’insufficiente determinazione di chi la gestisce.

È tuttavia evidente che esistono anche cause organizzative di quel logorio. Non già nel senso, banale, che manchino al Partito adeguati strumenti tecnico-organizzativi per assicurarsi un collegamento con le avanguardie sociali. Ma nel senso, più profondo, che l’intera struttura del Partito, i suoi metodi di lavoro, i principi che regolano la sua vita interna, risultano inadeguati sia rispetto ai bisogni del movimento, sia rispetto alla linea politica che esso stesso vuole perseguire.

Analizziamo, innanzitutto, come il partito lavora e come è organizzato per lavorare. È un fatto che, complessivamente, la milizia e l’attivismo si sono in questi anni impoveriti: sempre più scarsa partecipazione alla vita di sezione, riduzione e invecchiamento degli attivisti, minore costanza nel lavoro quasi ovunque. Le virtù che hanno costruito negli ani cinquanta il partito sono venute impallidendo. Anche qui, però, occorre non fermarsi al puro dato quantitativo. La riduzione dell’attivismo tradizionale potrebbe risultare compensata, e in parte lo è, dallo sviluppo di una diversa milizia, rivolta più all’esterno, fatta di presenza nelle lotte, di elaborazione, di iniziativa politica più che di amministrazione del partito. Ma cresce questo nuovo tipo di milizia? Cresce con un ritmo e un’estensione sufficiente? E la struttura del Partito è in grado comunque di stimolarla, di coordinarla, di dirigerla? La organizzazione di base su cui poggia l’intera struttura del Partito è, ancor oggi, fondamentalmente la sezione territoriale, che raccoglie gli iscritti di un quartiere, o di un comune. Le cellule e le sezioni sui luoghi di lavoro, sono, come abbiamo detto, scarse nelle fabbriche e quasi inesistenti in altri settori della vita produttiva. Altre forme di organizzazione che raggruppino anch’esse gli iscritti in quanto partecipi di una certa collocazione sociale o coinvolti in un certo movimento di lotta sono state tentate, in modo informale, ma senza grande impegno, e dunque senza risultati apprezzabili.

Ora, la sezione territoriale risulta perfettamente adeguata ad un tipo di lotta politica, come era in parte quella degli anni cinquanta, che corra sul duplice binario del rafforzamento elettorale e della prospettiva insurrezionale, una politica cioè che ponga al partito soprattutto compiti di propaganda, di formazione dei quadri, di tutela degli interessi elementari. Essa è anche capace di organizzare un movimento di massa, ma solo in occasioni eccezionali, come risposta a grandi avvenimenti e rivolgendosi in modo sostanzialmente indifferenziato alla “popolazione”. Ma quando la situazione politica e sociale si trasformi, quando il compito del partito diviene quello di promuovere e dirigere un insieme di movimenti di lotta specifici (la lotta operaia o quella studentesca) e gli stessi problemi generali (mezzogiorno, città, o lotta antimperialista) perdono il carattere “civico” per assumere un più preciso contenuto di classe e divenire il punto di incrocio di diverse avanguardie sociali (operai-studenti, operai-contadini, ecc.), la sezione territoriale viene perdendo la sua effettiva capacità di rappresentare e di dirigere la lotta di classe reale. Per quanti sforzi si siano fatti, le sezioni di partito non sono mai riuscite a porre al centro della loro attività i problemi delle fabbriche o delle scuole presenti nel loro territorio, e a costruire quindi un reale movimento. In gran parte esse sono ripiegate su di un lavoro di routine (tesseramento, raccolta di fondi, diffusione della stampa). Nei piccoli centri, soprattutto nelle zone rosse, si aggiunge il lavoro di direzione, della rappresentanza dell’Ente locale; nei grandi centri una più accentuata attività di dibattito politico-culturale.

 

Operai iscritti in alcune federazioni

 

 

Questo schema di lavoro viene interrotto dalle campagne elettorali (che però hanno perduto necessariamente il carattere di mobilitazione totale che avevano negli anni cinquanta) e poi dai grandi avvenimenti politici (Cecoslovacchia, questione del partito unico, maggio francese) che sollevano proprio, a livello di base, accese discussioni che sono, appunto, discussioni “sugli avvenimenti che accadono”, più che sugli “avvenimenti da far accadere” – separate in parte dall’attività e quindi difficili da concludere con decisioni, separate dall’esperienza diretta e dunque facilmente dominabili dagli intellettuali e dai dirigenti. In sostanza, la tendenza che si sviluppa è quella di una sezione territoriale che se per un verso è la sola organizzazione di base, perché è unicamente qui che si raggruppano gli iscritti, per un altro verso non è la vera organizzazione di base, perché il partito è costretto a utilizzare molti altri e meno definiti strumenti di intervento nella realtà sociale, e a recepire attraverso molti altri canali incerti e informali i bisogni e gli orientamenti delle masse.

Gli stessi limiti si riproducono, sia pure in forme e misura diverse, anche al livello superiore dell’organizzazione: la Federazione. Anche qui il lavoro di amministrazione della propria forza, di autoconservazione dell’istituzione, è notevolmente assorbente: il controllo minuto e faticoso dell’attività di tesseramento e della campagna della stampa occupano molte energie per molti mesi dell’anno; ad esso si aggiungono le spesso complicate questioni di inquadramento e la modesta ma faticosa “quadratura” del bilancio finanziario. Il tempo e le energie che restano, sono in buona parte assorbite dalla direzione della politica comunista negli Enti locali, dalle frequenti campagne elettorali (con i loro prodromi e i loro seguiti per la composizione delle liste), dai problemi di inquadramento delle organizzazioni di massa, e infine dall’attività di “orientamento” del quadro attivo sui grandi fatti politici. Se analizziamo il calendario di un Comitato Federale (o di un organismo esecutivo) troveremo che l’attività di elaborazione di piattaforme di lotta, di costruzione del movimento, e della sua direzione tattica, risulta di fatto marginale e viene invece delegata, con la “supervisione” spesso generica del Partito, alle organizzazioni sindacali. Si sviluppa così, a livello federale, una duplice pericolosa tendenza: da un lato le federazioni “forti”, là dove i comunisti dirigono il potere locale e hanno nelle mani strumenti di intervento (cooperative, case del popolo, organismi culturali) tendono a divenire più forti penetrando nel tessuto sociale ma soprattutto come dirigenti della società esistente, una forza democratica e progressiva ma pur sempre una istituzione in un sistema equilibrato di istituzioni; dall’altro, le federazioni “deboli”, quelle prive di una base di potere, diventano “più deboli” e si rinchiudono in se stesse separandosi dalla vita sociale. Nel lungo periodo questo tipo di attività crea comunque, in ogni luogo, una precisa fisionomia organizzativa del partito che riproduce solo molto approssimativamente la linea politica generale, e determina il carattere dei gruppi dirigenti intermedi: cresce il peso effettivo dei funzionari, cioè dei “rivoluzionari di professione” che però nel caso concreto sono anche, necessariamente, consiglieri comunali di professione, sindacalisti di professione, cooperatori di professione, parlamentari di professione, e la cui selezione altrettanto necessariamente avviene soprattutto sul lavoro di propaganda e su quello di organizzazione. Ne deriva una continua minaccia di burocratizzazione, di inserimento nell’establishment, più forte al livello intermedio che ad ogni altro.

La maggior parte dell’elaborazione e dell’attività politica verso l’esterno, e dunque anche gran parte del rapporto con il movimento di lotta, risulta quindi direttamente affidato al centro del partito, che lo assolve con i suoi organi di stampa o con il suo apparato di lavoro centrale.

Ma anche qui, quale tipo di attività? Attraverso quale concreta struttura, quale tipo di organizzazione?

In realtà il centro del partito è soprattutto attrezzato per affrontare e risolvere tre grossi ordini di problemi: l’inquadramento, su cui il centro interviene fino a livello dei direttivi provinciali; l’elaborazione della linea generale soprattutto come giudizio e presa di posizione sugli avvenimenti; la direzione del lavoro parlamentare. Su questi problemi le strutture esistenti, pur con i loro ritardi e le loro imperfezioni, funzionano. Quanto ai problemi invece della costruzione e della direzione del movimento, il centro del partito vi interviene in modo sostanzialmente indiretto, con piattaforme programmatiche (spesso definite in proposte di legge), attraverso i “convegni” e con l’attività pubblicistica. Il passaggio dalla definizione di una linea all’organizzazione della lotta, o all’inverso la informazione e la riflessione sull’esperienza di lotta, è invece assai difficoltoso; per garantirlo mancano strumenti pratici, consuetudini organizzative, quadri, potere effettivo. La direzione del movimento quindi, anche a livello nazionale, finisce con l’essere delegata alle organizzazioni sindacali: così che la polemica politica e teorica contro il “parasindacalismo” si rovescia poi in una pratica che vede quasi tutte le lotte di riforma condotte dai sindacati.

È facile da questa analisi essere tratti in inganno: essere condotti cioè alla conclusione che il lavoro del partito è, a tutti i livelli, prevalentemente un lavoro di routine, separato dai problemi della lotta. Ma sarebbe un’immagine schematica e falsa. Basta pensare al rapporto che si è stabilito in questi anni tra partito e lotte operaie, e anche con lo stesso movimento degli studenti, per avere l’immagine di un’attività molteplice, di un intreccio ricco e vario con le spinte della società, cui in molti modi il Partito è collegato, così da riceverne continuamente suggestioni e dar loro un contributo importante. Ma è chiaro tuttavia che le forme concrete di questo collegamento, l’insufficienza degli strumenti organizzativi, fanno sì che il Partito assuma più spesso il ruolo di cassa di risonanza, di rappresentante istituzionale, o anche di stimolo prezioso, piuttosto che quello di reale e permanente direzione del movimento di massa.

 

3. Il Centralismo Democratico

Vi è un’altra causa di fondo delle attuali difficoltà organizzative e della separazione tra partito e avanguardie sociali sulla quale occorre riflettere seriamente: il meccanismo di attribuzione del potere e di regolamentazione della vita interna.

Tutti sanno che la vita del Partito comunista è governata dai principi del centralismo democratico. Esistono sostenitori e detrattori accaniti di questo metodo, ma su di un punto tutti sembrano concordare: sul fatto che il centralismo democratico è una cosa ben precisa e catalogabile. In realtà la prima cosa da fare, invece, è stabilire quali siano effettivamente le regole, scritte e non scritte, di funzionamento del centralismo democratico liberandole dalla fumosità e dall’approssimazione che decenni di querelles ideologiche vi hanno accumulato intorno, e vedere come concretamente operano.

Se per centralismo democratico dovessimo intendere solo l’esigenza di stabilire un continuo equilibrio fra democrazia e centralismo, la subordinazione della minoranza alla maggioranza, la disciplina nell’azione dopo la libertà della discussione, la lotta al burocratismo e quella all’individualismo, la condanna delle frazioni o dell’immobilità fra schieramenti interni, è facile accorgersi che ogni partito di massa, se vuole sopravvivere come organismo politico effettivo, deve applicare in qualche misura queste regole. A tale definizione ancora generica hanno dato un contributo, qui in Italia, le note di Gramsci sul Machiavelli; esse infatti erano dedicate alla questione del partito moderno in generale più che ad una effettiva definizione teorica e pratica di un certo tipo di partito rivoluzionario, e dunque capaci di ispirare un “orientamento” più che di definire un modello organizzativo.

Lenin, come sempre, era stato assai esplicito. Da una certa teoria generale del partito (come portatore di una coscienza rivoluzionaria “dall’esterno”, ispirata da una “scienza dello sviluppo sociale” e garantita da un corpo di rivoluzionari professionali) egli ha tratto un preciso sistema di regole organizzative che compongono il “centralismo democratico”. Queste regole, interpretate più tardi nella forma più centralizzatrice e oltre i confini del loro spirito originario, hanno comunque formato la tradizione dei partiti della III Internazionale ed è da esse che una discussione deve partire.

Si tratta, per tenerci all’essenziale, soprattutto di due regole fondamentali. Innanzitutto l’esistenza di un gruppo dirigente, che si viene formando storicamente attraverso il metodo della cooptazione e che funziona come mediatore tra esperienza immediata della classe e tradizione rivoluzionaria. In secondo luogo, la formazione della volontà politica collettiva attraverso un dibattito reale e libero, ma svolto principalmente all’interno dei vari organismi e attraverso successive unità dall’alto verso il basso.

Ora, non è certo il caso di menare gran scandalo per questi principi, e di vedervi “tout-court” la liquidazione della discussione interna e la prevalenza di una oligarchia. Proprio l’esempio del partito bolscevico, non solo negli anni della rivoluzione – quando la ricchezza stessa del movimento impose una articolazione della vita interna estremamente vivace – ma anche negli anni precedenti, dimostra quale maturità di dibattito, quale nettezza di posizioni, quale felice scelta di dirigenti, quel sistema, in certe condizioni, consentisse. Il problema è di vedere, piuttosto, come quei principi possono operare, e di fatto operano, di fronte ad una realtà storica diversa e, in particolare, come si inseriscono in un partito di massa in una società a capitalismo avanzato.

Balza subito agli occhi come certi meccanismi di vita interna che possono essere applicati rigorosamente ad un partito di quadri, di grande livello intellettuale, operante nella clandestinità, con una strategia orientata alla insurrezione e alla rapida conquista del potere, quale era quello bolscevico, possono essere applicati in diversa misura, ottenendo risultati altrettanto diversi, ad un partito di massa che gestisce il potere statale (come era quello staliniano) o ad un partito di massa che opera nella legalità, lavora su grandi movimenti di riforma, adotta la strategia di un passaggio pacifico e graduale al socialismo (come è quello italiano).

Alcuni esempi possono far apprezzare questa diversità. La concentrazione del potere nelle mani di una minoranza di funzionari, e la sua stabilità, ovviamente determina in misura ben più grave un pericolo di burocratismo e di imborghesimento quando questa minoranza può disporre delle leve del potere statale o in qualche modo partecipa alle istituzioni borghesi e dunque anziché rappresentare, nella sua oggettività sociale, il correttivo rivoluzionario contro il tradunionismo della massa, può invece facilmente rappresentare un interesse particolare e privilegiato contro il bisogno di rivoluzione della massa. Oppure: il partito di Lenin al momento della rivoluzione aveva quattordici anni, il PCI oggi ne ha cinquanta ed ancora non è giunto al potere; non è evidente quale spinta nasca da questo puro fatto materiale verso una stabilizzazione della gerarchia interna e quanto siano più pericolosi i meccanismi che la garantiscono? Ancora: i congressi del partito bolscevico erano composti da alcune decine di quadri che si conoscevano e partecipavano stabilmente alla vita politica; erano dunque realmente una sede di decisione anche senza che si fosse precedentemente sviluppata una pubblica e aperta discussione sulla linea e sugli uomini. Può dirsi la stessa cosa di un partito di un milione di iscritti o di un congresso che ha molte caratteristiche materiali di una manifestazione?

Gli esempi potrebbero moltiplicarsi. Ma la conclusione non cambierebbe di molto: un’applicazione rigorosa dei principi che regolavano il partito leninista ad una realtà profondamente diversa è impossibile, e pertanto è destinata a stravolgerne il significato originario e a produrre, come appunto è avvenuto in molti paesi, una involuzione burocratica, compromettendo proprio il carattere di classe del partito.

Il Partito italiano, e il suo gruppo dirigente, si sono resi conto di questo fatto evidente e si sono sforzati di adeguare gradualmente il funzionamento del centralismo democratico alla realtà del partito di massa e alla sua nuova strategia. In sostanza, però, questo adeguamento ha proceduto attraverso aggiustamenti di fatto – lasciando cadere in desuetudine alcune regole, sospendendo l’applicazione di altre, fornendo un’interpretazione flessibile e tollerante delle restanti – piuttosto che riconsiderare globalmente il problema e definire un nuovo sistema di principi organizzativi. Occorre vedere in concreto come questo sforzo si è sviluppato e quali risultati ha prodotto e può produrre, riferendoci alle due questioni decisive; la formazione della linea politica e la scelta dei dirigenti.

La formazione della linea è, nel PCI, un processo assai complicato. Lo schema formale secondo cui la “linea” è stabilita dal congresso e attuata dal Comitato Centrale è, qui come in ogni altro partito di massa, in gran parte fittizio. Il congresso è indubbiamente una grande campagna di discussione e di consultazione degli iscritti. Ma i confini della discussione sono fissati di fatto in partenza e non solo e non tanto dall’esistenza di un documento precongressuale che già definisce la piattaforma da discutere, ma dal fatto che tale documento è il frutto di un accordo politico già realizzato dall’intero gruppo dirigente e si presenta quindi agli iscritti come la “linea” del partito, che deve essere difesa. Ciascuno, all’interno del suo organismo o in una tribuna congressuale, può individualmente esprimere un dissenso, ma il partito come macchina e struttura è impegnato a sostenere la “linea”. Il diritto del militante, ad ogni livello, di esprimere il dissenso resta così abbastanza astratto: saranno voci, opinioni di cui si terrà conto, ma la possibilità che esse si coagulino fino a correggere sostanzialmente le scelte già fatte è del tutto teorica. Questo meccanismo è il risultato di regole scritte e regole non scritte: ma la sua efficacia pratica è indubbia. Il congresso veramente detto ha dunque il carattere di una grande manifestazione politica, in cui si confrontano idee e contributi: ma la sua stessa composizione, l’ordinamento dei suoi lavori è tale da rendere assai limitate le scelte effettive che è chiamato a compiere. Prova ne sia che, negli ultimi venticinque anni, mai un congresso ha minimamente modificato le scelte politiche che, prima ancora dell’inizio della discussione, il gruppo dirigente aveva fatto. Analogamente, il Comitato Centrale, organo di rappresentanza di quasi tutte le organizzazioni di un certo peso, delle varie generazioni, dei vari settori del movimento, delle varie correnti di opinione, e dunque composto di quasi duecento persone, riunito quattro - cinque volte l’anno, per due giorni, su temi generali, difficilmente può operare come organo dirigente effettivo. Il principio di unità fra discussione e direzione è di fatto accantonato e il C. C. diviene una specie di parlamento all’interno del quale si costituiscono organismi di direzione (Ufficio politico e di segreteria, Direzione) che operano non come organi esecutivi per la gestione operativa del partito, ma come veri organi di direzione politica nel e sul C. C. (ad esempio, si sentono legati da una solidarietà di fatto e presentano al C. C. decisioni concordate, anche su questioni di sua competenza, il che, a rigor di termini, configura il reato di frazionismo).

Le scelte politiche fondamentali, dunque, sono compiute da un gruppo dirigente effettivo molto ristretto e dotato di un potere molto forte, che ha tutti gli strumenti statutari e organizzativi per farle accettare dall’insieme del partito.

Tutto questo non significa che il PCI abbia un regime interno particolarmente accentrato e impermeabile all’influenza di forze assai larghe. Al forte accentramento, per così dire, della “sovranità”, si accompagna infatti un suo esercizio discreto e illuminato. Innanzitutto il gruppo dirigente opera in modo collegiale: esiste un effettivo dibattito al suo interno, uno sforzo unitario non formale, un continuo rimescolio, e spesso, entro certi limiti, questo fecondo travaglio viene esposto all’insieme del partito e rappresenta un elemento di grande stimolo. Non è un gruppo dirigente monolitico, e neppure una oligarchia di capicorrente. In secondo luogo, una prassi consolidata garantisce, ai margini del potere decisionale, una larga franchigia per il dibattito e la ricerca teorica; non solo come tolleranza formale e indifferente, ma con l’effettiva volontà di assimilare e mediare nel “corpus” unitario idee e proposte nuove. Infine, e soprattutto, un sistema di autonomie e di deleghe (ai sindacati, agli studenti, alle organizzazioni locali) nella formulazione e nella sperimentazione di scelte politiche settoriali ma significative garantisce una comunicazione costante fra partito e movimento nell’elaborazione della linea generale.

Ma questa “riforma a metà” del modo di formazione della volontà politica comporta i suoi prezzi; che si fanno, col tempo, sempre più pesanti. Il primo prezzo sta nel carattere necessariamente un po’ ambiguo che la linea politica assume in quanto mediazione costante di spinte e sollecitazioni divergenti che esclude, quasi in radice, la contrapposizione e lo scontro. Esempio evidente: la struttura dei documenti che l’esprimono, ormai per consuetudine dominati dall’analisi di ciò che è accaduto assai più che dalla previsione e dai propositi. Può sembrare, all’inizio, che tale forma dei documenti più solenni consenta poi maggiore libertà all’azione e alle decisioni: in realtà essa si riproduce poi ad ogni livello e conduce ad una cronica vaghezza delle scelte che a sua volta consente forti difformità nell’azione. Un altro prezzo dello stesso metodo è la separazione ad esso connaturata tra elaborazione e decisione, la grande lentezza e la precarietà del meccanicismo attraverso cui un’idea o un’esperienza nuova, sempre sottoposta a un lungo itinerario di mediazioni, si traduce in azione, viene messa alla prova. Un terzo prezzo, anch’esso legato alla divisione tra discussione e potere, è il corrompimento intellettualistico del dibattito, la scarsa partecipazione dei militanti più semplici, e il formarsi, all’interno del partito, di una zona separata di dissenzienti e discussori. Ma la cosa più grave di ogni altra è che questo metodo di formazione della linea politica, se in qualche modo funziona nei periodi e nelle fasi relativamente stabili della lotta di classe, si rivela profondamente insufficiente di fronte alle sue accelerazioni improvvise, di fronte cioè alla necessità di grandi scelte o di radicali innovazioni.

È abbastanza evidente che, alla resa dei conti, il maggior sacrificio che tutto ciò impone, lo impone proprio all’unità e all’efficienza del partito. Prende corpo, negli anni, al suo interno, una molteplicità di ispirazioni, di forze, di raggruppamenti, di interpretazioni, che ne possono minacciare, a un certo punto, l’unità. Non solo, ma la linea politica, per quanto ricca e complessa, e anzi a volte perché “troppo ricca e complessa”, appare per il modo in cui si forma condannata a restare in ritardo sulla situazione, a tallonarla più che ad anticiparla, ad adeguarvisi più che a determinarla.

Il meccanismo fondamentale, se pure non esclusivo, per la selezione dei dirigenti e la loro promozione è, nel PCI, quello della cooptazione. A sostenere questo meccanismo non è l’istituto della commissione elettorale che discute la composizione delle candidature, e dunque l’assenza di liste in concorrenza tra loro. È invece un insieme di “leggi” non scritte e di consuetudini, come ad esempio: l’elezione puramente formale delle commissioni elettorali in realtà composte dai precedenti gruppi dirigenti; le elezioni quasi sempre su liste bloccate; l’intervento delle istanze superiori nella scelta dei responsabili di quelle inferiori; il potere degli organismi esecutivi su quelli a elezione diretta; il gran numero di importanti funzioni (stampa, apparato centrale, centri studi) privi di una precisa fisionomia statutaria e sottoposti al gruppo dirigente centrale in modo diretto e illimitato.

Che però questo della cooptazione sia, pertanto, il metodo di selezione dei quadri non ci scandalizza. Innanzitutto perché esso, sia pure in forme camuffate, impera in tutte le formazioni politiche (pensiamo alla composizione delle liste di corrente nella DC o nel PSI) e lì risulta non corretto ma aggravato dal fatto che la cooptazione anziché su un giudizio in qualche modo politico è spesso regolata da un mercanteggiamento di voti. E poi perché, quando sia applicato ad un organismo vivo e unitario, consente un margine di valutazione oggettiva, e una tutela delle minoranze, spesso superiore a quello di un puro meccanismo elettivo.

Occorre tuttavia riconoscere che questo metodo, mitigato solo da una prassi tollerante e aperta, manifesta, alla lunga,dei limiti molto gravi.

Il primo limite deriva dal fatto che ogni quadro si trova a dipendere, nella sua affermazione, più dal giudizio che su di lui esprime l’organismo superiore che non da quello della propria base, ed è quindi portato non solo ad evitare con esso un contrasto politico, ma anche ad evitare iniziative esposte all’errore e all’insuccesso, assai più pericolose di un serio e modesto comportamento da esecutore. Una relativa franchigia politica il quadro la conquista (un po’ come i docenti universitari) solo entrando a far parte del gruppo dirigente nazionale oppure avendo titoli personali di merito nella società: così che si realizza il paradossi di una maggiore inventività e creatività politico-organizzativa al centro che non alla periferia; e il grande dirigente, con tutte le responsabilità che porta, si dimostra più spericolato di un giovane segretario di federazione. Un altro limite, ancor più grave, è connesso alla relativa ristrettezza del gruppo dirigente reale (nazionale) la quale fa sì che per un forte numero di quadri locali la prospettiva di “avanzamento” non si identifichi più in un “avanzamento” politico ma in un “avanzamento” sociale al cui vertice vi è l’elezione al Parlamento. Su questo tipo di “carriera” collaterale, non a caso, si stabilisce una più forte autonomia locale e, col tempo, ne consegue un equilibrio complesso, tessuto intorno alle candidature pubbliche, che prevale spesso sulla dialettica politica, e di cui il personalismo e l’elettoralismo sono solo le manifestazioni eccezionali e deteriori. Infine: un dirigente o un gruppo di dirigenti dissenzienti hanno possibilità di sopravvivere politicamente solo fino ad un certo limite di dissenso (generalmente con un gioco sottile di interpretazioni, di sottolineature e di “contributi”) e ciò si rivela preclusivo in ogni situazione politica in cui divenga storicamente necessaria una svolta o un ricambio del gruppo dirigente.

Molte altre osservazioni si potrebbero fare, presenti alla coscienza di ogni militante. Il loro senso generale comunque è molto chiaro e semplice: il meccanismo della cooptazione conserva una qualche vitalità solo per un certo periodo, dopo fasi storiche che abbiano segnato e formato con la loro eccezionalità una leva di dirigenti di particolare statura e di grande prestigio, ed è adeguato a fasi politiche di limitato movimento; ma entra in crisi nel lungo periodo e in fasi di accelerazione. A quel punto lo stesso gruppo dirigente centrale può trovarsi paralizzato da un insieme di stratificazioni e di equilibri che non è più in grado di rimuovere. Da tutto ciò deriva non solo e non tanto una insufficienza di democrazia, una limitazione dei diritti della “minoranza”, ma anche e soprattutto una inadeguatezza dei gruppi dirigenti rispetto ai compiti della lotta, all’applicazione di una strategia che invece richiede, come non mai, un massimo di iniziativa, di creatività, di contatto con le masse, di circolarità di esperienze. Tale insufficienza, sia ben chiaro, può colpire non solo i gruppi dirigenti effettivi, ma anche quelli “possibili”: il metodo di selezione infatti, emarginando i dissenzienti, impedisce loro di formarsi come dirigenti reali, crea delle alternative fragili e spesso improponibili, tende a contrapporre al “burocrate” l’”oppositore”, inquieto e oscillante quanto il primo è immobile e neghittoso, incapace per intellettualismo di dirigere le masse quanto lo è il primo per indifferenza e conservatorismo.

Questa analisi, che crediamo oggettiva, serve, ci sembra, per sciogliere gli interrogativi da cui eravamo partiti. L’immagine che il Partito comunista ha oggi di sé stesso appare in molti aspetti viziata di ideologia. Non vi è coerenza fra il Partito come esso concretamente è ed il modello leninista, e la cosa non può stupire dal momento che ci troviamo di fronte ad una formazione politica originale, ad un partito di massa che opera con una nuova strategia. Ma non vi è coerenza neppure tra il Partito e la strategia che vuole perseguire. L’idea di preservare al Partito il carattere di organizzazione unita ed efficiente, di avanguardia adatta al combattimento, cioè a suscitare e dirigere grandi lotte di massa democratiche e socialiste, non ha molte basi reali, perché questo carattere è proprio minacciato, oggi, da processi reali. Il Partito come avanguardia è messo in discussione dalla sua crescente separazione dalle avanguardie reali. L’unità del partito è messa in discussione dalla eterogeneità sociale, ideologica e politica che un insufficiente meccanismo di direzione lascia crescere al suo interno. L’efficienza del partito è messa in discussione dalla inadeguatezza delle sue strutture rispetto ai compiti di lotta. Questi caratteri insomma vanno restaurati, in forme nuove, più che conservati. Il continuo richiamo alla “nostra concezione del partito” rischia a questo punto di essere per alcuni il transfert delle insoddisfazioni presenti, per altri la copertura ideologica di operazioni che vanno in ben altra direzione. La stessa analisi, però, tende a dimostrare che, per uno sforzo di rinnovamento del Partito, esistono forze reali e le stesse istituzioni conservano una illiquidata ambivalenza. L’immagine che se ne ricava infatti non è assolutamente quella di un partito separato dal movimento, dominato da incontestabili meccanismi burocratici, monolitico e ritualistico. Vi è tutta un’area di forze organizzate e non organizzate nel Partito ma ad esso collegate, che sollecitano e consentono un rinnovamento. Vi è una reale comunicazione di esperienze, una effettiva permeabilità, ad ogni livello, rispetto a ciò che di realmente nuovo e fecondo può venire avanti. Insomma una lotta non solo e non tanto tra linee, ma tra forze reali.

 

ALCUNE IPOTESI DI LAVORO

1. Partito e Movimento 

Dicendo come e perché un’organizzazione non funziona o non funziona abbastanza, si dice ancora molto poco. Il problema è di definire in quale direzione la si può e la si vuole migliorare. E questo passaggio dalla critica alla proposta non è facile. Una teoria del partito non è infatti che il corollario di una teoria della rivoluzione. Una proposta organizzativa nuova non la si può dedurre dall’analisi di quella esistente ma presuppone la risposta a molti interrogativi teorici e politici: quale è il rapporto tra spontaneità proletaria e coscienza rivoluzionaria nel capitalismo avanzato? Come può formarsi un’alternativa?

Sono problemi, a nostro avviso, per risolvere i quali in modo esauriente e rigoroso manca ancora un’analisi scientifica adeguata della società capitalistica attuale e un complesso di esperienze sufficientemente indicative. Sappiamo ancora troppo poco, ad esempio, delle reali tendenze di sviluppo della forza lavoro in un sistema tecnologicamente avanzato, o del rapporto effettivo scienza-tecnica-istruzione-professionalità, per definire seriamente se e come lo sviluppo capitalistico produce i materiali di una forza alternativa, quali mediazioni sono necessarie, e da dove queste mediazioni possono materialmente scaturire. Ci muoviamo ancora sulla base di grandi opzioni (la classe operaia integrata e non integrata; carattere anticapitalistico o non delle rivendicazioni spontanee attuali, ecc.) che si basano su analisi empiriche troppo limitate per non apparire generalizzazioni un po’ arbitrarie condotte su sollecitazioni immediatamente politiche. Esser consapevoli di queste lacune è il primo passo necessario per superarle.

Non è detto però che questo itinerario, dalla teoria alla politica, dalla politica all’organizzazione, il più rigoroso, sia anche il solo né il più conveniente. Accade infatti che quando si parta così da lontano, incontrando problemi la cui risposta non è né facile né semplice, ci si fermi per strada, prima di aver definito anche per grossolane ipotesi un abbozzo di discorso organizzativo. E questo vuoto si ritorce sulla stessa ricerca teorica e politica che difficilmente potrà procedere se non sulla base di esperienze nuove e do forme organizzative in evoluzione.

Si può e si deve dunque cercare di avanzare qualche proposta positiva sui problemi di organizzazione in modo abbreviato e diretto, deducendola dall’analisi dell’organizzazione esistente e dal modo in cui oggi immediatamente si presenta il movimento di classe.

Un utile punto di partenza può essere questo dato di fatto che a noi pare ben visibile. Se il movimento di lotta esploso negli ultimi anni non si è pienamente riconosciuto nei partiti esistenti, né è andato ad ingrossare le loro file, ciò non si deve solo a ritardi politici e organizzativi di questi partiti, o all’immaturità di quel movimento, ma a qualcosa di più profondo e permanente: ad un nuovo rapporto che si viene oggettivamente determinando tra spontaneità e coscienza, tra lotta sociale e lotta politica. Prendiamo appunto le lotte studentesche e quelle operaie. Esse hanno un tratto comune: la tendenza immediata, quasi spontanea, a trascendere l’orizzonte rivendicativo, il punto di vista tradunionistico; cioè da un lato a porsi obiettivi che già escono dall’orizzonte del sistema (l’egualitarismo, il superamento dell’alienazione nel lavoro, la liquidazione dell’autorità), e dall’altro ad acquisire coscienza della necessità di rovesciare il capitalismo aggredendone il potere politico complessivo. E fanno questo non per la pressione di una minoranza politicizzata, o sotto l’influenza di una ideologia che le illumina, ma spinte dalla logica intrinseca dei loro bisogni elementari o dalle forme di lotta necessarie alle loro più immediate rivendicazioni. In sostanza, perché la rivoluzione diventa storicamente matura, cioè perché una gran parte dei bisogni compressi hanno un contenuto e comportano mutamenti intrinsecamente antagonistici al sistema esistente e ad ogni suo possibile sviluppo.

Ma si è visto che questo è solo un aspetto del movimento, perché è solo un aspetto della realtà. Se infatti il capitalismo attuale rende più necessaria, e per certi aspetti più matura, la rivoluzione, nello stesso tempo e con gli stessi strumenti rende quanto mai difficile alle spinte contestatrici di coagularsi in una alternativa. Le forze produttive (non solo quelle più propriamente materiali, ma la scienza e la tecnica, i consumi, le consuetudini, le categorie mentali, le capacità professionali) portano troppo profondamente il segno del sistema per opporglisi positivamente. Per questo il movimento, nella sua spontaneità, si esprime più come rivolta che come progetto alternativo, rischia di rifluire continuamente nel corporativismo più gretto o di isolarsi in impennate irrazionalistiche, rispetto alle quali il vecchio tradeunionismo finisce con l’apparire un punto di vista di classe superiore e più maturo.

Questa è la storia degli ultimi anni: un massimo di rivolta, e un vuoto di alternativa. E invece proprio di una alternativa positiva la rivoluzione ha bisogno, anche semplicemente per prevalere come rottura, poiché troppo numerosi sono, in questa società, coloro che, pur oppressi e infelici, in qualche modo comunque sopravvivono e che, dunque, di fronte alla pura negatività ripiegano nella rassegnazione.

Viviamo insomma questa contraddizione. Nel capitalismo avanzato la rivoluzione, per un verso, torna a presentarsi come la pensava Marx, cioè come un processo più sociale che politico, di cui sono protagoniste le masse e che nasce dalla dinamica di forze che lo sviluppo capitalistico produce, ma per altro verso, oggi ancor più di ieri, pare occorrerle una mediazione della coscienza, un coordinamento organizzativo che diano forma a bisogni inespressi e nebulosi, li ordinino in un discorso globale, li traducano in una proposta positiva. Il partito – o comunque si voglia chiamarlo, organizzazione, avanguardia – deve essere in grado di risolvere questa contraddizione valorizzandone appieno gli elementi costitutivi. Deve, cioè, aderire profondamente alla dialettica sociale perché è solo di lì che può uscire la maturazione di una forza e di una coscienza rivoluzionaria, e insieme essere capace di immettere in questa dialettica un disegno globale, una sintesi provvisoria che permetta all’elemento rivoluzionario di prevalere su quello integratore e poi di esprimersi in una alternativa.

Ora, il Partito – proprio come concezione generale e struttura – è ancora lontano dal rappresentare questo tipo di mediazione. Lo è nel classico modello leninista, e lo è anche nella versione togliattiana, che pure in tale direzione si muoveva. Esso, per sua natura, pretende di essere più di quanto il movimento sia disposto a riconoscergli, ed è capace di dare meno di quanto il movimento richieda. Si è strutturato infatti, storicamente, come l’organo della rivoluzione, portatore di una linea politica (la linea rivoluzionaria) che una parte della classe (quella iscritta) elabora e realizza “interpretando” le masse da un lato, “la tradizione e la dottrina” dall’altro. Per questo concepisce al suo fianco organizzazioni unitarie e di massa, ma riconoscendo loro una autonomia relativa e solo sul piano “sindacale”. Per questo raccoglie il nucleo decisivo della sovranità, al suo interno, nelle mani di un gruppo dirigente “come memoria e teoria” della coscienza rivoluzionaria. Per questo concepisce la rivoluzione come conquista e gestione del potere statale da parte del partito in nome della classe. Da tale schema, indubbiamente, esso ha cercato di uscire nei momenti più ricchi della sua storia e per intuizione dei suoi massimi ingegni. Non a caso Lenin e Gramsci, che non possono essere sospettati di spontaneismo, hanno visto ad un certo momento l’istituzione dei soviet come la chiave per garantire una dialettica tra avanguardia e massa, per combattere la tentazione elitaria e giacobina. La loro parola d’ordine era: tutto il potere ai soviet. Ma nella Terza Internazionale è diventata: il Partito alla direzione dello Stato. E su questo punto non si è più ritornati. Il movimento (e le esperienze dell’est europeo!) chiede oggi che ci si ritorni, e con spirito radicale.

Inoltre il Partito, per la sua struttura e per il concetto che ha di sé, non è ancora capace di dare al movimento tutto quello che esso chiede: cioè un progetto rivoluzionario che non si riduca ad una pura strategia della conquista del potere statale, ma si esprima in un discorso positivo sullo sviluppo possibile della società e si articoli in modo da aderire ai problemi specifici che maturano nei vari settori del corpo sociale. La nazionalizzazione dei mezzi di produzione e la pianificazione dell’economia non sono più contenuti sufficienti per rivendicare il potere, e non dicono molto a coloro che lottano, e lottano perché vogliono una società radicalmente diversa in ogni suo aspetto, che da subito veda deperire il modo capitalistico di vivere, di produrre, di consumare, di gestire lo Stato. Il discorso politico tradizionale appare troppo scheletrico e astratto, oppure, alla ricerca della concretezza, settoriale e di scarso respiro; suona alle masse da un lato generico, dall’altro fin troppo dettagliato, per un verso e per l’altro poco mobilitante.

La soluzione del problema dunque non può venire da un puro miglioramento dell’attività e dalla linea del partito così come è; e tanto meno da un ritorno alla purezza di un modello leninista ancora più separato dalla vita delle masse e dalla dialettica sociale. Anzi non può neppure essere ricercata solo pensando e costruendo un tipo nuovo di partito. Perché ogni partito è destinato a congelarsi in una istituzione, a separarsi dalle masse, a subordinare i contenuti della propria politica all’obiettivo del potere, se e nella misura in cui non è esso stesso elemento di una dialettica più vasta, se non esistono altre istituzioni e realtà che lo stimolino e lo contestino, ne mettano in discussione il potere e gli offrano i materiali su cui esercitare una mediazione. Se esso cioè non trova di fronte a sé delle organizzazioni di massa, politiche e unitarie (i consigli, se vogliamo dar loro un nome) in cui si esprima l’immediatezza della pratica sociale e si formi il nuovo soggetto del potere; e altresì una fioritura di pensiero, di nuovi modelli di vita, insomma una cultura in continuo e autonomo divenire. La concezione del partito come totalità onnicomprensiva è definitivamente in crisi. Una nuova concezione del partito è parte di una nuova concezione del movimento e, in prospettiva, del potere.

Questo discorso ci condurrebbe lontano; quel che ci importa, qui, è di metterlo in relazione con l’analisi che abbiamo all’inizio condotto per vedere in che modo, compiendo quali passi, il Partito può collocarsi in questo quadro, darsi una struttura organizzativa adeguata al suo nuovo ruolo.

 

2. La struttura

La prima questione, forse decisiva, da porre, è quella della struttura di base: il passaggio da una organizzazione fondata sulle sezioni territoriali ad una struttura fondata sui luoghi di lavoro è la chiave di volta del rinnovamento del partito. Solo così esso non tenderà a costituirsi come corpo separato, ma vivrà come avanguardia interna-esterna del movimento, solo così potrà assumere la direzione di grandi lotte sociali, ma dal loro interno, e dunque rispettandone profondamente l’autonomia e l’unità.

Non è la prima volta che questo problema si pone. Innumerevoli volte si è deciso di “realizzare un grande salto in avanti” nella costruzione del partito in fabbrica. Ma in realtà, come abbiamo visto, non si è proceduto molto.

Le ragioni di questa debolezza, e di questi insuccessi, sono ovviamente innanzitutto politiche. Solo da una forte politicizzazione della lotta in fabbrica può venire uno stimolo effettivo a costruire un’organizzazione di partito che invece, come fiancheggiatrice di lotte sindacali, non ha molto senso. E solo se questa politicizzazione avviene attraverso esperienze e con istituzioni unitarie (i consigli), la presenza del partito in fabbrica può essere elemento di stimolo e non di divisione.

Ma vi sono anche ostacoli organizzativi da rimuovere e che a loro volta condizionano lo sviluppo dell’iniziativa politica. Uno soprattutto. Le organizzazioni di base sui luoghi di lavoro (o comunque legate a un preciso settore del movimento: mezzogiorno o donne, scuola o città) non possono svilupparsi se vengono sempre ed esclusivamente ricondotte alla propria istanza territoriale (sezione, federazione), e non possono collegarsi tra loro in strutture verticali che rispecchino nel partito l’articolazione del movimento reale e costituiscano nel movimento un’avanguardia interna-esterna. Se cioè ogni esperienza specifica di lotta, da un lato viene diretta da una istanza generica con la quale avrà un collegamento generico, e dall’altro deve riflettere una politica del partito elaborata per quel settore, al vertice, da un gruppo di esperti. Può nascere di qui, evidentemente, un pericolo di settorializzazione corporativa del partito; ma solo se questa articolazione anziché esprimere lo stato reale del movimento e raggruppare i nuclei attivi di una certa lotta, scade verso una burocratica divisione per professioni o per problemi.

Una così profonda rottura dello schema puramente territoriale di organizzazione consentirebbe una modifica dell’intera struttura organizzativa: del congresso, ad esempio, che pur restando l’organo sovrano delle grandi scelte politiche potrebbe rappresentare la sintesi di una serie di consultazioni della base con compiti e tematiche precise; o del Comitato centrale, che non sarebbe più il solo organismo nazionale ad elezione diretta, ma potrebbe divenire l’organo di coordinamento e di direzione delle articolazioni orizzontali e verticali, vertice di una struttura ma anche continuamente condizionato e stimolato; o degli organi di direzione operativa che potrebbero tornare effettivamente ai loro compiti propri, lasciando la direzione di lungo periodo nei vari settori a organismi ben più forti e rappresentativi delle attuali commissioni di lavoro centrali. Si potrebbe insomma più facilmente superare il carattere monocefalo del partito ma conservandogli una struttura unitaria e un meccanismo di centralizzazione.

Una cosa però importa soprattutto sottolineare: il fatto che il problema di una struttura nuova del partito fa tutt’uno con il problema della democrazia interna.

Un rapporto nuovo, più stretto, tra partito e movimento esige infatti un grande sviluppo della democrazia, e della democrazia non solo come generica partecipazione ma come effettiva attribuzione di potere alla massa degli iscritti.

Lo esige, innanzitutto, perché solo una grande autonomia delle varie organizzazioni e un concetto dinamico e aperto della linea, può consentire al Partito di agire come avanguardia esterna-interna del movimento portandovi un discorso strategico, un’ispirazione ideale, ma anche accettandone i tempi e i modi di sviluppo. Come evitare, in altro caso, la diffidenza verso un’avanguardia governata da una disciplina esterna, continuamente sospettabile di strumentalismo? Lo esige, anche, perché solo con un continuo e aperto dibattito la “linea” può essere sintesi di esperienze reali che rompono il quadro precedente; sintesi cui non si arriva di colpo, ma attraverso ipotesi, generalizzazioni, aggregazioni parziali.

Ma se lo esige, lo consente pure. La sola garanzia perché un confronto aperto e permanente di posizioni non si congeli in frazioni, sta infatti nella possibilità reale di giudizio e di intervento delle masse, e nella possibilità di una verifica pratica delle linee che si confrontano. Se questi presupposti mancano, se la massa degli iscritti è polverizzata e dunque manipolabile, non esiste regola statutaria che impedisca ad ogni contrasto di esprimersi in opposti stati maggiori che deformano strumentalmente ogni avvenimento e ogni scelta al fine della propria prevalenza. L’idea che basti un confronto libero di posizioni per sviluppare una democrazia reale è un puro schema illuministico che prescinde dall’esistenza di diseguaglianze reali tra gli uomini e dal peso deformante dei rapporti di potere dati.

 

3. La selezione dei dirigenti

Tutto ciò non toglie però significato al problema specifico della democrazia e degli istituti che devono garantirla. Vale per il partito quel che vale per lo Stato. Non è possibile uno sviluppo della democrazia separato dallo sviluppo delle sue condizioni materiali. Ma poiché questo sviluppo non può essere che graduale, non è ipotizzabile una gestione immediata da parte delle masse, resteranno dirigenti e diretti, contraddizioni tra il popolo. L’illusione di sopprimere dall’inizio ogni istituzione, si rovescia subito nella pratica del potere di una oligarchia che governa in nome della massa. Il problema è invece di dare alle istituzioni un carattere tale che esse tendano a deperire. Ma cosa vuol dire, in concreto, nel partito, sviluppo della democrazia interna? Come uscire anche qui da quella genericità e da quella confusione che hanno ormai corrotto il concetto di democrazia?

Un primo passo è quello di garantire un maggior intervento della base nella scelta dei dirigenti. È difficile infatti sostenere  che sia all’altezza dei tempi un metodo di selezione che, in ultima analisi, affida al vertice del partito, sia pure tenendo conto di criteri oggettivi e di opinioni diverse, tutte le scelte decisive in questo campo.

Apparentemente è la cosa più semplice: non occorrerebbe infatti nient’altro che rendere effettiva l’elezione delle commissioni elettorali e generalizzare l’adozione, finora assai rara, di liste non bloccate, che offrano un’occasione di scelta a chi vota. In realtà le cose sono molto meno semplici. Se riflettiamo sull’esperienza di tutti i partiti è facile accorgersi che il rispetto di garanzie formali per l’elezione dei dirigenti è ben lontano dal garantire la selezione democratica dei migliori. La “base” di un partito di massa è una realtà dai contorni indefiniti e fluttuanti, con livelli assai difformi di partecipazione: e nei partiti, appunto, il meccanismo elettorale si è dimostrato ancor più esposto al corrompimento clientelistico, alla manipolazione, alla formazione di gruppi di potere ossificati, che non nell’insieme della società. Ma anche supponendo che in una forza sana, profondamente legata alle masse, queste degenerazioni non trovino spazio, restano aperti problemi complessi: quello, soprattutto, di garantire un ricambio continuo, una rapida valorizzazione delle forze nuove contro la tendenza conservatrice dei rapporti fiduciari consolidati. Paradossalmente può accadere che il metodo della cooptazione consenta una valutazione più oggettiva e un rinnovamento più rapido che non quello dell’elezione: soprattutto a livello nazionale dove l’elezione di dirigenti sconosciuti ai più diventa impossibile e si traduce o in un congelamento dei dirigenti esistenti o in una elezione mediata da notabili e da gruppi.

Questo problema è solubile solo se l’adozione di meccanismi istituzionali che garantiscono il diritto di scelta della base va di pari passo con innovazioni di sostanza che pongano la “base” in condizioni di esercitarlo effettivamente. E cioè: lo sviluppo di un dibattito pubblico aperto e preciso in cui ogni dirigente sia personalmente impegnato, così che la scelta della persona possa sempre essere scelta di un contenuto politico; il superamento della “divisione del lavoro” all’interno del partito, così che ogni dirigente possa essere giudicato su di un reale lavoro di direzione e sui suoi risultati; la riduzione dei massimi organismi nazionali perché i loro membri possano realmente essere scelti sulla base di un giudizio effettivo da parte di coloro che eleggono; infine, e forse soprattutto, il metodo di una discussione aperta e generale sui gruppi dirigenti, non ridotta a coloro che si deve escludere o inserire in un organismo, ma estesa a tutto il gruppo e al suo lavoro effettivo.

 

4. La scelta della linea

La seconda grossa questione su cui la democrazia di partito è chiamata a misurarsi è quella del meccanismo di formazione della linea politica. Anche qui i primi passi da fare sembrano semplici e decisivi insieme. Si tratta di rompere almeno in certe fasi della vita di un partito (i Congressi, le Conferenze, le campagne di discussione) lo schema delle successive unità dall’alto verso il basso per restaurare la prassi, già sperimentata dal partito bolscevico degli anni ’20, di uno scontro aperto e libero di posizioni prima dell’adozione di scelte per tutti vincolanti. Non sarebbe necessario, per questo, il ricorso alle tesi contrapposte e neppure la rinuncia del gruppo dirigente a istruire la discussione. Basterebbe che i documenti destinati ad aprire un dibattito fossero realmente tali, cioè problematici e aperti, e che su di essi anche i membri del gruppo dirigente si impegnassero con responsabilità individuale e posizioni differenziate. Il luogo comune democraticista secondo cui la “base” può tanto meglio discutere quanto meno vi siano leaders o gruppi alle cui posizioni far riferimento, è una ingenuità che serve solo a perpetuare il potere dei pochi condannando i molti ad un borbottio indistinto o a una protesta isolata. A questo punto, il diritto, da nessuno escluso, e che anche Natta ribadisce, di una differenziazione nel voto, diventa puramente astratto: non dovrebbe indurre a riflessione il fatto che, da trent’anni, esso non si sia mai esercitato in modo significativo, almeno sulle fondamentali scelte politiche?

Eppure proprio l’esperienza lontana del partito bolscevico insegna che questa separazione tra i momenti del dibattito e quelli dell’applicazione è estremamente difficile: che cioè le contrapposizioni affiorate nel dibattito tendono a congelarsi oltre quella fase e, per converso, i rapporti di forza prodotti dalla gestione quotidiana vincolano e pregiudicano in partenza la libertà del dibattito. Come superare questa contraddizione permanente?

Una prima risposta a questo interrogativo viene, automaticamente, come abbiamo detto, dal carattere stesso del partito, cioè dal suo rapporto col movimento e con la lotta; poiché è questo che garantisce una verifica oggettiva dei contrasti affioranti e un rimescolio continuo delle carte. Occorrono però anche precise scelte organizzative. In primo luogo, il pieno rispetto del principio, classicamente leninista, della assoluta corresponsabilità delle minoranze alla gestione effettiva del partito e della sua politica, e dunque la assoluta disponibilità della maggioranza e della minoranza a cercare la verifica nella realtà, a considerare la linea come un farsi continuo, respingendo ogni “omogeneità” dei gruppi dirigenti, ogni distinzione tra discussione e gestione.

Ma proprio questo principio può divenire, e spesso diviene, a sua volta, un velo ideologico che nasconde la pura richiesta rivolta ai dissenzienti di rinunciare alle loro posizioni, così che, di fatto, la contraddizione tra fasi di dibattito e unità nella azione si risolve col ritorno ad un universo organico in cui il dissenso è per definizione fenomeno marginale rapidamente esorcizzato. Che questo non avvenga dipende da ulteriori condizioni. Da un lato dal grado di autonomia permanentemente garantito alle organizzazioni verticali e orizzontali; dall’altro dal grado di effettiva libertà della ricerca teorica e politica, non immediatamente operativa, garantito all’interno del partito. Senza sedi e strumenti in cui una nuova tematica può prendere forma, acquistare consenso, prima di diventare una proposta politica matura, il pensiero, come la pratica, sono destinati a restare sostanzialmente ripetitivi, immagini dell’organizzazione e della linea dati piuttosto che matrici del loro sviluppo.

Quando tutte queste condizioni (rapporto reale partito-massa, discussione ed elezione reale dei dirigenti, corresponsabilità nella direzione, libertà di ricerca) si realizzano contemporaneamente, integrandosi a vicenda, allora è realmente possibile dimostrare che il massimo di unità e il massimo di democrazia finiscono per coincidere. Ma tutto ciò è possibile solo se e in quanto il partito sia una formazione socialmente e ideologicamente omogenea, si riconosca in una strategia sostanzialmente unitaria, sia storicamente capace di interpretare e di dirigere il movimento reale di classe. E non sempre queste condizioni sono presenti. Anche un partito rivoluzionario, con una lunga tradizione, profondamente legato alle masse, non si sviluppa storicamente in modo organico e lineare perché inevitabilmente vi si riflettono le contraddizioni oggettive della società, e anche dal suo interno, per la logica che caratterizza ogni istituzione, continuamente nascono pericoli di ossificazione e spinte centrifughe. Un modello di vita interna che, pur sforzandosi di evitarle, non prenda atto di queste eventualità, è radice di continue mistificazioni. Il postulato secondo cui i partiti comunisti possono vivere e svilupparsi senza contraddizioni e lacerazioni, con un ricambio perfetto, una capacità continua di riportare ad unità i contrasti, è solo prodotto di uno schema idealistico che conduce all’oppressione burocratica e autoritaria quando la realtà si ribella allo schema.

Se cinquant’anni di storia non bastassero a dimostrarlo, l’attuale diaspora del movimento comunista internazionale ridicolizza questa visione “organicista”: grandi partiti proletari, figli della stessa tradizione, eredi di grandi rivoluzioni, legati alle masse, “guidati dal marxismo-leninismo”, combattono accanitamente tra di loro: è un “incidente” su cui non è facile sorvolare. E infatti il PCI ne ha, con la teoria “dell’unità nella diversità”, preso atto; riconoscendo che non solo le “particolarità” e le “distinzioni”, ma anche le attuali “divergenze” tra i Partiti comunisti esprimono difformità reali, una dialettica incomprimibile e vanno riconosciute per superarle, mentre la pretesa di ritrovare l’unità con un richiamo disciplinare serve solo ad aggravare la crisi. Ma è possibile arrestare questo riconoscimento al livello dei rapporti internazionali?

Natta, nel suo rapporto al C. C. sul problema del Manifesto, ha detto che la formula dell’unità nella diversità in tanto vale in quanto tale diversità ha un proprio fondamento oggettivo nelle tradizioni e nella realtà dei singoli paesi. Anche questo è abbastanza discutibile, perché spesso si tratta di questioni più profonde, difficilmente riconducibili a particolarità nazionali. Ma sarebbe comunque curioso, per dei marxisti, considerare le diversità nazionali come radice oggettiva di divergenze che vanno perciò riconosciute, e invece considerare irrilevanti o soggettivi contrasti che riflettono, dall’interno di un paese, antagonismi di classe o di ideologie. Forse che un partito nazionale non è altrettanto esposto che il movimento internazionale alle contraddizioni che risorgono nello sviluppo sociale?

Non c’è bisogno di tornare alle lotte terribili che negli anni venti condussero alla divisione del gruppo dirigente del partito bolscevico per rendersi conto che le cose non stanno così. Nel partito sovietico, a quarant’’anni dall’ottobre, un grande contrasto di linea generale divise Krusciov dal gruppo Malenkov-Molotov; e non fu se non la prima di una serie di “svolte”, di cui tutti deprecarono il carattere sommario. Nel 1968, a Praga, è stato il Partito comunista a riflettere al suo interno, ad ogni livello, un antagonismo insorgente nella dinamica sociale: nel Partito, nel suo Ufficio politico, si è determinata una maggioranza e una minoranza, e il fatto che ora tutto stia “tornando a posto” può difficilmente essere considerato un successo del centralismo democratico. Allo stesso modo, in Cina, dove pure con la rivoluzione culturale le masse sono state più direttamente chiamate a decidere, ciò è avvenuto attraverso una lotta aspra e netta che ha investito il partito. Che i contrasti della società si riflettano nel partito è naturale e ovvio, non un sintomo di crisi; sintomo di crisi è il fatto che ogni contrasto debba risolversi con una lacerazione drammatica e irreversibile. Ecco, infatti, il problema su cui occorre confrontarsi con serietà. Quando, nella storia di un partito rivoluzionario, la organicità nello sviluppo di una linea comune si incrina e giungono, per fattori oggettivi e soggettivi, a maturazione nodi più intricati, contraddizioni più generali tra linee che appaiono e sono diverse, cosa fare? La soluzione più semplice è quella, evidentemente, di amputare rapidamente: dichiarare la minoranza antipartito e, in nome del centralismo democratico, evitare con l’espulsione, cioè con una scissione immediata, il pericolo eventuale di una scissione futura. A nostro avviso gli esempi di Stalin come di Krusciov, i fatti cecoslovacchi e quelli cinesi, dimostrano che, in questo modo, il Partito paga un pezzo estremamente alto che, nel lungo periodo, ne compromette la natura. Siamo sicuri, ad esempio, che una discussione aperta e leale con Malenkov, o la destituzione motivata e democraticamente decisa di Krusciov, non avrebbero risparmiato all’URSS errori solo più tardi denunciati? E una discussione effettiva, evidentemente, tra linee difformi, non può essere concepita come una battaglia, in un congresso, che chieda solo la sanzione democratica di una maggioranza alla liquidazione fisica o politica degli oppositori; deve essere affrontata e regolata, nel tempo, con reciproca volontà di ricomporre l’unità attraverso un libero confronto, che consenta una scelta meditata e una maturazione comune, soggettiva e oggettiva; appunto come, a livello internazionale, vuol dire la formula “unità nella diversità”. Per consentire, dunque, all’esperienza e alla lotta di superare una divisione e di produrre una sintesi.

Un partito che non è in grado di affrontare senza mutilazioni chirurgiche anche un contrasto generale e di linea, non sarà in grado di vivere con reale dinamismo e apertura anche i periodi di sostanziale unità; così come è vero l’inverso: un partito la cui vita interna non sia sempre caratterizzata da un massimo di circolazione di idee e da forti rapporti con le masse vedrà sempre in ogni contrasto di linea l’anticamera di una scissione. Proprio la storia del partito bolscevico, negli anni della rivoluzione, o quella del PCI, fino a Lione, hanno dimostrato come contrasti di linea aperti e forti potessero essere gradualmente ricondotti all’unità, conquistando la grande maggioranza del partito ad una linea insieme giusta e superiore. Hanno dimostrato cioè come non sia affatto detto che il dissenso aperto e anche generale debba procedere verso il frazionismo e frazionismo verso la scissione, e sia invece possibile proprio il cammino opposto.

Questo discorso, a nostro avviso, vale anche, e deve essere condotto con molta chiarezza, verso i gruppi minoritari di un partito, solitamente ammalati di intolleranza ed esclusivismo quanto le maggioranze più dispotiche. L’idea che ogni contrasto di linea debba dar luogo ad una logica di separazione, cioè alla rapida conquista del potere interno o alla fondazione di un partito nuovo, che insomma bisogna ricominciare sempre tutto daccapo, costi quel che costi, esprime la stessa concezione monolitica, lo stesso disprezzo elitario per le masse, che si rimproverano ai partiti.

 

LE OPPORTUNITÀ DEL MOMENTO

Molti compagni che pure riconoscono la fondatezza, se non di questa analisi almeno di queste preoccupazioni, se non di queste proposte almeno di questo tipo di ricerca, sono però preoccupati che i tempi non siano maturi, che la situazione politica interna e internazionale non sia favorevole a un coraggioso, e dunque rischioso, sforzo di rinnovamento. A nostro avviso è vero proprio il contrario: è nei momenti come l’attuale, di crisi e di lotta, che anche lo sviluppo di una organizzazione è necessario e possibile. È anche questo un discorso che ci condurrebbe lontano; vogliamo limitarci solo ad indicare, per concludere, alcuni dati di fatto estremamente indicativi.

Un primo fatto è la crisi profonda che scuote oggi, in Italia, i partiti di governo che sono tuttora, almeno in parte, partiti di massa. È evidente che non è solo una crisi di corrompimento e di degenerazione, ma anche il prodotto dell’insorgere, nell’area cattolica e in quella socialista, di forze e di bisogni che quelle formazioni politiche non sono più in grado di esprimere. Ed è altrettanto evidente che questa crisi sia ormai giunta vicino al limite di rottura. Per la prima volta forse, in venti anni, l’unità politica dei cattolici è veramente in discussione e il problema di una riorganizzazione di tutte le forze socialiste diventa reale. L’ostacolo maggiore che si frappone al pieno sviluppo di questo processo sta nella carenza di alternative organizzative. Una serie di forze in fecondo travaglio non vedono la possibilità di costituirsi in organizzazioni autonome senza diventare satelliti del PCI, né di entrare nel PCI portando con sé qualcosa della propria individualità. I discorsi e le aperture politiche non bastano a risolvere questo problema organizzativo, né si può affidarne la soluzione ad una “trattativa”. Il punto è dunque questo: deve essere chiaro ai comunisti che un salto in avanti nel loro rinnovamento organizzativo servirebbe oggi non a tranquillizzare gli alleati o a guadagnare qualche compagno di strada, ma, letteralmente, a sconvolgere tutto il sistema politico su cui si regge il potere borghese in Italia.

Un secondo fatto è la situazione di estrema fluidità presente in grandi forze sociali e ideali non organizzate nei partiti: giovani, intellettuali, operai. Queste forze, affiorate alla vita politica in polemica coi partiti, non sono riuscite ad esprimere alcuna nuova forma organizzativa consistente. In gran parte sono consapevoli di questo insuccesso, stanno bruciando rapidamente il sogno di un riscatto improvviso e spontaneo. Una esile avanguardia ne tira una lezione estremistica fino all’estrema conseguenza dell’irrazionalismo. Ma una gran massa resiste, disorientata, non riassorbita. Prima che il sistema torni a integrarla il problema è di offrirle una prospettiva: di discorso, ma anche di organizzazione; non di attendere che un ciclo si concluda con il minor danno possibile. Insomma: in un rapido volgere di tempo un partito comunista che si presentasse come una forza in rapida evoluzione, capace di contestare se stessa e di offrirsi al contributo di forze nuove, potrebbe rovesciare una tendenza, raccogliere migliaia e migliaia di studenti, operai, di intellettuali. Non sono occasioni che si offrono sovente.

Un terzo fatto è la crisi del campo socialista: in negativo esso spinge verso la stessa direzione. Il socialismo esistente gode, in questo momento, di poco credito. E certo uno degli elementi che più alimentano questa sfiducia è il meccanismo totalitario che esso produce e che oggi, quando meno evidenti sono i suoi contenuti di classe e le difficoltà obiettive da cui muove, assume il carattere del potere burocratico. Rimuovere questa preoccupazione legata all’esperienza con dichiarazioni di intenzioni non è facile. E improponibile è comunque un modello di socialismo che temperi la spinta burocratica con il correttivo di istituti borghesi già ovunque in crisi. Il problema sul tappeto è quello delle nuove forme di democrazia adeguate ad una società socialista ed ai moderni rapporti di produzione. È un discorso complesso, che investe non solo le istituzioni politiche ma tutta l’organizzazione della società. Certo, non può fermarsi ai confini del partito, o dei partiti. Una democrazia garantita solo dall’equilibrio tra diversi partiti monolitici al loro interno e nel loro rapporto con le masse si rompe per arrivare al monopartitismo di fatto. Il centralismo democratico, nel bene e nel male, non si ferma all’interno del partito; invece, come sempre è avvenuto, investe l’insieme dello Stato e della società. Ridiscutere il problema della vita interna al partito e del suo rapporto con le masse, è dunque tutt’uno con la riflessione sulla società socialista e la sua prospettiva.

Ogni passo avanti pratico verso un migliore regime di vita interna è la migliore garanzia che si dà, a se stessi prima che agli altri, che il problema della libertà in una società socialista è solubile. Ed è evidente quanto questa certezza sia ormai essenziale alla efficacia della lotta politica.

Certo, da tutti questi fatti si può trarre una lezione univoca, uno stimolo reale, solo se e nella misura in cui si nutre, al di là delle parole, una fiducia reale nel partito che dovrebbe, rinnovandosi, cogliere le occasioni che la situazione gli offre.

Noi che siamo stati espliciti e quasi ingenerosi nel criticarne i limiti organizzativi oltre che politici, quella fiducia la conserviamo; riconosciamo cioè al PCI una vitalità sufficiente per affrontare i problemi del proprio sviluppo al prezzo di turbare equilibri interni, di contestare posizioni di potere, di rivedere radicate consuetudini. Ad altri la responsabilità di coprire con il patriottismo di partito, o con la saggezza storicistica, un sostanziale scetticismo.


 

 

Composizione sociale degli iscritti

 

Iscritti al PCI nelle grandi città

 

Età degli iscritti 

 

 


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