numero 3 febbraio 2000

Scheda

E IN ITALIA SE NE STRAPARLA 


Lucio Magri   

 

Abbiamo chiesto ad uno studioso della storia americana un articolo su una istituzione ad essa peculiare: le primarie per la scelta dei candidati (come sono nate, come si sono evolute, con quali effetti).

Lo abbiamo chiesto non solo e non tanto perché nelle prossime settimane si avvierà appunto questa fase preliminare per l'elezione del nuovo presidente degli Stati Uniti, ma perché oggi in Italia di primarie si parla, meglio si straparla, al solito, con furore imitativo, senza sapere cosa sono né chiedersi come potrebbero essere introdotte nel nostro ordinamento politico.

L'articolo di Testi è molto utile al riguardo. Esso mostra infatti chiaramente due cose.

a) L'istituto delle primarie è nato, per correggerlo, in un sistema nel quale i partiti avevano collegamenti di massa saltuari, strutture organizzative precarie, ideologie relativamente vaghe e oscillanti; nel quale una legge elettorale seccamente maggioritaria emarginava dalla politica istituzionale minoranze significative e vitali; e nel quale regole volutamente disincentivanti e l'esistenza di settori di popolazione ancora poco integrati nella comunità nazionale producevano costantemente un alto tasso di astensionismo. Le primarie dovevano servire proprio a sottrarre la scelta delle candidature ad apparati politici molto ristretti, ad offrire un'occasione di espressione anche a forze che poi il procedimento elettorale effettivo avrebbe escluso, e dunque di riflesso a indurre una più estesa partecipazione al voto.

Per alcuni aspetti e per una fase esse sono servite a qualcosa. In certi momenti hanno permesso di aggregarsi e di emergere nel confronto politico nazionale ad alcune correnti minoritarie ma significative (ad esempio Mc Govern e Jackson da un lato, Goldwater dall'altro). Ma hanno fallito per altri aspetti (ad esempio nel ridurre l'astensionismo). Alla lunga però hanno prodotto anche effetti perversi. Soprattutto dal momento in cui è cresciuto il peso dei mezzi di informazione di massa ed è lievitato oltre misura il costo delle campagne elettorali: il che ha reso le stesse primarie accessibili solo a coloro che dispongono in partenza di enormi finanziamenti e hanno offerto il terreno privilegiato delle "campagne negative", scandalistiche. Da correttive si sono così rovesciate in moltiplicatore dei vizi del sistema.

b) Le primarie, se e là dove esistono, devono essere, e infatti sono ormai divenute, un'istituzione regolata da leggi (non forme di autoconsultazione delle forze politiche in campo). Presuppongono che chi vi partecipa esprima preliminarmente una esplicita scelta politica, oppure che diano il diritto di scegliere il candidato di una parte a tutti, cioè anche agli elettori dell'altra.

Senza un sistema certo e generale di regole, che da noi non è neppure in vista e nessuno propone, le primarie non sono una cosa seria. Ma con queste regole, in un sistema politico come quello italiano, darebbero luogo a conseguenze imprevedibili e lascerebbero il campo alle manovre più spregiudicate.

Con tutto ciò non vogliamo esorcizzare un problema, che è reale, dato il modo grottesco in cui, dopo l'introduzione dell'uninominale e con la frammentazione dei partiti, oggi si scelgono le candidature in Italia. Vogliamo però chiarire di cosa in realtà si parla, pretendere che non se ne parli a vanvera, soprattutto impedire che anche su questo tema prenda piede un dibattito confuso e dilettantesco, una forma ulteriore di americanismo provinciale e d'accatto che tutto risolve nel nuovismo d'importazione.


 


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