numero 9                                                                            settembre 1970

 

 

 

PER IL COMUNISMO

 

 

Perchè le tesi

Nel pubblicare delle « tesi » intorno ai nodi di una strategia rivoluzionaria, dobbiamo al lettore alcuni chiarimenti preliminari.

1.      Qual è l’obiettivo generale che ci proponiamo? L’abbiamo già detto più volte in un anno di vita del Manifesto: promuovere l’unificazione politica del vasto arco di forze che l’esperienza degli ultimi anni ha condotto su posizioni di critica organica della linea riformista dei partiti tradizionali della sinistra italiana e, a livello mondiale, dell’Unione Sovietica. Questo obiettivo ci sembra oggi molto più urgente: per le difficoltà crescenti che il movimento di massa incontra in mancanza di una forza che gli proponga uno sbocco generale; per la brusca accelerazione dell’inserimento pratico e ideale del Pei e del Psiup nel sistema; per il rilancio, nel mondo, dell’intesa russo-americana con obiettivi di stabilizzazione e netta egemonia dell’imperialismo.

Diventa evidente che le cose, lasciate alla loro spontaneità, non vanno nella direzione auspicabile. Al contrario, le forze anticapitalistiche e antiriformiste tendono a disperdersi o a farsi paralizzare da un settarismo accentuato. Per uscire dal circolo vizioso occorre, anche se non basta, una scelta volontaria, un salto di qualità. E poiché non crediamo che una inversione di tendenza, un vero passo verso l’unità della sinistra rivoluzionaria, o anche solo verso una unità d’azione, possa avvenire senza una analisi seria e una ricerca reale intorno ai grandi problemi di strategia, cerchiamo noi stessi di proporre una piattaforma di discussione, aperta e problematica ma non eclettica, sulla quale varie forze possano incontrarsi e scontrarsi proficuamente.

2.      Perché un documento generale, delle « tesi »? Non contiene già, questo fatto, un vizio intellettualistico, la presunzione e la pretesa di sovrapporsi al movimento di massa? Crediamo di no. Una strategia e una organizzazione non possono essere solo l’espressione del movimento in atto in un paese e in un certo momento storico. Esse sono il prodotto di una mediazione tra il presente e il passato, tra l’esperienza in atto e una teoria preesistente, tra le avanguardie in lotta, l’insieme della società, il complesso del movimento mondiale. In un momento storico come l’attuale, questa mediazione è estremamente difficile. Manca largamente il soggetto adeguato. Ma non per questo il compito è meno pressante e vitale. Muovendo da una tradizione e da una lunga battaglia — quelle della sinistra comunista italiana — noi cerchiamo di dare un contributo alla soluzione di questo problema: come un gruppo di militanti la cui esperienza è collocata sul crinale tra una lunga storia, di cui non è giusto sbrigativamente sbarazzarsi, e una nuova realtà, che quella storia fortemente contesta.

3.      A chi "principalmente è rivolta questa piattaforma di discussione — oltre che, ovviamente, a noi stessi a coloro con i quali già lavoriamo? A chi militando ancora nel Partito comunista e nel Psiup non si nasconde più la scelta riformista e parlamentarista di questi partiti, ma è trascinato alla rinuncia dall’incertezza di una alternativa ideale e pratica. A quanti, nelle organizzazioni sindacali e nel mondo cattolico, hanno in questi anni acquisito una coscienza anticapitalistica, ma rischiano ancora di operare come reparti di complemento del gioco riformista. Ai nuovi gruppi della sinistra extraparlamentare, molti dei quali hanno dato un reale contributo alla radicalizzazione della lotta, ma oggi si rinchiudono in sé stessi, in una logica che li separa dal grande corpo del movimento di massa. Infine al gran numero di militanti, studenti e operai soprattutto, rapidamente cresciuti nelle lotte degli ultimi anni ma oggi spesso disorientati. A tutte queste forze, diverse e spes­so in lotta fra loro, non vogliamo imporre nulla, se non di impegnarsi seriamente, con il nostro stesso sforzo, in una riflessione e in un tentativo comune, ritrovando il senso di ciò che tutte le separa dal vero avversario e di ciò che tutte le unisce verso un comune obiettivo.

4.      Come svilupperemo questo confronto e per quan­to tempo? Non ci sono né forme, né scadenze prefissate. Molto dipende sia dall’eco di questa nostra proposta, sia dal maturare della situazione politica. Per parte no­stra, non vogliamo un confronto accademico tra gruppi di vertice ma una discussione la più vasta possibile, in legame con realtà specifiche di lotta, senza settarismi e tatticismi. Apriremo le pagine del Manifesto, per i pros­simi mesi, ad una libera discussione. Promuoveremo in­contri pubblici e privati. Solleciteremo prese di posi­zione e scelte chiare di quanti già con noi generalmente concordano, o l’avvio di comuni iniziative con quanti convergono con noi su problemi significativi. A conclu­sione di questo lavoro, tra qualche mese, cercheremo di tirarne le somme e le conseguenze politiche e organiz­zative.

5.     Con quale obiettivo immediato? Abbiamo detto più volte, e ripetiamo in queste tesi, che una nuova for­za politica ricca di quadri e di collegamenti di massa come oggi occorre, non nasce da un giorno all’altro. Essa esi­ge una crisi verticale delle organizzazioni esistenti, l’as­similazione di una nuova strategia, la formazione di nuovi quadri. Non basta certo a questo fine un confronto politico intorno a una linea e a un documento, sono necessarie esperienze reali di lotta sociale e politica di massa. È però possibile nel breve periodo un obiettivo più modesto: raccogliere su di una linea organica, in modo organizzato, un insieme di forze sufficienti a in­nestare il processo, offrendo un punto di riferimento credibile a quanti vogliono rompere con le organizzazioni esistenti, influenzando alcune lotte di avanguardia su piattaforme qualificanti, restituendo fiducia e occasione di lavoro ai militanti dispersi. Questa è la scelta, una scelta nuova, che compiamo e proponiamo per dar vita a un movimento politico minoritario ma capace di ege­monia e di azione. Se si riesce a superare questa soglia minima, allora le prospettive maggiori sono ancora tutte aperte. Si può allora pensare di far precipitare un più vasto processo di ristrutturazione dello schieramento politico e sociale di sinistra, per sconfiggere e disperdere nei prossimi anni l’egemonia socialdemocratica sulla mag­gioranza della classe italiana. Questo è il senso ultimo del­la nostra proposta. Credere realmente a questa possibili­tà, e uniformarsi nella pratica a tale convinzione, ci sembra oggi la prima e la più importante delle discrimi­nanti.

6.     Come concepire, in concreto, questo movimento politico, strumento provvisorio e momento di' transi­zione per la costruzione di un nuovo partito? La rispo­sta dipende in larga misura dall’arco di forze disponi­bili e dal loro grado di omogeneità. Realisticamente, ci si può proporre un risultato a due livelli. Cercare, in primo luogo, di unificare subito in_ una prima struttura organizzativa tutte le forze che si riconoscano in una comune linea strategica: una struttura organizzativa che non solo in ragione delle diversità di origine e di espe­rienze e della non identità di posizioni, ma di nuovi prin­cipi di vita interna e di rapporto esterno, non sia rigida né fortemente centralizzata, ma consenta un ulteriore pro­cesso di omogeneizzazione. Cercare, in secondo luogo, di realizzare con le forze che conservano differenze stra­tegiche e distinzioni organizzative, ma verificano punti di convergenza, tutte le forme possibili di dibattito per­manente e di unità d’azione: non solo su punti parti­colari o difensivi (per esempio, la lotta alla repressione) ma su piattaforme che aiutino l’unificazione strategica. Il movimento politico delle forze anticapitalistiche può essere in partenza l’insieme di questi due livelli di unità.

7.      E fin d’ora, con quali azione si può accompagnare il dibattito generale e avviare questo lavoro? Prima di tutto con l’intervento sul terreno delle lotte operaie, dove anche una limitata avanguardia, se organizzata e capace, può orientare le lotte per impedire la restaurazione del potere padronale in fabbrica (rifiuto della tregua, co­stante pressione sul salario, riduzione dell’orario e dello straordinario, lotta permanente contro i ritmi e gli incentivi, riduzione del ventaglio delle qualifiche, auto­nomia ed estensione degli organismi operai elettivi). Poi sul terreno dei consumi sociali, della casa e della salute, dove non sarà facile per nessuno fondare la pace sulla base di misere concessioni governative e oscure opera­zioni politiche. Poi sul terreno della scuola, dove il movimento studentesco può rilanciarsi in lotte concrete e generali di contestazione dei ruoli, delle strutture so­ciali dell’istruzione, dei suoi contenuti di classe, e ritro­vare dimensione di massa. E ancora sul terreno della lotta antiimperialista, dove la ripresa del dialogo est- ovest, e l’opposta radicalizzazione dello scontro nel sud­est asiatico e nel medio-oriente offrono nuovi elementi all’iniziativa di una avanguardia che già esiste e trova eco in larghe masse di tradizione internazionalista. L’es­senziale è affrontare queste scadenze e queste iniziative con volontà unitaria, di illuminarle e con l’impegno di costruzione di un nuovo movimento politico organizzato.

 

 

Prima parte

Il vuoto strategico

 

1.        La sinistra italiana, ed europea, è priva da molti anni di una stra­tegia chiara e coerente. Sono entrate in crisi le due ipotesi principali su cui tutta la sinistra occidentale si è storicamente formata: l’ipotesi rifor­mista, sostenuta non tanto dalla miserevole socialdemocrazia italiana quan­to dalle grandi socialdemocrazie del nord-Europa; e l’ipotesi che può dirsi frontista, sulla quale sono cresciuti i più forti partiti comunisti del­l’occidente dopo il fallimento della rivoluzione negli anni ’20.

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2.        La crisi della strategia riformista non riguarda questo o quel paese, questo o quel periodo. Proprio lo sviluppo del capitalismo moderno, su cui il riformismo ha puntato le sue carte, ne ha fatto crollare i presupposti.

3.        È diventato evidente che l’espansione economica, in un quadro capi­talistico, non costituisce affatto la base del progresso sociale e civile, anzi lo compromette. 

L’eguaglianza di reddito, di occasioni e di potere; il pieno impiego della forza lavoro; il miglioramento delle condizioni di vita nelle fabbriche e nelle città; l’istruzione e la cultura di massa; l’emancipazione femminile e lo sviluppo equilibrato delle regioni: tutti questi obiettivi del welfare state, della società del benessere, non solo non vengono rag­giunti di pari passo con lo sviluppo economico ma risultano semmai più lontani. Anche quando la lenta azione riformista riesce a correggere la logica del sistema a vantaggio di qualcuno di questi obiettivi, quella stessa logica ha già spostato e aggravato i termini del problema.

4.        Anche la possibilità di intervenire sullo sviluppo capitalistico con gli strumenti del potere politico non si è accresciuta ma indebolita. La crisi delle istituzioni rappresentative, la simbiosi tra élites tecnocratiche e gruppi monopolistici, la disgregazione clientelare degli apparati politici, fanno sì che alla crescita quantitativa della funzione pubblica nell’econo­mia e nella società non corrisponde affatto una reale autonomia del potere pubblico: esso è ridotto ad apparato di mediazione e di compensazione in un meccanismo che gli sfugge. L’esercizio stesso della sovranità popo­lare, con la macchina politica che ha prodotto, si è rivolto contro sé stesso: è diventato lo strumento cui ricorre puntualmente il sistema contro ogni modificazione radicale, fonte di continua stabilizzazione.

5.        Un potere politico così integrato e indebolito si trova di fronte un meccanismo economico-sociale sempre più compatto, dominato da leggi oggettive sempre meno-controllabili. La crescita di dimensione degli inve­stimenti e la loro lunga pianificazione, l’integrazione della ricerca scienti­fica nell’apparato capitalistico, l’integrazione internazionale del capitale, dei mercati e delle monete, le interdipendenze settoriali, il condiziona­mento sul consumo e sull’organizzazione civile: tutto ciò impedisce di mo­dificare con interventi graduali e settoriali il modello di sviluppo. Ad ogni intervento che ne altera le convenienze, il sistema reagisce con una crisi che mette alle corde il tentativo riformista. Questa è la storia degli ultimi vent’anni di esperienze di potere socialdemocratico. E qui sta la spiega­zione della sostanziale uniformità delle linee di sviluppo capitalistico in paesi con direzioni politiche o sistemi giuridici profondamente diversi.

 

6.             Né meno evidente è il fallimento socialdemocratico in ordine ai pro­blemi internazionali. La socialdemocrazia ha coltivato per molti anni l’il­lusione che la spinta aggressiva del capitalismo fosse legata alla sua arre­tratezza e alla sopravvivenza di componenti classicamente reazionarie. Oggi è perfettamente chiaro quale ruolo abbia il riarmo proprio nell’equilibrio del capitalismo maturo, come sia impossibile per il capitalismo liquidare  lo sfruttamento delle aree depresse, come il sistema rigeneri continua- mente al proprio interno spinte burocratico-militari, nazionaliste, razziste.

 

7.               Per tutte queste ragioni il riformismo non è più, da tempo, una stra­tegia politica del movimento operaio. Non solo ha cessato di essere una variante credibile del movimento socialista, capace di teorizzare un supe­ramento del capitalismo, ma anche una forza politica in senso proprio. La socialdemocrazia è sopravvissuta a questa crisi solo trasformandosi in un grande apparto di potere e di mediazione di interessi corporativi, all’in­terno del sistema dato e della sua dinamica di sviluppo. 

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8.               La strategia frontista non è riducibile al riformismo anche se con esso ha avuto molti punti in comune: soprattutto per il peso attribuito all’ar­retratezza del capitalismo italiano ed europeo, la concèntrazione della lotta sulle contraddizioni derivanti da questa arretratezza, l’assunzione della bandiera dello « sviluppo economico nazionale » e delle « libertà demo­cratiche ».

 

9.                Questa strategia si è fondata in primo luogo su di una tenace e capil­lare costruzione di movimenti rivendicativi di massa sui problemi più im­mediati, in tutti i settori della società: il livello di vita, l’occupazione, il rispetto dei diritti costituzionali. Questi movimenti erano diretti in modo da non radicalizzarne i contenuti e le forme fino a rendere esplicita una intenzione rivoluzionaria e far precipitare una crisi politica generale; ma anche senza ridurli entro un orizzonte puramente riformista. Loro obiet­tivo, nel disegno strategico, era quello di provocare tensioni che il siste­ma non fosse in grado di comporre, di far compiere un passo avanti alla coscienza rivoluzionaria delle masse, di spostare così i rapporti politici di forza.

10.             Questo tipo di movimento di massa trovava il suo complemento in una forte valutazione della lotta elettorale e parlamentare, non tanto per la convinzione che sia possibile su questo terreno risolvere i problemi di fondo della società, ma come strumento di graduale rottura degli equi­libri politici borghesi e di formazione di uno schieramento politico pro­gressista, riunito intorno a un programma di riforme democratiche.

11.                Punto di aprodo di tale prospettiva era la formazione di un governo unitario delle forze di sinistra, che consentisse di porre nelle condizioni più favorevoli il problema della crisi di sistema e della trasformazione di regime. Soluzione finale sempre rinviata nel tempo, tuttavia, perché subor­dinata alla maturazione di rapporti di forza mondiali sufficientemente favo­revoli al campo socialista da evitare il precipitare di uno scontro frontale.

12.                   Grazie a questo schema strategico, una prassi politica fortemente parlamentaristica, una linea di movimento molto tradeunionista, una con­cezione delle alleanze molto spregiudicata, hanno potuto a lungo convivere con una concezione classica della presa del potere, con una prassi organiz­zativa sostanzialmente terzinternazionalista, con una politica internazio­nale rigidamente subordinata all’Urss.

13.               Tale linea politica si è dimostrata, anche nella fase migliore, radicalmente adeguata  

 

al compito della rivoluzione in occidente. Pur avendo avuto un grande valore difensivo contro l’aggressione fascista, non riuscì né a costruire una opposizione rivoluzionaria nei paesi di punta del capita­lismo (Stati Uniti, Inghilterra, nord-Europa) né a preparare le condizioni d’uno sbocco rivoluzionario della lotta antifascista nell’Europa continen­tale. Rivelò anzi i propri limiti organici sul terreno stesso dell’antifascismo, se è vero che il fascismo fu abbattuto solo attraverso la guerra mondiale e l’alleanza tra l’Urss e le più forti potenze capitalistiche.

14.                  Il frontismo conservò tuttavia una sua credibilità anche nel dopo­guerra in rapporto a due presupposti: la fiducia nello sviluppo lineare della rivoluzione russa, come autentica garanzia contro lo scivolamento opportu­nista e come elemento di forza per una transizione semipacifica al sociali­smo in occidente; e l’inguaribile arretratezza economica e politica del capi­talismo italiano, come terreno oggettivo su cui fondare l’alleanza tra classe operaia e piccola borghesia e il carattere rivoluzionario della lotta per lo sviluppo economico e la democrazia. I partiti comunisti hanno a lungo chiuso gli occhi di fronte al venir meno di questi presupposti proprio per­ché ne veniva colpita al cuore tutta la loro concezione strategica.

15.                   Da un lato il declino dell’Urss come punto di riferimento della rivo­luzione mondiale, e d’altro lato la trasformazione del capitalismo italiano, hanno finito tuttavia per imporsi come processi irrefutabili. Da quel mo­mento, gli elementi costitutivi della linea frontista hanno cambiato di segno: la vecchia concezione del partito di massa, la sopravvalutazione del parla­mentarismo, la burocratizzazione del partito, separati dalla originaria ipo­tesi strategica, si sono confusi con una pura pratica riformista e accompa­gnati a un processo di revisionismo ideologico. E poiché anche l’ipotesi riformista si è dimostrata impraticabile, i partiti comunisti sono rimasti privi di ogni coerente prospettiva di passaggio al socialismo.

 

16.                 La « vita italiana al socialismo » è così divenuta una formula vuota che si riempie dei contenuti più eclettici: dal parlamentarismo sfacciato alle civet­terie consiliari, dalle banalità riformiste alle formule massimaliste sul pote­re, dalla ricerca di un compromesso di governo con i partiti borghesi al discorso sulla ristrutturazione della sinistra. Solo asse è una propensione storicistica, una astratta fiducia nel processo storico, sommata a un’accor­tezza tattica che maschera la rinuncia strategica. In ciò la sinistra italiana ricorda oggi in modo allarmante quella del primo dopoguerra: l’intreccio tra un massimalismo e un riformismo tanto confusi quanto impotenti. 

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17.                 Questa situazione ha radici storiche lontane e radici sociali profonde. Se la componente rivoluzionaria del movimento operaio occidentale, grandi partiti comunisti nati della rivoluzione d’ottobre e dall’insegnamento di Lenin, protagonisti di grandi lotte di massa e di una eroica battaglia contro la dittatura reazionaria, hanno tanto a lungo insistito in una strategia difen­siva e inadeguata fino  all’.involuzione attuale, non è per tradimento di capi  smarrimento di consolidati principi. Le basi del revisionismo moderno, in occidente come in Urss, sono oggettive.

 

18.            Esse vanno ricercate, innanzitutto, nella sconfitta della rivoluzione occidentale negli anni ’20. Da quella sconfitta derivò sia la necessità di costruire il socialismo nell’Urss in condizioni di estrema difficoltà, sia una crisi profonda dei partiti bolscevichi europei, che duramente sperimenta­rono i limiti di una azione prevalentemente propagandistica in attesa di un crollo del sistema. Il frontismo nacque appunto dal bisogno assoluto di costruire un efficace schieramento di alleanze internazionali a difesa dell’Unione Sovietica, e di ritrovare un rapporto politico reale con le masse e i loro bisogni: Esso rappresentò il ripiegamento fatale di un movimento operaio che non aveva saputo utilizzare l'esperienza dell'Ottobre in modo creativo, per definire cioè una strategia adeguata alla strttura del capitalismo europeo. 

 

19                   Ma soprattutto, le basi del revisionismo vanno ricercate nelle modi­ficazioni profonde che la crisi degli anni ’20 produsse nel sistema capita­listico. Di queste modificazioni il fascismo rappresentò solo uno degli aspetti, e non il più importante. Esse furono soprattutto legate all’espansione del capitalismo di massa e alle riforme del new-deal negli Stati Uniti d’Ame­rica. È questo modello nuovo di capitalismo, poi affermatosi su tutto l’oc­cidente, che i partiti comunisti a lungo ignorarono ma col quale si trova­rono alla fine a fare i conti.

20.                    Questo modello fu caratterizzato da un impetuoso e continuato svi­luppo delle forze produttive con una estesa applicazione della scienza all’economia, una crescente pianificazione degli investimenti, una forte concentrazione del potere economico, una sistematica utilizzazione dello stato come strumento di regolazione del ciclo e di mediazione delle ten­sioni sociali, un grande sviluppo dei consumi standardizzati di massa, una crescente terziarizzazione dell’economia. E tutto ciò ha modificato profon­damente molti dei dati sui quali si reggevano le strategie tradizionali del movimento operaio.21

21.                    La attesa di una crisi catastrofica dell’economia, come pure l’attesa di una permanente stagnazione della produzione, si sono vanificate. Gli strati piccolo-borghesi tradizionali sono stati gradualmente liquidati, ma nuovi strati sociali intermedi, privilegiati per molti aspetti e legati alle forme dello sviluppo monopolistico, si sono andati formando. La classe operaia stessa, oltre a rappresentare solo una parte a volte decrescente della massa lavoratrice, si è differenziata al suo interno. Si sono moltipli­cati gli strumenti di integrazione ideologica e i condizionamenti dei modelli di consumo imposti dal sistema. Le forze produttive (scienza, tecnica, capa­cità professionali, bisogni) sono profondamente influenzate in partenza dalle scelte capitalistiche.

22.                Per queste ragioni, lo schema classico della rottura rivoluzionaria come intervento di una minoranza consapevole, che si inserisce in una situazione di disgregazione della società e utilizza le rivendicazioni elemen­tari delle masse per impadronirsi del potere statale e sovvertire l’ordine pro­prietario, diventa impraticabile. Una tale crisi non viene o, quand’anche si profila, la maggioranza è così incerta sull’alternativa e così profonda­mente condizionata che rifluisce su posizioni moderate e la ricompone. Su questo dato di fondo si è costruita l’egemonia socialdemocratica e labu­rista nei paesi capitalistici avanzati, e ha avuto origine il progressivo abban­dono dell’ipotesi rivoluzionaria da parte dei partiti comunisti. L’idea stessa della rottura, della crisi, dello scontro di sistema è apparsa loro sinonimo di avventura e di sconfitta.

23.                    Ecco perché deve ritenersi del tutto inadeguata una lotta al revisio­nismo che prescinda dalle sue radici oggettive e non cerchi di dare una rispo­sta ai problemi dai quali esso nasce: una lotta che riproponga semplice- mente un ritorno ai principi e alle piattaforme del ’21 o dell’epoca stali­niana come se il revisionismo non fosse figlio anche delle carenze di quelle piattaforme. Il revisionismo non si combatte negando la specificità e la novità della rivoluzione nella nostra epoca e nei paesi di capitalismo avan­zato, ma riconoscendole appieno e offrendo ad esse una risposta reale teo­rica e pratica.

 

Un nuovo internazionalismo 

24.               Presupposto di una nuova strategia rivoluzionaria è oggi la piena comprensione dell’esistenza, della natura e delle conseguenze di una nuova fase dello scontro mondiale: una fase che ha al suo centro il mutamento di campo dell’Unione Sovietica, l’affermarsi della rivoluzione cinese come nuovo antagonista storico dell’imperialismo e il riaffiorare di una spinta rivoluzionaria più radicale nei punti alti del sistema capitalistico.   

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25                 Il mondo che noi conosciamo è il prodotto di un processo storico dominato dalla rivoluzione di Ottobre. La costruzione di un grande stato a direzione proletaria e di vino schieramento mondiale intorno ad esso, e la lotta vittoriosa contro il fascismo, hanno rotto il dominio incontrastato delle potenze imperialistiche, dato una dimensione statale ai conflitti di classe, favorito la disgregazione dei sistemi coloniali classici e l’affermarsi di nuovi popoli, imposto al capitalismo una accelerazione e una modifica­zione del suo modello di sviluppo.

26.                    Ma i limiti storici della rivoluzione russa e dei suoi protagonisti so­ciali, lo sforzo immane ch’essa ha dovuto sostenere per un’epoca intera nell’isolamento, e le deformazioni soggettive che ne sono derivate, hanno impedito che da questo insieme di rotture uscisse, come la strategia stali­niana prevedeva, un rilancio generale della rivoluzione. Dopo la guerra mondiale, il proletariato europeo non riuscì a trasformare la vittoria sul fascismo in vittoria sul capitalismo, la potenza americana si affermò come architrave dell’imperialismo surrogando con nuove forme di dominio le vecchie posizioni coloniali, e la società sovietica si dimostrò impedita nel suo sviluppo ulteriore da una struttura politica repressiva e da una strut­tura economica dove l’eccesso di centralizzazione mascherava, più che risol­vere, gravi contraddizioni sociali. La guerra fredda fu l’espressione di que­sta impasse-, lo sforzo drammatico dell’Urss e dei partiti comunisti di contenere il tentativo di rivincita dell’imperialismo e di favorire la crescita di nuove spinte di rottura alla periferia del sistema, senza potere né sapere però proporre una strategia per una nuova fase di iniziativa rivoluzionaria.

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27.                 A metà degli anni cinquanta, la fine del monopolio atomico ame­ricano, la vittoria consolidata della rivoluzione cinese, lo sviluppo dei mo­vimenti di indipendenza in Asia e in Africa, la crescita delle forze produt­tive nella società sovietica, rese insieme necessaria e possibile una uscita dalla linea staliniana. Il XX Congresso e poi la direzione kruscioviana hanno dato al problema questa risposta:

a) rapido sviluppo dell’economia sovietica con la utilizzazione di mecca­nismi di mercato, una sostanziale assimilazione di tecnologie e di valori della società capitalistica avanzata, l’impiego di incentivi materiali e di cre­scenti differenziazioni sociali;

b) appoggio alle borghesie nazionali e ai nuovi strati burocratici dei paesi arretrati come fase necessaria e strumento decisivo per la lotta antimpe­rialista e la soluzione del problema del sottosviluppo;

c) partnership russo-americana come asse di una stabilizzazione internazio­nale nella quale la competizione economica trovasse un quadro favorevole.

28.               In sostanza, una uscita dall’epoca staliniana « a destra », che per l’Urss comportava l’abbandono o il rinvio all’infinito dei più radicali obiet­tivi di costruzione di un nuovo ordinamento sociale; apriva ai partiti comu­nisti di occidente la via di un compromesso con la socialdemocrazia; e isolava per tutta un’epoca quei paesi e quelle forze (la Cina in primo piano) che vedevano negato in tale disegno il loro pressante bisogno di libertà e di sviluppo.

28.                 Questa scelta strategica, che è all’origine dell’assetto attuale del mon­do, non può essere spiegata come il colpo di mano di un gruppo di potere corrotto, e neppure solo come la rivincita di elementi borghesi socialmente e ideologicamente sopravvissuti allo sforzo di edificazione della nuova so­cietà. Essa rappresenta il prevalere, alla direzione della società sovietica e dei partiti comunisti, di interessi sociali e di posizioni teoriche che la linea staliniana di costruzione del socialismo già aveva, per i suoi limiti e le sue contraddizioni, alimentato.

29.                    Quella linea si fondava sulla distinzione di due fasi nel periodo di transizione: una prima fase nella quale assicurare le « basi materiali » del socialismo, una seconda nella quale affrontare il problema di un rivoluzio­namento profondo e globale di tutti i rapporti sociali di produzione. Di qui la collettivizzazione dell’agricoltura come prelievo brutale del surplus agricolo, di qui la struttura gerarchica e l’ideologia produttivistica che go­vernò la vita delle fabbriche, di qui la struttura selettiva e tecnicistica del­l’educazione, di qui la forte centralizzazione del potere politico e la crescita progressiva del dispotismo burocratico. Si lasciarono così sopravvivere ele­menti decisivi della struttura politica e sociale capitalistica, cercando di contenerne la prevalenza con uno sforzo volontaristico e giacobino e tro­vando nelle epurazioni e nel potere assoluto lo strumento sempre più neces­sario e alla fine esclusivo. E questa applicazione prolungata del Terrore rivo­luzionario andò progressivamente distruggendo quella partecipazione di massa, quel carattere proletario del partito, quella capacità di autotrasfor­mazione degli uomini nella lotta sociale, che sono i fondamenti stessi della rivoluzione comunista.

30.                    Da questo duplice terreno di coltura — lo sviluppo delle forze pro­duttive nell’ambito di rapporti di produzione non realmente aggrediti, e la formazione di un potere burocratico sempre più lontano dalle sue origini rivoluzionarie e disposto a usare del privilegio politico per riprodurre un pri­vilegio sociale — è nata la svolta kruscioviana, come sbocco di spinte pre­senti ma non ancora dominanti nella società sovietica, e come linea desti­nata a una restaurazione del capitalismo.

31.                  Essenziale è valutare le conseguenze, più ancora delle origini, di que­sto mutamento di segno nella natura sociale e nella funzione internazionale dell’Urss. Sembrò all’inizio degli anni ’60 che questa svolta stimolasse una linea di sviluppo mondiale di tipo « riformista »: una sintesi dei due siste­mi dominanti, all’insegna della democrazia e dello sviluppo economico; una regolamentazione pacifica delle controversie tra gli stati; una graduale soluzione del problema del sottosviluppo. Gli Stati Uniti di Kennedy e l’Urss di Krusciov, fiduciosi ciascuno nella propria capacità di sviluppo e nella positiva evoluzione del campo avverso, sembravano avviati a una competizione pacifica. Il sogno della rivoluzione come mutamento radicale appariva in ogni settore del mondo accantonato, ma in cambio nasceva la speranza di un ragionevole e civile progresso comune. Ciascuno dei grandi partners restava convinto di poter prevalere, anche senza uno scontro diretto, nella competizione con l’antagonista, ma già imprimeva a questa competizione il carattere di una sostanziale intesa all’interno della quale restava aperto il problema dell’egemonia.

32.                    In un breve volgere di anni il fallimento di queste speranze si è fatto

chiaro. Il riformismo e il revisionismo hanno fallito la prova, anche su scala mondiale, rispetto ai loro stessi obiettivi. Caratteristica della situa­zione mondiale è oggi l’esplosione degli squilibri all’interno di ambedue i sistemi, un acutizzarsi delle tensioni, un rilancio della logica repressiva: il riaffiorare di quel dilemma tra rivoluzione e catastrofe che ha dominato tutta la storia del nostro secolo. 

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33.                   Le società di capitalismo avanzato sono percorse da una crisi, tanto complessa quanto pericolosa, che ne mette in discussione valori e strut­ture fondamentali:

a) la crisi non tanto nasce dall’arresto dei meccanismi di sviluppo quanto dallo sviluppo stesso. Finalizzato al puro allargamento del profitto, questo sviluppo alimenta zone crescenti di parassitismo e di spreco, emargina interi strati sociali, produce bisogni crescenti che non riesce a soddisfare, con ciò moltiplicando i fenomeni di disgregazione della società e della vita civile e provocando tensioni e rivolte che solo un mostruoso apparato di manipolazione del consenso e di repressione aperta può controllare. La ribellione degli studenti e del movimento negro in America, la crisi del­l’unità politica di quella società, l’estendersi delle lotte studentesche in Europa, la ripresa vigorosa e i nuovi contenuti della lotta operaia e di massa fino all’esplosione del « maggio » in Francia, alla tumultuosa crisi sociale dell’Italia, alla ripresa di elementi di movimento in Germania, disegnano questo quadro.

b) la crisi investe direttamente i meccanismi portanti del sistema, sicché non può risolversi senza un superamento radicale di tali meccanismi e senza l’azione di idee e forze capaci di operare un tale rovesciamento. Man­cando queste idee e forze o essendo insufficienti, la crisi alimenta una spi­rale di irrazionalità e di violenza con esiti imprevedibili: l’America di Nixon, giunta alle soglie di una endemica guerra civile dopo uno dei più lunghi periodi di espansione produttiva e continuamente sull’orlo di una estensione del conflitto asiatico e di brutali interventi in altre aree, offre l’immagine emblematica di questo processo.

34.                        Anche in Asia, in Africa e in America latina il riformismo è giunto ad analoghe contraddizioni, non tanto per una esclusione di queste aree dal processo di unificazione capitalistica quanto per i caratteri assunti da questo processo. La penetrazione dei modi di produzione capitalistici, acce­lerata bruscamente dal crollo del sistema coloniale classico, non si è tra­dotta in un graduale superamento dei tragici problemi di questi continenti e in un graduale ricupero del loro ritardo, ma nel contrario. È cresciuto il divario tra le due aree, si è perpetuata la subordinazione dell’una all’altra, sovrapopolazione e fame assumono una dimensione sempre più paurosa, sorgono nuovi apparati di repressione all’interno dei paesi arretrati e si generalizza la violenza contro le spinte rivoluzionarie.

35.                        Questi esiti non si spiegano con la pervicacia dei gruppi dirigenti imperialistici ma con ostacoli insormontabili per il riformismo:

a) il fatto che lo sviluppo dei paesi arretrati presuppone la liquidazione delle vecchie classi dominanti e dei nuovi strati burocratici, la mobilita­zione delle masse contadine, la formazione di avanguardie politiche, cioè una trasformazione rivoluzionaria delPintera struttura politica e sociale che l’imperialismo, anche nelle sue correnti più moderne, osteggia per ragio­ni economiche e politiche irrinunciabili; favorendo all’opposto la saldatura di un nuovo blocco sociale tra vecchia proprietà agraria, tradizionale bor­ghesia compradora e nuove caste burocratiche e militari. La politica sovie­tica nell’area arretrata non è per questo aspetto diversa, se non nel senso di un sostegno più attivo alle forme moderne di subordinazione rispetto agli equilibri tradizionali: « alleanza per il progresso » e politica di aiuti, sostegno alle « borghesie nazionali » e alle forze nazionaliste e indipen­dentiste, sono linee che conoscono un comune fallimento.

b) per il fatto che lo sviluppo dei paesi arretrati è incompatibile con lo sviluppo complessivo del mondo capitalistico nel quale sono integrati. Questa incompatibilità non è connessa solo ai noti meccanismi dello scam­bio ineguale o al trasferimento nell’area sviluppata dei profitti dei capitali investiti in quella arretrata, ma più sottilmente alla natura stessa di quegli investimenti, alla penetrazione commerciale del loro prodotto, al tipo di progresso tecnico che esportano e dei consumi che inducono, dà cui discen­de inevitabilmente la compressione economica e la disgregazione sociale dei paesi subordinati. Senza una rottura di questo cordone ombelicale, e una contestazione all’origine del modello di sviluppo delle aree avanzate, la tragedia delParretratezza del resto del mondo non si risolve ma si aggrava.

36.         Questo fallimento del riformismo nell’area del sottosviluppo ha avuto come logica conseguenza non solo la rottura radicale tra la Cina e l’Unione Sovietica, che ha cause più generali e profonde, ma un divario insa­nabile tra la linea coesistenziale e le avanguardie rivoluzionarie in tutti i paesi oppressi, che hanno preso la strada della lotta armata e contro le quali si scatena, anche con la tolleranza dell’Urss, la violenza imperialista.

37.             Il fallimento del riformismo non è meno evidente nell’Unione So­vietica e nei paesi dell’Est europeo. È mancato il suo obiettivo prioritario, quello della rapida espansione economica. Le misure di liberalizzazione par­ziale dell’economia e l’allentamento della tensione ideologica, in un siste­ma condizionato da strutture politiche e sociali edificate in altra epoca e con diversa finalità, non hanno prodotto spinte dinamiche ma centrifughe, resistenza passiva nelle masse, paralisi nei meccanismi di direzione econo­mica, disgregazione dell’apparato politico. A questa crisi produttiva e sociale i gruppi dirigenti hanno reagito con ritorni continui a metodi auto­ritari all’interno di ogni stato e fra gli stati, in un circolo vizioso di libe­ralizzazione e di repressione che aggrava la crisi.

38.         Le vicende cecoslovacche del 1968 espressero fino in fondo questa contraddizione. La necrosi della gestione burocratica novotniana portò alla rottura del nuovo corso, dove una egemonia « liberale » e tecnocratica era conseguenza logica dell’epoca precedente, ma dov’era presente un’inizia­tiva di massa che poteva riaprire, in modo fecondo, la lotta di classe. Tanto evidente è il primo elemento, cioè l’ispirazione liberalizzante e di destra del « nuovo corso » specialmente sul terreno economico, quanto lo è il secondo elemento, la potenzialità positiva di un reingresso operaio e di massa nella vita di quella società e nella lotta per il comuniSmo.

39.             Questo elemento ha dato valore dirompente all’esperienza cecoslo­vacca rispetto a tutto l’equilibrio delle società del Patto di Varsavia, ma perché minacciava il sistema di privilegio e di potere su cui convergono, da posizioni diverse, tecnocrati e burocrati, liberalizzatori e neostalinisti. Qui è il significato controrivoluzionario dell’intervento dell’Urss, che due anni più tardi doveva essa aprire le porte alla penetrazione tedesca dopo averne fatto il pretesto della repressione del « nuovo corso ».

40)      Una accelerata integrazione reciproca e una parallela politica di « normalizzazione », come repressione generalizzata di tutto ciò che si ribella al comune dominio, è la risposta che i gruppi  dirigenti del campo imperialista e dell'Unione Sovietica cercano di dare, a livello mondiale, a questa crisi verticale dell'ipotesi riformista. 

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41.          L’integrazione est-ovest ha oggi un improvviso rilancio. I contraenti vi sono ambedue sospinti dalla necessità e dalla convenienza. I paesi occi­dentali hanno esaurito una fase della loro espansione, che nella moderniz­zazione dell’Europa occidentale e nel riarmo ha avuto gli elementi più dinamici; e poiché non trovano nuovi interlocutori in un allargamento dell’area sviluppata, ricercano nell’integrazione dell’area « socialista » euro­pea il solo volano esterno che può consentire una nuova espansione, una nuova divisione internazionale del lavoro, un assorbimento delle tensioni che crescono al loro interno. I paesi dell’est europeo, regolati con la ripresa autoritaria i pericoli emergenti di crisi politica, ma incapaci anche per que­sto di risolvere i problemi di sviluppo economico, ricorrono al sostegno finanziario e tecnico dell’occidente per superare strozzature non più ag­gredirli dall’interno.

42.              Ma questo processo di integrazione compie, rispetto al passato, un salto di qualità e di natura: per i rapporti di forza e per il quadro eco­nomico in cui si colloca è un processo a netta supremazia capitalista, che avanza come « sfondamento all’Est » e annessione all’area del mercato imperialistico mondiale. Non è un processo che può fermarsi a mezza strada. Un massiccio sviluppo degli scambi comporta una sostanziale omogeneizza­zione del tipo di sviluppo e del livello di produttività. Per l’Urss, comporta lo  smantellamento degli ultimi residui dell’epoca rivoluzionaria: la soppres­sione dei diritti fondamentali acquisiti dagli operai, l’accettazione del mo­dello di consumo capitalistico, un superamento di alcune vecchie strutture del potere, a rischio di nuovi contrasti di classe, di nuove contraddizioni città-campagna, di tensioni nazionali. Per l’occidente, può favorire una ripresa dell’espansione produttiva ma ancora per sollecitazione esterna e secondo la logica del profitto, e perciò con il peggioramento della qualità sociale e politica dello sviluppo e l’aggravamento degli squilibri al proprio interno.

 

43.             Complementare a questa politica americana e sovietica è il processo di « normalizzazione globale », cioè l’intervento più o meno violento, con azione comune o divisione delle parti, in quei settori del mondo che sfug­gono al comune disegno. Quando, come nel Vietnam o a Cuba, la lotta eroica di un popolo o la vittoria di una rivoluzione non permettono all’Urss di sottrarsi fino in fondo a una cauzione e a un sostegno, si esercita in cam­bio una pressione e un condizionamento politico; quando la lotta armata ha origini meno profonde o più deboli, come in Cambogia o in Palestina, procede una linea di accordo fra le grandi potenze per isolare e ridurre ai margini queste punte eversive. All’interno dei rispettivi campi, le due potenze si riconoscono un reciproco diritto di polizia internazionale: gli Stati Uniti non considerano grave l’intervento in Cecoslovacchia, l’Urss ostacola la lotta armata in America Latina e tuona contro l’estremismo della nuova sinistra in occidente. Logico punto di approdo è la riduzione dell’internazionale filosovietica a un simulacro del passato, la scomparsa dei partiti comunisti legati all’Urss in quanto forze politiche reali (nei paesi sottosviluppati) o in quanto forze politiche rivoluzionarie (come in Francia o in Finlandia).

44.            Ma anche la « normalizzazione globale » provoca tensioni e rivolte più di quante ne riassorba. Il fronte asiatico è in movimento, la guerra in Vietnam non si ricompone secondo la logica coesistenziale ma si estende all’Indocina, si muovono in India i primi passi -verso la lotta popolare armata, la pressione giapponese riapre una contraddizione incontrollata. Nel medio-oriente, la lotta antimperialista tende a superare l’orizzonte nazionalista per assumere contenuti rivoluzionari e investire il regime dei paesi arabi. In America Latina, le avanguardie politiche si impegnano in un ripensamento critico della linea parlamentarista e di quella del foco­laio guerrigliero per cercare la strada della guerra di popolo. « La norma­lizzazione non normalizza », stimola nuovi scontri, svela il suo vero carat­tere e rischia un crescente livello di violenza.

45.         Dopo quindici anni, è manifesto che la svolta del XX Congresso non è approdata a una egemonia riformista, non ha creato un mondo pacifico, non ha risolto i problemi delle grandi masse. Al contrario, essa approda all’egemonia imperialista su tutta l’area avanzata e a una repressione gene­ralizzata su scala mondiale. 11 rilancio di uno schieramento rivoluzionario diventa condizione vitale per arrestare una tendenza catastrofica che riaf­fiora nella storia mondiale.

insert19.JPG46.       La rivoluzione cinese rappresenta la sola alternativa alla crisi della strategia sovietica e del movimento comunista, il punto di riferimento orga­nico delle forze rivoluzionarie su scala mondiale. Questo suo valore non deriva solo dal radicalismo antimperialista e dalla coerenza rivoluzionaria, ma dal dinamismo impresso al suo proprio sviluppo politico-sociale.

47.       La rivoluzione cinese, individuando l’origine profonda dei processi degenerativi in corso nelle società socialiste europee, ha puntato sul rifiuto delle « due tappe » nella costruzione del socialismo e su una accelerazione parallela delle trasformazioni strutturali e politiche: aggredendo i rapporti e il modo di produzione, accentuando i motivi di uguaglianza, criticando la gerarchia prodotta dalla divisione sociale del lavoro, negando la pretesa oggettività dello sviluppo e la pretesa neutralità della scienza e della tec­nica. Si è rifiutato il modello di accumulazione degli altri paesi socialisti, fondato sulla preminenza dell’industria e sul prelievo contadino, per ricer­care uno sviluppo globale, unificato con la radicalizzazione dei rapporti sociali, con la gestione collettiva dal basso, con la fusione tendenziale dei pro­cessi produttivi e formativi (città-campagna, industria-agricoltura, lavoro ma­nuale e intellettuale). Si è investito tutto il sistema politico-burocratico col ricorso permanente alla lotta di massa, la riaffermazione della dittatura proletaria per tutto il periodo di transizione, la scomposizione e ricomposi­zione del partito nel fuoco dello scontro.

48.            La portata rivoluzionaria di questa scelta è alla radice dello scontro con l’Urss e della nuova fase di lotta di classe, in seno al popolo e al par­tito, aperta con la « rivoluzione culturale proletaria ». Questa rottura illu­mina le scelte compiute dal comunismo cinese sul terreno internazionale, il valore della loro proposta ai popoli oppressi, il contributo offerto alla rivo­luzione nei paesi capitalistici sviluppati:

a) sul terreno internazionale, il rifiuto della spartizione del mondo tra le superpotenze, la denuncia di una coesistenza fondata sullo status quo, la sottolineatura del carattere frontale e reciprocamente mortale dello scontro tra imperialismo e socialismo, cioè il rifiuto di ogni stabilizzazione, l’appello alle forze rivoluzionarie di tutto il mondo e l’accentuazione del carattere soggettivo e diretto del processo rivoluzionario contro ogni dele­ga e leadership di campo; ciò che oggi significa, prima di tutto nel Vietnam, approfondimento ed estensione della guerra popolare antimperialista con­tro la tesi sovietica del negoziato e del cedimento.

b)   nell’area del sottosviluppo, la denuncia della natura deteriore e della sperimentata impossibilità di una via d’uscita dalla arretratezza che non si ponga sin dal principio come scelta rivoluzionaria fondata sulla guerra di popolo con carattere di massa; secondo una linea che separa la posi­zione cinese non solo dalla politica di non allineamento (pure a suo tem­po sostenuta dalla Cina) e dalla pratica coesistenziale dei partiti rifor­misti, ma anche da quelle avanguardie che privilegiano (come in alcune forme della guerriglia americana) il momento militare su quello politico.

c)      per i paesi di capitalismo avanzato, l’indicazione di principio del rifiuto d’un gradualismo dello svilupo, di un rivoluzionamento globale del siste­ma, della necessità di una ininterrotta distruzione e ricostruzione dell’al­ternativa, della maturità storica del comunismo; cioè delle questioni che sono al centro, in un contesto diverso che esclude ogni imitazione infan­tile, del processo di crisi generale del capitalismo e dei nuovi caratteri della lotta ^sociale nell’occidente.

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49.                  Per questi suoi caratteri la rivoluzione cinese, il maoismo, sollecita un internazionalismo di tipo nuovo. La Cina non affida la sua sopravvivenza e i futuri sviluppi della rivoluzione mondiale al riaprirsi di una contraddi­zione (in ultima analisi una guerra) tra le potenze imperialiste o socialim­perialiste, né al proprio sviluppo come stato fra gli stati, esercito fra gli eserciti, economia fra le economie. Si affida piuttosto alla coerenza e alla ricchezza della propria crescita rivoluzionaria, e alla crescita autonoma e parallela dell’iniziativa rivoluzionaria degli altri settori del mondo. L’in­ternazionalismo che questa linea reclama non è l’arroccamento in difesa del socialismo di un solo paese, né la ricostituzione di uno schieramento disciplinato intorno a un modello di stato, ma un internazionalismo in cui ciascuno « cammini sulle proprie gambe », affrontando in modo creativo problemi della propria società e della propria lotta, e in cui l’unità sia il prodotto di una ispirazione comune e della natura individuale del processo rivoluzionario.

50.                Questa unità ha la sua base oggettiva nel convergere dei problemi di tutte le aree del mondo attorno a un’unica tematica: quella della costru­zione, con tempi e forme diversi, di una società comunista. È una tematica che nasce oggi dalla realtà, non da una scelta ideologica: cioè dal fatto che non esiste una « via capitalistica » all’industrializzazione per i paesi del­l’Asia e dell’Africa, che non esiste una via « termidoriana » di sviluppo delle società dell’est europeo, che non esiste una via riformista di espan­sione civile nei paesi di capitalismo maturo. Qui è il valore universale della proposta che la rivoluzione culturale ha per prima avanzato e verso la quale convergono, muovendo da contenuti diversi, altri reparti dello schieramento rivoluzionario mondiale.

51.              Di questa iniziativa autonoma e molteplice la rivoluzione cinese ha essa stessa bisogno. Il pensiero maoista ha al suo centro la piena con­sapevolezza del carattere instabile e precario del processo rivoluzionario, anche quando la rivoluzione ha vinto e si tenga il potere. Il futuro può essere garantito solo con la rottura dell’accerchiamento e il contributo di altri popoli e di altre tradizioni alla dilatazione del processo rivoluzionario mondiale.

52.               Lo scontro di classe nei paesi a capitalismo avanzato assume di nuovo, in questo quadro, un valore primario. Questa convinzione non discende da una assurda impostazione eurocentrica, ma dall’opposta con­sapevolezza del carattere unitario del sistema capitalistico di dominazione, e quindi dell’impossibilità di separare la rivoluzione « nei punti alti » da quella nelle « aree depresse ». Senza una ripresa rivoluzionaria in occi dente non si può con certezza impedire che l’imperialismo sia trascinato dalla sua logica di violenza a cercare sbocco in una guerra catastrofica, che la cappa imposta al mondo dalle superpotenze lo soffochi senza rimedio. Senza utilizzare in modo rivoluzionario le enormi risorse eco­nomiche e scientifiche accumulate dai paesi avanzati non si possono affron­tare i problemi del sottosviluppo mondiale e dar respiro alle singole rivo­luzioni nazionali. E i grandi problemi di costruzione del comuniSmo non troverebbero risposta proprio là dove le condizioni storiche concrete sono più mature e consentono la soluzione più ricca e definitiva.

53.            Non è fondato pensare che la rivoluzione in occidente sia ostacolata proprio dal contesto mondiale, nel senso che il proletariato occidentale gode di una posizione di privilegio che lo fa partecipe del meccanismo di sfruttamento imperialista. La situazione è oggi diversa, perché lo sfrut­tamento imperialista alimenta in modo marginale il cosiddetto « benes­sere » dei paesi sviluppati e il sottosviluppo mondiale non è essenzialmente il prodotto di un trasferimento di ricchezza da un’area all’altra. Lo sfrut­tamento dei paesi arretrati è invece vitale per l’imperialismo in quanto alimenta i meccanismi interni e internazionali di autoriproduzione del suo sistema economico, e in quanto paralizza lo sviluppo dei paesi arretrati disgregandone la struttura economica e condizionandone la struttura poli­tica: è lo stesso meccanismo che opprime le masse nell’occidente, unifi­cando le ragioni di rivolta delle masse oppresse dell’una e dell’altra area.

54.          La liquidazione di questo meccanismo globale, del suo modello tec­nologico produttivo e di civiltà, consentirebbe in entrambe le aree una liberazione di forze produttive e un controllo dei fini dello sviluppo tali da garantire un contemporaneo balzo in avanti: basta pensare alle risorse congelate nel riarmo mondiale o alla assurda direzione impressa dal capi­talismo alla ricerca scientifica, per cogliere il nesso, non solidaristico ma oggettivo e materiale, che unisce il proletariato dell’occidente ai popoli delle aree arretrate. A condizione di una comune lotta rivoluzionaria, senza la quale gli « aiuti » finanziano in termini di spreco le classi privilegiate dei paesi sfruttati e i sovraprofitti dei monopoli internazionali, la politica di disarmo mette a repentaglio i livelli di occupazione, e la soppressione dei consumi « opulenti » non corrisponde a un diverso modo di soddi­sfare i bisogni. Perciò nessuna di queste politiche è mai riuscita a scendere dalle nuvole ad alimentare una spinta internazionalista nel proletariato del- l’Occidente.

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55.           L’insieme del quadro mondiale, in conclusione, significa per il pro­letariato e la sinistra italiana:

a) che lo sviluppo della rivoluzione in occidente, la contestazione del po­tere capitalistico nelle sue roccaforti, ha tempi precisi e valore determi­nante. Non esistono nella situazione mondiale spazio e forze capaci di garantire uno sviluppo pacifico e una stabilizzazione democratica, la crisi tende ad aggravarsi, e subire una chiusura provincialistica o un rinvio della lotta a tempi lunghi significa essere travolti dalla degenerazione comples­siva del quadro internazionale.

b) che lo sviluppo della rivoluzione in occidente presuppone una nuova collocazione internazionale delle forze anticapitalistiche. Fare riferimento ad un « campo socialista » che comprenderebbe l’Unione Sovietica, la Cina, il socialismo europeo e Cuba, significa costruire la propria politica su un’ambiguità paralizzante. Questo non significa ignorare le contraddizioni esistenti tra Stati Uniti e Unione Sovietica nella loro politica di potenza, né le differenze che ancora distinguono due tipi di società classiste e repres­sive. Significa che l’Urss non può più essere considerata una forza impegnata nello schieramento rivoluzionario e che ne vanno contestate scelte interne e internazionali. L’interlocutore del movimento anticapitalistico è la rivoluzione cinese.

 

c) che l’iniziativa rivoluzionaria in occidente, e in particolare in Italia, può oggi contare sulla crisi degli equilibri mondiali e sul maturare di forze nuove in tutti i settori. Se pure il condizionamento dei rapporti di forza internazionali appare tuttora pesante per la rivoluzione italiana, esistono però dei varchi e si delineano nuovi terreni di iniziativa; sopratutto è ragionevole pensare che uno sviluppo della lotta anticapitalistica in Italia agisca come rapido moltiplicatore su altri paesi, inneschi un processo più vasto e possa dunque sfuggire al ricatto dell’isolamento in un’Europa con­servatrice e stabilizzata.

56.               Il mutamento di campo e di natura sociale dell’Urss segna una svol­ta di qualità nello scontro mondiale. L’esperienza sovietica e la Terza In­ternazionale concludono la loro parabola in modo profondamente diverso da quello per cui intere generazioni di rivoluzionari avevano combattuto: ma non con una sconfitta storica. Tutto l’assetto del mondo è cambiato. La spinta catastrofica del capitalismo è stata contenuta e si sono affermati nuovi protagonisti sulla scena della storia. Il livello dei problemi ha com­piuto un salto di qualità. La Cina — anche grazie alle lotte che ha alle spalle, sue, dell’Urss, e di tutto il movimento rivoluzionario — non prende semplicemente il posto che l’Urss ebbe negli anni ’20 ma rappresenta una linea nuova di edificazione del socialismo. Intorno ad essa si costi­tuisce un nuovo schieramento rivoluzionario dei paesi di nuova indi- pendenza. Nei paesi revisionisti, la dialettica politica e sociale può ria­prirsi con una accelerazione e una ricchezza insospettata. Il proleta­riato occidentale assume di nuovo un ruolo di protagonista. La rivo­luzione, a livello mondiale e nel suo aspetto più radicale, torna ad essere all’ordine del giorno, l’unica alternativa all’eventualità di sbocchi catastrofici, alla degenerazione della società umana. Grande, in questa lotta dall’esito aperto, è la responsabilità di una sinistra occidentale che per troppo tempo ha delegato ad altri il peso di problemi e compiti innanzi­tutto suoi.

 

Maturità del comunismo

Profonda instabilità e malessere delle società occidentali

57.        Negli ultimi anni il mito della società integrata, unidimensionale, ha perduto in occidente molto terreno. Le lotte operaie in Europa, l’esplo­sione della rivolta studentesca, la contestazione culturale, il movimento negro in America, il maggio francese, la crisi italiana, hanno mostrato l’in­sorgere in tutto l’occidente di nuove contraddizioni non facilmente com­ponibili nel quadro del sistema. Ma questo movimento non ha ancora pro­vato di essere qualcosa di più di un malessere acuto del corpo sociale. Le sue difficoltà a organizzarsi in una strategia, lasciano ancora aperto il problema della maturità di una prassi rivoluzionaria capace di coinvolgere la maggioranza della popolazione, di affrontare uno scontro con il potere statale, di affermare una nuova direzione sulla società.

58.        Non si tratta però né di una crisi passeggera né di un movimento di superficie. Esso è l’espressione di contraddizioni permanenti connesse alla dinamica stessa della società capitalistica e alla incapacità del sistema di garantire un reale sviluppo delle forze produttive, di padroneggiare le spinte sociali e di soddisfare i bisogni ch’esso stesso evoca. La verifica di questa ipotesi, e la precisazione di ciò che la differenzia dall’attesa della paralisi e del crollo, è oggi il problema di fondo di una strategia della rivo­luzione occidentale.

59.           Se finora una rivoluzione non si è fatta in occidente è perché il siste­ma capitalistico è stato in grado di offrire alla società una prospettiva di sviluppo sufficiente a riassorbire le rivendicazioni più rilevanti che le masse esprimevano, di utilizzare queste rivendicazioni come correttivo delle ten­denze alla stagnazione, di utilizzare infine il proprio sviluppo come stru­mento di ulteriore condizionamento di quelle rivendicazioni. È questo modello, trionfante negli ultimi vent’anni, che ha alimentato l’ideologia della « società integrata ».

60.         Da parte sua il movimento operaio ha sempre centrato la propria lotta sulla sollecitazione di uno sviluppo più rapido e più esteso. La con­traddizione fondamentale da cui doveva nascere la crisi del capitalismo era la contraddizione tra le forze produttive, così come il capitalismo le evocava, e rapporti di produzione ormai paralizzanti. Tale impostazione, teoricamente derivata dal marxismo della II Internazionale, non era però frutto di un errore soggettivo ma del fatto che il sistema si presentava, a livello mondiale, ancora egemonico, capace di dettare le linee fonda- mentali dello sviluppo storico. Potevano ribellarsi al sistema solo zone e classi che da tale sviluppo restavano escluse, e potevano ribellarsi solo restando all’interno dello stesso modello. Una radicale lotta al capitalismo, una contestazione del suo rapporto di produzione, sarebbe stato possibile solo nel momento in cui questo modo di produzione avesse compiuto per intero la propria parabola e creato le condizioni del suo superamento. Per usare una frase di Marx: nel momento in cui lo sfruttamento del lavoro fosse divenuto, nei fatti, « una ben misera base per l’ulteriore sviluppo della ricchezza ».

61.      Questa è la condizione che comincia storicamente a maturare. Alla comprensione di questa realtà, da parte delle masse e da parte delle forze di sinistra, fa ostacolo l’apparenza di un permanente dinamismo della produzione capitalistica, la capacità del sistema di produrre un reddito crescente, nuovi beni, nuove tecnologie. Ma è appunto una apparenza, che deve essere demistificata e può esserlo in molti modi e sotto diversi aspetti.

 

La irrazionalità del sistema capitalistico, le contraddizioni insanabili dei suoi meccanismi,lo  squilibrio tra sviluppo reale e sviluppo possibile

62.           In primo luogo, da un punto di vista quantitativo. Un sistema di rapporti di produzione non è storicamente esaurito solo quando non è più capace di garantire alcuno sviluppo produttivo, ma già quando rappresenta un ostacolo al pieno utilizzo delle potenzialità esistenti. Anche da questo primo pvinto di vista il sistema capitalistico, nelle sue cittadelle più avan­zate, dimostra di essere giunto ad una crisi di fondo. La crescita degli impieghi improduttivi del reddito (dal riarmo all’induzione di consumi socialmente inutili o dannosi); l’incapacità di stimolare lo sviluppo dei set­tori arretrati della società nazionale e di quella internazionale; il carat­tere di puro spreco assunto dal « tempo libero »; il dislivello tra capacità e mansioni di ogni categoria di lavoratori: tutto ciò testimonia una cre­scente irrazionalità del sistema.

63.            Per garantirsi comunque una dinamica di sviluppo, il sistema ha messo in atto una serie di processi sociali e politici (il riarmo, l’aggres­sione internazionale, l’inflazione permanente, la disgregazione individua­listica del consumo e della vita civile, una struttura istituzionale corpora­tiva e clientelare, una riscoperta dell’ideologia razzista, una moltiplicazione di privilegi) che, come una droga, gli consentono di sopravvivere ma accu­mulano nuove tensioni spesso esplosive. Torna così a operare una ten­denza catastrofica, non in termini di crollo economico ma di crisi politico- economico-sociale.

64.        Questo squilibrio tra sviluppo reale e sviluppo possibile è ancor più evidente sul piano qualitativo. È incontrovertibile che le società mo­derne, dove il livello di reddito e di conoscenze potrebbe permettere di sod­disfare i bisogni primari con una frazione del lavoro disponibile, sono società dove il lavoro ripetitivo, parcellizzato e alienato, rappresenta invece la condanna della grande maggioranza degli uomini. Le società dove buona parte del reddito potrebbe soddisfare bisogni che riflettano libere scelte, sono società dove la massima parte del consumo risponde invece a esi­genze indotte dalla produzione e si vuota di ogni significato umano e civile. Società dove lo sviluppo dei mezzi di comunicazione e di conoscenza dovrebbe assicurare una unificazione del corpo sociale e una diffusione del potere, sono società che portano al limite massimo l’isolamento indivi­duale, la concentrazione del potere, le barriere nazionali e razziali. Questo elenco di contraddizioni potrebbe moltiplicarsi all’infinito. Solo la disa­bitudine, anch’essa prodotta dal sistema, a considerare complessivamente lo sviluppo sociale e il suo significato di lungo termine, nasconde il fatto che mai nella storia un sistema è apparso, quanto il capitalismo maturo, privo di un disegno razionale, un modello insensato, una assurda dissipa­zione delle potenzialità che la storia ha prodotto.

65.           Ma perché un sistema sia storicamente superabile occorre che la sua « irrazionalità » produca una dialettica sociale reale, una lotta di classe capace di rovesciarlo. Ed è qui che affiorano, nel capitalismo maturo, le maggiori novità. L’« universo integrato » manifesta delle crepe, nel senso che il sistema stesso alimenta spinte e bisogni che non è in grado di appa­gare né col suo sviluppo attuale né col suo sviluppo possibile. Spinte e bisogni che, per il fatto di non essere tradizionali, non per questo sono meno « materiali ».

66.           Per svilupparsi, il sistema ha bisogno per esempio di un livello cre­scente di qualificazione e di conoscenze che non riesce ad utilizzare: e il fatto che tali conoscenze portino già in partenza il marchio deformante della funzione cui sono destinate non impedisce a una gran parte dei lavo­ratori di avvertire la contraddizione del lavoro alienato. Per svilupparsi, il sistema ha bisogno di una crescita di conoscenze scientifiche: e per quanto la ricerca sia orientata ai fini del sistema, continuamente produce possi­bilità alternative e apre vie che continuamente deve abbandonare. Per svilupparsi, il sistema ha bisogno di un crescente dinamismo sociale, di sovvertire istituti o abitudini tradizionali, di risvegliare e deludere, in pari tempo, nuovi bisogni di partecipazone socale, nuovi rapporti tra gli indi­vidui, tra i sessi, tra le generazioni. Per svilupparsi, il sistema produce un assetto della vita civile che acutizza all’estremo, in forme nuove, antichi problemi: la salute, aggredita da malattie di origine sociale; la vecchiaia, una parte sempre maggiore della vita ai margini della società; i problemi dei giovani e quelli delle donne, fasce crescenti di popolazione che ormai sfuggono ai meccanismi di subordinazione tradizionale ma non trovano spazio di espressione e di potere.

 

I nuovi bisogni che il sistema sollecita reclamano una rottura dei rapporti capitalistici di produzione e ne creano le condizioni 

67.           Anche da questo punto di vista, gli esempi potrebbero moltiplicarsi all’infinito. Ma l’essenziale è questo: l’irrazionalità del sistema non affiora solo rispetto ad una « scala di valori » intellettualmente elaborata, o ad una metastorica « natura umana » sacrificata, ma rispetto a bisogni e inte­ressi, socialmente e materialmente definiti, che il sistema ha prodotto e continuamente sollecita.

68.         Ciò che più conta, questa irrazionalità appare sempre più legata all’essenza stessa dei rapporti capitalistici di produzione, e precisamente e direttamente contro questi rapporti urtano i nuovi bisogni. I problemi in cui Marx, un secolo fa, vedeva l’essenza del comuniSmo, cominciano a collocarsi in primo piano nelle contraddizioni reali dello sviluppo sociale e rientrano ormai nell’orizzonte delle soluzioni storicamente possibili.

69.            Il superamento della divisione capitalistica del lavoro e del suo carattere alienato diventa bisogno reale di una massa crescente di lavo­ratori: non solo di quelli condannati alle mansioni più insopportabili e ripetitive, ma anche di quelli ai quali è richiesta una elevata capacità di intervento ma non trovano nel lavoro alcuna espressione di sé. I bisogni di una città abitabile, di partecipazione sociale, di salute, diventano cri­tica implicita del modello individualistico di vita civile, del carattere pro­duttivistico della struttura economica, della mancanza di una pianificazione collettiva dello sviluppo. Un modello di consumo diverso dall’attuale mol­tiplicazione senza senso di beni illusori, o dalla spossante rincorsa di falsi bisogni che lo sviluppo stesso produce, non è più concepibile senza una modificazione della natura stessa del lavoro, una moltiplicazione delle attività libere, un superamento del carattere individualistico della orga­nizzazione sociale. La critica contro l’autoritarismo e la concentrazione del potere investe necessariamente le loro radici economiche, il tipo di organizzazione della produzione e della società, il carattere mistificato della democrazia delegata, la separazione tra politico e sociale. La lotta contro la diseguaglianza — non solo economica ma di cultura, di funzioni e di potere, lotta contro status e gerarchie arbitrarie, lotta per garantire a tutti una reale possibilità di espressione — si collega direttamente al princi­pio: da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni.

70.                   Per converso, è evidente che lo sviluppo della cultura e delle comu­nicazioni di massa consentirebbe di valorizzare, in una nuova struttura sociale, grandi risorse di iniziativa e di libera attività. È evidente, nei paesi avanzati, quali possibilità di ridurre al minimo le mansioni e le attività più strumentali e ripetitive già offrirebbe l’automazione; quali sono le potenzialità di una ricerca scientifica liberata dalle pastoie del profitto e sostenuta dalla ricchezza sociale; quali effetti sulla produzione materiale, e in generale sul livello di civiltà, potrebbe avere un modello di consumo non alienato che alimenti le capacità individuali e collettive.

 

Possibilità di un programma politico comunista e attualità della rivoluzione ome fatto sociale

71.              Tutto ciò significa che, per la prima volta nella storia, il comuni­Smo nel suo senso radicale, e dunque il socialismo come fase di transizione, diventano un problema maturo e un possibile programma politico. Per la prima volta la classe operaia e il suo partito possono condurre una lotta non più assumendo rivendicazioni proprie di altri strati sociali ed espri­mendosi come forza subalterna, ma presentandosi e avanzando come forza egemone, portatrice di un nuovo rapporto di produzione e di un nuovo modello di organizzazione sociale. In questo senso profondo la rivolu­zione può di nuovo essere, com’è per Marx, fatto « sociale » prima che « politico »: la conquista del potere statale diventa fino in fondo mezzo per l’affermazione di una nuova egemonia sociale: non esiste più contrad­dizione e salto tra potere e programma; il proletariato è in grado di espri­mere e di realizzare i contenuti in base ai quali rivendica il potere. In questo modo nuovo e infinitamente più ricco (forse il solo possibile in occi­dente) di fare la rivoluzione, sta anche il valore di cent’anni di storia del movimento operaio, di un secolo di lotte che hanno spinto il sistema al suo approdo e insieme gli hanno impedito di esplicitare la sua perma­nente tendenza catastrofica. E qui sta l’asse di una nuova strategia della rivoluzione in occidente.

72.            Al fondo di questa realtà vi è non solo lo sviluppo delle forze pro­duttive ma il salto di qualità che in tale sviluppo si è determinato e la reciproca reazione tra il nuovo livello così raggiunto dalle forze produt­tive e i rapporti capitalistici di produzione. L’analisi di questo salto di qualità è il compito nuovo che il marxismo non ha finora seriamente affron­tato, lasciando un vuoto teorico che la descrittiva sociologica e l’invenzione politica non bastano a colmare. Schematicamente, i suoi aspetti costitutivi sembrano essere:

a) L’ingresso massiccio della scienza e della tecnologia nella produzione. Lo sviluppo economico, che nelle fasi precedenti è stato soprattutto esten­sivo e ha trovato nello sfruttamento del lavoro e nell’impiego di risorse materiali inutilizzate i suoi elementi propulsori, si realizza ora in primo luogo attraverso il rivoluzionamento continuo delle tecnologie, dei mate­riali, delle professionalità, dei beni. La società umana, nei paesi avanzati, è giunta ad un livello in cui la fonte decisiva della produzione allargata è, o potrebbe essere, non il lavoro umano diretto ma il patrimonio sociale delle conoscenze, fino a render possibile una espansione costante della produzione attraverso un uso sempre più efficace del capitale costante dato, e come effetto indotto dallo sviluppo onnilaterale e complessivo della libera attività sociale. Una simile possibilità è intimamente contraddittoria con un modo di produzione che ha per stimolo fondamentale il profitto, in cui il calcolo della produttività è settoriale e diretto, e in cui la divi­sione politica e sociale del lavoro si oppone allo sviluppo onnilaterale di tutti gli individui. Il capitalismo reagisce a tale contraddizione restringendo l’area e il ritmo di introduzione delle nuove tecniche, moltiplcando lo spre­co e il parassitismo, subordinando la qualità e la quantità dello sviluppo al fine particolare della riproduzione dei rapporti di classe e di potere esistenti.

b) Un nuovo rapporto tra produzione e consumo. Fino ad oggi, la pro­duzione ha avuto come punto di riferimento fondamentale bisogni pri­mari largamente autonomi e univoci. Oggi, nelle società capitalistiche avanzate, una parte determinante del consumo risponde invece a bisogni che il sistema sociale artificialmente induce, oppure si presenta come consumo sganciato da qualsiasi bisogno rivolto solo a sostenere artificiosamente la domanda. Viene così a mancare la base stessa della razionalità economica capitalistica, che si è sempre definita come il modo più efficiente di distri­buire le risorse rispetto ad un fine predeterminato. Diventa allora decisivo stabilire quali meccanismi regolano la formazione dei bisogni e stabilire su quali parametri non puramente quantitativi giudicare lo sviluppo. Di­venta decisiva la formazione di stimoli efficaci ma non artificiosi per uti­lizzare tutte le potenzialità esistenti. E diventa possibile rivolgere il lavoro sociale alla soddisfazione di superiori bisogni umani, non necessariamente attraverso la produzione di beni materiali e servizi e il loro scambio sul mercato. Il sistema capitalistico, estraneo per natura a questi problemi e queste possibilità, affronta il nuovo rapporto consumo-produzione con una moltiplicazione senza senso dei beni rivolti alla soddisfazione di biso­gni materiali dati, o inducendo consumi di puro spreco, o moltiplicando la spesa degli apparati parassitari.

c) Un nuovo rapporto uomo-macchina. A questo livello storico il problema del lavoro si modifica, o potrebbe modificarsi, radicalmente. Sia nel senso che buona parte delle funzioni parcellizzate e ripetitive potrebbe essere ridotta, sia nel senso che la libera attività umana onnilaterale potrebbe diventare direttamente produttiva (di nuove tecniche e di nuovi bisogni), e soprattutto nel senso che la qualità del lavoro potrebbe essere assunta come uno degli obiettivi dello sviluppo e come metro di valutazione del progresso. Ma poiché meccanismo regolatore del capitalismo sono l’appro­priazione del surplus sul lavoro diretto e la struttura gerarchica del potere, si assiste invece ad una accentuazione della specializzazione e della parcel­lizzazione del lavoro della massa, alla espulsione di una quota crescente della popolazione dalla attività produttiva, all’estensione di un <tempo libero>  come puro ozio e apparente risarcimento dello sforzo.

d) Un nuovo carattere dello sviluppo scientifico. Arrivata a un alto livello di conoscenze, a una capacità di pianificazione, a un rapporto diretto con la produzione, anche la scienza assume diversi significati. Da un lato è di gran lunga più autonoma rispetto alla sua storia passata, essendo conti­nuamente il risultato di una scelta tra diverse direzioni possibili di ricerca e di una programmazione nell’impiego di uomini e di risorse. Dall’altro lato è di gran lunga meno autonoma rispetto al sistema sociale dal quale riceve gli obiettivi e le risorse e al quale fornisce gli strumenti decisivi di sviluppo. Inoltre, attraverso la tecnologia, essa non si limita più a fornire metodi e mezzi più o meno grandi, più o meno nuovi, per realizzare certi obiettivi produttivi, ma incide sull’equilibrio naturale e sul soggetto uma­no. Diventa a questo punto decisivo sapere chi governa e come governa il     progresso scientifico, che non è più neutro e predeterminato, e quali conseguenze questo progresso è destinato ad avere nel lungo periodo. Il capitalismo non può dare a questi interrogativi che la sua risposta: pie­gare lo sviluppo scientifico alle necessità del profitto, del potere, della ma­nipolazione delle masse.

 

La prospettiva comunista unica alternativa alle tendenze catastrofiche della società contemporanea

73.             Ma se le contraddizioni specifiche del capitalismo e la conseguente maturità del comunismo come rivoluzione radicale non derivano da un generico sviluppo delle forze produttive quanto da questo loro specifico salto di qualità (che già Marx aveva genialmente previsto e cominciato ad analizzare), ne derivano due conseguenze fondamentali, presupposto di ogni ricerca strategica sulla rivoluzione occidentale.

74.          La prima conseguenza è che per maturità del comunismo non può intendersi un graduale e spontaneo formarsi di elementi di « nuova società » all’interno di quella attuale, una contraddizione lineare e crescente fra forze produttive che già si dispongono ad un diverso ordine sociale e rapporti di produzione che ne ostacolano l’avvento. Questa concezione evoluzionista, neo-kautskiana, che oggi conosce un certo rilancio, è in realtà smentita dai fatti. Proprio quegli elementi che fanno « maturare »il    bisogno e la possibilità del comunismo, consentono anche al capitalismo di deformare e assumere ai propri fini lo sviluppo stesso delle forze pro­duttive (tecnica, professioni, modelli di consumo, forme ideologiche, isti­tuzioni), che direttamente portano in sé il segno dei rapporti di produ­zione entro i quali si sviluppano. Per questo, tra lo schema della rivolu­zione borghese e quello della rivoluzione proletaria permane ed anzi si accentua una differenza radicale. La rivoluzione proletaria non è il pro­seguimento e la liberazione di tendenze maturate nella società capitalistica, ma il precipitare di una contraddizione dialettica, un salto di qualità.

75.             La formazione di una alternativa rivoluzionaria, e poi la costru­zione di una nuova società, passa quindi da una critica radicale e concreta di tutte le manifestazioni della società presente: del suo modo di pro­durre, di consumare, di pensare, di vivere. Non è frutto della spontaneità di una nuova classe, ma di una attività cosciente ed organizzata attraverso cui questa nuova classe sopprime sé stessa in quanto conservatrice e perpe­tuatrice dell’ordine antico. Il comunismo, come Marx aveva visto, non è un ulteriore gradino del progresso storico, ma quel rovesciamento della storia che il capitalismo ha reso possibile; non è una nuova economia politica, ma la fine dell’economia politica; non è lo Stato giusto, ma la fine dello Stato; non è una gerarchia che riflette i diversi valori naturali, ma la fine della gerarchia e il pieno sviluppo di tutti; non è la riduzione del lavoro, ma la fine del lavoro in quanto attività estranea all’uomo e puro strumento.

76.             La seconda conseguenza è che la maturità del comunismo non vuol dire affatto sua ineluttabilità. Innanzitutto, questa maturità contrassegna una fase storica, non una crisi emergente e determinata: almeno a livello mondiale, i processi da cui nasce sono processi di lungo periodo continua- mente frenati e neutralizzabili da varie contro tendenze. Per passare dal­l’individuazione di questi processi all’individuazione di una crisi rivolu­zionaria reale è necessario introdurre nel quadro elementi specifici della situazione internazionale e di quella di ciascun paese. Quel che più conta, uno sviluppo capitalistico più che mai distorto e repressivo non solo è astrattamente sempre possibile ma si alimenta oggi concretamente con pre­cisi meccanismi economici, sociali, politici, militari. Discriminante fonda- mentale all’interno del marxismo è quella che contrappone alla teoria deter­ministica della ineluttabilità del socialismo una concezione dialettica della storia che non esclude mai a priori il regresso e la catastrofe. Oggi, lo svi­luppo del capitalismo avanzato rende tale discriminante ancora più im­portante.

77.            Esistono realtà, tendenze, forze potentissime che spingono nella direzione di una degenerazione della civiltà umana, di una utilizzazione aber­rante e autodistruttiva del potere nuovo di cui il progresso ha fornito l’uomo. La maturità del comunismo è solo una faccia, quella positiva, di una gigantesca contraddizione storica, di cui l’altra faccia è la catastrofe. Una catastrofe di cui la guerra atomica ci offre l’immagine più semplice e terrificante, ma non la sola e forse neppure la peggiore.

 

Una nuova linea generale

I principi ispiratori di un programma comunista: contro la divisione capitalistica del lavoro, per l’eguaglianza, per la gestione sociale

78.               Da questa analisi discendono alcune ipotesi strategiche, gli ele­menti di una linea generale su cui fondare l’azione rivoluzionaria nelle società di capitalismo avanzato, in rapporto al livello raggiunto dalla lotta di classe internazionale nel nostro tempo.

79.              Principio ispiratore del programma rivoluzionario, prospettiva en­tro cui ogni singola lotta si colloca, terreno sul quale si costruisce un blocco di forze politiche e sociali rivoluzionarie, è la soppressione dei rapporti di produzione capitalistici e la costruzione, come processo graduale ma con inizio immediato, del comunismo. Il comunismo è il programma concreto in nome del quale la classe operaia lotta e rivendica il potere. Ciò significa:

a) Una lotta contro la divisione, e il concetto capitalistico, del lavoro: cioè riduzione crescente delle mansioni subordinate e ripetitive (con la consapevole rinuncia alla massimizzazione della quantità e varietà di beni e consumi collegati a questa forma di lavoro); lotta contro lo sviluppo tec­nico e organizzativo che assume il lavoro come merce e la produzione di valore come fine esclusivo; rotazione di tutti i membri della società nelle mansioni lavorative più estraniate e subalterne in quanto e fin quando non siano superate; moltiplicazione di attività umane socialmente orga­nizzate esterne al processo lavorativo tradizionale; abolizione della scuola come organismo separato, cioè carattere permanente e sociale dell’edu­cazione.

b) Una lotta radicale per l’eguaglianza: cioè sostanziale unificazione dei redditi; fine, col carattere selettivo della scuola, di tutto il sistema di gerarchie che ne deriva a tutti i livelli della società; liquidazione dei mo­delli individualistici di consumo. Ciò non significa livellamento ma il suo contrario: sostituire una gerarchia di reddito e di potere sempre più arbitraria, impersonale e prevaricante, con una differenziazione fra gli indi­vidui che nasca dalla eguaglianza di condizioni sociali a ciascuno offerta per la libera espressione di sé.

c) Una lotta radicale per la gestione sociale e contro lo Stato politico: cioè superamento della democrazia parlamentare, delle funzioni e dei corpi specializzati dello Stato, della divisione tra politica ed economia. Ciò non significa limitazione della libertà politica e della partecipazione delle masse al potere, ma il suo contrario: lotta contro il carattere astratto delle libertà borghesi, contro la delega come essenza del potere politico, contro la sepa­razione tra Stato e società, tra pubblico e privato. Il parlamentarismo bor­ghese non è il modello definitivo della libertà politica ma una sua forma specifica mistificata.

80.              Questi obiettivi generali possono procedere solo in reciproco in­treccio: senza il superamento del carattere diviso e estraniato del lavoro non può venir meno compiutamente e liberamente la funzione degli in­centivi materiali; non è possibile la gestione sociale della struttura pro­duttiva se questa struttura già nasce con carattere gerarchico e senza una eguaglianza culturale e sociale tra gli individui; non è pensabile una mol­tiplicazione delle libere attività umane che avvenga nell’ambito chiuso della produzione di beni, senza essere indotta da una espansione di tutta la sfera della vita sociale. Il comunismo è un processo globale e consapevole.

81.              Questa impostazione della lotta di classe non significa affatto fon­dazione  del comunismo di un sol colpo, senza « transizione ». Né significa introduzione di « elementi di comuniSmo » all’interno di una società capitalistica. Significa che l’alternativa da costruire non può essere « de­mocratica » prima e « socialista » poi (come nella strategia frontista) e neppure può solo fondarsi sul rovesciamento del potere statale e della pro­prietà borghese (come nella strategia leninista); ma può e deve rendere esplicita, chiara e concreta la prospettiva di un superamento reale dei rapporti capitalistici di produzione, e animare di tale prospettiva tutto il ventaglio delle lotte già all’interno della società capitalistica.

 

Nuovo carattere degli obiettivi intermedi, nuova struttura del movimento di massa, funzione dei « consigli » e del partito

82.               Esistono le condizioni perché la prospettiva comunista si traduca in concreti obiettivi di lotta, nasca da un movimento reale nei settori- chiave della società, cessi di ridursi a puro discorso di propaganda e pura consapevolezza ideologica. Si può porre cioè in modo nuovo il problema degli obiettivi intermedi. La prima novità è che il loro valore non è più riduttivo, strumentale e di rottura (terreno di convergenza di interessi diversi uniti nella lotta comune contro lo stato borghese), ma è anche un valore prefigurante, di progressivo chiarimento di una prospettiva e di costruzione di capacità politiche e organizzative per la gestione di una società diversa. La seconda novità è che gli obiettivi intermedi cessano d’es­sere utili unicamente nei momenti di crisi acuta: la specificità dei loro contenuti ne impedisce un assorbimento riformistico e ne fa strumenti per­manenti di costruzione di una forza alternativa.

83.          Si può così stabilire un rapporto nuovo tra movimento di lotta e unificazione politica. Tradizionalmente, la lotta di massa ha avuto carat­tere ri vendicativo, per cui solo la radicalizzazione di una tematica sostan­zialmente sindacale ha consentito di rompere l’orizzonte tradeunionistico e di stabilire una saldatura tra lotta particolare e prospettiva politica. A questo rapporto tra movimento sociale e politico ha corrisposto la distin­zione tra sindacato e partito, nella duplice versione della cinghia di tra­smissione e del sindacalismo puro. Nel capitalismo avanzato, questa di­stinzione tra lotta economica e lotta politica tende a scomparire. Di con­seguenza, un nuovo rapporto si impone tra un movimento di massa, uni­tario e autonomo, che progressivamente scopre la dimensione politica della propria lotta immediata e le vie del suo collegamento con altri set­tori; e una organizzazione politica intesa non più come coscienza esterna ma come sintesi continua tra il movimento in lotta e il patrimonio di teoria e or­ganizzazione della classe,, correttivo alla disgregazione corporativa e garanzia di unificazione strategica.

84.            Questo rapporto implica che il movimento di massa non si presenti atomizzato e spontaneo, ma con una propria struttura. Questa struttura sono i Consigli, cioè organi di espressione unitaria e diretta di gruppi sociali omogenei, politici e sindacali insieme, continuamente revocabili: non organi di autogestione, né espressioni transitorie in una fase di dualismo del potere, ma forme organizzative che stabilizzano e sviluppano i livelli di coscienza politica delle masse nel vivo di uno specifico scontro sociale.

85.              Una crescita su queste basi del movimento di massa è indispensabile per determinare delle crisi reali nella società e contemporaneamente aggre­gare un blocco di forze in grado di rovesciare il potere capitalistico e di gestire un programma di transizione al comuniSmo. I Consigli non cre­sceranno in modo lineare e progressivo, come contropoteri all’interno della società capitalistica, ma si svilupperanno nelle fasi di scontro più acuto e rifluiranno quando il movimento subisce un arresto: il problema è di impedire che il riflusso riconduca al punto di partenza, garantendo ogni volta un salto in avanti nel livello di autorganizzazione e di coscienza della classe.

86.               Ma per l’ambiguità di tutte le forze sociali nella loro immediatezza, per la frammentazione del fronte di classe che il sistema continuamente produce, questa crescita esige la presenza, nel movimento e fuori di esso, di una forza politica: cioè di una teoria e di una organizzazione, prodotto di tutta la storia della classe e della sua dimensione mondiale, memoria delle masse, strumento di coordinamento delle loro lotte. Questo stru­mento di sintesi continua, senza il quale la spinta anticapitalistica risulta subalterna, è il partito. La rivoluzione in un paese di capitalismo avanzato non richiede un minimo di organizzazione ma un massimo di organizza­zione, non una minore mediazione della coscienza ma una maggiore media­zione della coscienza, su tutta l’area della società e in rapporto diretto col movimento.

 

L’illusione della via parlamentare e il significato di un programma di transizione

87.               La crescita di lotte antagonistiche al sistema, nella misura in cui strappa risultati, modifica i rapporti di forza e tende a far precipitare una crisi economica e politica. Questa crisi è necessariamente violenta, anche se può non assumere la forma della guerra civile per la forza stessa del movimento. Il precipitare dello scontro economico e politico liquida la funzione mediatrice delle istituzioni e delle forze politiche tradizionali, spezza la normalità istituzionale. Ciò non significa che la rivoluzione, e lo Stato che ne esce, neghino il suffragio universale, ma significa che il suf­fragio universale può solo sancire l’esito di uno scontro già risolto con altri strumenti, ed essere poi assunto in un sistema di democrazia non più delegata e non più formale. In questo senso la via parlamentare al socia­lismo è una illusione. Il Parlamento non è il centro e il momento più alto in cui il movimento si esprime, ma una sua proiezione impoverente, un suo strumento a volte utile ma imperfetto: tanto più imperfetto quanto più acuta diviene la lotta di classe e quanto più crescono nuove forme di organizzazione politica alternativa.

88.                   Perché questo scontro risulti vincente e questo « salto » si compia, è necessario che ad esso si giunga con una lunga serie di lotte, con un lungo lavoro di costruzione di una linea, di un sistema di forze, di un programma. Solo una crescita progressiva del movimento di classe e delle sue alleanze può infatti permettere:     a) di promuovere l’unità del prole­tariato, che nella sua immediatezza si presenta sempre più differenziato;

b) di suscitare intorno al proletariato lo schieramento degli altri strati sociali potenzialmente rivoluzionari ma ricattati dagli strumenti integra­tori del sistema e preda di interessi corporativi; c) di costruire in concreto una proposta programmatica alternativa, di cui però solo la lotta pro­gressivamente produce i dati oggettivi necessari (bisogni, capacità, orga­nizzazione).

89.            Per definire il problema di un programma alternativo, i partiti tra­dizionali hanno adottato due formule dense di equivoci, quella del « mo­dello di sviluppo » e quella del « programma di transizione al socialismo »:

a) l’equivoco nascosto sotto la formula del « modello di sviluppo » sta nel fatto che ne risulta offuscata la discriminante fondamentale con il rifor­mismo, la necessità del salto rivoluzionario. Va in ombra la necessità della conquista del potere statale da parte di un blocco di forze impegnate a supe­rare il sistema capitalistico, e la necessità di una trasformazione della strut­tura stessa del potere politico-statuale, senza di che è illusorio operare quelle modificazioni di rapporti internazionali, quella conversione dell’apparato produttivo, quella limitazione del privilegio, quella mobilitazione di energie, quella pianificazione delle risorse, che sono essenziali a un tipo di sviluppo realmente alternativo. Si accredita inoltre l’ipotesi che già esistano le condizioni oggettive per uno sviluppo alternativo che solo la volontà dei governanti o dei capitalisti ostacola, laddove questo tipo di sviluppo non esiste se e fino a quando la lotta di classe non ne avrà creato le premesse con una diversa capacità di organizzazione e gestione delle masse, una nuova e consapevole gerarchia dei bisogni sociali, una diversa egemonia in ogni settore della società.  

b) Ma anche la formula del « programma di transizione al socialismo » con­sente un margine di equivoco. Essa è connessa all’idea della conquista del potere statale da parte di una forza proletaria che ha di fronte grandi problemi di completamento della rivoluzione borghese, preliminarmente si propone di affrontarli per poi procedere realmente a una trasformazione radicale della società (quasi una « transizione ad un regime di transizio­ne »). In una società di capitalismo maturo, dove il problema della tra­sformazione socialista si pone immediatamente e dove la compattezza della organizzazione sociale non consente una prolungata incertezza sui mec­canismi fondamentali di regolazione dello sviluppo, un simile schema assume un significato ambiguo: di copertura verbale di una posizione gra­dualista e riformista, o di manovra per giungere a un governo e un pro­gramma intimamente contraddittori col proposito di disorganizzare lo stato borghese e di fare precipitare una crisi. 

c) Il problema si pone in tutt’altri termini. Via via che il movimento di lotta anticapitalistica produce una crisi nella società e determina le con­dizioni oggettive di uno sviluppo diverso, le forze politiche rivoluzionarie devono sintetizzare queste condizioni e offrire a questa crisi una alterna­tiva programmatica, fondata sul presupposto esplicito della trasformazione globale del sistema proprietario e istituzionale e della realizzazione gra­duale, ma immediatamente impostata, di un diverso ordine sociale. Non un diverso modello di sviluppo della società capitalista e neppure un program­ma transitorio in attesa della rivoluzione socialista: ma il programma della costruzione del comuniSmo, la precisazione di ciò che esso significa nella situazione data, in un certo paese, in una certa fase, ad un dato livello delle forze produttive e dei rapporti di forza internazionali. La funzione di un tale programma è evidente: illumina la prospettiva alle lotte, dimo­stra la loro coerenza e il realismo dei loro obiettivi al di fuori del sistema dato, alimenta tra le masse e a livello delle forze politiche le convinzioni necessarie a conquistare e a gestire il potere, rende esplicita la maturità e la concretezza dell’eversione del sistema.

 

Il  blocco storico rivoluzionario diretto dal proletariato e le sue nuove componenti: studenti, intellettuali e tecnici, strati sociali emarginati

90.              Centro motore e forza dirigente del blocco storico rivoluzionario attorno a una prospettiva comunista è il proletariato, che rappresenta nella società moderna la maggioranza degli sfruttati. 11 proletariato non è, in un sistema capitalistico avanzato, una realtà sociologicamente defini­bile con precisione: non può più essere identificato con i tradizionali ope­rai di fabbrica, per il fatto che i confini della forza lavoro salariata si sono enormemente allargati; né definito come produttore di plusvalore, per il fatto che i confini tra lavoro produttivo e lavoro improduttivo appaiono meno rigidi. Ma il concetto di proletariato rischia così di stemperarsi fino a significare tutto e nulla. In una società capitalistica avanzata, come aveva visto Marx, il proletariato si costituisce come classe soprattutto attra­verso la sua lotta, il suo rapporto con il rovesciamento del sistema. È quella parte della forza lavoro salariata la quale, per la sua fisionomia sociale, il  suo livello di lotta, il suo grado di organizzazione, si erge contro i rap­porti capitalistici di produzione. Perciò, il modo fondamentale della co­struzione di una alternativa socialista in occidente non sta nelle alleanze tra proletariato e altri strati sociali quanto nella costituzione e nella unifi­cazione del proletariato come classe attraverso la politicizzazione della sua lotta economica e la socializzazione della sua lotta politica.

91.             Sono presenti nella società di capitalismo maturo due zone sociali che non si possono compiutamente definire come proletarie ma che sono decisive per la rivoluzione: gli intellettuali e i tecnici con funzioni di dire­zione e di ricerca, e le minoranze oppresse ai margini della società (le donne, gli emigranti, le minoranze razziali, i disoccupati). Il rapporto del prole­tariato con questi strati sociali non può essere quello tradizionale dell’al­leanza. Da un lato, perché una convergenza con questi strati e tra di essi è possibile solo al livello più alto della lotta proletaria: solo portando fino in fondo la sua critica radicale al sistema nella prospettiva del comu­nismo il proletariato scopre la faccia progressiva di questi strati e può soddisfare le loro esigenze profonde. Dall’altro lato, perché questi strati non rappresentano un « residuo » del passato feudale e borghese, ma un prodotto specifico dello sviluppo capitalistico, e portano avanti in modo proprio valori e bisogni essenziali al processo rivoluzionario. Solo una cri­tica della scienza e dei ruoli sociali condotta da chi produce scienza e pro­fessioni consente al proletariato di andare oltre un puro rifiuto della tec­nologia e dell’organizzazione capitalistica; analogamente le minoranze esclu­se (come, a livello mondiale, le civiltà preborghesi e i popoli contadini) sono dirette apportatrici di bisogni e di valori (eguaglianza, comunità, cri­tica del produttivismo) essenziali alla prospettiva comunista. Appare chiaro in questo quadro, il ruolo degli studenti, proprio in quanto partecipano di entrambi questi aspetti della società capitalistica: forza lavoro intellet­tuale in formazione e declassati esclusi dalla vita produttiva, congelati in un avvilente limbo e vittime principali come giovani della disgregazione del corpo sociale.

92.            A fianco del proletariato e di questi strati sfruttati assume un peso qualitativamente crescente una serie di gruppi sociali polverizzati e subal­terni, in vario modo partecipi della struttura di potere capitalistica e con­sumatori di plusvalore (un pletorico apparato burocratico, una prolifera­zione di lavoratori dell’intermediazione, ecc.). Per la loro fisionomia pro­fessionale, i relativi privilegi di reddito di cui godono, la loro disgrega­zione, molto difficilmente questi strati sono mobilitabili in una lotta non corporativa. Ma è di grande importanza la loro neutralizzazione, che di­pende da due fattori: da una crescita della lotta proletaria che tolga spazio, con i suoi risultati economici e politici, ai meccanismi integratori del siste­ma, acuisca il disagio di questi gruppi e imponga una direzione precisa al loro orientamento oscillante; e dalla « decapitazione » politica di questi gruppi sociali, cioè dal rapporto che il movimento rivoluzionario riesce a stabilire con correnti ideali e forze politiche intermedie che in qualche misura li rappresentano.

93.               Questo rapporto al livello di forze politiche si presenta, in una socie­tà di capitalismo avanzato, contraddittorio e complesso. La trasformazione burocratico-corporativa del potere statale ha investito anche le organiz­zazioni politiche, decadute a sistemi di clientela, apparati di potere, stru­menti di mediazione. Ma lo sviluppo della società ha anche demistificato il rapporto tra il sistema e le ideologie politiche riformiste, liberali e cat­toliche, aprendo così una contraddizione all’interno di tali ideologie e tra le loro componenti migliori e il sistema. Di questi due processi, quale pre­valga e in quale forma è un problema fondamentale di ricerca concreta su ogni società capitalistica. Mettere in crisi l’apparato dell’egemonia poli- tico-ideologica del sistema è comunque un obiettivo essenziale sia per porre  a nudo il contenuto arbitrario e violento del dominio di classe, sia per favorire la maturazione o la neutralizzazione di importanti strati sociali. Ciò è possibile in quanto si approfondisce la contraddizione tra la parte migliore della cultura che la storia ha prodotto e il sistema capitalistico, e cresce invece la capacità della rivoluzione proletaria di manifestare il suo carattere universale.

 

I problemi dello stato in una società di transizione, delle sue strutture, della sua gestione, del suo deperimento 

94.               La conquista dello Stato da parte di un blocco di forze già costruito su di una prospettiva comunista — in una società che ha già risolto al suo interno i problemi dell’accumulazione primitiva e in cui esiste una organizzazione unitaria della produzione e dello Stato — può consentire di esercitare il potere in modo profondamente democratico, con una attiva e piena partecipazione delle masse. Può consentire non solo di rispettare pienamente la libertà di espressione, di pensiero, di organizzazione, ma di dare a queste libertà nuove basi materiali e nuovi presupposti sociali, liquidando il carattere formale e astratto che esse assumono nella società borghese. L’esercizio reale di queste libertà e la partecipazione delle masse alla direzione politica al più alto livello non sono di ostacolo al processo rivoluzionario, ma sono anzi la condizione indispensabile perché la rivo­luzione possa procedere specialmente in una società complessa. Lo Stato rivoluzionario può e deve essere dall’inizio, nei paesi avanzati, veramente uno stato « sui generis », di tipo nuovo, cioè uno stato che dal primo momento comincia a deperire.

95.              Ciò non vuol dire considerare superato il principio marxista-leni- nista della dittatura proletaria. Fino a quando la società comunista non è costruita e una gestione diretta da parte delle masse non è possibile, gli elementi di centralizzazione e di delega devono progressivamente depe­rire ma continuano a prevalere nella costituzione politica. Fino a quando le differenze tra le classi permangono, è costante la tendenza dei gruppi sociali privilegiati a utilizzare il loro privilegio per impadronirsi degli strumenti del potere, sicché il processo rivoluzionario può procedere fino in fondo solo se questa tendenza è sconfitta, solo se il potere politico resta nelle mani di coloro il cui interesse materiale è la soppressione dello sfrut­tamento fino in fondo. Per ciò la costituzione politica di uno stato socia­lista non può essere una costituzione neutra, al di sopra delle classi. La « eguaglianza » politica delle costituzioni borghesi (fondata sulla astra­zione del cittadino e del suo diritto al voto) è solo la sanzione della dise­guaglianza reale (politica ed economica). Uno stato socialista non può non avere una costituzione « ineguale », nel senso di dare al potere poli­tico una struttura che garantisca « la direzione di coloro che non hanno tutti i titoli per dirigere ».

96.              L’esperienza storica dimostra che questa diseguaglianza tende però a rivolgersi contro se stessa, trasformandosi nel dominio di una élite che governa in nome del proletariato. La risposta a questo problema decisivo per la società di transizione può venire solo dalla soluzione corretta di due altre questioni: la questione dei consigli e la questione del partito.

97.            Come la maturità del comunismo, nella società attuale, conferisce al movimento di massa carattere direttamente anticapitalistico e gli con­sente di assumere forme autonome e unitarie di organizzazione e di dire­zione (i consigli), così una rottura rivoluzionaria operata a questo livello e con questi strumenti può dare origine a uno stato di tipo realmente nuovo, realmente « in via di estinzione ». Come Lenin pensava, ma come le condizioni della rivoluzione russa non hanno consentito, la struttura portante di uno stato proletario sono i Consigli, come forma specifica della società di transizione e superamento, non complemento, dello stato par­lamentare borghese. Fondare il potere statale sui consigli (di fabbrica, di scuola, di quartiere, e in tutte le articolazioni decisive della società) già significa: organizzare il potere e il suffragio in relazione ai suoi contenuti concreti; togliere alla « delega », che ancora sussiste come in ogni forma di stato, il suo carattere astratto e generico; rendere questa delega real­mente revocabile e assicurare con ciò l’esercizio permanente del potere da parte delle masse; appoggiare il potere e il suffragio a una struttura che assicura un peso decisivo al proletariato e ai gruppi sociali più omo­genei, più numerosi e più attivi, senza sopprimere la libertà e negare la eguaglianza politica di base.     

98.            Anche in una società di transizione, che è per definizione una società dove la gestione sociale della produzione non è ancora possibile e dove i rapporti tra gli uomini sono ancora caratterizzati dallo scambio, i con­sigli non possono essere organi di autogestione delle singole attività pro­duttive. La produzione deve essere coordinata da un piano e il compor­tamento degli individui e dei gruppi condizionato da elementi ancora in parte coercitivi. La struttura consiliare è perciò complementare alla pre­senza al suo esterno e al suo interno di una forza soggettiva unificante, cioè del partito. Nella dialettica tra queste due istanze — il consiglio come espressione immediata del gruppo sociale e ostacolo alla degenera­zione del partito e all’autoconservazione dello stato, e il partito come espressione della coscienza rivoluzionaria e ostacolo al ripiegamento cor­porativo delle masse e dei consigli — sta la garanzia del funzionamento del sistema.

99.              Come nella sua lotta per il potere, così nella fase di transizione il partito rivoluzionario conserva una triplice caratteristica: partito di mili­tanti, cioè partito nel quale vita politica e vita sociale, privato e pubblico, tendono a saldarsi, trasformando gli uomini come premessa e conseguenza della loro azione politica e della loro attività sociale; partito proletario, non solo perché suo punto di riferimento costante sono gli interessi del proletariato, ma in quanto assicura assolutamente la direzione del pro­letariato sulla propria prassi politica; partito di massa, non solo perché numeroso e legato alle masse, ma perché opera là dove le masse concre­tamente lavorano e si organizzano e le orienta in una lotta concreta di trasformazione della realtà; partito unitario, non perché conformista e obbediente e sovrapposto alla ricchezza e all’autonoma responsabilità del suo stesso corpo militante, ma perché formazione storica con un fine comu­ne e luogo di unificazione della classe.

100.               L’insieme di regole e di istituzioni che assicurano ad un partito questi caratteri e quindi la sua struttura organizzativa non può essere defi­nito in astratto, perché situazioni diverse richiedono istituzioni diverse e una stessa struttura assume significati diversi in diverse situazioni. Dato permanente e irrinunciabile è che la garanzia del carattere democratico del partito sta innanzitutto fuori di esso, cioè nel suo rapporto con le masse, e che a questo rapporto devono essere subordinate tutte le sue norme interne. In questo senso l’insieme di regole in cui si è espresso durante la III Internazionale e tuttora si esprime il centralismo democra­tico non solo è storicamente superato ma è una delle cause di fondo del­l’attuale revisionismo dei partiti comunisti di occidente.

 

 

 

 

 

 

 

 

 


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