Seconda parte tesi 

                       PER IL COMUNISMO 

La crisi italiana

 

Il fallimento del centro-sinistra e la duplice crisi di sottosviluppo e di ipermaturità del capitalismo italiano

101. La crisi che scuote il mondo capitalistico assume in Italia forme evidenti e acute. Il centro-sinistra è abortito ancora prima di esser messo alla prova: non è riuscito a realizzare nessuno dei suoi propositi rifor­matori, e neppure a condurre avanti seriamente una linea razionalizzatrice, a consolidare il ritmo dell’espansione produttiva, a garantire un equili­brio politico stabile. Si è anzi sviluppata in questi anni una crisi di tutti gli equilibri economici, sociali e politici che è ancora lontana da una qualsiasi composizione.

102. L’origine di quel fallimento e di questa crisi sta in un mutamento di fase dello sviluppo capitalistico. L’espansione degli anni precedenti era stata favorita dall’inserimento in un mercato internazionale in piena espansione; dall’introduzione di nuove tecnologie, di nuovi beni e modelli di consumo altrove già sperimentati e perfezionati; dai grandi sposta­menti di popolazione, con i relativi incrementi del mercato interno e della produttività; dal basso regime salariale connesso alla debolezza politica e sindacale della classe operaia; e dall’abbondanza di mano d’opera al livello di qualifica necessario. Queste spinte sono venute attenuandosi e alcune di esse — la eccessiva dipendenza dal mercato internazionale, la congestione nelle aree metropolitane, la strozzatura della produzione agricola — varcata una certa soglia, hanno cominciato ad operare in senso contrario.

103. Il capitalismo italiano si è così trovato di fronte ai problemi nuovi e tipici di una economia matura, quello della produttività e dello sviluppo intensivo, della più agguerrita competizione internazionale non tanto nel mercato delle merci quanto sul terreno monetario e dei capitali, della pianificazione degli investimenti, delle infrastrutture, delle tensioni salariali.

104. I caratteri stessi dell’espansione precedente hanno però creato difficoltà assai gravi per la soluzione di questi problemi. L’aver aggra­vato antiche arretratezze della società italiana (mezzogiorno, edilizia, agri­coltura, stato centralizzato, ipertrofia burocratica) rappresenta un costo crescente per il sistema. L’intreccio di rendita e profitto, il peso dei grandi gruppi, la mancanza di un sistema di « relazioni industriali », le forti differenziazioni di reddito, il privilegio e la proliferazione dei nuovi ceti medi (tutto ciò che aveva alimentato l’espansione degli anni ’50) ha fatto maturare le contraddizioni tipiche del capitalismo avanzato più di quanto sopportasse — e prima di quanto non comportasse — il livello di sviluppo economico: congestione urbana, nuovo parassiti­smo, spinte corporative, riduzione della popolazione attiva, congestione e crisi della scuola, arretratezza dei servizi sociali. Il capitalismo italiano si trova così ad affrontare, contemporaneamente, problemi di sottosvi­luppo e di ipermaturità. Si ripete uno schema che il capitalismo ha già conosciuto in altri contesti, ad esempio nella Russia prerivoluzionaria, nel senso che l’Italia non appare solo il paese più arretrato dell’area avanzata ma riflette al suo interno i poli estremi di questa contraddizione.

 

La paralisi del regime istituzionale, del potere pubblico e delle forze politiche

105. Queste difficoltà strutturali hanno generato una crisi degli schieramenti politici e sociali prima e più di una stagnazione produttiva. Il riformismo, cioè, non è stato sconfitto solo perché si è indebolita la for­mazione di risorse eccedenti per una redistribuzione del reddito e una soluzione dei problemi sociali più gravi, ma soprattutto perché il tipo di sviluppo e le sue contraddizioni distruggevano i presupposti stessi dell’azione riformatrice.

106. Si sono aperti infatti due processi paralleli e interdipendenti: una crisi delle istituzioni, delle forze politiche e del blocco sociale borghese rispetto alle stesse necessità di sviluppo del sistema; e una crisi dell’equi- librio politico-sociale complessivo con la crescita della lotta di classe e la formazione di un nuovo schieramento consapevolmente anticapitalistico.

107. Gli aspetti più evidenti del primo fenomeno sono:

a) la paralisi progressiva del potere pubblico, come paralisi delle istitu­zioni parlamentari e del vecchio sistema burocratico, alla quale il sistema ha risposto concentrando il potere nelle mani dell’esecutivo e costruendo un apparato tecnocratico esterno alla struttura costituzionale, luogo di compenetrazione del capitale pubblico e privato. Ne è derivata però una nuova struttura corporativa e frammentata, altrettanto incapace della prima di operare in modo autonomo e con un disegno globale: tipico il ruolo assunto dal capitalismo di stato, capace di trasmettere al potere pubblico le sollecitazioni e i bisogni del mercato oligopolitistico più che di imporre all’apparato produttivo il punto di vista dello « sviluppo globale ».

b) il processo di disgregazione delle forze politiche. L’assorbimento dei partiti di governo nella struttura di potere del sistema, la demolizione della loro autonomia ideologica, la formazione di un esteso apparato clien­telare, che doveva garantire al sistema un meccanismo politico ad esso omogeneo e funzionale, si è praticamente tradotto in una struttura iper­trofica, dominata da propri interessi corporativi, condizionata dagli stessi strumenti su cui fonda il suo potere, così divisa al suo interno ma così solidale nel difendere il proprio privilegio da non sapere né potere gover­nare. Anche la più recente fatica di assorbire, entro l’ordine costituito, a vari livelli, partiti e sindacati dell’opposizione di sinistra, costa al siste­ma in termini di paralisi e di spreco almeno quanto gli frutta in termini di manipolazione del consenso.

c) una acutizzazione dei contrasti aH’interno del blocco sociale dominante, con la pressione incontrollata del medio ceto teso a rafforzare i propri privilegi, la crisi e la differenziazione sociale dell’azienda contadina, le spinte inflattive e le tensioni sociali derivate dalla struttura dell’industria edilizia, la fuga dei capitali e l’anemia del mercato azionario. Non tanto si tratta di una resistenza allo sviluppo opposta da gruppi redditieri e parassitari residui di un passato precapitalistico, quanto delle contraddi­zioni nascenti dai nuovi settori di spreco e di privilegio che il sistema stesso alimenta per il suo meccanismo di accumulazione, le sue scelte di consumo, le sue esigenze di dominio sociale e politico.

d) L’impotenza del capitalismo nazionale a governare il proprio sviluppo per il peso assunto dai centri di potere e dagli automatismi economici internazionali, con la subordinazione nella ricerca scientifica e tecnologica, la dipendenza dalla divisione internazionale del lavoro, l’integrazione dei grandi gruppi monopolistici, la circolazione dei capitali, le tensioni del sistema monetario, il rafforzamento delle strutture sovranazionali. Questo condizionamento pesa su tutte le fondamentali scelte produttive ed è tanto forte che lo stato nazionale opera ormai con relativa efficacia solo come organo di compensazione e di redistribuzione di quote marginali di reddito, senza potersi proporre a livello di sistema un modello di sviluppo "più razionale" ("sia pure di una razionalità capitalistica").

 

La crescita del movimento di lotta, i suoi risultati e le sue ripercussioni suH’equilibrio sociale e politico del paese

108. Queste difficoltà e contraddizioni potrebbero essere contenute en­tro limiti sopportabili, da un sistema che conserva pur sempre un note­vole dinamismo produttivo, se non si fosse ad esse sommata un’altra e decisiva componente critica: lo sviluppo di uno schieramento antica­pitalistico. Anche dal lato del proletariato e delle forze rivoluzionarie, quello stesso intreccio di tradizione e di modernità da cui nascono le difficoltà interne al capitalismo ha alimentato una spinta contestatrice del sistema radicale ed estesa: un processo dialettico grazie al quale le nuove contraddizioni di classe si sviluppano in anticipo e in forma più radicale, assumendo in sé e dando nuova portata anche alle contraddi­zioni tradizionali.

109. L’ampiezza e la qualità del movimento di lotta è probabilmente il tratto specifico della crisi italiana rispetto alla crisi generale dell’equi­librio capitalistico negli ultimi anni. Questo movimento è cresciuto in un lungo arco di tempo: ha origine tra la fine degli anni cinquanta e l’inizio degli anni sessanta con lotte operaie che anticipavano contenuti e forme destinate a pesare più tardi con ben altra forza; si sviluppa con la lotta politica e sociale contro il centro-sinistra determinando, a livello di massa e nelle forze politiche e sindacali, un forte logoramento dell’egemonia riformista prima ancora della svolta del ’68; compie un salto di qualità con l’esplosione della lotta studentesca tra il ’67 e il ’69, che sposta radicalmente l’asse del movimento in una direzione extraisti­tuzionale e anticapitalistica; e giunge a pieno sviluppo con le lotte operaie del 1969, portando la crisi ai limiti di rottura.

110. Questo grande movimento non è riuscito a costruire di per sé, nonostante le sue potenzialità, una alternativa politica, e questo vuoto ha infine pesato sul suo livello e sulla sua unità. Ma i caratteri che ha assunto e i risultati che ha raggiunto sono comunque tali che, nono­stante gli elementi di riflusso, assai difficile è per la borghesia una restau­razione del vecchio equilibrio:

a) perché è stato direttamente colpito il meccanismo capitalistico nel suo punto più vitale, la fabbrica. Non solo si è rotto il preesistente equilibrio salariale, si è indotta una pressione rivendicativa su tutta l’area del siste ma riducendo i margini di una politica riformista di spesa pubblica, si sono strappate conquiste normative limitando la possibilità del capita­lista di ristabilire un equilibrio con facili misure di intensificazione dello sfruttamento; ma si è raggiunto un nuovo livello di organizzazione e di esperienza nella classe operaia, uno stato di insubordinazione latente e un nuovo atteggiamento delle masse di fronte al sistema e di fronte al potere. Tutto ciò ostacola la ripresa produttiva ed è destinato a scate­nare immediatamente, nell’eventualità di una tale ripresa, una nuova espansione del movimento. E a un livello ancora più alto, per i contenuti che l’insubordinazione operaia ha assunto ormai in modo permanente (attacco alle qualifiche, controllo della organizzazione del lavoro): vi è una storia della coscienza operaia in questi dieci anni che si prolunga attraverso le fasi alterne della lotta, che resiste anche nelle fasi di riflusso, che il capitale non ha spezzato e deve spezzare.

b) perché si è fortemente incrinato il blocco sociale su cui regge, in Italia, il potere capitalistico. Per la prima volta si è ricomposta una unità reale dei vari settori della classe operaia (le diverse categorie, le diverse regioni del paese), grande problema irrisolto dalle forze di sinistra dal dopoguerra; si è stabilmente messa in discussione l’egemonia del sistema su alcuni strati sociali il cui sostegno è essenziale alla conservazione e allo sviluppo del sistema stesso (gli studenti, i tecnici, gli intellettuali); si è scatenata una spinta, sia pure di tipo corporativo, anche negli strati sociali più direttamente legati al sistema e da esso privilegiati.perché si è inciso, anche se in modo meno profondo, sull’assetto delle forze istituzionali. È stata imposta alle organizzazioni sindacali non solo una accelerazione del processo unitario ma anche la costruzione di un tessuto organizzativo in fabbrica che ne vincola la libertà d’azione e la espone a una ricorrente contestazione dal basso; e si sono sottoposte le forze politiche, già colpite dai fenomeni di disgregazione tipici di tutto il mondo occidentale, alla spinta nuova di un movimento che coinvolge la loro stessa base di massa e al minaccioso sviluppo di una contesta­zione di sinistra dall’interno e dall’esterno.

 

Due vie della borghesia che non risolvono la crisi ma l'aggravano: un blocco conservatore e repressivo o   l'ingresso subalterno del Pei nell’area di governo

111. Le forze decisive del capitalismo e del movimento operaio sono almeno in parte consapevoli della gravità e del carattere strutturale della crisi. Per questo la maggioranza di centro-sinistra, ancora ben solida sul piano parlamentare ed elettorale, è però sostanzialmente liquidata nelle intenzioni dei suoi stessi protagonisti. Al governo e all’opposi­zione, tutti sono apertamente impegnati nella ricerca di una linea e di uno schieramento di ricambio, capace di offrire alla crisi una soluzione effettiva.

112. Questa ricerca, fattore anch’essa di instabilità e paralisi del po­tere, si sviluppa in due direzioni opposte, che non riflettono affatto le distinzioni fra i partiti ma passano al loro interno. La linea più sem­plice è quella del blocco moderato, che tenta di ripetere in Italia l’ope­razione felicemente riuscita in Francia. Tale linea punta su una acutiz­zazione dello scontro e sulla paura degli strati intermedi, sfida l’opposi­zione di sinistra, accetta il rischio di una prova extraistituzionale, spera di strappare un successo elettorale decisivo e di ricreare una coesione a basso livello tra le forze di governo. I sostenitori di questa linea — Sa- ragat, la destra democristiana, con più prudenza Fanfani — hanno tentato più volte di stringere i tempi, non a caso fallendo lo scopo.

113. Per questo disegno mancano le condizioni fondamentali. Il mo­vimento di lotta, in Italia, non ha assunto il carattere di uno scontro prematuro per il potere statale, ma quello di una progressiva e diffusa contestazione del potere a livello sociale, e una drammatizzazione estrema dello scontro dovrebbe essere provocata a freddo dalle forze conservatrici che si propongono di utilizzarla. Un gioco così scoperto rischia di provo­care ulteriori lacerazioni delle forze al potere senza raccogliere un nuovo schieramento. Manca a questo disegno l’appoggio unitario della grande borghesia, una parte della quale avverte il rischio estremo del tentativo ed è giustamente dubbiosa del risultato. Sul piano politico, è molto in­certo che lo schieramento conservatore, anche in una situazione di grande drammaticità, possa strappare una maggioranza solida ed omogenea, col rischio conseguente di finire sul sentiero minato dei tentativi golpisti; sul piano economico, è ancor più dubbio che un blocco moderato sia capace di affrontare i problemi della razionalizzazione e di controllare la spinta operaia. Una soluzione moderata rafforzerebbe gli strati parassitari che pesano sullo sviluppo capitalistico e tenterebbe di stroncare la lotta operaia con una politica deflattiva e recessiva, facendo pagare al capitalismo un prezzo tanto alto da porlo ai margini del sistema internazionale. È perciò ragionevole escludere che questa possa essere, per ora, una risposta vin­cente della borghesia italiana alla crisi.

114. La seconda linea accomuna forze assai diverse fra loro: nuovi e importanti settori democristiani, i socialisti e la maggioranza del gruppo dirigente comunista, col sostegno di una parte dei grandi gruppi capi­talisti. Essa ricerca una stabilizzazione e un « ordinato progresso » attra­verso^ un nuovo rapporto tra governo e opposizione, che sancisca l’in­gresso del Partito comunista nella maggioranza reale che dirige il paese. Le forme di questo rapporto possono essere molteplici e succedersi nel tempo, ma l’essenziale è un accordo intorno ad un programma di riforme e a una compartecipazione al potere, in vista della quale i comunisti diano una cauzione controllando quei settori del movimento che debor­dano dal quadro delle compatibilità previste. Qualcosa di simile all’intesa Turati-Giolitti piuttosto che all’accordo Togliatti-De Gasperi, nel quale era evidente la reciproca riserva mentale.

115. Nell’ultimo anno, questa ipotesi politica ha fatto molta strada. Ha conquistato un seguito non trascurabile all’interno del gruppo diri­gente democristiano, ha suggerito uno spostamento a sinistra del Partito socialista, ha soprattutto conquistato il Partito comunista, che ne ha fatto senza riserva la propria carta fondamentale fino al punto di assicurare al centro-sinistra il respiro necessario a una tale prospettiva. Il che ha già avuto conseguenze notevoli sulle lotte sociali, influenzando gli orien­tamenti sindacali, e si è già tradotto in alcune prime esperienze di col­laborazione o implicita intesa a livello periferico.

116. Ma anche questa linea non ha serie possibilità di portare un nuovo schieramento al governo del paese e di offrire una soluzione reale alla crisi che lo travaglia, superando i limiti di una contrattazione sottobanco e di un puro trasformismo.

117. Come edizione rinnovata della strategia frontista — cioè come graduale limitazione del potere monopolistico e primo passo verso una egemonia della classe operaia e del Partito comunista — essa non ha alcun fondamento. La rigidità della situazione economica, la instabilità delle forze politiche, la pressione del movimento e il suo livello di riven­dicazioni sono tali che questa operazione, se procedesse senza l’avallo e il controllo dei gruppi capitalistici fondamentali e delle forze decisive della Democrazia cristiana, sconvolgerebbe il quadro politico e sociale ancor prima di andare in porto e farebbe precipitare uno scontro fron­tale. Ma in modo avventuristico, senza aver in alcun modo preparato le condizioni, i rapporti di forza, il tipo di movimento, la piattaforma programmatica, necessari per vincere.

118. Anche il gruppo dirigente comunista se ne rende conto e rinuncia in partenza a una tale prospettiva. Perciò non solo porta avanti l’ope­razione con la gradualità e le tattica necessarie perché non assuma un carattere di rottura, ma la concepisce in modo del tutto diverso. Con una svolta che si può considerare storica, sebbene sia consequenziale a tutta la politica post-bellica, il gruppo dirigente comunista ha rinunciato a buona parte dei caposaldi della stessa strategia frontista. In primo luogo, non cerca più di portare a fondo la crisi politica dell’avversario e di costruire uno schieramento sul quale esercitare la propria egemonia, cioè non punta su una rottura della DC e sulla formazione di « uno schie­ramento delle sinistre laiche e cattoliche », ma solo su uno spostamento di equilibri all’interno della DC e del PSI e su una « nuova maggio­ranza » che garantisca gli interessi conservatori con la sopravvivenza delle formazioni politiche tradizionali. In secondo luogo, ha rinunciato ad una linea programmatica di concentrazione antimonopolistica e punta su un dialogo diretto tra borghesia moderna (grandi gruppi privati e pubblici) e classe operaia, in funzione produttivistica e antiparassitaria, per creare così condizioni di modernizzazione e di progresso.

 

L’infondatezza del disegno neo-turatiano e neo-giolittiano del Pei, i pericoli e le possibilità della situazione attuale

119. Questo disegno politico, neoturatiano e neogiolittiano, si regge su alcuni presupposti: a) che esistano, nel capitalismo italiano attuale posizioni di privilegio e di rendita molto estese che si possano liquidare senza un rovesciamento dei meccanismi fondamentali, economici e di potere, del sistema; b) che tali posizioni di privilegio e di rendita pos­sano essere liquidate dall’apparato istituzionale e dalle forze politiche oggi esistenti; c) che la classe operaia e gli altri strati « produttivi » siano mobilitabili in questa prospettiva e rinuncino a porre una serie di obiet­tivi che mettono direttamente in discussione la struttura capitalistica della società; d) che si vada a una stabilizzazione mondiale con una inte­grazione crescente dei due sistemi in un quadro democratico e pacifico.

120. Tutti questi postulati sono assolutamente arbitrari. Sia il Partito comunista sia la Democrazia cristiana si caratterizzano ormai come forze interclassiste che hanno tessuto la propria presenza nel paese su una alleanza organica tra strati sociali « produttivi » e strati « improduttivi ». Nel momento in cui la DC rendesse chiara una scelta di attacco ai medi ceti parassitari e privilegiati, o il Pei rendesse chiara una rottura con le vaste masse di « esclusi » (mezzogiorno, contadini, donne) — e queste scelte si traducessero in una politica abbastanza incisiva e drastica da ottenere rapidamente i risultati necessari a consolidare un consenso di operai, tecnici, studenti al nuovo « blocco storico » — tutta la loro struttura politica, organizzativa ed elettorale entrerebbe in crisi. Non vedere che queste forze politiche riflettono in sé tutta la complessità della società e sono una delle radici della crisi, postulare una autonomia demiurgica in apparati politici che si caratterizzano per la loro aderenza opportunistica e corporativa al corpo sociale, significa non aver com­preso la sostanza della situazione italiana. Non meno assurdo è postu­lare, come sede e strumento di questa politica, un assetto istituzionale (Parlamento, Regioni, Enti locali) che per sua natura alimenta quelle mediazioni corporative e quella gestione immobilista che si vorrebbero colpire.

121. Le posizioni di rendita e di privilegio sono anch’esse un aspetto e un prodotto dello sviluppo capitalistico, non un suo limite esterno. Dalla limitazione della rendita sul suolo urbano, della speculazione com­merciale o degli stipendi degli alti burocrati, non si può sperare di otte­nere le risorse necessarie per una modificazione della condizione operaia, né sono queste le strozzature fondamentali dello sviluppo produttivo. La ristrettezza dell’area altamente produttiva e gli sprechi fondamentali in uomini e in capitali derivano in linea diretta dagli indirizzi della grande industria e dagli imperativi della integrazione internazionale. Pensare di modificare sostanzialmente il rapporto tra settore produttivo e improdut­tivo e la struttura del consumo e del reddito senza investire in prima linea questi centri motori dello sviluppo è una ingenuità o una consa­pevole mistificazione, come lo sono state a livello mondiale la politica degli aiuti alle aree depresse o i disegni kennediani della « nuova fron­tiera ». All’interno di quei meccanismi lo sviluppo può essere accele­rato, ma rispettandone il disegno fondamentale e i fondamentali incen­tivi; e gli squilibri e gli sprechi possono mutare di forma ma non essere liquidati. 

122. Soprattutto è intuibile che una crescita del peso politico e sociale della classe operaia porterebbe con sé una espansione generale della sua lotta contro il potere capitalistico in fabbrica, e solleciterebbe di riflesso le rivendicazioni più avanzate dei tecnici, degli studenti, degli intellettuali. Questa crescita complessiva del movimento, anche se non bastasse a produrre una reale rottura rivoluzionaria di fronte a un siste­ma istituzionale compatto e solidale, sarebbe comunque sufficiente a paralizzare il motore di tutta l’operazione, cioè la crescita rapida e incon­trastata della produttività nei settori avanzati. L’idea che il Partito comu­nista possa imporre alla classe operaia una tregua sociale, in una fase di forte espansione, per innestare un meccanismo di sviluppo capitali­stico rapido (sia pure finalizzato a certi obiettivi sociali), o che possa anche solo controllare la qualità delle rivendicazioni operaie perché non intralcino quel meccanismo, è pura fantapolitica. Quali che siano le inten­zioni soggettive delle forze istituzionali, uno « spostamento a sinistra » della maggioranza di governo e una politica di forte rilancio produttivo sono destinati a produrre un rilancio della lotta operaia, a livelli che già hanno superato una soglia oltre la quale la lotta operaia non è stimolo per lo sviluppo capitalistico ma suo impedimento.

123. Per tutte queste ragioni, una linea in sé ambiziosa è costretta a procedere in modo squallido e contorto, espressa a mezzo bocca, senza contenuti programmatici precisi, con scadenze del tutto indipendenti dai tempi reali della crisi politica e sociale. Nei fatti, si presenta come il contrario di ciò che vuol essere, cioè ulteriore elemento di disgregazione del potere politico, trattativa sottobanco che non impegna fino in fondo nessuno e che alimenta ogni giorno i mali che vorrebbe colpire. Essa procede ed è destinata a procedere non come risposta reale alla crisi in atto, ma come aspetto di questa crisi, come politica opportunista e avventurista che fa marcire la situazione e insieme impedisce una alternativa.

124) Il fatto che tutte le politiche della borghesia e del riformismo si dimostrano, di fronte alla crisi attuale, impraticabili e controproducenti, non vuol dire che il capitalismo italiano sia ormai alle corde e non esista soluzione alcuna se non la rivoluzione da un lato e la repressione violenta o il caos dall'altro. Ma vuol dire: 

a) che abbiamo di fronte un periodo ancora lungo di crisi, nel corso della quale possono crearsi le aggregazioni soggettive e le condizioni og­gettive per un nuovo equilibrio capitalistico, ma nel corso della quale continueranno a riproporsi sia il pericolo di una controffensiva reazio­naria violenta sia le occasioni per la costruzione di uno schieramento rivoluzionario e di una alternativa vittoriosa;

b) che un nuovo equilibrio capitalistico di tipo dinamico deve scontare una sconfitta del movimento di classe ai suoi livelli attuali, una crisi storica delle sue organizzazioni e uno sconvolgimento dell’attuale quadro politico-istituzionale ;

c) che questo sviluppo sarebbe ancora e più distorto che nel passato, con accentuati caratteri autoritari e un aggravamento degli squilibri sociali e della concentrazione del potere. Con immagine approssimativa, si può dire che il capitalismo italiano ha per il futuro due alternative: quella di un relativo ristagno, ai margini del sistema mondiale (di tipo « in­glese », in un quadro politico più repressivo); o quello di un dinamismo stimolato da tensioni crescenti (di tipo « giapponese »). Fuori dalla realtà è l’ipotesi di uno sviluppo capitalistico « democratico » condizionato dal peso politico-sociale della classe operaia (di tipo « svedese »).

 

 

 

 

 

 

Seconda parte

La crisi italiana

 

Il fallimento del centro-sinistra e la duplice crisi di sottosviluppo e di ipermaturità del capitalismo italiano

101. La crisi che scuote il mondo capitalistico assume in Italia forme evidenti e acute. Il centro-sinistra è abortito ancora prima di esser messo alla prova: non è riuscito a realizzare nessuno dei suoi propositi rifor­matori, e neppure a condurre avanti seriamente una linea razionalizzatrice, a consolidare il ritmo dell’espansione produttiva, a garantire un equili­brio politico stabile. Si è anzi sviluppata in questi anni una crisi di tutti gli equilibri economici, sociali e politici che è ancora lontana da una qualsiasi composizione.

102. L’origine di quel fallimento e di questa crisi sta in un mutamento di fase dello sviluppo capitalistico. L’espansione degli anni precedenti era stata favorita dall’inserimento in un mercato internazionale in piena espansione; dall’introduzione di nuove tecnologie, di nuovi beni e modelli di consumo altrove già sperimentati e perfezionati; dai grandi sposta­menti di popolazione, con i relativi incrementi del mercato interno e della produttività; dal basso regime salariale connesso alla debolezza politica e sindacale della classe operaia; e dall’abbondanza di mano d’opera al livello di qualifica necessario. Queste spinte sono venute attenuandosi e alcune di esse — la eccessiva dipendenza dal mercato internazionale, la congestione nelle aree metropolitane, la strozzatura della produzione agricola — varcata una certa soglia, hanno cominciato ad operare in senso contrario.

103. Il capitalismo italiano si è così trovato di fronte ai problemi nuovi e tipici di una economia matura, quello della produttività e dello sviluppo intensivo, della più agguerrita competizione internazionale non tanto nel mercato delle merci quanto sul terreno monetario e dei capitali, della pianificazione degli investimenti, delle infrastrutture, delle tensioni salariali.

104. I caratteri stessi dell’espansione precedente hanno però creato difficoltà assai gravi per la soluzione di questi problemi. L’aver aggra­vato antiche arretratezze della società italiana (mezzogiorno, edilizia, agri­coltura, stato centralizzato, ipertrofia burocratica) rappresenta un costo crescente per il sistema. L’intreccio di rendita e profitto, il peso dei grandi gruppi, la mancanza di un sistema di « relazioni industriali », le forti differenziazioni di reddito, il privilegio e la proliferazione dei nuovi ceti medi (tutto ciò che aveva alimentato l’espansione degli anni ’50) ha fatto maturare le contraddizioni tipiche del capitalismo avanzato più di quanto sopportasse — e prima di quanto non comportasse — il livello di sviluppo economico: congestione urbana, nuovo parassiti­smo, spinte corporative, riduzione della popolazione attiva, congestione e crisi della scuola, arretratezza dei servizi sociali. Il capitalismo italiano si trova così ad affrontare, contemporaneamente, problemi di sottosvi­luppo e di ipermaturità. Si ripete uno schema che il capitalismo ha già conosciuto in altri contesti, ad esempio nella Russia prerivoluzionaria, nel senso che l’Italia non appare solo il paese più arretrato dell’area avanzata ma riflette al suo interno i poli estremi di questa contraddizione.

 

La paralisi del regime istituzionale, del potere pubblico e delle forze politiche

105. Queste difficoltà strutturali hanno generato una crisi degli schieramenti politici e sociali prima e più di una stagnazione produttiva. Il riformismo, cioè, non è stato sconfitto solo perché si è indebolita la for­mazione di risorse eccedenti per una redistribuzione del reddito e una soluzione dei problemi sociali più gravi, ma soprattutto perché il tipo di sviluppo e le sue contraddizioni distruggevano i presupposti stessi dell’azione riformatrice.

106. Si sono aperti infatti due processi paralleli e interdipendenti: una crisi delle istituzioni, delle forze politiche e del blocco sociale borghese rispetto alle stesse necessità di sviluppo del sistema; e una crisi dell’equi- librio politico-sociale complessivo con la crescita della lotta di classe e la formazione di un nuovo schieramento consapevolmente anticapitalistico.

107. Gli aspetti più evidenti del primo fenomeno sono:

a) la paralisi progressiva del potere pubblico, come paralisi delle istitu­zioni parlamentari e del vecchio sistema burocratico, alla quale il sistema ha risposto concentrando il potere nelle mani dell’esecutivo e costruendo un apparato tecnocratico esterno alla struttura costituzionale, luogo di compenetrazione del capitale pubblico e privato. Ne è derivata però una nuova struttura corporativa e frammentata, altrettanto incapace della prima di operare in modo autonomo e con un disegno globale: tipico il ruolo assunto dal capitalismo di stato, capace di trasmettere al potere pubblico le sollecitazioni e i bisogni del mercato oligopolitistico più che di imporre all’apparato produttivo il punto di vista dello « sviluppo globale ».

b) il processo di disgregazione delle forze politiche. L’assorbimento dei partiti di governo nella struttura di potere del sistema, la demolizione della loro autonomia ideologica, la formazione di un esteso apparato clien­telare, che doveva garantire al sistema un meccanismo politico ad esso omogeneo e funzionale, si è praticamente tradotto in una struttura iper­trofica, dominata da propri interessi corporativi, condizionata dagli stessi strumenti su cui fonda il suo potere, così divisa al suo interno ma così solidale nel difendere il proprio privilegio da non sapere né potere gover­nare. Anche la più recente fatica di assorbire, entro l’ordine costituito, a vari livelli, partiti e sindacati dell’opposizione di sinistra, costa al siste­ma in termini di paralisi e di spreco almeno quanto gli frutta in termini di manipolazione del consenso.

c) una acutizzazione dei contrasti aH’interno del blocco sociale dominante, con la pressione incontrollata del medio ceto teso a rafforzare i propri privilegi, la crisi e la differenziazione sociale dell’azienda contadina, le spinte inflattive e le tensioni sociali derivate dalla struttura dell’industria edilizia, la fuga dei capitali e l’anemia del mercato azionario. Non tanto si tratta di una resistenza allo sviluppo opposta da gruppi redditieri e parassitari residui di un passato precapitalistico, quanto delle contraddi­zioni nascenti dai nuovi settori di spreco e di privilegio che il sistema stesso alimenta per il suo meccanismo di accumulazione, le sue scelte di consumo, le sue esigenze di dominio sociale e politico.

d) L’impotenza del capitalismo nazionale a governare il proprio sviluppo per il peso assunto dai centri di potere e dagli automatismi economici internazionali, con la subordinazione nella ricerca scientifica e tecnologica, la dipendenza dalla divisione internazionale del lavoro, l’integrazione dei grandi gruppi monopolistici, la circolazione dei capitali, le tensioni del sistema monetario, il rafforzamento delle strutture sovranazionali. Questo condizionamento pesa su tutte le fondamentali scelte produttive ed è tanto forte che lo stato nazionale opera ormai con relativa efficacia solo come organo di compensazione e di redistribuzione di quote marginali di reddito, senza potersi proporre a livello di sistema un modello di sviluppo "più razionale" ("sia pure di una razionalità capitalistica").

 

La crescita del movimento di lotta, i suoi risultati e le sue ripercussioni suH’equilibrio sociale e politico del paese

108. Queste difficoltà e contraddizioni potrebbero essere contenute en­tro limiti sopportabili, da un sistema che conserva pur sempre un note­vole dinamismo produttivo, se non si fosse ad esse sommata un’altra e decisiva componente critica: lo sviluppo di uno schieramento antica­pitalistico. Anche dal lato del proletariato e delle forze rivoluzionarie, quello stesso intreccio di tradizione e di modernità da cui nascono le difficoltà interne al capitalismo ha alimentato una spinta contestatrice del sistema radicale ed estesa: un processo dialettico grazie al quale le nuove contraddizioni di classe si sviluppano in anticipo e in forma più radicale, assumendo in sé e dando nuova portata anche alle contraddi­zioni tradizionali.

109. L’ampiezza e la qualità del movimento di lotta è probabilmente il tratto specifico della crisi italiana rispetto alla crisi generale dell’equi­librio capitalistico negli ultimi anni. Questo movimento è cresciuto in un lungo arco di tempo: ha origine tra la fine degli anni cinquanta e l’inizio degli anni sessanta con lotte operaie che anticipavano contenuti e forme destinate a pesare più tardi con ben altra forza; si sviluppa con la lotta politica e sociale contro il centro-sinistra determinando, a livello di massa e nelle forze politiche e sindacali, un forte logoramento dell’egemonia riformista prima ancora della svolta del ’68; compie un salto di qualità con l’esplosione della lotta studentesca tra il ’67 e il ’69, che sposta radicalmente l’asse del movimento in una direzione extraisti­tuzionale e anticapitalistica; e giunge a pieno sviluppo con le lotte operaie del 1969, portando la crisi ai limiti di rottura.

110. Questo grande movimento non è riuscito a costruire di per sé, nonostante le sue potenzialità, una alternativa politica, e questo vuoto ha infine pesato sul suo livello e sulla sua unità. Ma i caratteri che ha assunto e i risultati che ha raggiunto sono comunque tali che, nono­stante gli elementi di riflusso, assai difficile è per la borghesia una restau­razione del vecchio equilibrio:

a) perché è stato direttamente colpito il meccanismo capitalistico nel suo punto più vitale, la fabbrica. Non solo si è rotto il preesistente equilibrio salariale, si è indotta una pressione rivendicativa su tutta l’area del siste ma riducendo i margini di una politica riformista di spesa pubblica, si sono strappate conquiste normative limitando la possibilità del capita­lista di ristabilire un equilibrio con facili misure di intensificazione dello sfruttamento; ma si è raggiunto un nuovo livello di organizzazione e di esperienza nella classe operaia, uno stato di insubordinazione latente e un nuovo atteggiamento delle masse di fronte al sistema e di fronte al potere. Tutto ciò ostacola la ripresa produttiva ed è destinato a scate­nare immediatamente, nell’eventualità di una tale ripresa, una nuova espansione del movimento. E a un livello ancora più alto, per i contenuti che l’insubordinazione operaia ha assunto ormai in modo permanente (attacco alle qualifiche, controllo della organizzazione del lavoro): vi è una storia della coscienza operaia in questi dieci anni che si prolunga attraverso le fasi alterne della lotta, che resiste anche nelle fasi di riflusso, che il capitale non ha spezzato e deve spezzare.

b) perché si è fortemente incrinato il blocco sociale su cui regge, in Italia, il potere capitalistico. Per la prima volta si è ricomposta una unità reale dei vari settori della classe operaia (le diverse categorie, le diverse regioni del paese), grande problema irrisolto dalle forze di sinistra dal dopoguerra; si è stabilmente messa in discussione l’egemonia del sistema su alcuni strati sociali il cui sostegno è essenziale alla conservazione e allo sviluppo del sistema stesso (gli studenti, i tecnici, gli intellettuali); si è scatenata una spinta, sia pure di tipo corporativo, anche negli strati sociali più direttamente legati al sistema e da esso privilegiati.perché si è inciso, anche se in modo meno profondo, sull’assetto delle forze istituzionali. È stata imposta alle organizzazioni sindacali non solo una accelerazione del processo unitario ma anche la costruzione di un tessuto organizzativo in fabbrica che ne vincola la libertà d’azione e la espone a una ricorrente contestazione dal basso; e si sono sottoposte le forze politiche, già colpite dai fenomeni di disgregazione tipici di tutto il mondo occidentale, alla spinta nuova di un movimento che coinvolge la loro stessa base di massa e al minaccioso sviluppo di una contesta­zione di sinistra dall’interno e dall’esterno.

 

Due vie della borghesia che non risolvono la crisi ma l'aggravano: un blocco conservatore e repressivo o   l'ingresso subalterno del Pei nell’area di governo

111. Le forze decisive del capitalismo e del movimento operaio sono almeno in parte consapevoli della gravità e del carattere strutturale della crisi. Per questo la maggioranza di centro-sinistra, ancora ben solida sul piano parlamentare ed elettorale, è però sostanzialmente liquidata nelle intenzioni dei suoi stessi protagonisti. Al governo e all’opposi­zione, tutti sono apertamente impegnati nella ricerca di una linea e di uno schieramento di ricambio, capace di offrire alla crisi una soluzione effettiva.

112. Questa ricerca, fattore anch’essa di instabilità e paralisi del po­tere, si sviluppa in due direzioni opposte, che non riflettono affatto le distinzioni fra i partiti ma passano al loro interno. La linea più sem­plice è quella del blocco moderato, che tenta di ripetere in Italia l’ope­razione felicemente riuscita in Francia. Tale linea punta su una acutiz­zazione dello scontro e sulla paura degli strati intermedi, sfida l’opposi­zione di sinistra, accetta il rischio di una prova extraistituzionale, spera di strappare un successo elettorale decisivo e di ricreare una coesione a basso livello tra le forze di governo. I sostenitori di questa linea — Sa- ragat, la destra democristiana, con più prudenza Fanfani — hanno tentato più volte di stringere i tempi, non a caso fallendo lo scopo.

113. Per questo disegno mancano le condizioni fondamentali. Il mo­vimento di lotta, in Italia, non ha assunto il carattere di uno scontro prematuro per il potere statale, ma quello di una progressiva e diffusa contestazione del potere a livello sociale, e una drammatizzazione estrema dello scontro dovrebbe essere provocata a freddo dalle forze conservatrici che si propongono di utilizzarla. Un gioco così scoperto rischia di provo­care ulteriori lacerazioni delle forze al potere senza raccogliere un nuovo schieramento. Manca a questo disegno l’appoggio unitario della grande borghesia, una parte della quale avverte il rischio estremo del tentativo ed è giustamente dubbiosa del risultato. Sul piano politico, è molto in­certo che lo schieramento conservatore, anche in una situazione di grande drammaticità, possa strappare una maggioranza solida ed omogenea, col rischio conseguente di finire sul sentiero minato dei tentativi golpisti; sul piano economico, è ancor più dubbio che un blocco moderato sia capace di affrontare i problemi della razionalizzazione e di controllare la spinta operaia. Una soluzione moderata rafforzerebbe gli strati parassitari che pesano sullo sviluppo capitalistico e tenterebbe di stroncare la lotta operaia con una politica deflattiva e recessiva, facendo pagare al capitalismo un prezzo tanto alto da porlo ai margini del sistema internazionale. È perciò ragionevole escludere che questa possa essere, per ora, una risposta vin­cente della borghesia italiana alla crisi.

114. La seconda linea accomuna forze assai diverse fra loro: nuovi e importanti settori democristiani, i socialisti e la maggioranza del gruppo dirigente comunista, col sostegno di una parte dei grandi gruppi capi­talisti. Essa ricerca una stabilizzazione e un « ordinato progresso » attra­verso^ un nuovo rapporto tra governo e opposizione, che sancisca l’in­gresso del Partito comunista nella maggioranza reale che dirige il paese. Le forme di questo rapporto possono essere molteplici e succedersi nel tempo, ma l’essenziale è un accordo intorno ad un programma di riforme e a una compartecipazione al potere, in vista della quale i comunisti diano una cauzione controllando quei settori del movimento che debor­dano dal quadro delle compatibilità previste. Qualcosa di simile all’intesa Turati-Giolitti piuttosto che all’accordo Togliatti-De Gasperi, nel quale era evidente la reciproca riserva mentale.

115. Nell’ultimo anno, questa ipotesi politica ha fatto molta strada. Ha conquistato un seguito non trascurabile all’interno del gruppo diri­gente democristiano, ha suggerito uno spostamento a sinistra del Partito socialista, ha soprattutto conquistato il Partito comunista, che ne ha fatto senza riserva la propria carta fondamentale fino al punto di assicurare al centro-sinistra il respiro necessario a una tale prospettiva. Il che ha già avuto conseguenze notevoli sulle lotte sociali, influenzando gli orien­tamenti sindacali, e si è già tradotto in alcune prime esperienze di col­laborazione o implicita intesa a livello periferico.

116. Ma anche questa linea non ha serie possibilità di portare un nuovo schieramento al governo del paese e di offrire una soluzione reale alla crisi che lo travaglia, superando i limiti di una contrattazione sottobanco e di un puro trasformismo.

117. Come edizione rinnovata della strategia frontista — cioè come graduale limitazione del potere monopolistico e primo passo verso una egemonia della classe operaia e del Partito comunista — essa non ha alcun fondamento. La rigidità della situazione economica, la instabilità delle forze politiche, la pressione del movimento e il suo livello di riven­dicazioni sono tali che questa operazione, se procedesse senza l’avallo e il controllo dei gruppi capitalistici fondamentali e delle forze decisive della Democrazia cristiana, sconvolgerebbe il quadro politico e sociale ancor prima di andare in porto e farebbe precipitare uno scontro fron­tale. Ma in modo avventuristico, senza aver in alcun modo preparato le condizioni, i rapporti di forza, il tipo di movimento, la piattaforma programmatica, necessari per vincere.

118. Anche il gruppo dirigente comunista se ne rende conto e rinuncia in partenza a una tale prospettiva. Perciò non solo porta avanti l’ope­razione con la gradualità e le tattica necessarie perché non assuma un carattere di rottura, ma la concepisce in modo del tutto diverso. Con una svolta che si può considerare storica, sebbene sia consequenziale a tutta la politica post-bellica, il gruppo dirigente comunista ha rinunciato a buona parte dei caposaldi della stessa strategia frontista. In primo luogo, non cerca più di portare a fondo la crisi politica dell’avversario e di costruire uno schieramento sul quale esercitare la propria egemonia, cioè non punta su una rottura della DC e sulla formazione di « uno schie­ramento delle sinistre laiche e cattoliche », ma solo su uno spostamento di equilibri all’interno della DC e del PSI e su una « nuova maggio­ranza » che garantisca gli interessi conservatori con la sopravvivenza delle formazioni politiche tradizionali. In secondo luogo, ha rinunciato ad una linea programmatica di concentrazione antimonopolistica e punta su un dialogo diretto tra borghesia moderna (grandi gruppi privati e pubblici) e classe operaia, in funzione produttivistica e antiparassitaria, per creare così condizioni di modernizzazione e di progresso.

 

L’infondatezza del disegno neo-turatiano e neo-giolittiano del Pei, i pericoli e le possibilità della situazione attuale

119. Questo disegno politico, neoturatiano e neogiolittiano, si regge su alcuni presupposti: a) che esistano, nel capitalismo italiano attuale posizioni di privilegio e di rendita molto estese che si possano liquidare senza un rovesciamento dei meccanismi fondamentali, economici e di potere, del sistema; b) che tali posizioni di privilegio e di rendita pos­sano essere liquidate dall’apparato istituzionale e dalle forze politiche oggi esistenti; c) che la classe operaia e gli altri strati « produttivi » siano mobilitabili in questa prospettiva e rinuncino a porre una serie di obiet­tivi che mettono direttamente in discussione la struttura capitalistica della società; d) che si vada a una stabilizzazione mondiale con una inte­grazione crescente dei due sistemi in un quadro democratico e pacifico.

120. Tutti questi postulati sono assolutamente arbitrari. Sia il Partito comunista sia la Democrazia cristiana si caratterizzano ormai come forze interclassiste che hanno tessuto la propria presenza nel paese su una alleanza organica tra strati sociali « produttivi » e strati « improduttivi ». Nel momento in cui la DC rendesse chiara una scelta di attacco ai medi ceti parassitari e privilegiati, o il Pei rendesse chiara una rottura con le vaste masse di « esclusi » (mezzogiorno, contadini, donne) — e queste scelte si traducessero in una politica abbastanza incisiva e drastica da ottenere rapidamente i risultati necessari a consolidare un consenso di operai, tecnici, studenti al nuovo « blocco storico » — tutta la loro struttura politica, organizzativa ed elettorale entrerebbe in crisi. Non vedere che queste forze politiche riflettono in sé tutta la complessità della società e sono una delle radici della crisi, postulare una autonomia demiurgica in apparati politici che si caratterizzano per la loro aderenza opportunistica e corporativa al corpo sociale, significa non aver com­preso la sostanza della situazione italiana. Non meno assurdo è postu­lare, come sede e strumento di questa politica, un assetto istituzionale (Parlamento, Regioni, Enti locali) che per sua natura alimenta quelle mediazioni corporative e quella gestione immobilista che si vorrebbero colpire.

121. Le posizioni di rendita e di privilegio sono anch’esse un aspetto e un prodotto dello sviluppo capitalistico, non un suo limite esterno. Dalla limitazione della rendita sul suolo urbano, della speculazione com­merciale o degli stipendi degli alti burocrati, non si può sperare di otte­nere le risorse necessarie per una modificazione della condizione operaia, né sono queste le strozzature fondamentali dello sviluppo produttivo. La ristrettezza dell’area altamente produttiva e gli sprechi fondamentali in uomini e in capitali derivano in linea diretta dagli indirizzi della grande industria e dagli imperativi della integrazione internazionale. Pensare di modificare sostanzialmente il rapporto tra settore produttivo e improdut­tivo e la struttura del consumo e del reddito senza investire in prima linea questi centri motori dello sviluppo è una ingenuità o una consa­pevole mistificazione, come lo sono state a livello mondiale la politica degli aiuti alle aree depresse o i disegni kennediani della « nuova fron­tiera ». All’interno di quei meccanismi lo sviluppo può essere accele­rato, ma rispettandone il disegno fondamentale e i fondamentali incen­tivi; e gli squilibri e gli sprechi possono mutare di forma ma non essere liquidati. 

122. Soprattutto è intuibile che una crescita del peso politico e sociale della classe operaia porterebbe con sé una espansione generale della sua lotta contro il potere capitalistico in fabbrica, e solleciterebbe di riflesso le rivendicazioni più avanzate dei tecnici, degli studenti, degli intellettuali. Questa crescita complessiva del movimento, anche se non bastasse a produrre una reale rottura rivoluzionaria di fronte a un siste­ma istituzionale compatto e solidale, sarebbe comunque sufficiente a paralizzare il motore di tutta l’operazione, cioè la crescita rapida e incon­trastata della produttività nei settori avanzati. L’idea che il Partito comu­nista possa imporre alla classe operaia una tregua sociale, in una fase di forte espansione, per innestare un meccanismo di sviluppo capitali­stico rapido (sia pure finalizzato a certi obiettivi sociali), o che possa anche solo controllare la qualità delle rivendicazioni operaie perché non intralcino quel meccanismo, è pura fantapolitica. Quali che siano le inten­zioni soggettive delle forze istituzionali, uno « spostamento a sinistra » della maggioranza di governo e una politica di forte rilancio produttivo sono destinati a produrre un rilancio della lotta operaia, a livelli che già hanno superato una soglia oltre la quale la lotta operaia non è stimolo per lo sviluppo capitalistico ma suo impedimento.

123. Per tutte queste ragioni, una linea in sé ambiziosa è costretta a procedere in modo squallido e contorto, espressa a mezzo bocca, senza contenuti programmatici precisi, con scadenze del tutto indipendenti dai tempi reali della crisi politica e sociale. Nei fatti, si presenta come il contrario di ciò che vuol essere, cioè ulteriore elemento di disgregazione del potere politico, trattativa sottobanco che non impegna fino in fondo nessuno e che alimenta ogni giorno i mali che vorrebbe colpire. Essa procede ed è destinata a procedere non come risposta reale alla crisi in atto, ma come aspetto di questa crisi, come politica opportunista e avventurista che fa marcire la situazione e insieme impedisce una alternativa.

124) Il fatto che tutte le politiche della borghesia e del riformismo si dimostrano, di fronte alla crisi attuale, impraticabili e controproducenti, non vuol dire che il capitalismo italiano sia ormai alle corde e non esista soluzione alcuna se non la rivoluzione da un lato e la repressione violenta o il caos dall'altro. Ma vuol dire: 

a) che abbiamo di fronte un periodo ancora lungo di crisi, nel corso della quale possono crearsi le aggregazioni soggettive e le condizioni og­gettive per un nuovo equilibrio capitalistico, ma nel corso della quale continueranno a riproporsi sia il pericolo di una controffensiva reazio­naria violenta sia le occasioni per la costruzione di uno schieramento rivoluzionario e di una alternativa vittoriosa;

b) che un nuovo equilibrio capitalistico di tipo dinamico deve scontare una sconfitta del movimento di classe ai suoi livelli attuali, una crisi storica delle sue organizzazioni e uno sconvolgimento dell’attuale quadro politico-istituzionale ;

c) che questo sviluppo sarebbe ancora e più distorto che nel passato, con accentuati caratteri autoritari e un aggravamento degli squilibri sociali e della concentrazione del potere. Con immagine approssimativa, si può dire che il capitalismo italiano ha per il futuro due alternative: quella di un relativo ristagno, ai margini del sistema mondiale (di tipo « in­glese », in un quadro politico più repressivo); o quello di un dinamismo stimolato da tensioni crescenti (di tipo « giapponese »). Fuori dalla realtà è l’ipotesi di uno sviluppo capitalistico « democratico » condizionato dal peso politico-sociale della classe operaia (di tipo « svedese »).

 

La piattaforma alternativa

Il valore nuovo e permanente del movimento di lotta di questi anni e le sue indicazioni strategiche

125. Il fatto che il capitalismo italiano si dibatta in una crisi profonda e non eserciti un’egemonia reale sul corpo sociale non significa di per sé che una politica rivoluzionaria abbia spazio e rapide possibilità di successo. 11 ricatto che le forze riformiste hanno fatto pesare sul movi­mento di questi anni è appunto quello della mancanza di una alternativa. Si tratta di stabilire se questo ricatto ha un fondamento; se esistono le condizioni per costruire nel corso della crisi attuale uno schieramento e una politica direttamente contestativi del sistema capitalistico; se una strategia generale ispirata a una prospettiva comunista può trovare un reale seguito di massa nelle condizioni attuali dell’Italia; e su quali piattaforme specifiche può fondarsi.

126. La risposta va di nuovo ricercata nell’analisi del movimento di lotta, delle sue radici e delle sue potenzialità, e nella riflessione sul suo valore fondamentale: non solo l’aver messo in crisi l’equilibrio bor­ghese ed evidenziato la crisi del riformismo e del frontismo, quanto l’aver espresso e fatto maturare gli elementi di una nuova strategia e i soggetti capaci di animarla.

127. Questo valore profondamente nuovo del movimento deriva:

a) dal fatto che la classe operaia, come mai forse nel passato, si è ricol­locata in primo piano e al centro di uno schieramento di gruppi sociali animato da nuovi protagonisti: tecnici, intellettuali, studenti. Non solo si è intravista la possibilità ma si è cominciato a costruire un nuovo blocco sociale, il soggetto di una nuova egemonia, direttamente legato alla produzione moderna, omogeneo rispetto ai rapporti di produzione, con­tinuamente in sviluppo. Un blocco sociale assolutamente diverso sia dall’alleanza proletariato industriale-borghesia progressista che è fonda­mento delle politiche riformiste, sia dall’alleanza delle forze « antimono­polistiche » su cui puntava la strategia frontista.

b) dal carattere di massa del movimento, non solo in quanto ha coinvolto nella lotta milioni di uomini, ma in quanto le masse lo hanno forte­mente controllato, influenzato, gestito, perché esprimeva rivendicazioni legate alla loro esperienza, ai loro bisogni e alla loro natura di gruppi sociali omogenei: non a caso è stato il primo grande movimento che ha avuto come centro pressocché esclusivo i luoghi di lavoro e di studio e che in pari tempo ha saputo esprimere obiettivi antagonistici all’assetto capitalistico (la contestazione dell’organizzazione del lavoro, della gerar­chia dei ruoli, della scuola come istituzione selettiva, del carattere della scienza e della tecnica, del carattere della democrazia rappresentativa). Per la prima volta si è cominciata a realizzare quella saldatura tra lotta sociale, liberata dai suoi limiti economicistici, e lotta politica, criticata nella sua astrattezza ideologica e istituzionale, che è sempre mancata nella tradizione del movimento operaio.

c) dalla sperimentazione di nuove forme di lotta e nuovi strumenti orga­nizzativi: lotte gestite dal basso, con elaborazione collettiva degli obiet­tivi, crescita politica di massa, selezione di nuovi quadri, costruzione di organismi di direzione emananti direttamente dai gruppi sociali. Si sono mossi alcuni passi verso una struttura dell’organizzaione di classe fondata su movimenti politici unitari di massa, che gradualmente esprimono propri strumenti, proiettano sulla vita sociale una contestazione continua del­l’ordinamento capitalistico e del suo orizzonte di valori, e perciò postu­lano il superamento sia dello stato istituzionale e rappresentativo sia 

del partito come sede separata di formazione della coscienza rivoluzio­naria: cioè una critica alla concezione dello stato e del partito della II e della III Internazionale.

128. Non è credibile che questi aspetti nuovi siano qualcosa di prov­visorio e di esteriore, prodotto instabile di una congiuntura politica e di suggestioni ideologiche, invenzione di alcune avanguardie, un’anticipa­zione cioè di qualcosa che solo in uno stadio successivo dello sviluppo storico potrà superare i limiti dell’utopia e della rivolta. È invece fondato sostenere che queste esperienze così profonde ed estese sono il prodotto di una condizione di massa già presente, di contraddizioni ed esigenze mature, e perciò base oggettiva di una strategia praticabile.

 

La classe operaia italiana oggi: il perchè del carattere d'avanguardia delle sue lotte attuali

129. Precise radici sociali e storiche spiegano come mai l’Italia sia il paese in cui le lotte operaie hanno assunto le dimensioni più ampie, i contenuti più avanzati, le forme più dirompenti; come mai il suo prole­tariato, che ha ancora tanta strada da compiere per ottenere un minimo di benessere e di sicurezza ed è tanto esposto alla minaccia della crisi, sia giunto per primo ad un rifiuto radicale della politica dei redditi, a una contestazione nell’organizzazione capitalistica del lavoro, a una critica della visione tradeunionistica e quantitativa della lotta di classe.

130. Lo sviluppo economico è sempre stato ed è tuttora connesso in Italia ad una condizione di particolare sfruttamento della classe operaia. Lo è stato nella fase di « decollo » degli anni cinquanta, quando l’ab­bondanza di forza lavoro a buon mercato ha fornito la base essenziale dell’industrializzazione e dell’inserimento nel mercato internazionale. Lo è rimasto negli anni seguenti, quando lo sfruttamento pesante degli operai (e in generale di tutti i lavoratori manuali) ha consentito al sistema di crearsi una nuova base di massa in un medio ceto parassitario e privi­legiato. Lo è oggi, per il ruolo che la divisione internazionale del lavoro assegna all’economia italiana e come compensazione dello spreco di risorse di cui il sistema ha bisogno. Ma questa parabola di sviluppo, che nello sfruttamento operaio ha l’elemento costante, ha anche prodotto una classe operaia non solo molto più numerosa e relativamente omogenea ma di tipo nuovo: nettamente dominata dalla figura dell’operaio di linea, semi­specializzato, legato a mansioni parcellizzate, sottoposto a condizioni di lavoro estenuanti, privo di prospettiva professionale; e dalla figura del nuovo tecnico, ad alta qualifica professionale ma a sua volta massificato, destinato a funzioni ripetitive, separato dal potere decisionale.

131. La classe operaia italiana non è più quella della vecchia strati­ficazione dei mestieri, ma non è ancora costretta ai margini e frantumata dai processi di automazione e di terziarizzazione (e quaternarizzazione) del­l’economia: per la sua stessa configurazione tende ad esprimere, in modo relativamente spontaneo, obiettivi avanzati. L’egualitarismo nasce dalla consapevolezza di una particolare ingiustizia sociale, dal carattere arbi­trio e « politico » della gerarchia di reddito e di potere in una struttura economica che è in fase di livellamento e di socializzazione delle profes­sionalità. La contestazione della organizzazione del lavoro nasce dal biso­gno assoluto dell’operaio di linea di rifiutare gli imperativi di una tecnica che lo condanna a un lavoro estenuante, poco remunerato, instabile; e dal bisogno che il tecnico avverte di riappropriarsi delle proprie capacità porfessionali, di rompere la struttura verticale del potere nell’azienda, di costruirsi un’iter di carriera. Il rifiuto della politica dei redditi nasce dall’esperienza di tutti gli operai circa il fatto che, all’interno di questa struttura e di questi rapporti di potere, il progresso produttivo non si traduce in un miglioramento della loro condizione. Esiste in sostanza, in Italia più che altrove, un preciso « luogo sociale » dove si concentrano lo    sfruttamento e la alienazione di cui si nutre il sistema; ed esiste un gruppo sociale omogeneo e molto numeroso per il quale il superamento del capitalismo, del suo modo di produrre e della sua gerarchia, è un bisogno materialmente evidente.

132. Altro presupposto del carattere avanzato della lotta operaia in Italia è il peso di una tradizione politico-sindacale autonoma e classista. Questa tradizione non si è arrestata alla lotta antifascista e alla battaglia del dopoguerra, e non sopravvive solo come retaggio ideologico, ma si è rinnovata nelle lotte degli ultimi quindici anni: nel corso delle quali anche il Partito comunista e il sindacato hanno assunto, malgrado la loro strategia generale, una funzione di stimolo di nuove piattaforme rivendi­cative e nuove forme di organizzazione; e nelle quali sono direttamente intervenuti gruppi di « nuova sinistra » assumendo il problema operaio come terreno principale di sperimentazione e di milizia.

133. Ciò che appare come relativa « arretratezza » del capitalismo ita­liano — il suo rapido e recente sviluppo, la specificità di questo svi­luppo, la sua collocazione dell’economia internazionale, il peso della « tra­dizione » — è dunque base oggettiva per una lotta operaia tra le più avanzate. Questa base oggettiva permane e permarrà al di là delle oscil­lazioni di breve periodo: perché il sistema non è per ora in grado di offrire alla classe operaia un incremento salariale massiccio in cambio di una rinuncia alle rivendicazioni di potere; perché ancor meno può , mettere in moto processi di trasformazione della fisionomia sociale della classe e del suo peso nella società, in breve tempo e all’interno del mo­dello di sviluppo imposto dalla divisione internazionale del lavoro; perché le nuove strutture sindacali uscite dalle lotte possono di nuovo ridursi ad apparati di mediazione istituzionale solo gradualmente e in un clima di generale sconfitta; perché dalle lotte è uscita una avanguardia relati­vamente estesa che non è facile isolare e distruggere con la repressione né assorbire con la corruzione.

 

I fondamenti oggettivi del carattere anticapitalistico della lotta degli studenti in Italia 

134. Ragioni profonde spiegano come anche il movimento studente­sco abbia assunto in Italia, negli ultimi anni, un carattere particolarmente esteso e politicizzato, con forte tendenza a saldarsi alle lotte operaie. La questione degli studenti è esplosa, qui come in tutto l’occidente capita­listico, non per influenze ideologiche o per processi imitativi, ma per la contraddizione di fondo che investe ormai la figura sociale dello studente: la contraddizione tra il flusso di istruzione di massa che il sistema sollecita fino a certi livelli e che la pressione delle masse moltiplica, e le possibilità del sistema di utilizzare queste conoscenze, di impiegare le capacità pro­fessionali che ne derivano, di assicurare il privilegio promesso. Tale con­traddizione non si esprime solo in un crescente tasso di sottoccupazione intellettuale, ma in fenomeni più generali che investono la società e la scuola (crescente squilibrio tra il livello di conoscenze e la mansione reale, malthusianesimo culturale, disgregazione di contenuti e metodi edu­cativi, nuovi strumenti di selezione).

135. Tutti gli aspetti di questa contraddizione sono venuti al pettine in Italia più e prima di quanto analoghi livelli di scolarizzazione abbiano comportato in altri paesi. L’esistenza di una vecchia e immobile strut­tura scolastica, isolata dalla produzione e finalizzata a riprodurre la classe dirigente tradizionale, entra in crisi due volte: sotto la pressione del­l’istruzione di massa e in quanto incapace di adattare l’offerta professionaie alla domanda. Parallelamente, il carattere impetuoso ma subordi­nato dello sviluppo economico nazionale offre possibilità limitate di assor­bimento di forza lavoro nella attività di ricerca e nei settori di punta della produzione, e la struttura baronale delle libere professioni, della pubblica amministrazione e della scuola rende aleatorio e arbitrario l'iter professionale in tali settori.

136. Decisivo è ancora il fatto che l’Italia è il solo paese dove il movi­mento studentesco si è trovato di fronte una classe operaia non solo protagonista di grandi lotte ma capace di dare a queste lotte contenuti e forme tali da interagire con quella degli studenti. Ed anche un sistema di forze politiche e culturali più ricettive e obbligate ad accettare almeno un dialogo.

137. Il carattere radicale e anticapitalistico della rivolta degli studenti, cioè il fatto che abbia posto direttamente in questione la funzione selet­tiva e classista dell’istruzione senza partire da un sindacalismo studente­sco né approdare a una difesa corporativa del proprio privilegio rispetto agli operai, non ha dunque espresso una scelta ideologica improvvisata ed estremistica ma la presa di coscienza di una condizione reale: il sistema non offre prospettiva al lavoro qualificato; i suoi meccanismi gerarchici non assicurano un privilegio appagante ma creano vittime e spostati; e gli studenti sono indotti a bruciare le tappe di una radicalizzazione rivo­luzionaria. Solo un modello di sviluppo radicalmente diverso, che metta in discussione la divisione capitalistica del lavoro, la concentrazione del potere, l’intera struttura della società, può dare risposta alle esigenze di uno strato sociale che negli studenti ha la punta avanzata ma che ab­braccia tutti i settori più qualificati della forza lavoro.

138. In ciò è il fondamento oggettivo di una nuova forza motrice della rivoluzione socialista, di grande valore. Gli studenti possono essere l’avanguardia politica, il reparto più disponibile di un settore sociale qualitativamente decisivo nella società moderna: il lavoro ad alta quali­ficazione (ricercatori, tecnici, intellettuali, libere professioni). Se questo settore — superando l’orizzonte corporativo ma muovendo dalle con­traddizioni specifiche della propria natura sociale, partendo dalla critica concreta della cultura che gli viene impartita e del ruolo professionale a cui è destinato — riesce a mettere in crisi le strutture specifiche dell’orga­nizzazione capitalistica (la città, la scuola, la salute, la giustizia, l’orga­nizzazione di fabbrica, i mass-media) e a collegarsi per tale via con gli interessi materiali oppressi da queste strutture: allora non si arricchisce semplicemente lo schieramento rivoluzionario di un nuovo alleato, ma si innesca una dialettica che estende la lotta a tutto l’arco dei problemi sociali, scopre nuovi contenuti, prepara una gestione alternativa.

139. La lotta operaia come quella degli studenti e dei tecnici è dun­que stata e può continuare ad essere la leva decisiva per aprire una crisi del sistema e costruire una alternativa ad esso. Accettare il suo carattere radicale e cercare di costruire su esso e per esso una prospettiva adeguata è il tratto distintivo oggi di una linea rivoluzionaria. Ma essa ha finora potuto esprimere questa sua dirompente novità in modo solo parziale e disarticolato essendo stata abbandonata alla spontaneità, senza una cultura che ne integrasse la spinta di rivolta, senza una organizzazione politica che ne coordinasse gli elementi in una strategia organica, anzi di fronte alla osti­lità di tutte le forze istituzionali. Le rivendicazioni egualitarie non sono cresciute in un discorso politico-ideale, in una riconsiderazione di tutto il problema della gerarchia professionale su tutta l’area della società. Il rifiuto pratico dell’organizzazione capitalistica del lavoro non è diventato una cri­tica positiva della divisione capitalistica del lavoro e del modello di sviluppo che ne consegue. Le nuove forme di organizzazione in fabbrica, riassorbite nelle istituzioni o isolate, sono state un’ancor pallida prefigurazione di una esperienza consiliare di tipo nuovo. Le lotte operaie non sono riuscite a investire con forza i problemi sociali che ne costituivano la naturale proie­zione (casa, scuola, salute, trasporti). Il movimento studentesco, così rapi­damente approdato al rifiuto radicale della scuola come strumento di ripro­duzione dei ruoli sociali capitalistici, si è fermato a una critica ideologica del sistema senza una saldatura con la classe operaia sui contenuti specifici dei rispettivi interessi sociali, ed è venuto perdendo la sua base di massa.

140. Il movimento non ha superato questi limiti perché non ha trovato di fronte a sé una cultura e un’organizzazione politica capaci di coglierne le componenti più avanzate. Ma anche per una carenza oggettiva, cioè per il limite organico della spontaneità operaia e studentesca nella fase attuale di sviluppo. Gli stessi processi di proletarizzazione, di parcelliz­zazione del lavoro, di disgregazione della scuola, di massificazione dei tecnici e degli studenti, che spingono la spontaneità di questi gruppi al di là del tradeunionismo e su posizioni anticapitalistiche, ne limitano anche la capacità immediata di rompere l’orizzonte del sistema con qual­cosa di più del rifiuto e della protesta.

Una strategia complessiva e una forza politica che la esprima indispensabili allo sviluppo del movimento

141. La mancanza di una alternativa generale al sistema, a livello so­ciale e politico, è stata però l’ostacolo principale contro il quale hanno urtato i settori di punta del movimento. Un ostacolo decisivo proprio perché la loro lotta poneva direttamente in questione il sistema e non poteva procedere oltre senza disporre del potere statale. Operai e studenti non sono riusciti a investire altri settori (il mezzogiorno, l’agricoltura, i disoc­cupati e gli esclusi) e altri problemi (i consumi sociali, l’apparato distri­butivo, la pubblica amministrazione), se non nel senso ancora elementare di una febbre rivendicativa trasmessa all’intero corpo sociale; né sono riusciti a modificare il quadro politico, se non aprendo un varco ai pro­getti di inserimento dell’opposizione di sinistra. Questo è il nodo irrisolto di una politica alternativa.

142. Sulla convinzione che sia impossibile superare questi limiti e que­sto isolamento sociale dell’avanguardia proletaria, e modificare radical­mente la struttura politica su cui poggia il potere borghese, si fonda l’op­portunismo dei partiti operai tradizionali: cioè il tentativo « ragionevole » e « realistico » di risolvere il problema abbassando il tiro della lotta operaia e studentesca e cercando di costruire una alternativa sul più modesto ter­reno dello sviluppo democratico all’interno del sistema. Sulla convinzione che questi limiti e questo isolamento non derivano dall’immaturità di una lotta anticapitalistica, ma dall’assenza di una strategia complessiva e di una forza politica che l’assuma, da un vuoto soggettivo da colmare, si fonda la scelta opposta delle forze rivoluzionarie. È possibile non solo condurre una lotta anticapitalistica, ma costruire su di essa una maggio­ranza reale, uno schieramento vincente.

143. Questà scelta impegna a una analisi compiuta e articolata di tutta la realtà italiana, delle figure sociali che la compongono, dei possibili obiettivi di lotta che ogni settore è in grado di esprimere. Una analisi che in gran parte è ancora da fare e che non può essere fatta a tavo­lino; un’elaborazione che può uscire solo da esperienze reali. Su alcuni punti decisivi, è però già possibile individuare le basi e le piattaforme di una alternativa generale; gli elementi che avrebbero reso e rendereb­bero possibile contestare l’assetto capitalistico su tutta l’area della società.

 

Condizioni di una lotta alternativa su tutta l'area dei bisogni sociali (scuola, casa, salute)

144. I consumi sociali (casa, scuola, servizio sanitario, trasporti) erano uno dei caposaldi della mitologia neocapitalistica e del « welfare state », dell’ideologia del benessere. Lo sviluppo capitalistico degli ultimi anni, in tutto il mondo, ha profondamente scosso questa speranza. Si è scoperto che quello sviluppo, per le sue caratteristiche tecniche ed economiche (congestione urbana, ritmi di lavoro, inquinamento, continua rivoluzione delle conoscenze, disoccupazione tecnologica), produce nuovi e vitali biso­gni sociali con un ritmo molto più rapido di quanto non produca servizi e strutture atti a soddisfarli. Non vi è paese capitalistico dove questo squilibrio non assuma proporzioni drammatiche, vanificando il benessere assicurato dagli incrementi di produttività e dal conseguente potere di acquisto di beni di consumo individuali. Questa configurazione del con­sumo diventa a sua volta, con le sue strutture materiali e le consuetudini che ha indotto, un dato autonomo che condiziona rigidamente ogni modi­ficazione degli indirizzi produttivi, della distribuzione del reddito e dei rapporti di produzione. Specialmente in Italia questi fenomeni assumono valore particolare, perché a un rapido incremento della produzione corri­sponde una paurosa arretratezza del livello e dell’organizzazione del con­sumo sociale. Su questi problemi si qualifica oggi e si può mobilitare una parte notevole della popolazione espulsa dai processi produttivi; già gli scioperi generali sulle pensioni e sulle « riforme », malgrado l’incertezza dei contenuti e delle forme di lotta, hanno dimostrato la sensibilità delle masse e la potenzialità del movimento.

145. Questa tematica è stata sempre punto di orgoglio e impegno pre­diletto di tutte le forze riformiste. Ma in nessun paese dove sono al potere esse sono riuscite a risolvere il problema e neppure a sperimen­tare qualche politica organica per risolverlo; e nei paesi dove sono all’op­posizione non hanno costruito attorno ad esso un movimento reale. Da vent’anni in Italia i partiti di sinistra hanno nelle « riforme » l’asse della loro strategia, senza che una sola organica lotta di massa si sia svilup­pata sulla questione dei consumi sociali. Il solo movimento che abbia sconvolto una concreta struttura del consumo sociale, la scuola, è nato fuori dalla loro iniziativa e dalla loro ispirazione. E non è un caso.

146. Al livello attuale dello sviluppo e con l’attuale configurazione della struttura produttiva e del potere politico la cosa più semplice del mondo — spostare le risorse dal consumo individuale a quello collettivo — è in realtà una delle più difficili. La piattaforma e i metodi del rifor­mismo non possono offrire una risposta a questo problema, o meglio gli offrono una risposta ad un tempo impraticabile e assurdamente costosa:

a) perché il riformismo, compreso quello comunista, si propone come obiettivo massimo di assicurare a tutti, a prezzi sopportabili e in quan­tità sufficienti, i beni e i servizi sociali che la tradizione e lo sviluppo capitalistico hanno imposto (la casa come residenza privata, la salute come intervento sulla malattia, recupero dopo di essa, l’istruzione come meccanismo di selezione e di privilegio), ignorando con questa imposta­zione la natura profonda dei nuovi bisogni sociali.

b) perché il riformismo ignora che la struttura del consumo riflette quella della produzione e che anche la « spesa improduttiva » ha nel capita­lismo una precisa e vitale funzione per la produzione; ignora che questo sistema sociale, reggendosi sul profitto e sulla struttura di potere mono­polistica, ha nei consumi apparentemente di « spreco » (la motorizzazio­ne, il riarmo o i consumi di lusso) uno stimolo fondamentale al proprio sviluppo; ignora che la espansione dei consumi sociali, nell’attuale mo­dello di sviluppo, non può diventare realmente produttiva ma rischia di provocare e già provoca tensioni pericolose. Non ha senso una generalizzazione di alti livelli di istruzione in una struttura produttiva che condanna la maggioranza a lavori ripetitivi e a un tempo libero ozioso; non ha spazio una medicina di prevenzione sociale in una società che conosce solo calcoli settoriali e quantitativi della produttività; non ha realismo una diversa struttura urbana in una società che fa dell’abita­zione e dei quartieri uno strumento fondamentale di riproduzione della gerarchia del potere e del privilegio.

c) perché pretende di affrontare questo ordine di problemi nell’ambito istituzionale, con una pressione dell’opinione pubblica e una mediazione politica a livello legisaltivo, senza varcare i limiti, nel metodo come nel merito, dei principi costitutivi dell’ordinamento giuridico e delle compa­tibilità del sistema, e alimentando su entrambi i terreni l’illusione di misure riformatrici convenienti sia per le masse sia per il sistema. Ma le due debolezze di contenuto e di metodo si sommano, e l’inconsistenza della piattaforma e l’impotenza degli strumenti appaiono così evidenti alle masse che la « pressione dell’opinione pubblica » non assume carattere serio né dimensione rispettabile.

147. Fuori degli schemi paralizzanti dell’ideologia riformista, il pro­blema dei consumi sociali si ripresenta in forma assolutamente nuova, la sua soluzione appare storicamente matura, si scopre una grande poten­zialità di lotta di massa:

a) alcuni bisogni sociali, per esempio quello della casa o dei trasporti, possono essere già oggi pienamente soddisfatti con le risorse che già assor­bono e senza costi supplementari non appena si applichino in modo orga­nico il principio produttivo della pianificazione e della proprietà pub­blica e il principio distributivo dell’eguaglianza e della socializzazione;

b) alcune strutture sociali, come la scuola, possono essere messe a dispo­sizione di tutti, perdere il loro carattere selettivo e risultare nel con­tempo un investimento estremamente produttivo, ove siano inserite in un modello di sviluppo della società che punti sulla generalizzazione esten­siva del progresso tecnico, sulla ricomposizione e sulla rotazione integrale delle mansioni, sullo sviluppo di attività sociali libere e creative al di fuori della struttura direttamente produttiva;

c) la lotta può trovare i propri protagonisti e assumere forme incisive se si libera del tabù dell’ordinamento giuridico-istituzionale e si propone la conquista diretta di obiettivi parziali, assume il carattere dell’insubor­dinazione di massa, mobilita i gruppi sociali più colpiti e gli interessi sociali di cui appare già legittima la rivolta. Forme di lotta dirette e dal basso consentono di porre obiettivi che prefigurano concretamente una soluzione radicale dei problemi: occupazione delle case libere, autoli­mitazione e contrattazione collettiva dei fitti, collegamento tra riduzione del lavoro e diritto allo studio, lotta a fondo contro le cause sociali della malattia nella fabbrica e nella società con l’autogestione dei rimedi e degli strumenti di intervento.

148. Solo per queste vie si arriva a un movimento reale. Velleitario è pensare di mobilitare gli operai in una lotta per la riforma della scuola che assicuri ai figli più meritevoli la promozione sociale e non sia per tutti lo strumento per uscire dal ghetto delle loro mansioni e distruggere il privilegio che li opprime. Illusorio è pensare di mobilitare le masse che non hanno Casa o pagano affitti insopportabili in una lotta per la riforma urbanistica destinata a incidere poco e tardi sul livello effettivo del costo della casa. Velleitario e illusorio è pensare di vincere la formidabile coalizione di interessi che esiste in ciascuno di questi settori con gli strumenti della persuasione a livello politico-istituzionale, senza creare laceranti rotture e modificare con la forza gli equilibri esistenti.

 

Condizioni di una lotta alternativa per il mezzogiorno e le campagne

149. Non mancano invece nella società italiana forze disposte a bat­tersi duramente su questi problemi, possibilità reali di affrontarli, basi oggettive per costruire su questi terreni nuove alleanze e un allarga­mento del fronte rivoluzionario. A due condizioni: che i consumi sociali non siano posti come obiettivo raggiungibile all’interno di questo sistema e di questo modello di sviluppo, ma come aspetto di una più generale alternativa, come elementi di crisi del modello esistente e momenti di costruzione di un assetto diverso da realizzare contemporaneamente su tutta l’area della società, sovvertendo i principi costitutivi del sistema; che si costruisca una struttura organizzativa capace di dare alla lotta, a livello di massa, questi nuovi caratteri e contenuti, e presupponga la con­quista del potere da parte di uno schieramento rivoluzionario. Qui, più che nella fabbrica e nella scuola, la scarsa omogeneità e concentrazione dei gruppi interessati e il condizionamento politico-ideologico delle strut­ture consolidate impediscono uno sviluppo spontaneo della lotta e im­pongono una forte mediazione della coscienza e della organizzazione.

150. Senza questa ispirazione è impossibile affrontare seriamente un altro problema-chiave del paese, quello dello squilibrio economico e sociale tra le regioni avanzate del nord e il mezzogiorno. Questo squilibrio non tende a scomparire ma ad accentuarsi, malgrado lo sviluppo rapido del­l’economia nazionale ed anzi come conseguenza dello sviluppo. Si dimo­strano superati entrambi i modi tradizionali di concepire la « questione meridionale »: quello che vedeva nel sud una zona del paese esterna allo sviluppo capitalistico, condannata dalla sua immobilità, e quella che prevedeva una unificazione capitalistica e una assimilazione di queste re­gioni al resto del paese. L’unificazione c’è stata e continua, ma produce una divaricazione produttiva e sociale tra le due aree.

151. Il meccanismo che produce tale fenomeno deve essere chiarito, se si vogliono valutare i nuovi termini del problema meridionale e indi­viduare la natura delle lotte che possono uscirne, tenendo conto che il mezzogiorno è stato scosso in questi vent’anni da trasformazioni sociali altrettanto profonde che il paese nel suo complesso:

à) lo sconvolgimento della struttura agraria, con forte sviluppo produt­tivo delle zone irrigue e pianeggianti senza una sostanziale modificazione dei rapporti di proprietà, con investimenti finanziati dallo stato, e con prelievo del surplus sia da parte dell’industria di trasformazione e del­l’apparato distributivo sia da parte di una proprietà fondiaria che lo tra­sferisce in impieghi speculativi urbani; e con rapida disgregazione delle altre zone, forte espulsione di forza lavoro e generale decadimento sociale.

b) lo sviluppo di industrie di base e in genere di stabilimenti industriali di grandi imprese esterne che operano con capitali, dirigenti, macchinari provenienti dal nord e hanno altrove i loro mercati; una parallela crisi della piccola industria tradizionale, solo in parte sostituita da una nuova industria locale sovvenzionata dalle pubbliche provvidenze; quindi relativo ristagno dell’occupazione industriale.

c) la rapida espansione dei centri urbani terziari e parassitari alimentati dall’apparato burocratico, dai flussi di capitale pubblico, dall’investimento speculativo della rendita agraria, dallo sviluppo dei nuovi consumi di massa prodotti al nord, dalle rimesse degli emigranti.

d) la massiccia emigrazione di lavoratori espulsi dalle campagne verso le regioni settentrionali, nuovo fattore di disgregazione e ostacolo a uno sviluppo reale.

e) la crisi del vecchio apparato politico-clientelare e la sua sostituzione con un apparato nuovo e più potente, fortemente intrecciato agli enti di stato, alle istituzioni e ai partiti di massa.

152. Il risultato di questo complesso di trasformazioni è stato ed è, nella società meridionale, la creazione di due blocchi sociali nettamente distinti: un blocco privilegiato, prevalentemente parassitario (proprietari terrieri, speculatori, commercianti, burocrati, intermediari) partecipe dei benefici dello « sviluppo », e una massa popolare senza lavoro sicuro, dai mille mestieri, duramente sfruttata, costretta all’emigrazione. Dal punto di vista generale del paese, più che di un ostacolo allo sviluppo complessivo o di uno « sfruttamento del nord ai danni del sud », è giusto parlare di un duplice flusso di risorse dal sud al nord e dallo Stato al sud, rivolto a rafforzare al nord come al sud le diseguaglianze di reddito e di potere e a rafforzare le tendenze dello sviluppo capita­listico. In modo schematico: i borghesi utilizzano economicamente e poli­ticamente l’arretratezza meridionale, e gli operai pagano le politiche di assistenza.

153. I tentativi riformisti, di fronte a questa realtà, sono miseramente falliti. È fallita in primo luogo la politica dell’industrializzazione per il suo limite quantitativo, per la sua qualità (più che industrie, reparti decentrati dei grandi gruppi) e perché accelera, anziché risanare, la disgre­gazione del tessuto sociale circostante e produce, anziché eliminare, nuove strutture parassitane: è possibile che questa politica, per far fronte alle tensioni del nord, abbia oggi un rilancio quantitativo, ma entro limiti e con caratteristiche che non ne muterebbero la sostanza. È fallito anche il tentativo di innestare una operazione riformista sulla trasformazione « democratica » delle strutture agrarie: la modernizzazione dell’agricol­tura « contadina » non offre alle masse un incentivo sufficiente per la lotta contro la potente rete di interessi che difende la struttura attuale, e forti investimenti nell’agricoltura entro il modello di sviluppo esistente si rivelano in partenza costosi e improduttivi.

154. Ancor più delle contraddizioni economiche, ciò che paralizza ogni possibile linea riformistica nel mezzogiorno è l’avanzata disgregazione delle forze e degli istituti politici che dovrebbero esserne i protagonisti: partiti, istituti rappresentativi, enti pubblici sono troppo fortemente in­trecciati con il meccanismo esistente per lottare a fondo contro di esso. È oggi in atto un processo di riorganizzazione di questa struttura di po­tere, ma nel senso della formazione di un nuovo apparato (l’ordinamento regionale) nel quale i socialisti e in prospettiva i comunisti tendono a diventare lo strumento di mediazione e di sostegno necessario alla politica capitalistica nel mezzogiorno.

155. Sotto tutti gli aspetti, economico-sociale e politico, il problema meridionale è aggredibile e solubile unicamente con una svolta radicale non solo nella allocazione regionale e settoriale delle risorse ma del mo­dello di sviluppo generale del paese e della sua struttura di potere e istituzionale, e con la formazione di un nuovo protagonista collettivo nella società locale.

156. Ma estremamente difficile, per il carattere stesso dell’oppressione che vi si esercita, è lo sviluppo nel mezzogiorno di un movimento di lotta realmente alternativo. Le forze più duramente colpite sono anche quelle delle zone e dei settori socialmente più disgregati e economicamente più marginali; la nuova classe operaia rappresenta ancora una minoranza, che gode almeno del privilegio del lavoro ed è perciò sottoposta alla pres­sione dei disoccupati; le avanguardie sono continuamente decapitate dal­l’emigrazione. La soluzione del problema meridionale è inoltre così rigi­damente subordinata ad una svolta generale e ad una rottura dei mec­canismi di potere che lo spazio concreto di lotte particolari e di obiettivi parziali è estremamente ristretto. Le lotte possono essere solo molto « politiche », molto « eversive », molto « ideali ». Non a caso la crisi manifesta della politica riformista e del Partito comunista nel mezzo­giorno e il vuoto che ne deriva produce una ribellione aperta e larga ma con i caratteri ambigui dell’esplosione qualunquista e localista, con­tinuamente riassorbita o spesso strumentalizzata dalle forze di destra (i fatti di Battipaglia, di Pescara, di Reggio). Solo quando trova un anco­raggio più diretto al gruppo sociale sfruttato (Avola, Orgosolo, le lotte bracciantili, le lotte contro le gabbie salariali), e un punto di riferimento politico, questa ribellione assume una forza d’urto emblematica.

157. La sorte del mezzogiorno non dimostra oggettivamente solo una illiquidata contraddizione dello sviluppo capitalistico e una chiara impra­ticabilità della linea riformista, ma sottende una carica di ribellione politica e antisistema soffocata e distorta perché è mancato chi l’orga­nizzasse e le desse una prospettiva al solo livello in cui può prevalere: quello dello scontro generale con lo stato. La « questione meridionale » è oggi meno che mai una « incompiutezza della rivoluzione borghese »; sollecita nel profondo una rivoluzione proletaria « radicale » capace di affermare un nuovo criterio generale di organizzazione della produzione e di organizzazione dello stato; e conferma l’impossibilità di uno svi­luppo del processo rivoluzionario complessivo del paese senza una forza politica animata da questa ispirazione.

158. Con la stessa ottica va considerata la questione agraria. Anche rispetto a dieci anni fa, quando si cominciavano a varare i piani verdi, la situazione della campagna si è radicalmente trasformata. Completamento del processo di penetrazione capitalistica nelle campagne, nuovi rapporti tra industria e agricoltura, emigrazione e mercato comune, peso decisivo della trasformazione e commercializzazione dei prodotti alimentari, crisi conclusiva della tradizionale politica di sostegno dei prezzi, hanno pro­fondamente mutato la fisionomia della questione agraria e ne hanno dif­ferenziato gli aspetti. Siamo a un punto nel quale la politica agraria è divenuta una componente assolutamente interna alla politica economica; è impossibile parlare dei contadini come di un gruppo sociale omogeneo (o che esprima dal suo interno una propria omogeneità); è impossibile parlare delle campagne come struttura sociale identificabile con l’attività agricola. I salariati delle grandi aziende capitalistiche non hanno problemi molto dissimili dagli operai dell’industria o dagli edili se non per la loro minore concentrazione e la maggiore instabilità dell’impiego. L’agricol­tura delle zone di disgregazione e di fuga è parte integrante del problema del mezzogiorno o di quello dell’emigrazione più di quanto non possa essere assunta come epicentro di una lotta specificamente contadina.

159. Il settore dove il problema contadino ha conservato una sua fisio­nomia più classica e conserva una specifica carica di lotta sociale è quello, assai vasto, della piccola e media azienda a conduzione diretta dominante soprattutto in alcune regioni del paese (Veneto, Lombardia, Piemonte, Emilia e alcune pianure del mezzogiorno). Questo tipo di azienda, che nel passato anche recente ha avuto un considerevole sviluppo, si trova però oggi in un contesto che ne modifica profondamente i problemi tra­dizionali. Per molti anni la politica agraria del capitalismo italiano ha pun­tato sul rafforzamento e sulla diffusione della proprietà contadina nelle zone trasformate, con precisi obiettivi politici, sociali ed economici: politici perché cercava di mantenere ferma con nuovi strumenti di controllo e di sostegno (bonorriiana, federconsorzi, credito agrario, cooperative, cassa della piccola proprietà contadina e soprattutto sostegno dei prezzi agri­coli) quella base di massa conservatrice che il clericalismo tradizionale non bastava più a perpetuare; sociali ed economici, perché il tessuto di aziende contadine consentiva una accumulazione da lavoro e, nel con­tempo, una permanente sottoccupazione (soprattutto nel comparto brac­ciantile). Entrambi questi effetti sono stati la base vitale di quella crescita di piccole industrie a sottosalario su cui ha largamente poggiato l’espan­sione economica degli anni cinquanta. In pari tempo lo stato capitalistico toglieva con una mano (cioè con l’intermediazione commerciale e con la concorrenza delle aziende avanzate) quel che dava con l’altra (cioè con il sostegno dei prezzi e il credito agevolato). L’azienda contadina soprav­viveva e si sviluppava solo con il superlavoro, con l’integrazione del salario operaio o del lavoro a domicilio e con l’utilizzazione di lavoro bracciantile.

160. Si è così creata, in vaste zone d’Italia, un’economia integrata in cui l’azienda contadina « indipendente » era elemento necessario di uno sfruttamento intensivo e diffuso di tutta la forza lavoro disponibile: un pro­cesso dunque di proletarizzazione generale, ma con strumenti nuovi e con un impiego specifico delle strutture arretrate. Da questo punto di vista la struttura economica delle regioni « rosse », come l’Emilia, non diffe­risce di molto da quella della vandea veneta.

161. Ma questo equilibrio viene oggi sconvolto da diversi fattori, primo fra gli altri quello dell’integrazione economica europea. Il Mec agricolo rivela in modo drammatico tutta la mistificazione di una politica agraria che in vario modo — perpetuando da un lato la parcellizzazione delle im­prese, accentuando dall’altra la separazione tra produzione agricola arre­trata e struttura di trasformazione e commercializzazione di rapina, e dando infine al sostegno pubblico carattere assistenziale e clientelare — ha ancora aggravato le differenziazioni capitalistiche e la debolezza comples­siva dell’azienda contadina. Nasce di qui uno stato di acuta tensione economica e sociale che la crisi interna della organizzazione bonomiana ha recentemente rivelato.

162. Anche di fronte a questo nodo, una linea riformista, una enne­sima mediazione, non ha spazio. Affrontare il problema con una politica di più massiccio sostegno dei prezzi agricoli vorrebbe dire finanziare con costi complessivi crescenti il profitto della grande azienda e la rendita diffe­renziale; perpetuare una struttura che paralizza anche il processo di raziona­lizzazione della piccola industria; mantenere una spinta inflattiva sui prezzi dei prodotti alimentari e sul livello del costo del lavoro. Tutto ciò senza offrire all’azienda contadina alcuna seria prospettiva per il futuro. I con­tadini stessi, anche quando sono costretti nell’immediato a battersi per provvedimenti che in qualche modo li aiutino a sostenere la crisi, sono consapevoli di questo vuoto di prospettiva e puntano nel lungo periodo ad abbandonare un’attività destinata a emarginarli dallo sviluppo civile. L’idea di creare in ritardo, in Italia, una struttura agricola di tipo fran­cese o danese, nel contesto economico e al livello storico attuale, è già smentita dai fatti e del resto è già in crisi anche nei paesi più avanzati del nostro.

163. Una soluzione può venire solo da una trasformazione radicale: dalla gestione collettiva della terra come risultato di una lotta e di una libera scelta, dalla gestione collettiva e diretta dei finanziamenti pubblici e dalla integrazione tra attività agricola e industria di trasformazione; cioè da una soluzione « socialista », col superamento dell’individualismo contadino e della separazione tra città e campagna, e con un mutamento che non può limitarsi alle campagne ma deve investire in radice l’intero modello di sviluppo dell’economia. Anche qui, l’unica alternativa reale alla linea capitalistica e ai suoi squilibri crescenti si pone dunque su un terreno estremamente avanzato: la base sociale più tradizionale del con­servatorismo cattolico e del riformismo socialdemocratico può diventare, per la sua nuova collocazione oggettiva, un interlocutore possibile del proletariato rivoluzionario delle città e delle campagne, e può essere sti­molata una crisi delle organizzazioni esistenti realizzando quel mutamento di fronte che già si è verificato in alcuni settori del sindacalismo operaio cattolico.

 

Condizioni per una neutralizzazione del nuovo medio ceto

164. Un’altra questione nodale, quella del nuovo medio ceto, non ha minore complessità. In tutte le società capitalistiche avanzate si va esten­dendo un’area sociale legata alla autoriproduzione del sistema: un iper­trofico apparato burocratico-amministrativo, l’istituzione scolastica, la for­mazione e la cultura di massa. La crescita di quest’area assorbe parassi- tariamente gran parte degli incrementi di produttività e della crescente massa di plusvalore, e gli strati sociali che ne fanno parte godono di posizioni relative di privilegio in funzione del ruolo che assolvono rispetto al sistema con un reddito superiore a quello dei lavoratori produttivi (a pari livello di qualifica), stabilità di impiego migliore, ritmo di lavoro meno pesante. Si crea così una base di massa notevole, interessata alla sopravvivenza del sistema e del suo modello di sviluppo per la difesa del proprio relativo privilegio e per la conservazione della propria collo­cazione produttiva.

165. Anche questo fenomeno si presenta, nella società italiana, in for­me anticipate e aggravate. La forza numerica e politica del vecchio ceto burocratico, bottegaio e intellettuale ha imposto al capitalismo in fase di trasformazione un compromesso che ha portato a una moltiplicazione privilegiata delle nuove figure sociali intermedie, per cui l’Italia è il paese di più precoce terziarizzazione e dove più accentuato è lo squili­brio tra le condizioni di vita e di lavoro di chi è inserito nell’attività diret­tamente produttiva e di chi non lo è.

166. Le forze politiche di sinistra hanno sostanzialmente favorito que­sta tendenza, prigioniere dell’analisi tradizionale sul medio ceto colpito dallo sviluppo capitalistico, e spinte dalla loro strategia elettoralistica. Questa scelta è stata anche favorita dal fatto che, per una parte di questo gruppo sociale, la situazione di privilegio è relativa solo alla condizione operaia, e la sua moltiplicazione risponde a una esigenza di occupazione che i settori produttivi del sistema non soddisfano. Ma ogni passo com­piuto in questa direzione, ed ogni voto conquistato dalla sinistra su questa base, sono stati pagati con l’estensione e il consolidamento di una realtà sempre più difficilmente aggredibile. Importanza ancora maggiore rivela questo fenomeno se si considera ch’esso offre uno strumento di con­tinua integrazione degli elementi più attivi della classe operaia e dei tecnici, sostituendo i meccanismi di mobilità sociale dal basso verso l’alto, nella scala delle funzioni e del potere, con meccanismi di mobilità oriz­zontale tra mansioni egualmente subalterne e alienate ma diversamente retribuite.

167. Rovesciare questa tendenza non è facile. Tutte le sollecitazioni alla « razionalizzazione » sono naufragate nel ridicolo, perché il potere dei programmatori è miseramente venuto meno di fronte alla forza degli interessi parassitari che si devono colpire e di fronte all’interesse poli­tico ed economico del sistema a non colpirli. Cioè di fronte al fatto che questo nuovo parassitismo non rappresenta, ancora una volta, una « anomalia » o un ritardo del capitalismo italiano, ma una caratteristica del capitalismo maturo qui presente in forme esasperate.

168. Sola strada è quella di disaggregare questo vasto e potente strato sociale individuando, all’interno di ciascuna delle sue categorie, la parte conquistabile a una posizione non corporativa. Non è un obiettivo impos­sibile né una linea praticabile solo verso ristrette avanguardie in nome di una scelta astrattamente ideale. L’esperienza del maggio francese (la lotta all’Ortf, tra i lavoratori del cinema, all’interno di alcuni ministeri, nel sindacato insegnanti) ha già dimostrato quali potenzialità esistano anche all’interno di gruppi tradizionalmente legati, per ideologia e livello di reddito, al potere; e anche in Italia non sono mancati esèmpi e sugge­stioni nella stessa direzione: negli istituti di ricerca scientifica, alla Rai-Tv, tra i docenti universitari subalterni, nella industria culturale. Non si è trattato di una moda politica ma di qualcosa di più profondo. All’interno di un gruppo privilegiato come quello delle libere professioni (medici, architetti, sociologhi, ecc.) esiste per esempio una parte che avverte e soffre la crisi del proprio ruolo, può essere disposta a lottare per una prospettiva che le proponga un modo nuovo di studiare, di operare, di vivere. In altre categorie (gli insegnanti, i magistrati, gli intellettuali del­l’industria culturale) è in atto la presa di coscienza della funzione repres­siva che il sistema affida loro. Ma tutti i problemi e le esigenze positive che la « sinistra » di questi gruppi esprime non possono trovare risposta che su un terreno molto avanzato e su di esso infatti obbiettivamente si collocano: quello di una riconsiderazione di tutto l’orizzonte di valori della società capitalistica. Così si spiega come l’ondata della « contesta­zione » abbia inciso su alcune di queste categorie, sia pure in modo confuso, più di quanto da gran tempo non incidano le tradizionali piat­taforme « democratiche ».

169. Al contrario di una linea riformista, condannata ad accettare una zona di privilegio che la paralizza, o a scontrarsi con la resistenza com­patta di un gruppo di cui colpisce la condizione senza nulla offrire, una linea rivoluzionaria che si proponga una trasformazione dei rapporti so­ciali e dei ruoli e una organizzazione della società non più parcellizzata può aprirsi anche qui un varco e trovare un interlocutore. Anche qui a due condizioni: che la lotta degli operai e degli altri strati sfruttati raggiunga un livello e una continuità sufficiente per mettere in crisi le basi del compromesso fra questi strati e il sistema, in quanto una parte consistente di questi strati può superare l’orizzonte del proprio interesse corporativo solo nel corso di una acuta crisi politica e sociale; che esista una forza rivoluzionaria capace di convertire interi settori della produ­zione, di proporre uno sviluppo alternativo complessivo, di rendere evi­dente e concreta la prospettiva lontana, di far vivere una forte carica ideale in ogni piega del corpo sociale. Senza di che, la enorme maggio­ranza del nuovo medio ceto oscilla fatalmente fra corporativismo e tecnocrazia.

170. Su altri problemi nodali — della famiglia, dell’emancipazione femminile, della giustizia, della vecchiaia, del tempo libero — può farsi un ragionamento analogo da cui derivare piattaforme concrete di lotta avanzata, attorno ad una prospettiva unificante di trasformazione socia­lista e di costruzione comunista. Se su questo ventaglio di problemi che pesano sulla vita quotidiana di grandi masse il movimento di lotta non vi è stato o ha avuto caratteri ambigui — così come per i consumi sociali, il mezzogiorno, le campagne e i ceti medi —ciò non è per una impossibilità oggettiva o per il carattere troppo avanzato della lotta operaia e studentesca, ma per ii contrario: per la assenza di una forza capace di rendere esplicita la spinta anticapitalistica dei settori d’avan­guardia e di applicarne la logica su tutta l’area sociale, cogliendo spunti, esperienze, bisogni che la realtà stessa suggerisce. Si è regalata al sistema una franchigia su una gran parte delle sue contraddizioni reali, e sul fronte è rimasto a battersi solo un settore del possibile blocco storico rivoluzionario.

171. Questi elementi di analisi delle forze sociali anticapitalistiche, effettive e potenziali, presenti in questa fase della storia italiana, mettono in risalto il ruolo negativo che ha giocato il ritardo culturale e orga­nizzativo delle forze di sinistra, il vuoto di una alternativa politica. Pensare e dire però, com’è di molti gruppi della sinistra extraparlamen­tare, che il problema si risolve con un nuovo partito rivoluzionario, è giusto ma insufficiente, e rischia d’essere una formula magica che non convince. Le forze politiche esistenti hanno dato prova in molti paesi di una forte capacità di tenuta anche quando sono strutture ossificate e pure macchine elettorali. La organizzazione politica non è il solo ter­reno di una scelta soggettiva, è a sua volta un dato oggettivo della situa­zione. Perciò una nuova forza politica non si improvvisa, la sua forma­zione passa attraverso un aggravamento della instabilità e delle crepe presenti nella organizzazione politica complessiva del paese.

 

Precarietà dell'equilibrio politico borghese, radicalizzazione delle masse socialiste e cattoliche, formazione di nuove avanguardie

172. L’Italia è il paese dell’occidente più fortemente politicizzato. Il vuoto aperto col crollo dei partiti e delle istituzioni tradizionali sotto il fascismo è stato riempito nel dopoguerra da due grandi movimenti di massa nati dall’opposizione popolare (il movimento cattolico e quello socia­lista) e da un sistema istituzionale di natura parlamentare-borghese, corretto da una forte partecipazione popolare e dall’esistenza di grandi organizzazioni di massa.

173. È assurdo non vedere, come il Pei non vede, che il sistema ha però duramente attaccato e progressivamente trasformato questa strut­tura politica, pur senza riuscire ad affrontarla in campo aperto e a liqui­darla. La prima fase di questo attacco è stata l’alleanza organica tra borghesia e mondo cattolico nel 1948, che ha fornito la base politica di tutto il rilancio capitalistico, anche se l’operazione riuscì solo in parte: la forza della sinistra e i grandi movimenti di massa la contennero im­pedendo che il capitalismo italiano trovasse, come in Germania, una struttura politica fondata stabilmente su un partito cattolico-conservatore.

174. L’attacco si è rinnovato con più efficacia negli anni ’60 sfociando nell’operazione di centro-sinistra. È la fase dell’egemonia ideologica del neocapitalismo, della trasformazione della De da partito cattolico in apparato di potere e dell’integrazione, del Psi nell’area di governo, della costruzione di centri di potere extra-istituzionali, dello svuotamento della democrazia rappresentativa, dell’avvio di una trattativa centralizzata go- verno-sindacati. Tutto ciò ha prodotto modificazioni profonde nella strut­tura politica del paese, introducendovi molti elementi di quella degene­razione burocratico-corporativa del sistema politico che negli altri paesi di capitalismo avanzato si è pienamente compiuta. Ignorare queste modi­ficazioni e continuare a pensare al rapporto politica-economia o alla natura dei partiti di massa più o meno nei termini di vent’anni or sono significa precludersi ogni comprensione del sistema e ogni possibilità di azione politica. Parlare della De come di un partito cattolico, del Psi come di un partito operaio e riformista di sinistra, del capitalismo di stato come strumento di limitazione del potere monopolistico, del Parlamento come strumento possibile di un potere reale, non ha senso alcuno.

175. Anche questa operazione non è però pienamente o ancora piena­mente riuscita al capitalismo italiano. Molti elementi hanno congiurato al suo parziale fallimento: la crisi dell’ideologia neocapitalistica a livello internazionale, la svolta conciliare nel mondo cattolico, la radicalizzazione degli strati destinati a trainare il processo di integrazione (intellettuali, tecnici, aristocrazia operaia), il corrompimento delle speranze tecnocratiche, la illiquidata presenza di un forte partito (il Pei) e di un forte sindacato (la Cgil) di tradizione classista e internazionalista verso i quali il sistema non voleva né poteva fare una reale apertura.

176. Il movimento di lotta degli ultimi anni ha quindi acutizzato un problema già aperto, quello di una reale contraddittorietà delle forze politiche italiane nel loro rapporto con il sistema da un lato e con le masse dall’altro. La società italiana è oggi la sola, nell’area capitalistica, nella quale le nuove avanguardie rivoluzionarie sono relativamente forti mentre ancora sussiste uan tensione di massa nell’area socialista e in quella cattolica.

177. Grave responsabilità del Pei, che pure ha colto alcuni termini di questa crisi politica, è di averne sottovalutato le dimensioni, ridotto il significato e soprattutto strumentalizzato gli sbocchi entro i confini della tradizionale strategia frontista: sia puntando al recupero di strutture di potere (la De e il Psi come tali) la cui crisi è invece obbligatoria per una reale maturazione dell’area cattolica e di quella socialista, sia consi­derando con diffidenza le avanguardie di questi processi di crisi. L’una scelta come l’altra sono suggerite dalla fretta e dall’intensità con cui si cerca un interlocutore parlamentare e governativo, ma anche dal rifiuto di impegnarsi in quel processo di revisione autocritica senza del quale uno spostamento di consistenti forze cattoliche e socialiste su posizioni rivoluzionarie non è pensabile.

178. Questi errori di linea e questo blocco di iniziativa nel momento di massima espansione del movimento costano oggi alti prezzi. La crisi del mondo cattolico e di quello socialista segna una battuta di arresto. Non nel senso di una ritrovata solidità della De o di un pieno recupero del Psi come partito di governo (fenomeni di questo tipo sono spesso apparenti e possono preludere a nuove lacerazioni); ma nel senso che anche le forze ribelli alla logica moderata (le Adi, la sinistra Cisl, la sinistra socialista) sono spinte ad accamparsi sul terreno illusorio di un riformismo avanzato o di una opposizione terzaforzista, arrestando il pro­cesso di formazione di una nuova forza anticapitalistica, rischiando di subordinarsi alla De e al Pei, dando un senso equivoco all’unità sindacale.

179. Neppure questa battuta di arresto può invertire tuttavia quel processo di radicalizzazione delle masse cattoliche e socialiste che il movi­mento ha per la prima volta condotto al rifiuto della logica moderata. Definire queste forze come « riformiste » è giusto per individuare il limite politico che non hanno ancora valicato. Ma l’analisi delle spinte ideali e sociali che le muovono permette di cogliere una dinamica ben più ricca, una molteplicità di esperienze e di esigenze che già le rendono partecipi della tematica della rivoluzione dei nostri giorni. L’articolata struttura politica nazionale che nel passato è stata un’ancora di salvezza per il siste­ma rischia di rivoltarglisi contro. Il capitalismo italiano, solo in tutto l’occidente, è arrivato a dover fare i conti con nuove avanguardie rivoluzionarie prima di aver liquidato una tradizione politico-ideologica e un apparato istituzionale che sfugge alla sua piena egemonia: in ciò sta una delle condizioni specifiche di maggior rilievo per la formazione proprio in Italia di una alternativa rivoluzionaria di tipo nuovo.

Ambiguità del sindacato e valore delle nuove esperienze di base

180. Anche l’organizzazione sindacale non può essere assimilata sem­plicemente, nella società italiana, alle altre esistenti nell’occidente capi­talistico. L’Italia è il paese dell’occidente europeo dove la tradizione sin­dacale è più fortemente marcata dall’ideologia classista e rivoluzionaria, dove lo scissionismo anticomunista ha meno inciso o ha inciso per breve tempo, e dove la organizzazione sindacale unitaria ha più direttamente partecipato alla ripresa offensiva della lotta operaia e contribuito a quali­ficarne i contenuti. Buona parte della tematica ri vendicativa su cui il movimento si è sviluppato in questi anni è anche il prodotto di una ricerca autocritica e di una lotta che è cominciata all’interno dell’orga­nizzazione sindacale alla fine degli anni ’50; e le lotte nate su quella tematica sono rimbalzate sull’organizzazione smantellandone almeno in parte le gerarchie e le consuetudini burocratiche. Il sindacato ha perduto la sua funzione di avanguardia e si è assunto il ruolo opposto di mode­ratore quando il movimento si è radicalizzato fino a metterne in pericolo i caratteri costitutivi e le premesse strategiche: ma non al punto di perdere il contatto con le masse in lotta e di contrapporsi alla direzione fonda- mentale del movimento, e continuando dunque a subire anche in questa fase la sua influenza.

190. Il punto di approdo di questa dialettica sindacato-masse è pro­fondamente ambiguo, anche in rapporto al processo di unità sindacale: per un verso le lotte operaie, liberando la classe da vecchie divisioni, mettendo in discussione strutture burocratiche e schieramenti di partito, ottenendo per il sindacato una grande forza di contrattazione nell’azienda e a livello politico, hanno determinato le condizioni preliminari per la creazione anche in Italia di quelle grandi istituzioni di mediazione all’in­terno del sistema che sono i sindacati dell’occidente capitalistico; ma per altro verso, accompagnandosi a un grande scontro di massa, a un’espe­rienza di lotta controllata dal basso, a un quadro di generale crisi politica, questo processo di istituzionalizzazione è ancora lontano dall’esser com­piuto. Molto più dei partiti di sinistra il sindacato italiano appare, specie in alcuni suoi settori, una realtà composita, con un ruolo ancora ambi­valente sebbene possa rapidamente degenerare: molto della sua ulteriore evoluzione dipende dalla pressione che si esercita su di esso e dal grado di autonomia che la classe operaia riesce a conquistarsi.

191. L’esperienza dei delegati di linea, di reparto e di squadra, è stata e potrà essere in questo senso decisiva. Questa esperienza, se stimolata e sostenuta, poteva essere il terreno di coltura di una reale fioritura con­siliare. Combattuta e repressa, ha mancato i suoi più promettenti obiet­tivi, per essere utilizzata come strumento di rinnovamento e sviluppo dell’organizzazione sindacale in fabbrica. Ma anche questa operazione ridut­tiva comporta un prezzo per la direzione riformista del sindacato, perché se potrà consentirgli nel tempo di liquidare una dialettica consiliare (sola negazione permanente della istituzionalizzazione burocratica del sindacato), nell’immediato mantiene incerti i confini tra l’organizzazione e la classe e la espone ad una costante pressione di massa. Il sindacato non può assu­mersi in modo troppo evidente la funzione di guardiano del sistema senza scontare una grave crisi al suo interno. Non vedere lo spazio che tutto ciò offre all’azione autonoma delle avanguardie è un errore serio. Dare per avvenuta la piena integrazione del sindacato nel sistema è paralizzante quanto lo è non vedere che questa integrazione è l’approdo verso il quale ci si muove.

Una strategia offensiva per il passaggio a un nuovo ordinamento sociale

183. In conclusione il quadro d’insieme che offre la realtà nazionale dimostra che esistono le condizioni complessive per impostare una strate­gia offensiva, che attraverso un lungo periodo di crisi e di lotta, con fasi di attacco e fatali ripiegamenti, con il rischio continuo di una scon­fitta ma con ragionevoli possibilità di successo, si ponga come obiettivo maturo il passaggio a un nuovo ordinamento sociale. Il fatto che il Pei abbia in questi anni chiaramente deciso di non impegnarsi in questa direzione, per utilizzare invece la crisi e il movimento ai fini di un con- soldamento democratico all’interno del sistema, non è la presa d’atto di una impossibilità oggettiva, e quindi la responsabile decisione di una forza che rappresenta l’insieme della classe e si rifiuta di esprimere spinte mi­noritarie e avventurose; è, tra due linee possibili che la lotta di classe suggeriva e suggerisce, la scelta opportunista del riformismo.

184. Questa scelta, che ancora un anno fa poteva sembrare parziale, effetto di insufficienze o di calcolo tattico, è diventata nel corso del ’70 compiuta e consapevole, e tanto più chiara quanto più il precipitare della crisi ha tolto spazio alle ambiguità verbali; quanto più .le difficoltà del movimento hanno attenuato la pressione condizionante delle sue avan­guardie; e quanto più si sono in apparenza aperte possibilità di manovra a livello istituzionale. Una scelta e una svolta che perciò rivelano qualcosa di profondo e di permanente, uno snaturamento di classe difficilmente reversibile.

 

Una nuova forza politica

La crisi del Pci, la sua evoluzione e la sua definitva collocazione riformista

185. Questa linea del Pei non è certo frutto del caso o di un errore, ma ha radice nella sua storia, nella sua strategia, nel suo sistema di rap­porti sociali e organizzativi. In questo senso è giusto parlare di conti­nuità. Ma è anche vero che in quella storia e in quella realtà esistevano altre componenti, altre spinte, rispetto alle quali la linea attuale rappre­senta una liquidazione. In questo senso è giusto parlare di una svolta, specialmente in una situazione e di fronte a un movimento che stimo­lava una politica, del tutto diversa.

186. Tra i partiti comunisti il Pei è il solo che si sia posto dalle origini il problema della rivoluzione in occidente, rompendo a fondo con la tradizione del socialismo riformista e massimalista, e cercando di assimilare la lezione leninista non come piatta ripetizione ma come base di una ricerca sulla società italiana ed europea. L’Ordine Nuovo, i Con­sigli, le tesi di Lione, i Quaderni del carcere sono le manifestazioni ori­ginali di questo sforzo. Esso non nasceva solo dalla genialità e dalla pas­sione di Gramsci, o dalla contingenza di un momento storico. Era anche il risultato delle condizioni oggettive della lotta di classe in Italia, che lasciava poco spazio all’egemonia riformista e insieme rifletteva la com­plessità della società e della struttura politica dell’occidente.

187. Anche quando le sconfitte degli anni ’20 e gli imperativi della politica staliniana sbarrarono ogni varco e rinviarono ad un’altra fase storica la rivoluzione in Europa, il Pei non subì meccanicamente questi limiti. La politica stessa dei fronti popolari fu concepita e vissuta dai comunisti italiani, che ne furono precursori, con una contrapposizione meno schematica tra momento democratico e momento socialista. E an­cora nel dopoguerra, quando il Pei mancò la nuova grande occasione sto­rica di riproporre il problema della rivoluzione, la politica di Togliatti non è stata la pura traduzione italiana degli schemi degli altri partiti terzinternazionalisti, non solo nel metodo ma in alcune scelte di sostanza: un combattivo rapporto di massa e uno sforzo di aderenza al movimento reale in ogni settore della società; il rifiuto di un blocco di sinistra radi- cal-socialista contrapposto ad un blocco cattolico-conservatore, per garan­tire la direzione proletaria su tutta la sinistra e il discorso con le masse cattoliche; una concezione deU’internazionalismo che coglieva il valore dei movimenti rivoluzionari di liberazione e il limite della logica dei blocchi, senza esaurirsi nella politica statale sovietica.

188. Questi caratteri della sua politica non significano che il Pei sia stato, in questa fase storica, una forza più « di sinistra » e più « rivolu­zionaria » degli altri partiti comunisti. Questi stessi caratteri hanno pro­dotto una ideologia e processi oggettivi « di destra »: un maggiore intrec­cio rispetto alla società borghese e alle sue istituzioni, un blocco politico­elettorale interclassista, la tendenza al neutralismo e alla « via nazionale al socialismo ». Ma era questo ancora un aspetto, sia pure maggioritario, di una realtà più ricca, di un partito che non cercava la propria collo­cazione di classe solo in una struttura interna di tipo ecclesiastico ed era continuamente percorso dai bisogni e dalle spinte delle masse.

189. Questa profonda ambiguità divenne palese quando, all’inizio degli anni ’60, lo sviluppo economico e la crisi della politica sovietica misero in crisi il compromesso togliattiano e posero di nuovo i problemi di una olitica di movimento. Non a caso il Pei è il solo tra i partiti comunisti tradizionali nel quale la svolta kruscioviana e le trasformazioni della so­cietà capitalista hanno aperto non tanto una disputa tra stalinisti e destalinizzatori quanto una analisi e una lotta politica sulla strategia: fino al delinearsi nel ’60-’65 di una contrapposizione tra una linea di destra, pronta a superare lo schema frontista per un riformismo più o meno conseguente, e una linea di sinistra che tendeva a una alternativa di sistema.

190. Con FXI Congresso, la maggioranza del gruppo dirigente e del quadro intermedio non esitò a imboccare la prima strada. La sinistra non fu battuta solo per la sua immaturità o le sue insufficienze, ma perché negli anni precedenti il partito si era profondamente modificato: la pres­sione integratrice del neocapitalismo, la crisi ideale seguita al kruscio- vismo, la stasi delle lotte sociali, la lunga opposizione costituzionale, avevano reso la struttura del partito oggettivamente incapace di avven­turarsi su di una strada che comportava rischi ed esigeva inventiva e forte spirito di classe. Con ciò il Pei ha perso l’occasione preziosa che ancora gli si offriva di anticipare l’esplosione del movimento di lotta degli anni seguenti, anche se alcune esperienze e idee affiorate nel corso di quello scontro interno non sono state vane.

191. Di fronte all’esplosione del movimento di lotta il Pei ha assunto una posizione molto diversa da quella che squalificò il Pcf nel « maggio », e l’ha assunta non solo con atteggiamenti ma con atti politici che hanno ragioni positive e negative: per l’opportunismo che gli impedisce di an­dare contro corrente, per il desiderio di piegare il movimento ai propri fini ed evitare uno scontro frontale, ma anche perché i temi e le forme delle nuove lotte trovavano nel corpo del partito e del sindacato una eco profonda. Quando però il movimento, impegnando a fondo la classe operaia e aprendo una crisi nel paese, ha imposto scelte più pressanti, la sperimentazione di un potere dal basso, la formazione di uno schiera­mento politico alternativo, insomma uno spostamento di asse strategico, il Pei ha innestato accortamente, ma fermamente la retromarcia.

192. Proprio la forza e la qualità del movimento, che all’inizio hanno spinto il Pei « a sinistra », sono anche i dati che l’hanno dissuaso dal­l’andare fino in fondo e lo hanno indotto alla retromarcia. Al gruppo dirigente comunista è apparsa chiara l’impossibilità di assumere ciò che era maturato al di fuori di lui, se non a costo di mettere in discus­sione sé stesso, il suo quadro dirigente, il suo tipo di organizzazione, suoi legami internazionali, il suo elettorato, le sue posizioni di potere: anche per il Pei, come per il paese, non si trattava di una « riforma » ma di una « rivoluzione ». L’accelerazione a destra è poi diventata obbliga­toria sia perché la natura della crisi non consente più a lungo equilibri­smi ma reclama una soluzione politica, sia perché l’ondata di idee e di militanti che ha investito il partito. senza riuscire a trasformarlo ne ha però indebolito le vecchie certezze di tipo stalinista e massimalista e ha lasciato il suo quadro dirigente confuso ed esausto, incline ad accettare la logica del potere. Dopo anni di straordinarie esperienze di lotta che l’hanno direttamente coinvolto, il Pei assume così un volto più diretta- mente riformista, e paradossalmente lo assume senza che si rompa l’unità del suo gruppo dirigente. La maggioranza dèi quadri di sinistra, che avevano puntato sulla trasformazione indolore del partito per pressione del movimento, sono i primi a rassegnarsi, e la demoralizzazione diventa via maestra dell’opportunismo e travestimento ideologico di un raggiunto status sociale nell’establishment borghese.

 

Una rifondazione politica attraverso la crisi delle organizzazioni tradizionali e l’unificazione delle nuove avanguardie

193. Questo processo, la cui previsione ispirò la resistenza isolata del XII Congresso, rende oggi impensabile il « recupero » del Pei ad una linea rivoluzionaria e rende illusoria una lotta interna per polarizzare un’opposizione di sinistra. La trasformazione ideologica e sociale del par­tito e i processi di integrazione nell’area del potere sono ancora più rapidi del suo spostamento politico a destra, tolgono spazio a una resistenza che pure, astrattamente, sarebbe logico attendersi. Non prendere atto del fatto che il rilancio di una politica rivoluzionaria passa oggi per una crisi del Pei e una rifondazione politica, non per un suo spostamento, significa aver già optato, per convinzione o per sfiducia, a favore della politica attuale di cedimento.

194. Una crisi del Pei è comunque inevitabile anche se, in mancanza di alternative, il partito può conservare a lungo il suo seguito elettorale e le sue posizioni di potere. Si tratta di evitare che questa crisi corrisponda al corrimpimento e alla disgregazione di un patrimonio storico, e di farne il terreno di ricostruzione di una forza nuova per l’avvenire.

195. L’ambiguità del Pei come forza complessiva e a livello di massa non si è tutta risolta a destra. Le esperienze degli ultimi anni non sono passate invano anche nel partito. Alla omogeneizzazione del quadro diri­gente su di una linea riformista e alla involuzione burocratico-corpora- tiva della struttura del partito hanno corrisposto fenomeni nuovi a livello di base e in diversi settori della realtà che il partito copre. Sono entrati nel partito giovani militanti, si sono formate avanguardie operaie di tipo nuovo, si è aperta una crisi tra il partito e importanti settori politico­sociali tradizionalmente ad esso legati (studenti e intellettuali marxisti non integrati), e sta aprendosi una crisi profonda se pure ambigua tra il partito e la sua base nel Mezzogiorno. In alcuni settori sindacali gli elementi di crisi e il maturare di forze nuove investono anche i quadri, fino al vertice dell’organizzazione. La sua storia più ricca e il suo rap­porto più elastico e accorto col movimento espongono dunque il Pei ai contraccolpi della svolta a destra, e le speranze alimentate nei quadri di base e nelle masse possono ancora ritorcersi in suo danno. Ciò signi­fica che la società italiana è forse la sola in occidente dove il lavoro di ricostruzione di una nuova forza rivoluzionaria può investire direttamente le organizzazioni di classe esistenti.

196. È questo un punto decisivo, perché il posto che il Pei ha occu­pato e occupa nella storia e nella realtà italiana non lascia pensare che sia possibile costruire una nuova forza rivoluzionaria, capace di dirigere il movimento e sperimentare una strategia adeguata, senza una crisi fecon­da dell’organizzazione maggioritaria della classe. Senza di ciò, muovendo solo dalla realtà esterna a questo mondo e a questa tradizione, e scon­tandone la piena e antica assimilazione alla socialdemocrazia, si può ope­rare con esperienze esemplari, formare nuovi quadri, rendere una testimo­nianza feconda per il futuro, ma non rispondere al problema storico di restituire una direzione politica ad un movimento che esiste, a una crisi sociale che è aperta, a una potenzialità rivoluzionaria che è attuale.

197. Anche il momento che attraversiamo è per questo aspetto deci­sivo, perché ancora massimo è l’effetto prodotto dal movimento di lotta di questi anni sulla realtà comunista. Se la crisi comunista si è svilup­pata finora in modo negativo, ciò è per la mancanza di un punto di rife­rimento politico-organizzativo alternativo sufficientemente credibile, e que­sta mancanza non può a lungo protrarsi senza che vada perduta l’occa­sione di maggior favore. Non si può attendere che il movimento di lotta produca di per sè questo punto di riferimento, non c'è riuscito e non potrà riuscirci.

 

Un nuovo movimento politico organizzato, stimolo alla costruzione di una vera forza rivoluzionaria

198. Si è formata alla sinistra del Pei una ricca realtà politica con idee, volontà, quadri (e anche spazio elettorale); è una realtà ancora disarticolata e fluttuante, priva di una linea strategica e di coordina­menti organizzativi: un aspetto della crisi più che l’inizio del suo supe­ramento. Le formazioni minoritarie che hanno cercato di dare unità e linea a questa realtà hanno fallito l’obiettivo, senza riuscire nel corso delle lotte a estendere la loro influenza sulle masse controllate dalle organizzazioni tradizionali, e anche senza riuscire a unificare le avanguar­die già in rotta con la politica opportunista. Dominante è la progressiva frammentazione dei gruppi, il loro ripiegamento attivistico e dogmatico, per ragioni oggettive che riproducono in tutto l’occidente lo stesso feno­meno, ma anche per insufficienze soggettive che questa nuova sinistra patisce da tempo e non sa superare. Decisive tra queste insufficienze sono:

a) una impostazione politico-ideologica che, al di là del diverso carattere e valore di ciascun gruppo, li accomuna quasi tutti in una sostanziale rinuncia ad assumere il punto di vista generale della classe nella fase attuale, a ricercare cioè le piattaforme, le iniziative, il tipo di organiz­zazione necessari per coagulare una alternativa in rapporto al capitalismo italiano oggi. Molti di questi gruppi, con la tendenza ad esprimere solo la protesta estrema di punte avanzate o strati marginali, e privilegiando 

il     momento della rottura o di azioni esemplari che inceppino il mecca­nismo del sistema, condividono specularmente il giudizio dei partiti rifor­misti: secondo cui l'azione rivoluzionaria può coinvolgere solo minoranze escluse e assumere solo la fisionomia del rifiuto. Una rappresentazione della società capitalistica con i contorni semplificati di una società in disfacimento, percorsa da una carica di ribellione alla quale fa ostacolo solo l’opportunismo dei partiti tradizionali, copre questo atteggiamento di fondo: dogmatismo e spontaneismo, scolastica leninista o assunzione del maoismo in sintesi con lo stalinismo, economicismo operaista o pratica sociale populista, ne sono espressione diversa ma spesso equivalente, e soffocano idee ed esperienze stimolanti che pure questi gruppi producono.

b) un limite di origine politica, nel senso che questi gruppi non si sono proposti di avere sin dall’inizio la dimensione e la qualità minime — cioè le capacità di analisi, i quadri, i collegamenti di massa, l’esperienza, il credito politico — necessarie ad avviare una prassi politica non secca­mente minoritaria, adeguata cioè alla realtà complessiva del movimento e del paese. Ciò ha impedito a questi gruppi di crescere anche dopo ammaestranti sconfitte, accentuandone i vizi di dogmatismo, scissionismo e volontarismo come unica difesa di una nuova generazione di militanti contro la pressione integratrice e la complessità esasperante di un sistema contro cui vogliono assolutamente lottare ma rispetto al quale si sentono troppo deboli. Ciò vuol dire che la sinistra extra-parlamentare non è in grado di uscire da sola dallo stato in cui si trova, ma che ha anche una torte capacità di resistenza, che i tentativi avversari e i suoi stessi limiti non bastano a liquidarla, e che resta nel suo insieme una importante componente per la formazione di una nuova forza politica.

199. Essenziale è uscire da questo circolo vizioso in cui è stretta la sinistra rivoluzionaria italiana, tra un partito comunista che non è in grado dal suo interno di esprimere una nuova forza, e una realtà di nuovi militanti che non sono in grado di unificarsi per diventare punto di riferimento esterno. Questo circolo vizioso, che dissipa una straor­dinaria potenzialità presente nello schieramento di sinistra oltre che nella società, può essere rotto solo da un movimento politico che ne prenda atto fino in fondo e abbia le forze minime per invertire la tendenza.

200. La formazione di un tale movimento politico è il compito di oggi: un movimento capace di unificare, intorno ad una linea precisa, forze in grado di operare politicamente e incidere nella società; in grado di far precipitare, per la capacità egemonica del proprio discorso e della propria pratica, un più generale processo di ristrutturazione della sinistra italiana; e quindi in grado di offrire al movimento di lotta, per questa via, una espressione politica adeguata, e di prospettare al paese nel più lungo periodo una vera alternativa. Questo e non altro è il terreno sul quale la situazione attuale impone a tutti di misurarsi: militanti e quadri comunisti, militanti e quadri dell’area socialista, militanti e quadri di for­mazione cattolica, militanti e quadri espressi dalle lotte di questi anni, l’intero arco delle forze anticapitalistiche che hanno preso coscienza della crisi della nostra società e del nostro tempo. L’assunzione di questa respon­sabilità è oggi la sola via per contribuire, con modestia individuale ma forte impegno collettivo, a qualcosa di più grande, a una rigenerazione sociale. Su questa ispirazione poggia la nostra proposta di aprire, con la ricerca comune e un comune lavoro politico una fase costituente per l’unificazione di tutte le forze della sinistra rivoluzionaria.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


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