numero 45  dicembre 2003

Dopo quattro anni

LA RIVISTA VA RIVISTA 

Lucio Magri   

 

Quattro anni sono più che sufficienti per suggerire e permettere un bilancio. Il risultato editoriale inatteso, la stima culturale e il rispetto politico conquistato ci permettono di farlo con serenità e libertà di autocritica. Ma a spingerci a farlo c'è qualcosa di più.

Da diversi mesi è maturata, soprattutto in me, la convinzione che questa impresa è arrivata ad un punto di difficoltà. Per continuarla non mancano né le ragioni né le risorse. Ma per conservare gli obiettivi ambiziosi che ci hanno all'inizio mossi a promuoverla occorre un nuovo livello di impegno, nuove energie, dunque un prodotto diverso e migliore. La difficoltà la misuriamo già sul terreno della diffusione: vendiamo oggi diecimila copie complessive, che per una rivista mensile, tutta politica, difficile nella lettura, austera nella forma, senza alcuno strumento di sostegno, costituiscono in sé un dato molto positivo e inconsueto, non solo in Italia ma in Europa. Non lo sono però se consideriamo che l'attuale livello di diffusione è il punto di arrivo di una lenta ma costante erosione rispetto allo straordinario successo del primo periodo, a cui siamo impegnati a trovare risposte adeguate. Siamo ormai ad una soglia al di sotto della quale si aprirebbe un deficit finanziario dato che noi, e solo noi, abbiamo quattro soldi di entrate pubblicitarie e neppure un soldo di sostegno pubblico.

 

 

Quanto all'incidenza politica, non ci possiamo nascondere che pur avendo sempre e in molte direzioni verificato interesse e vero apprezzamento, non siamo riusciti a costringere a un vero confronto né gli organi di stampa né i gruppi dirigenti delle forze politiche. Anche agli occhi dell'area alla quale rivolgiamo critiche e sollecitazioni, o le cui lotte sosteniamo, appariamo più come intelligenti commentatori che non come coprotagonisti.

Infine, l'arco delle collaborazioni si è allargato, ringiovanito con apporti di qualità, ma molto lentamente, senza perciò arrivare a costruire un gruppo di pressione relativamente coeso e riconosciuto; e d'altra parte lo stesso gruppo promotore si è assottigliato. D'altra parte la situazione politica e sociale generale — come poi cercherò di dire — proprio perché si presenta molto dinamica, molto complessa e contraddittoria, esige un livello superiore di analisi e di elaborazione.

Questo è lo stato delle cose, che ci spinge a un bilancio del lavoro fin qui fatto, con l'obiettivo di capire ciò che di realmente nuovo possiamo e dobbiamo fare. Poiché un limite di guardia non è ancora superato, un patrimonio c'è, e c'è un gran numero di persone di sinistra che vorrebbero capire meglio ciò che accade, ciò che si potrebbe e dovrebbe fare al di là della contingenza, e non trovano adeguate risposte nelle forze organizzate, vale la pena di discutere già ora sul serio che contributo questa rivista potrebbe dare di più. Io qui mi limito a porre solo la premessa di questa riflessione, cioè appunto a fare un bilancio del nostro lavoro passato e il punto a cui è.

A questo fine, ho dedicato un po' di giorni a riguardarmi i 45 numeri finora usciti, commisurandoli con ciò che in partenza dicevamo, prevedevamo, ci proponevamo e con ciò che è accaduto in questi anni in Italia e nel mondo per verificarne con orgoglio ma senza indulgenza sia il valore che il risultato. Questa ricognizione un po' pedante non è stata inutile: ne ho tratto non poche ragioni di soddisfazione, qualche considerazione autocritica, qualche rimpianto su ciò che di più forse si era in grado di fare e qualche preoccupazione su ciò che ci resta da fare.

La principale ragione d'orgoglio l'ho trovata sul terreno delle analisi, delle previsioni, dei giudizi, e di alcune battaglie che su quelle basi abbiamo portato avanti con efficacia.

A questo proposito è facile sbagliare per difetto, perché quando certe analisi, o certe previsioni vengono rapidamente confermate dai fatti e diventano senso comune, sembrano ovvietà, scompare nella memoria il merito e l'utilità di chi le ha precorse; o quando certe proposte non sono raccolte da coloro cui sono rivolte, e in tempo utile, restano inerti prediche inutili, e solo dopo si può capire l'occasione che offrivano ma è ormai in parte passata. Per giudicarne il valore occorre allora - nell'un caso e nell'altro - ricordare il momento in cui sono emerse, il modo in cui sono state formulate e argomentate, o quale utilità hanno avuto o avrebbero potuto avere. Porto quindi qualche esempio riscontrabile.

Abbiamo avviato - prima ancora che la rivista uscisse, eravamo nel 1998 - la critica radicale del neoliberismo e del neoimperialismo e delle loro conseguenze devastanti quando ancora l'egemonia del cosiddetto `pensiero unico' era compatta, e l'obiettivo del `paese normale' dominava la sinistra. Non eravamo i soli a condurla, ma a differenza di altri sostenendo anche che questo assetto capitalistico era destinato a produrre non una globalizzazione lineare e una modernizzazione senza aggettivi, ma in tempi relativamente rapidi, una crisi, dunque a riaprire un conflitto sociale anche tra capitale e lavoro e un conflitto geopolitico tra Nord e Sud del mondo, quindi a ridare un ruolo di primo piano alla politica, al governo dell'economia, agli Stati, alla guerra. Abbiamo perciò previsto, prima che se ne manifestassero i segni, la sconfitta del centro-sinistra in Italia e in Europa, l'incapacità successiva della sinistra moderata di reagire a quella sconfitta con una autocritica e una svolta, e messo in rilievo l'inadeguatezza della sinistra alternativa ad imporla, dunque la necessità anche per lei di rimettersi in discussione.

Abbiamo poi colto e valorizzato, come altri, la novità dei movimenti di contestazione insorgenti a livello mondiale, ma anche la specificità e l'ampiezza del fenomeno in Italia, e dunque segnalato l'urgenza che essi trovassero uno sbocco parziale ma minimamente adeguato a livello politico, programmatico, e di governo, in questa fase precipitosa e non solo in tempi storici.
Abbiamo sottolineato la pericolosità della nuova destra, e per questo, pur senza tacere le responsabilità di chi le aveva aperto la strada, abbiamo combattuto prima del 2001 la tentazione astensionista che si estendeva anche vicino a noi, e spinto ad un massimo dell'unità elettorale allora possibile (una desistenza più ampia e più convinta).

 

 

Abbiamo visto, con breve anticipo ma subito analizzato e messo al primo posto, la svolta strategica intervenuta con Bush nella politica americana, quindi la priorità della lotta alla guerra preventiva, anche nelle sue componenti geopolitiche, così come la profondità della crisi economica che vi era intrecciata, la gravità e la degenerazione delle istituzioni politiche che ne derivava, in Italia e non solo. Abbiamo preso sul serio la svolta della Cgil, espresso riserve sui tempi e sui modi ma poi decisamente sostenuto nel momento del voto l'iniziativa referendaria, e la gravità del nuovo attacco nel diritto del lavoro, sollecitato scelte più risolute della sinistra Ds e di Cofferati quando la spinta di base poteva sostenerle con successo.

Potrei continuare, ma questo basta a mettere in rilievo le voci positive di un bilancio, con il conforto di ciò che, nel bene e nel male, è avvenuto sul piano dei fatti. Nulla ci impedirebbe di dire, per parafrasare rovesciandolo, altrettanto ironicamente, uno slogan brillante, che `per quattro anni siamo stati dalla parte della ragione'. Ma basta anche, seppur con minore evidenza, a ritenere che l'intera vicenda di questi anni ha convalidato, in Italia e nel mondo, l'affermazione generale intorno alla quale questa rivista è nata e ha cercato di muoversi: la `necessità e forse possibilità' in questa fase storica, di porsi l'obiettivo di una grande operazione riformatrice, che fuoriesca, se non dal capitalismo in generale, almeno dalla sua forma oggi storicamente determinata, neoliberista e neoimperialista.

Un obiettivo certo non immediato o riassumibile in un'operazione di governo, che anzi presuppone grandi movimenti, aspri conflitti, nuove idee forza e forti mutamenti nelle forze politiche; ma un obiettivo nel cui orizzonte occorre collocare l'azione immediata, compiere scelte tattiche coerenti, misurare le ambizioni e le difficoltà. Semmai si può riconoscere che a questa affermazione non abbiamo saputo dare tutta la forza e la compiutezza di un'opzione strategica collegata a una visione generale e di lungo periodo di ciò che era avvenuto e di ciò che stava per accadere, né la concretezza di proposte programmatiche. In questo senso non mi sento di dire, o accettare che si dica, che questa impresa sia stata inutile, o debba cambiare collocazione e prospettiva. Tanto più se volessimo puntigliosamente ricordare tutti gli errori di analisi, di scelta, di comportamento, che parallelamente hanno attraversato, nella stesso periodo, le forze politiche organizzate o la società civile, hanno prodotto ancor recenti sconfitte, e tuttora ipotecano il prossimo futuro.

Diverso è il giudizio che mi sento di dare - sempre sulla base di una rilettura dei testi e di una ricostruzione dei vari passaggi - sulla proposta politica essenziale che dall'inizio, e poi più chiaramente abbiamo cercato di avanzare - nella rivista e con la rivista -, forse con un eccessivo ottimismo dell'intelligenza e un po' troppo pessimismo della volontà. Mi riferisco alla proposta di unire e rifondare una sinistra alternativa capace, per dimensione e qualità, di suggerire e di imporre una spostamento culturale e politico complessivo anche a una parte della sinistra moderata, quanto necessario per costruire nel breve periodo una nuova coalizione ben oltre quella del '96, e nel più lungo periodo per ricostruire un nuovo soggetto politico in competizione per l'egemonia. Insomma per cominciare a rovesciare la tendenza aperta dalla Bolognina.

 

 

Qui di un insuccesso è necessario parlare con coraggio. Dico insuccesso, non fallimento, perché l'idea non era affatto peregrina né fuori tempo. Prima e più fortemente del previsto, delle opportunità si sono presentate realmente, anche se, come è ovvio, non era facile coglierle, per ragioni lontane, profonde, oggettive: si trattava cioè di risalire una china molto impervia, con forze e idee largamente inadeguate.
È stata invece mancata la possibilità di compiere almeno i primi passi.

Tra la fine del 2000 e il 2003, infatti, la società e la politica, in Italia e nel mondo, hanno vissuto un profondo subbuglio, con segni diversi e opposti, La sconfitta elettorale del centro-sinistra, che ha prodotto una delusione della sua base popolare, i guasti profondi ma anche le immediate difficoltà del centro-destra; l'esplosione di un conflitto sociale e di una contestazione giovanile che hanno coinvolto non solo una minoranza radicale ma il mondo del lavoro e l'intellettualità democratica; la guerra e la contestazione della guerra che ha coinvolto il mondo cattolico e con esso una maggioranza della pubblica opinione su posizioni molto avanzate, e tutto ciò attraverso una partecipazione diretta e con una critica consapevole del precedente governo e dei gruppi dirigenti. Alcune condizioni per imboccare la strada in cui noi speravamo, esistevano.

Certo, se ci fermassimo all'apparenza e alle parole potremmo illuderci che almeno in parte quella proposta è alla fine avanzata. Per alcuni anni, come ho già accennato, abbiamo combattuto per una grande coalizione che si battesse contro Berlusconi, comprendendo Rifondazione comunista: ora questa scelta sembra prevalere. Per alcuni anni abbiamo auspicato che essa non si fermasse alla desistenza ma si impegnasse nella ricerca di un vero accordo di programma per un governo di legislatura e si affermasse congiuntamente a una riattivizzazione di massa: ora sembrano quasi tutti convenirne. Per anni abbiamo proposto, a una sinistra alternativa, ancora frantumata o dispersa, non una stretta organizzativa, né una semplice unità d'azione, ma un serio processo costituente di un nuovo soggetto politico, fosse pure federato: ora anche Rifondazione, e altri, ne parlano apertamente. Di che lamentarsi dunque? Poco importa se idee buone generano frutti anche se non te ne viene riconosciuto alcun merito.
In realtà e purtroppo, invece, le cose non stanno proprio così, o almeno non abbastanza da consolarsene. I tempi e i modi in politica pesano, e parole giuste e nuove possono essere alla fine pronunciate senza una piena corrispondenza con i fatti, né con solide argomentazioni. 

 

Un vero passo avanti, essenziale, è stato in effetti compiuto, anzitutto per una pressione dal basso che per fortuna non è ancora piegata. Consiste nel fatto che la probabilità di vincere le elezioni e rovesciare Berlusconi è diventata alta. È vero che una probabilità non è una certezza, molti errori possono comprometterla, i guasti che l'attuale governo ha prodotto e produrrà non solo sono grandi ma modificano i rapporti di forza ben oltre un risultato elettorale. Cionondimeno, se Berlusconi fosse sconfitto, tale sconfitta non solo indicherebbe, ma farebbe precipitare la scomposizione di un blocco sociale già in sé contraddittorio e quasi certamente produrrebbe la dissoluzione di una coalizione politica senza la quale quelle forze a lungo non potranno competere per una rivincita.

Ma tutto ciò è sì avviato oggi, e probabilmente avverrà domani, ormai sotto l'ipoteca di un pieno recupero della dirigenza moderata all'interno del centro-sinistra, che ripropone la stessa linea già precedentemente sconfitta e in consonanza con le principali forze affini a livello europeo, sempre che riescano anch'esse a conservare il governo (Schröder, Blair) o a riprenderlo (i democratici americani). A tale recupero si è accompagnato il crollo di quella che si chiamava la `speranza Cofferati', uno sfaldamento della minoranza di sinistra nei Ds, con Rifondazione comunista elettoralmente ancora al palo, e un movimento di massa ancora in piedi nella resistenza, ma meno unito e meno determinato, comunque tuttora diffidente e poco incalzante rispetto alle forze politiche.

Il quadro internazionale riproduce all'ingrosso questa stessa contraddizione: il perdurare di una crisi, la difficoltà della destra più arrabbiata, ma la debolezza di una linea e di una forza in qualche misura alternativa. La mozione Onu e il progetto di Costituzione europea lo simboleggiano. L'operazione decollata di recente - la lista e il partito unico dei `riformisti' - accentua tali tendenze, rende l'accordo ampio più arduo, tenta di derubricarlo a una operazione elettorale di convenienza oltre la quale si vedrà. Un'operazione analoga di contrasto sull'altro versante - quello di una vera sinistra - trova invece forze generose ma ristrette perché troppo a lungo è stata rinviata e ancora non ha una base solida e convinta di idee, programmi, consensi, gruppi dirigenti riconosciuti. Nodi che verrebbero al pettine al di là di elezioni vincenti, quando ci si trovasse necessariamente a governare dovendo fare i conti non solo con scelte internazionali ed economiche ben più aspre del 1996, ma con strumenti istituzionali alterati dal centro-destra, con risorse dilapidate dalla sua politica economica, e con i vincoli ratificati da accordi internazionali ben difficili da smantellare.

Nodi dunque che esigerebbero un programma comune chiaro, una volontà politica convergente, un sostegno popolare duraturo. Molte cose in cui noi speravamo avanzano quindi in superficie, ma non mi pare però che abbiano messo radici solide né costruito rapporti di forza favorevoli. Il quadro generale resta molto inquietante. Vedo in ciò una certa analogia con il 1975-76: una spinta dal basso che favorì un risultato elettorale molto positivo ma al quale non seguì poi uno sviluppo confortante, anzi in pochi anni sono seguiti dei guai non più recuperati. Non è detto che ciò si ripeta, ma per ora le cose vanno così, e in questo registriamo anche una nostra sconfitta.

È obbligatorio dunque chiedersi perché tutto ciò sia avvenuto, perché una grande stagione di discussione e di lotta, approdi a risultati politici tanto precari, perché quel movimento e chi l'ha animato o sostenuto, quando si tocca il livello della politica, nelle sue strette, mostri un potere contrattuale così limitato. Rispondere a questo interrogativo è un problema complesso ma anche un dovere. È complesso perché le cause sono certamente molteplici, oggettive e soggettive, recenti e lontane; ma è un dovere perché rinunciare ad affrontarlo vuol dire riconoscere che il problema di un'azione politica in senso forte non è oggi solubile, tale rimarrà per decenni, e forse è in sé ormai irrilevante. Cose che molti ormai pensano, ma sempre abbiamo rifiutato di accettare e gli eventi stessi smentiscono.

Forse possiamo qui più modestamente chiederci se anche noi, come Rivista, abbiamo fatto tutto il possibile. Probabilmente non sarebbe necessario perché una azione politica diretta abbiamo rifiutato di assumerla dal principio e perché la nostra influenza è comunque su questo piano molto marginale.

 

 

Il mio parere, in questo caso molto personale e forse controcorrente, è comunque che in un determinato passaggio - cui ho già accennato - abbiamo mancato di coraggio. 

Tra il 2000 e il 2001 alla vigilia di una sconfitta elettorale già scontata e con i primi segnali di una reazione di massa insperata abbiamo tentato - partendo da un articolo certamente troppo sommario ed equivocabile di Pintor - di stringere i tempi della proposta di una costituente della sinistra alternativa, processuale e non verticistica.

Vendevamo all'epoca circa 17.000 copie e non a caso, perché molti avevano visto in questa rivista, per coloro che la promuovevano, oltre che una sede di riflessione anche lo stimolo indiretto ad aggregazioni politiche possibili di cui sentivano il bisogno. C'era un quotidiano dal cui leader quell'idea era stata proposta e poteva sostenerla. Rifondazione attraversava il travaglio del dopo scissione. La sinistra sindacale cominciava a ridefinirsi. Molti intellettuali stavano uscendo dalla trappola del `nuovismo'. Delusione e rabbia percorrevano le file della base dell'Ulivo. In quell'iniziativa di stimolo ci siamo invece fermati, abbiamo sospeso il discorso di fronte alle prime riluttanze, non abbiamo cercato di portarlo alla discussione diretta tra compagni di diversa collocazione, sul territorio, né di dargli una maggiore concretezza o meglio definirlo. Così, quando la critica di massa è esplosa, si è espressa non solo in movimenti sociali come doveva essere, ma anche in atti e in iniziative individuali e disperse. Mentre la rivista - e il suo gruppo promotore - restava in seconda fila, come commentatore. Io credo invece che avremmo dovuto e potuto avere un ruolo partecipe, senza affatto modificare la nostra fisionomia, come del resto altre riviste hanno pur fatto. 

Ma ci sono cause non legate alla politica immediata che hanno alla fine permesso al sistema dei partiti maggiori se non di riassorbire la contestazione, almeno di governarla fino al punto attuale. Ed è su questo aspetto che, rileggendo la rivista, io ne ho colto, quasi con sorpresa, la principale debolezza. 

Bisogna ormai riconoscere che in realtà il ristagno, e la scarsa credibilità, di una sinistra alternativa come soggetto politico, più ancora che della frantumazione in gruppi che restano diffidenti e ostili fra loro anche quando conducono le stesse battaglie, sono stati e rimangono conseguenza di contraddizioni e di debolezze nelle sue culture costitutive. Culture in cui convivono: radicalità di ideali e minimalismo di obiettivi; intransigenza nel rifiuto dello stato delle cose esistenti e il rinvio di un suo mutamento a un futuro lontano ed incerto; la rottura sommaria della memoria storica anziché una sua critica severamente selettiva che porta a ripescare posizioni antiche rivissute come suggestive novità e a rimuovere le lezione di vicende lontane ma ammaestranti; analisi del presente che colgono importanti novità ma le semplificano unilateralmente e le alterano; il giustificato rifiuto della politica come ora si presenta e al contempo l'accettazione disincantata e indifferente delle sue necessità tattiche. Nel complesso quindi una perdurante povertà nella definizione della fase attuale, degli obiettivi ad essa adeguati e tra loro coerenti, e parimenti una genericità nella definizione di una società alternativa per il lungo periodo. Il sacrosanto riconoscimento della pluralità e delle diversità diventa così un alibi per non vedervi anche un limite, il recupero del valore della spontaneità e dell'esperienza diretta diventa autosufficienza del fare immediato e indifferenza per il risultato e per la ricognizione dei rapporti di forza: si cristallizzano le posizioni e perversamente riproducono un settarismo non voluto.

Ebbene proprio su questo terreno - delle idee fondanti, dei processi di lungo periodo e nella loro totalità - noi avevamo promesso non certo di fornire risposte, ma di impegnarci a portare un contributo: con una riflessione sistematica e non reticente sulla storia del movimento operaio e comunista; con l'analisi non congiunturale ma storicamente determinata e strutturale dell'attuale fase (dopo il crollo del socialismo reale e una riorganizzazione capitalistica tanto profonda); con una riconsiderazione delle categorie teoriche sulla base delle quali noi stessi avevamo imparato a ragionare. E pensavamo di poterlo fare e promuoverlo, questo difficile lavoro culturale, proprio in relazione a ciò che ci connotava e per quel tanto di responsabilità che la nostra generazione portava. Per il semplice fatto cioè di essere ancora oggi comunisti non pentiti, di essere stati a suo tempo testimoni diretti e non marginali di tormentate vicende, ma come marxisti non dogmantici, come comunisti italiani, critici da sempre dello stalinismo ma da sinistra.

 

 

Proprio questo - a mio parere - ci doveva permettere di combattere l'idea di un Novecento come cumulo di macerie, che è penetrata e che perdura anche in chi lotta oggi per difendere conquiste di quel passato - senza compiacenze nostalgiche e con sincere autocritiche. Questo ci doveva permettere di tener fermo e rielaborare un punto essenziale e fecondo della tradizione specifica del comunismo italiano: cioè quel nesso reciproco tra rivoluzione e riforme, quella visione della rivoluzione come processo storico lungo, per tappe - in ciascuna delle quali cogliere e definire una possibilità parziale ma reale, però collegata a una finalità radicale che esplicitamente le dà una motivazione. Quel punto cioè che, per immaturità storica o insufficienza soggettiva nel Pci non è mai stato teoricamente elaborato, tanto meno politicamente praticato fino in fondo. Questo infine, e conseguentemente, ci doveva permettere di riconoscere nella società e nel movimento che le si oppone, la emergente attualità di una idea nuova di comunismo, oltre il limite comune alla Seconda e alla Terza Internazionale: cioè l'economicismo e lo statalismo.

Non c'era, né doveva esserci, in tale impegno, alcuna tentazione di autosufficienza: a un ripensamento di questa portata occorre ormai l'apporto di altre tradizioni, di nuovi soggetti e di nuove esperienze. Ma è pur legittimo reagire a un fatto paradossale: cioè al fatto che, anche in Italia, sia ormai dato per scontato che a una nuova sinistra serva una rivisitazione di ogni tradizione passata, di ogni invenzione recente, ma a condizione che venga cancellata invece quella del comunismo e di tutti i marxismi. Non a caso perfino la sinistra più estrema viene chiamata e si autodefinisce oggi solo radicale o antagonista per rispettare quel tabù. (Anche se poi largheggia nell'usarne a fini elettorali la più tradizionale simbologia).

Rileggendo dopo quattro anni i 44 numeri della rivista, ci si accorge che qui essa è stata carente: carente di elaborazione di fondo, carente di identità, o anche solo nel mettere questi temi su tavolo.

Ho detto all'inizio che mi proponevo solo un bilancio. Ora, un bilancio, ammesso fosse giusto e condiviso, e per quanto si sforzi di collegarsi a ciò che di più generale è nel frattempo accaduto e accade, può bastare per suggerire la necessità di un cambiamento e di uno sviluppo, forse anche a indicare carenze da correggere e punti fermi da non smarrire. Non basta certo però a indicare in modo adeguato il che fare, in termini politici, culturali, editoriali. Per questo occorre quanto meno una previsione convincente sul futuro politico prossimo e meno prossimo, un orientamento su come affrontarlo, una ricognizione di forze disponibili, di spazi di ascolto cui rivolgersi, del livello di convinzione con cui si decide di continuare e in meglio. Dunque una riflessione e un confronto impegnativo e largo. Coinvolgendo, come finora sbagliando non abbiamo fatto, collaboratori e lettori.

Mi limito dunque a trarre dalla ricostruzione, orgogliosa e sincera, di ciò che abbiamo fatto solo alcune brevi considerazioni su ciò che potremo fare, presto, per un rilancio.

1. Nel futuro immediato (intendo uno o due anni) gli spazi di iniziativa politica per una rivista come la nostra che ha il dovere di vedere e di dire la verità, nei suoi contraddittori aspetti, senza rispettare i vincoli delle convenienze, non saranno agevoli né molto ampi. Siamo e saremo stretti in una contraddizione oggettiva. Da una parte esiste ed esisterà, fino alle elezioni, un soverchiante sentimento popolare che mette al primo posto, senza se e senza ma, la necessità di fermare e rovesciare Berlusconi, e per questo chiede all'opposizione un massimo di unità. A tale sentimento non solo non ci si può opporre, ma occorre capirlo, interpretarne le ragioni, alimentarlo, renderlo meno ingenuo e precario di quanto ancora non sia. Non mi riferisco, solo e banalmente, alla necessità di sostenere e stimolare l'opposizione su tutti i terreni e le lotte sociali che la sostengono e le danno radici. Mi riferisco soprattutto alla necessità di convincersi e di convincere che non è possibile raggiungere quel risultato se non si realizza una larga convergenza di tutte le forze politiche di opposizione, pur tanto diverse, e ottenere il consenso attivo di tutto il loro effettivo elettorato. Dunque la necessità di capire e far capire che la sconfitta del centro-destra è urgente e ha un valore in sé, non solo per l'immediato e sul piano superficialmente politico, ma perché ne seguirebbe un vero sfaldamento di un intero blocco sociale che Berlusconi ha unificato e sopravvive solo per il supporto dell'esercizio del potere, e perché se al contrario egli rimanesse in sella per un'altra legislatura si compirebbe una trasformazione nei rapporti di forza sociali, istituzionali, internazionali per lungo tempo irreversibile.

 

 

D'altro lato sappiamo, abbiamo detto, dovremo continuare a dire che la vera partita non si gioca e non si vince solo sul piano e nel momento elettorale, ma anche sulla capacità di evitare che all'indomani di un eventuale successo, possa seguire una incapacità di governare affrontando i problemi che la realtà impone, con il consenso di chi ti ha votato e per il tempo necessario. È ogni giorno più evidente che proprio sotto questo aspetto non solo c'è un ritardo, ma si vanno accentuando divaricazioni profonde, che rispetto ad esse, anziché affrontarle, la tendenza è piuttosto di rinviarle e metterle sotto il tappeto, tanto da rendere non solo incerto il dopo, ma anche più difficile lo stesso risultato elettorale.

Tenere insieme queste due esigenze - il sostegno e la critica - è altrettanto necessario quanto difficile.

Non possiamo evitare tale difficoltà con la reticenza, cioè rinunciando a dire in tempo come stanno realmente le cose ed evitando di pronunciarci in una fase così cruciale, con più autonomia e franchezza su tutti i fronti, né possiamo trovare un equilibrio solo affiancando articoli di polemiche più dure contro Berlusconi, e articoli di lacrime sullo stato della sinistra. La strada giusta è quella di tenere in ogni momento presente il carattere reale di questa contraddizione, cercare di individuare e sostenere un modo diverso di fare opposizione e di prepararsi a governare, i contenuti programmatici e realistici che si ritengono irrinunciabili, e ad essi commisurare i livelli di un accordo onesto, senza tacere i limiti che la situazione impone, ma stimolando l'allargamento, l'unità e una maggiore visibilità delle forze che in una trattativa potrebbero e dovrebbero strapparli. In concreto, rendere la parte direttamente e immediatamente politica della rivista non meno importante, ma molto più selettiva, più propositiva, dandole il più possibile l'orizzonte del medio periodo e un più esplicito collegamento con le questioni di fondo. Su ogni tema, non temere di andar controcorrente, ma senza mai rinunciare, per quanto possibile, a enunciare una proposta.

2. La seconda conclusione che traggo dal bilancio del passato, ma anche dagli appuntamenti che ci aspettano, e dovrebbe rappresentare una svolta più evidente per noi, è la necessità di un impegno molto maggiore (forze e spazio) sul terreno dell'elaborazione e della ricerca: storica, progettuale, di strategia. 

Non fuori della politica, ma sui fondamenti della politica, non für evig ma rapportata alla fase e agli enormi processi di trasformazione già avvenuti e che ancor più si annunciano. Un tratto di strada si è in questi ultimi anni compiuto, con il lavoro della intellettualità in tutto il mondo, e anzitutto per l'impatto di nuovi movimenti sociali: la identificazione del neoimperialismo e del neoliberismo come assi portanti del mondo di oggi, la coscienza dei guasti che hanno prodotto e del fosco futuro che preparano, la speranza in un mondo diverso e possibile, si sono diffuse nel senso comune, sorrette da argomenti persuasivi e razionali e non solo come espressione di un disagio. Tutto ciò alimenta una molteplicità di conflitti, nuovi soggetti sociali sono scesi in campo, un'agenda dei problemi radicali è squadernata. Noi stessi vi abbiamo contribuito. Ma il ritardo non solo permane, anzi si accentua quando si passa a definire una risposta credibile agli occhi di una maggioranza che non è tutta miserabile, e commisurata al potere che occorre scalzare, alla sua forza materiale, alla sua capacità di manipolare le coscienze, di modulare stili di vita, di cooptare competenze, di orientare la ricerca scientifica e la tecnologia. Cosa sostituire al profitto e al mercato come motori dello sviluppo, come qualificare un diverso tipo di sviluppo?

Come efficacemente contestare un ruolo dominante a una potenza che ha una forza militare e finanziaria effettivamente soverchiante e un'egemonia cui potenze minori cooperano o comunque si allineano? Come concepire un intervento pubblico nell'economia capace di dirigerla per il lungo periodo e non solo di condizionarla nell'immediato, dopo la sconfitta della pianificazione centralizzata e della proprietà generalmente statalizzata? Come costruire una politica forte quando alle istituzioni è già stata sottratta gran parte della loro funzione, la politica stessa si è separata dalla società, è degenerata in un ceto professionalizzato e la sovranità popolare è ridotta a un mercato del consenso ed è essa stessa manipolabile da gigantesche organizzazioni mediatiche? Come incidere su istituzioni ormai largamente modellate per escludere le minoranze o rinserrare ogni idea alternativa in una ferrea gabbia di compatibilità?

E anche se sapessimo fornire qualche risposta a questi interrogativi e a tanti altri non meno importanti, quale blocco storico potrebbe poi assumerla e sostenerla in una società ormai tanto stratificata, dove il confitto di classe permane, si acutizza, ma si scompone in innumerevoli figure, e gli individui sono al tempo stesso atomizzati e conformizzati? Con quali forme di organizzazione, sedi di unificazione, forme di lotta? Infine, ma non meno importante, quanto di tutto ciò può già tradursi in un programma di fase, adeguato cioè ai rapporti di forza presenti, ai conflitti già in corso, agli schieramenti politici e geopolitici effettivi: quali le prime casematte da conquistare, le prime riforme necessarie e possibili che possano intaccare l'assetto attuale e aprire la strada a nuovi traguardi di trasformazione?

A questo livello di problemi si genera e si può comprendere la perdurante e ricorrente egemonia politica della sinistra moderata e proporsi gradualmente di scalzarla; e d'altra parte si può spiegare e contribuire a correggere una naturale tendenza del movimento di massa a oscillare tra l'immediatezza della lotta di contrasto là dove e quando se ne offrono le occasioni, e il millenarismo della prospettiva.

Senza impegnarsi su questi temi anche le analisi più lucide o le proposte più ragionevoli nel campo della attualità politica andrebbero poco lontano, possono forse persuadere, non incidere e trascinare: una `politica forte' è fuori causa.

Un tale impegno, quanto a noi, non può avviarsi sul serio se non cambiano radicalmente alcune cose pratiche: se non c'è un pur limitato gruppo di intelligenze da utilizzare e che gli assegnino collettivamente una priorità, se ogni numero della rivista non viene programmato e preceduto da una discussione e da un lavoro, secondo un'agenda che non si restringa a ciò che è accaduto il mese precedente o accadrà in quello successivo.

Una rivista che resti, e anzi diventi ancor più sede di confronto e di dibattito pubblico, perché ha bisogno di culture e competenze diverse da quelle con cui è nata. Ma non puro confronto; al contrario, confronto a partire da alcune ipotesi, animate da una ispirazione politica e culturale visibile, dunque con un'identità, cioè di tendenza.

Francamente non so se questo basterebbe a un vero rilancio. Anzi potrebbe anche accadere l'inverso, portarci cioè ad un prodotto equivalente a un bimestrale o trimestrale, e perciò di più difficile lettura, almeno apparentemente più noioso, se non accompagnamo questa scelta di approfondimento a una riforma editoriale della rivista stessa: nel senso di renderla meno uniforme, più articolata nei suoi generi di scrittura e più ampia nella sua tematica, più polemica e provocatoria anche nel dibattito sulle idee (più recensioni, più inchieste dirette, più semplicità nel linguaggio, più nettezza nei giudizi e maggiore attenzione e disponibilità a dire una cosa nuova che non a meglio precisare una cosa già detta o già conosciuta).

Ammesso che una tale scelta sia giusta, è anche praticabile? Dal punto di vista di uno spazio che si offre e che si può allargare, di una domanda da soddisfare, io sono, forse più di altri, relativamente ottimista: perché sono persuaso che la situazione politica, in Italia e nel mondo, non è e non andrà verso una stabilizzazione, ma al contrario emergeranno nell'arco dei prossimi anni, nel bene e nel male, scelte decisive da compiere, un subbuglio che investirà l'insieme delle forze politiche e dei movimenti a tutti i livelli e porterà ancora più in primo piano i problemi di fondo.

Molto meno sicuro sono della nostra capacità soggettiva di sostenere questa scelta e realizzarla al meglio. Il gruppo promotore più che rafforzarsi si è assottigliato, anziché concentrare il suo impegno in questa impresa collettiva si è un po' disperso; l'arco delle collaborazioni si è rafforzato in alcuni casi e si è allentato in altri; una ricerca, finora insufficiente, da parte nostra e mia, di nuovi apporti, incontra al momento difficoltà a essere definita anche solo sulla carta; gruppi di sostegno sul territorio, non solo lettori, ma partecipanti col suggerimento e moltiplicatori di un interesse più largo non sono cresciuti; la sinergia, pur nella reciproca autonomia, tra la rivista e il quotidiano resta modesta e difficile; chi, come me, per quattro anni ha portato direttamente il peso della fattura del mensile ne ha tratto molta gratificazione, ma ne patisce l'usura e quindi avverte una necessità di rialimentarsi intellettualmente, e dunque anche di una rotazione di ruoli. Il dibattito che ora apriamo e vogliamo continuare è anzitutto rivolto a questo: a verificare un giudizio sulla rivista, il suo stato di salute tra i suoi lettori, ma ancor di più a censire intelligenze, volontà effettive, ampiezza di consenso potenziale, necessari non solo per continuare ma per rilanciare innovandola questa iniziativa. Per affrontare cioè il compito insicuro e difficile di una vera e propria sua seconda stagione, iniziando dai primi mesi del prossimo anno.

Abbiamo bisogno di sentire da voi non solo un sincero invito a sopravvivere, ammesso che lo meritiamo, ma di una veritiera espressione della disponibilità a parteciparvi.
 


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