numero 16 aprile 2001

e-lezioni

 

PALUDI E BURRASCHE 

 

Lucio Magri   

 

 

1. La «rivista» è nata come sede di discussione e strumento di ricerca, cose che la sinistra spesso trascura mentre ne avrebbe oggi gran bisogno.

Per abitudine e per convinzione continuiamo però a pensare che le idee nuove non nascono, non penetrano né producono grandi effetti se non in connessione con soggetti collettivi e processi storici reali. Perciò non abbiamo mai disertato le battaglie propriamente politiche che continuamente l'attualità proponeva. Si può ritenere che su questo terreno abbiamo operato bene o male, che siamo serviti a qualcosa, o a nulla. Non però che siamo stati inerti, reticenti o renitenti.
Ora però arriviamo a una stretta: le elezioni.

Si può, anzi si deve, dire che le elezioni non rappresentano il tutto della politica, e che anzi lo sguardo della politica deve estendersi oggi a un tempo più lungo e includere altri territori. Ma, intanto, una scelta non può essere evitata o rinviata. Proprio chi considera la politica uno spazio pubblico permanente e non una somma di decisioni individuali e silenziose, ha il dovere di parlar chiaro e di convincere. Di esprimere insomma quella che si chiamava una `indicazione di voto.

 

 

È bene però riconoscere subito che questa «rivista», come soggetto collettivo, una precisa `indicazione di voto non deve e non può darla. Per la propria natura: perché è promossa e diretta da persone che pur avendo, come si è visto, tanti elementi in comune, militano in organizzazioni diverse, in questo caso in competizione tra loro. Ma anche per la grande molteplicità di opzioni in cui oggi si scompone la scelta elettorale: quella per la Camera dei deputati (due schede autonome e desistenza unilateralmente decisa da Rc per una di esse); quella del Senato (con una sola scheda e presenza di concorrenti a sinistra in alternativa tra loro); quella delle amministrative, con generalizzati apparentamenti (che legano automaticamente voto alla lista e voto alla coalizione). Perfino un partito può così trovarsi in difficoltà a esprimere una precisa indicazione di voto: per esempio, Rifondazione comunista non ha detto ancora, e forse non dirà neppure più avanti, ai suoi elettori cosa fare per i collegi uninominali alla Camera. Oppure – se mi è consentito in questo contesto esprimere un dubbio personale: io, che voto nel Lazio, so già che segno mettere in ogni scheda e potrò dirlo pubblicamente con argomenti forti; ma invece non troverei valide ragioni per fare e per sostenere la stessa scelta, quanto alla scheda del Senato, se mi trovassi a votare nel collegio di una regione nella quale il risultato è incerto, Rifondazione non ha alcuna probabilità di ottenere un eletto, e invece i propri voti ha già la possibilità di contarli e di farli contare con la scheda della Camera.

Tutte queste difficoltà non impediscono però che la «rivista», pur senza dare specifiche indicazioni di voto, tragga, dalle stesse battaglie finora condotte, scelte fondamentali che già definiscono in modo non generico e non formale un orientamento comune. Con molto anticipo le abbiamo discusse e pubblicamente espresse. È però utile ricordarle, anche se in poche parole per non annoiare il lettore.

Primo: andare a votare. Scelta per molti niente affatto scontata. Perché c'è in giro una grande e comprensibile voglia di astensione non solo come espressione di critica e desiderio di punire i propri tradizionali rappresentanti, ma, più in generale, per opporre un rifiuto all'insignificanza delle alternative programmatiche che le forze politiche offrono, al ceto politico che le guida. Infatti le analisi ci mostrano che l'astensionismo è oggi composito anche se non equamente diviso. Ma proprio per questo, da un lato, paradossalmente, l'astensione diventa indecifrabile: fa capire che sei incazzato ma non perché lo sei, né contro chi lo sei particolarmente e che cosa all'incirca avresti invece voluto e vorresti. Dall'altro lato, dopo cinque anni dalla vittoria del centro-sinistra, il malumore si concentra nell'elettorato che vi aveva sperato, e l'astensione quindi, al di là delle intenzioni, non è neutrale, influisce anzi fortemente sul risultato. Nel complesso: aiuta la destra a vincere, ma senza poter dare a questo esito neppure il significato inequivoco di una lezione alla sinistra.

 

 


Secondo: impedire che venga cancellata, o ridotta ad assoluta marginalità, la presenza di una sinistra radicale nel Parlamento (nel caso attuale, Rifondazione comunista). Tale presenza segnala una critica nei confronti della maggioranza di governo, critica pienamente meritata e condivisa da milioni di italiani di sinistra. Garantisce nell'immediato un minimo spazio nelle istituzioni, dunque anche nell'informazione, alla espressione del dissenso su questioni vitali: penso per esempio, all'ancora recente esperienza della `guerra umanitaria'. Lascia infine aperto, per una prospettiva più lontana, un canale di comunicazione tra le istituzioni e i movimenti di massa, spesso vitali e vasti ma molto fluttuanti e dispersi.

Tale presenza quindi interessa anche chi non approva i comportamenti passati, e condivide solo in parte le posizioni presenti, di Rifondazione comunista. Che è oggi realmente a rischio. Rifondazione ha ottenuto il 4,2% alle europee; alle ultime regionali il 5,1%. I sondaggi la danno tuttora in moderata ripresa, ma non possono conteggiare il terzo di indecisi, né gli effetti di una campagna elettorale povera di mezzi e priva di alleati. Rc rischia comunque di essere penalizzata dall'imbroglio delle liste civetta e dalla concorrenza della lista Cossutta. Si può anche considerare queste piccole percentuali e i pochi seggi corrispondenti marginali rispetto alle grandi questioni storiche. Ma infischiarsene è solo prova di leggerezza.

Terzo: impedire o ridurre al minimo una vittoria della destra che a tutt'oggi resta probabile.

Per limitare il danno e comporre esigenze contraddittorie resta la risorsa del doppio voto: sia alla Camera, per la voluta desistenza di Rifondazione nei collegi uninominali, sia alle amministrative nelle grandi città, per il meccanismo dell'apparentamento. Usando il doppio voto si può nella gran parte dei casi allo stesso tempo aiutare Rifondazione, opporsi utilmente a Berlusconi, ridurre l'asprezza dello scontro a sinistra nella campagna elettorale e lasciare quindi qualche spazio per un successivo confronto.

2.Va però aggiunto con franchezza che tale insieme di scelte e di obiettivi è diventato in quest'ultimo periodo al tempo stesso più razionale, più importante, ma anche più difficile da mettere in pratica con efficacia.

Più importante perché è emerso con maggiore chiarezza il profilo dell'attuale centro-destra, in entrambi i suoi aspetti, apparentemente contraddittori, in realtà reciprocamente e pericolosamente funzionali. Da un lato, non solo in Italia ma in Europa, si sta consolidando, ben oltre i confini di una manovra elettoralistica, un blocco aggressivamente neoliberista e neoconservatore – di cui il Ppe è collante e copertura – il quale progressivamente riesce a ridurre elettoralmente e a decapitare politicamente quella destra apertamente eversiva che invece era emersa negli ultimi anni e al centro-destra aveva creato non pochi problemi. In Francia il fenomeno Le Pen è in pezzi, in Austria la corsa di Haider frena, in Italia Bossi avrà molti deputati ma passerà dal 10 al 4% di voti. Ma tutto ciò avviene non perché quella spinta reazionaria insorgente nella società sia stata rifiutata o regredisca, ma piuttosto perché viene largamente riconosciuta, assorbita e governata; e in corrispondenza di nuovi e ben più pesanti collegamenti con poteri forti che si spostano a destra (la Confindustria in Italia, il Medef in Francia sul piano economico, il neoclericalismo sul piano ideologico) e in consonanza con movimenti estesi nella società che perdono di intensità in alcune punte estremizzanti e minoritarie (il secessionismo) ma guadagnano in estensione come senso comune (l'ostilità verso gli immigrati, l'isterismo `securitario', l'insofferenza al fisco e allo Stato sociale universalistico), e troveranno nuovo terreno di coltura in un ordinamento federale nato nel segno della conflittualità istituzionale e dell'incoerenza.

Contemporaneamente e nella stessa direzione muove una operazione di secessione nel settore di centro dell'Ulivo (D'Antoni, Andreotti) che già ora alimenta una rottura dell'unità sindacale e una ridislocazione nel mondo cattolico democratico, e che, se avesse elettoralmente qualche successo, porterebbe alla disgregazione dell'attuale centro-sinistra.

 

 

Con una aggiunta inquietante, e specificamente italiana. Proprio in questi giorni è riemersa – purtroppo per iniziativa non della politica, da tempo in proposito inerte, né della magistratura, ormai gradualmente delegittimata e lasciata sola, ma di una estemporanea sortita della satira televisiva – la vera e perdurante dimensione della questione morale in questo paese. La forma e le sedi in cui ciò è avvenuto può essere largamente discutibile: non è di satira che si trattava. Ma ciò che è tornato in scena è comunque un problema reale e molto più grande del conflitto di interessi a cui, comunque, si somma. La politica italiana di tutto un decennio è stata sconvolta dall'emergere, non più contenibile, di un'incredibile realtà criminale-affaristica che era arrivata a regolare la gestione del potere. Un paese che già molto sapeva, e, più o meno omertosamente, sopportava non ha, per un momento, più potuto chiudere gli occhi. Un intero sistema politico già corroso da tante contraddizioni, su questo è crollato. Un sussulto democratico ha coinvolto grandi masse sia pure con gli inquinamenti giustizialisti che in questi casi non mancano mai. Alla sinistra si offriva così la grande occasione di dare a tale crisi una risposta politica, una soluzione generalmente ricostruttiva. Non solo non ha saputo farlo, ma ha delegato a lungo impropriamente alla magistratura (oggi anche ai comici) il compito di estirpare il male e i malfattori, e nel frattempo li ha nuovamente legittimati assumendoli come interlocutori nientemeno che di una riforma costituzionale. Fino ad arrivare alla conclusione paradossale: l'Italia potrà presto essere l'unico paese al mondo governato da un tycoon dell'informazione e della finanza non solo sospettabile di gravi infrazioni alla legge, non solo rinviato tuttora a giudizio con decine di imputazioni, ma già condannato in successivi livelli di giudizio per reati come quello di corruzione della guardia di finanza.

Non sottolineo tutto ciò per recuperare un tema di propaganda elettorale, troppo tardivo per essere incisivo, e neppure per riproporre una polemica sugli errori incredibili compiuti in cinque anni dalla sinistra di governo a questo proposito. Lo sottolineo per quello che significa oggi e può significare nel prossimo futuro. Cioè per quello che ci dice di inquietante sulla realtà effettiva della società, della cosiddetta gente comune e degli intellettuali di questo paese, così storicamente pronto ad oscillare tra giustizialismo e rassegnazione, tra l'ostilità verso l'insieme dei politici considerati per definizione corrotti e invece l'ammirazione per i politici che riescono con successo ad aggirare impunemente la legge come forse a molti piacerebbe fare. E lo sottolineo soprattutto per quello che fa temere: il tipo di potere arrogante e senza regole, di subordinazione della magistratura, di limitazione della libertà di espressione, cui possono essere spinti tali nuovi governanti non solo dalla loro ideologia ma dalla necessità di mettere se stessi al riparo e gli avversari sotto ricatto.

L'analisi della destra attuale ci mostra quindi anzitutto ormai chiaramente che una sua netta vittoria non avrebbe quel carattere di precarietà che ebbe nel 1994. Ma ci dice anche una cosa più importante.

Se anche fosse vero – come molti dicono e io non credo – che ormai le due coalizioni si equivalgono perché entrambe consenzienti alla politica neoliberista e neoimperiale, esse non si equivalgono affatto quanto al blocco sociale e culturale che rispettivamente le sostiene, e via via le sospingerà o le condizionerà, né quanto al personale politico che centralmente o localmente le dirige.

 

 

In queste settimane è intervenuta una serie di ulteriori difficoltà nel contrastare questa destra. La prima, solo apparentemente tecnica, ma dalle conseguenze politiche pesanti è la seguente. Anche dopo il fallimento del tentativo di varare una nuova legge elettorale e la scelta di Rc di presentare propri candidati per il Senato, non era impossibile trovare un accordo limitato che applicasse anche al Senato la logica politica della `non belligeranza a sinistra' scelta per la Camera. L'ipotesi di candidati comuni in un certo numero di collegi era probabilmente impraticabile e di esito incerto in mancanza di una intesa programmatica per la quale mancavano le basi e il tempo. Era però possibile un accordo che, senza nessun vincolo per l'autonomia politica delle parti, agevolasse un comune impegno elettorale contro la destra. Cioè una desistenza, per così dire `asimmetrica': Rifondazione rinunciava a una propria candidatura in un certo numero di collegi nei quali le due coalizioni competevano sul filo di lana; l'Ulivo invece rinunciava a propri candidati in collegi sicuramente perdenti, consentendo così indirettamente a Rifondazione di raggiungere il quorum necessario per ottenere in certe regioni un seggio nella quota proporzionale. Infatti una trattativa in questo senso c'è stata fino all'ultimo. Si è arenata perché come al solito è arrivata in ritardo, è stata condotta in modo poco trasparente, perché una volta ancora l'Ulivo non ha voluto o saputo far passare con i suoi voti e con il sostegno di Ciampi una misura di legge che rendesse impossibilie l'imbroglio delle `liste civetta'. Ciò rende più difficile un risultato positivo proprio là dove – il Senato – la maggioranza assoluta del Polo è più incerta, sottrae abusivamente a Rifondazione un certo numero di deputati nel proporzionale della Camera, e può reciprocamente scoraggiare gli elettori di Rifondazione a votare per l'Ulivo nei collegi uninominali.

La seconda nuova difficoltà, non meno importante, nel contrastare la destra è più direttamente politica. Riguarda l'Ulivo, la sua linea generale e i suoi rapporti interni. Essa consiste, da un lato, in un ulteriore, ed esibito, cedimento programmatico verso il centro moderato e le pressioni delle classi dominanti. Di programma si era finora discusso poco e male. Rutelli, dopo l'incidente iniziale sull'Irpeg in polemica con la Cgil, aveva navigato nelle nebbie e con prudenza. Poi, due colpi formidabili: prima, la incredibile `consultazione' con il cardinale Sodano, cui Ciampi è riuscito a mettere rapidamente una pezza; dopo, la captatio benevolentiae rivolto all'assemblea confindustriale di Parma, cioè proprio nella sede e nel momento in cui la Confindustria scendeva in campo con un vero programma di governo, massimalista fino al punto di provocare la reazione insolitamente aspra di Cofferati.

Contemporaneamente, si è sviluppato apertamente un conflitto interno al centro-sinistra e ai Ds (Rutelli-Veltroni versus D'Alema-Amato) che prefigura lo scenario di una competizione post-elettorale; nella quale però è assente per ora l'ipotesi di una correzione di linea politica. Entrambe le parti promettono anzi una scelta più netta a favore `dell'innovazione senza aggettivi', e anzi chi difende l'idea di una più definita `forza socialdemocratica e riformista' paradossalmente sembra propendere verso una futura pratica consociativa.

In conclusione molte e buone nuove ragioni per confermare e sostenere le scelte generali a proposito del voto che da tempo – entro i limiti che ci sono concessi – avevamo assunto; ma al tempo stesso per nutrire non pochi dubbi sulla possibilità di vederle prevalere a livello di massa. L'utilità di ribadirle probabilmente sta soprattutto nell'usarle come premessa e strumento di una discussione sul che fare dopo.

3.Potrei finire qui questo articolo. Tuttavia qualcosa sento il bisogno, molto sinteticamente, di aggiungere, e subito. Perché anche uno come me, da tanto tempo drogato dalla politica – anche nei suoi svolgimenti immediati – tutto il piano del discorso fin qui svolto lo sente, in cuor suo, insufficiente, quasi inerte. Tavolo di una contesa cui sfugge l'essenziale. E si chiede: è proprio vero che tutto ciò che vengo dicendo sul perché e come votare sia realmente rilevante in questa fase storica, rispetto alle trasformazioni gigantesche della società, alle nuove dislocazioni del potere dominante reale, alla crisi delle categorie di analisi, degli strumenti di intervento, delle forme organizzative, di cui la sinistra si è finora servita? Tale dubbio ci attraversa tutti e ci demotiva.

 

 

E allora è forse utile azzardare, senza alcuna sicurezza e senza eludere il nodo politico immediato, un punto di vista più generale e uno sguardo più lungo. Ciò che sollecita in me un nuovo interesse è infatti un'ipotesi tuttora incerta nella trama dei fatti e tuttavia di grande suggestione: che una fase si stia chiudendo, che qualcosa si muova nel quadro generale che ha dominato gli ultimi due decenni. Su quali elementi può fondarsi tale ipotesi? Cito semplicemente tre fatti che il dibattito politico ha accuratamente evitato di affrontare.

A. Sembra arrivato a un vero inceppo il boom economico e finanziario americano della seconda metà degli anni '90. Esso è stato molto più di una favorevole congiuntura economica. È stato l'architrave cui si sono aggrappate anche le altre zone forti del capitalismo mondiale in stagnazione, la riserva che ha recentemente permesso di circoscrivere grandissime e ripetute crisi finanziarie in intere aree mondiali (l'Est asiatico, il Messico, la Russia). È stato il supporto del convulso sviluppo di nuovi settori tecnologici che alimentavano una sovraeccitazione ideologica incontenibile (la new economy) e l'acqua miracolosa dove si moltiplicavano i pesci della finanza senza rapporto con l'economia reale. Ed è stato quindi la vera arma assoluta che, in pochissimi anni, ha portato l'Europa, compresa la sua sinistra, ad assumere il modello anglosassone e ad accettare al di là di ogni ragionevolezza, la sudditanza atlantica.

Non occorreva molto a capire che qualche conto non tornava: che il meccanismo era mosso da una bolla borsistica che, con `un'illusione di ricchezza' accelerava un consumo privato americano basato sull'indebitamento, e alimentava certi nuovi settori molto al di là delle loro effettive prospettive con un pauroso drenaggio di risparmi esteri. Molte analisi serie 1 dicevano da tempo che così non sarebbe durato a lungo. Ma nessuno voleva o aveva interesse ad accorgersene ancora alla fine di un anno in cui i valori azionari si erano ridotti di un terzo.

Quando non è stato più possibile negare l'evidenza si è cominciato a discutere se l'`atterraggio' sarebbe stato duro o morbido, ma lasciando sottinteso che, essendo i fondamentali dell'economia sani, nulla poteva venire di male da una borsa che tirava il fiato. Poi, ovviamente, è arrivato il rallentamento, non piccolo, anche dell'economia reale americana, evidentemente perché le aspettative di consumo si riducevano, si licenziavano operai e si rivedevano i piani di nuovi investimenti. Allora si è cominciato a discutere se il rallentamento sarebbe durato tre o sei mesi: il resto del mondo non doveva comunque risentirne gran che, anzi l'Europa potrebbe nel frattempo assumere il ruolo di locomotiva. Ora però ci si accorge che anche, anzi soprattutto, il Giappone vive da anni una crisi strutturale, che vi sono fallite numerose manovre di rilancio, che potrebbe anche scoppiarvi una crisi bancaria; e ci si ricorda che in gran parte la recente e breve ripresa europea dipendeva proprio dalle esportazioni sostenute dal boom americano e dal tasso di cambio; che dunque qualche pesante interrogativo si apre anche qui da noi.

 

 

Non so dire quanto sia grave questa situazione e come può svilupparsi. Forse nessuno lo sa, a giudicare dalle oscillanti banalità e dalle prudenti conclusioni degli esperti e dei vari guru. Ma certo non ci troviamo di fronte a fenomeni transitori e superficiali: tutto un meccanismo si è inceppato e non è chiaro come ripararlo. Le forze di governo europee che contavano sul lineare proseguimento della buona congiuntura, o erano convinte che la new economy aveva ormai passato Capo Horn e garantiva finalmente abbondanza duratura da distribuire, ne risultano del tutto spiazzate, e per lo sconcerto, rimuovono. Ma le classi dominanti, più abituate a guardare le cose in faccia, e costrette ad agire più rapidamente, cominciano a mostrare qualche preoccupazione. La grande invenzione degli uni e degli altri? È scontata quanto assurda: se la crisi americana ci crea difficoltà dobbiamo rispondere introducendo da noi con più coraggio proprio il modello americano. Questo è il senso del programma confindustriale, condiviso o subìto da quasi tutti: `malattia nuova, farmaco antico in dosi da cavallo', esattamente come hanno fatto nel '98 Fmi, Banca mondiale e Tesoro americano di fronte alla crisi asiatica e alle altre; con i risultati che si conoscono.

Ma anche per una sinistra autentica, che si oppone a questa insensatezza, le cose non sono e non saranno semplici. La crisi non colpisce solo chi ha praticato, come l'Europa negli ani '90, politiche deflazionistiche, ma anche chi, in modi e con risultati diversi, ha usato dosi massicce di sostegno alla domanda (come Stati Uniti e Giappone). Sicché affrontarla con misure ritualmente keynesiane di redistribuzione del reddito, di spesa in deficit, di investimenti pubblici indifferenziati, appare difficile da realizzare e incerto nei risultati. C'è veramente una nuova politica economica, strutturale, selettiva, di lungo periodo da inventare e cui fornire strumenti e consenso.

B. A fronte di questo grande tema, che chiama in causa il potere politico (oltre che l'innovazione culturale) proprio il potere politico appare non solo – come è da tempo – indebolito, rinunciatario, privo di istituzioni adeguate per agire autonomamente e a livello globale. Ma negli ultimi tempi mostra qualche nuova fragilità. Anche su questo versante le novità non sono piccole anche se è ancora difficile decifrarle e prevederne gli sviluppi.

Le elezioni americane hanno mostrato una crisi di legittimazione, di leadership, e anche di funzionamento, di un intero sistema politico e istituzionale su cui incredibilmente quasi nessuno si è soffermato a riflettere. Il Giappone appare in una situazione di collasso della sua classe dirigente politica e delle sue marmoree istituzioni ancora più grande delle difficoltà economiche, e privo per ora di alternative e di risorse di riserva. In America Latina si è allargata a macchia d'olio, in un solo anno, un'instabilità dei regimi politici del `Washington consensus' in quasi tutti i maggiori paesi, anche se nelle forme più diverse: Venezuela, Messico, Brasile, Argentina. In Medio Oriente è saltata l'ipotesi rassicurante di Oslo e Camp David. Il conflitto balcanico puntualmente si riproduce. E anche nell'Europa, relativamente più stabile, il processo di effettiva integrazione segna il passo o insorgono nuove difficoltà; la leadership politica del futuro è incerta, si complica per la ulteriore frantumazione (elezioni francesi), è tormentata da spinte regionali centrifughe in molti paesi.

C. D'altra parte, anche chi, come noi, è anche troppo vaccinato da passate esperienze contro i facili entusiasmi non può non essere colpito da quanto, e quanto velocemente, nell'ultimo anno, si sia incrinata l'egemonia culturale dell'apologetica neoliberista.

A livello di élites qualcosa era già maturato, con un tenace lavoro, nel corso di un decennio. Ma con Seattle e dopo Seattle è avvenuto un processo di coinvolgimento del senso comune di massa. Non sono solo manifestazioni di piazza che si ripetono, messaggi che corrono su Internet. È la realtà stessa di certi fenomeni oggettivi, o di certe esperienze locali, che si compone in un pensiero diffuso e in un sentimento, seppure ancora approssimativi, sulla globalizzazione non governata, sul potere imperiale e i suoi effetti sociali perversi: parlo di fatti come le emergenze ambientali, la guerra nel Kosovo e il suo seguito, la questione biogenetica, le molteplici contraddizioni di una nuova questione contadina, le tensioni legate ai flussi migratori, più marginalmente, alcuni primi passi di nuove esperienze sindacali dagli Usa all'Asia. È tutto un accumulo improvviso di coscienza latente. Tutto ciò non avrebbe gran peso nel breve periodo se non si inserisse nel contesto cui ho prima accennato: se cioè non incidesse in alcuni punti reali di crisi del potere reale. Dietro Porto Alegre c'è anche un Brasile che oscilla. Se Marcos `occupa' pacificamente Città del Messico è anche perché il regime è crollato e il Nafta non può facilmente estendersi all'intero continente. E così via.

 

 

Non voglio affatto dire che siamo a una svolta in atto. Molto più modestamente noto che il quadro in cui anche le vicende politiche italiane si collocano è in movimento globalmente, che politica e società cominciano nuovamente a interagire in molte direzioni. E segnalo il grande tema irrisolto che così affiora: l'incredibile distanza che ancora separa l'instabilità crescente, gli stessi movimenti positivi che essa produce, dalla maturazione di forze, di idee, di protagonisti politici e istituzionali capaci, di capire il problema, di offrirgli risposte anche parziali, a livello di Stati o di gruppi di Stati. In altre epoche questa inadeguatezza tra crisi e alternative, tra politica e movimenti, ha prodotto disastri e guerre prima di trovare lo sbocco di una complessiva riforma (come negli anni '30), o semplicemente condurre a rivoluzioni passive (adeguamento e recupero dei vecchi poteri: come dopo il '68).

Si tratta ovviamente di ipotesi sulle quali discutere e lavorare nel lungo periodo. Ma – per il `principio di precauzione', o più semplicemente per un bisogno di speranza politica e per quel vizio persistente che è la curiosità intellettuale – in questa luce andrebbero considerate le scelte e i risultati elettorali. Di fronte a un'eventuale ma non impossibile accelerazione dello scontro politico e sociale, se la palude si apre un poco, non è certo indifferente chi e quanto dispone del governo del paese, in Italia e in Europa, e non è certo scontato o indifferente che cresca, quantitativamente e qualitativamente, una sinistra alternativa capace di proposta e di trascinare un più vasto schieramento di forze.


note: 
1  Cfr. il saggio di Brenner su «la rivista del manifesto», n. 14, febbraio 2001, o nella versione integrale, il sito www.larivistadelmanifesto.it, o precedenti articoli di Bellofiore, Cavallaro, Halevi e altri. 


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