numero 29  giugno 2002

Scheda
 
LA LEZIONE OLANDESE 
 
Lucio Magri   
 
 
 
 
 
L’Olanda è un piccolo paese, ma le elezioni del 15 maggio hanno molto da dire ai grandi paesi europei e in particolare all’Italia.
 
In primo luogo perché non solo confermano, ma portano ad una evidenza molto maggiore due fenomeni generali che, particolarmente in Italia, per provincialismo o per volontà di rimozione, non hanno avuto finora l’attenzione che meritano. Da tempo è in atto un vero rovesciamento del ciclo politico, già intravedibile nelle elezioni europee del 1999, ma poi generalizzatosi a ritmo crescente e che si sta per compiere: il ritorno del centro-destra alla direzione di quasi tutti i paesi del continente (Austria, Italia, Danimarca, Portogallo, Spagna, e probabilmente, nel prossimo futuro, Francia e Germania). Questa sconfitta, si concentra particolarmente sui partiti socialdemocratici: in Olanda ormai il quarto partito, dimezzato nei voti e nei seggi. Prescindere da questi fatti, continuare a considerare la sconfitta solo frutto di errori tattici o di particolarità nazionali, anziché riflettere sulle sue cause di fondo, le sue conseguenze, le lezioni da trarre, appare sempre più insensato.
 
 
Non meno importante, per tutti, è però anche ciò che dicono la vicenda olandese e il suo approdo, proprio in relazione alla specificità di quell’esperienza di governo.
 
L’Olanda è stata, negli ultimi anni, un modello. Il laboratorio, e una verifica di efficacia cui si richiamava la cosiddetta ‘terza via’, come sintesi dinamica tra neoliberismo regolato e welfare riformato. Più di Clinton e di Blair che rappresentavano paesi ben più importanti, ma non erano altrettanto significativi: perché avevano alle spalle Reagan e la Tatcher, che avevano già svolto il ‘lavoro sporco’, dovevano misurarsi con spinte già radicate né erano molto propensi a rovesciarle, e che hanno, inoltre, inquinato molto il loro progetto con impreviste scelte di politica internazionale. E più di Prodi e D’Alema, che parlavano di ‘terza via’, senza avere però la forza politica e il consenso sociale necessari per metterla alla prova.
 
In Olanda il governo è stato saldamente per 8 anni nelle mani di una coalizione coesa, doveva affrontare difficoltà di uno Stato sociale molto consolidato, generoso ma troppo costoso e anche poco efficiente, disponeva però per riformarlo di un forte sostegno sindacale, di un’amministrazione efficiente, di una società civile tollerante e ordinata e di una economia strutturalmente avanzata ed equilibrata. Come si è mosso? Anzitutto con misure coraggiose sul terreno dei diritti civili (dalle droghe leggere al riconoscimento delle coppie omosessuali, fino all’eutanasia), possibili non dovendo più subire la resistenza della Democrazia cristiana, ormai all’opposizione e decimata. Ma soprattutto con una riforma economico-sociale molto complessa, riducibile però a tre elementi. Una politica di ‘austerità competitiva’, simile a quella tedesca ma sostenuta da una moderazione salariale e da una accresciuta flessibilità nel rapporto di lavoro, pienamente accettata da una organizzazione sindacale forte. Un contenimento della spesa sociale senza tagli selvaggi al welfare, che viene però trasformato in quello che viene definito workfare e cioè: criteri più rigidi e selettivi nella concessione dei sussidi di disoccupazione e soprattutto di inabilità al lavoro (la maggior voce dell’assistenza olandese) e privatizzazione parziale delle prestazioni previdenziali e sanitarie, ora lasciate in parte a un ‘mercato integrativo’, scelto e governato da imprese e singoli lavoratori; incentivi alla riqualificazione professionale e stimoli a forme di part-time regolamentate. Disincentivi insomma alla assistenza universalistica, ma compensati da nuovi lavori per il reinserimento degli emarginati. 
 
 
 
 
Questo insieme di misure ha ottenuto in partenza successi notevoli: sul risanamento finanziario, sui tassi di sviluppo, sulla riduzione della disoccupazione, senza produrre un disastro sociale. E, infatti, dopo i primi quattro anni il centro-sinistra ha avuto – nel 1998 – un forte risultato elettorale (vedi tabella allegata). Ma poi, via via, è diventato evidente che i ‘nuovi lavori’ erano in generale precari e destinati a rimanerlo (in una società abituata alla stabilità), si sono accentuati i dislivelli di reddito (in una società abituata a una certa eguaglianza), l’onnivora concertazione tra governo e sindacati ha creato l’immagine di un sistema politico tecnocratico e indifferenziato (in una società molto abituata al pluralismo e alla partecipazione). Infine si è oscurata la speranza di una successiva e costante espansione della ricchezza. 
 
Un solo dato emblematico: la percentuale del part-time non scelto (quasi tutte donne) è arrivata al triplo di ogni altro paese (oltre il 40%), 9 assunzioni su 10 sono ormai a tempo determinato. E così, per la convergenza di un disagio sociale nelle classi inferiori e della richiesta di ulteriore liberalizzazione degli strati vincenti nel mercato, si è arrivati al crollo elettorale simultaneo di tutte le forze di governo, pur in assenza di assenteismo. L’Olanda è il solo paese dove il centro-sinistra è stato rovesciato non da un minimo spostamento di voti, per il meccanismo di leggi elettorali, o per una crisi della coalizione, ma da un fortissimo spostamento di voti a favore sia del centro conservatore che dell’estrema destra. Chi in Italia ancora recrimina sul mancato recupero al centro, o tuttora si aspetta una riscossa da una politica di ‘modernizzazione’ senza aggettivi, ha così una clamorosa smentita.
 
Ma a chi sono andati questi voti e perché? Anche qui ci sono elementi specifici e interessanti. Ha avuto una straordinaria esplosione un nuovo partito di estrema destra (Pim Fortuyn). Ma, attenzione, niente di simile per quantità e qualità con fenomeni consimili in Europa. Perché qui, curiosamente, la richiesta di arginare l’immigrazione non si è platealmente confusa con la xenofobia più apertamente reazionaria, ma più sottilmente ha agito sulla preoccupazione della perdita di identità nazionale collettiva, in polemica con un’Europa tecnocratica e cosmopolita, e soprattutto si è sommata alla protesta contro le élites politiche professionalizzate, prive di ideali e di capacità di ascolto (il tema della ‘nuova politica’ e della ‘società civile’ declinato a destra). Un mix tra Haider e Pannella, che è diventato il secondo partito. 
 
E a questo secondo tema, il rinnovamento della classe politica, è ascrivibile l’altrettanto improvviso successo della Democrazia cristiana (da 29 a 45 seggi) che nella lunga opposizione ha sostituito la sua leadership, e ha puntato sulla critica dei «governanti arroganti e senza qualità, in parte corrotti», più che non sulla critica della loro politica economico-sociale, che non chiede di rovesciare, ma di portare più avanti. Anche per questo aspetto di noi parla la favola.
 
 
Un’ultima osservazione, da tutte le fonti ignorata: in questo quadro complessivamente pessimo, un piccolo elemento di conforto viene dalla crescita limitata ma non irrilevante anche dall’opposizione di sinistra (verdi e socialisti marxisti), che nel ciclo lungo degli otto anni del governo di coalizione è passata da 9 a 20 seggi, e nel suo insieme ormai quasi raggiunge l’ex grande partito socialdemocratico. Non tutto è limpido e convincente anche in questi partiti, ma è comunque un segnale.
 
Sono, come si vede, tutti elementi su cui occorrerà tornare con un maggiore approfondimento sui dati (sui flussi, sulla composizione sociale): che già ora però, come si vede, non sono inutili a fornire un quadro serio del ‘dove va l’Europa’ e perché.
 
 
 
 
 
 


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