numero 28 maggio 2002

 
I problemi del giorno dopo
 
LO SCIOPERO GRANDE
 
Lucio Magri
 
  
 
Lasciamo pure da parte le amenità di Berlusconi sullo «sciopero contenuto» e i ‘sondaggi’ che esibisce sulla sua crescente popolarità. Che lo sciopero generale sia stato un successo, non è negato da nessuno. Ma forse dovremmo di più e ancora insistere per comprendere a fondo quanto e come lo sia stato. 
 
 
Un successo anzitutto di quantità: questa volta non si trattava solo di verificare la determinazione e l’ampiezza di una minoranza attiva che scende in piazza, ma la scelta di astenersi dal lavoro della generalità dei lavoratori, anche di quel popolo profondo da tempo lontano dalla politica e ricattato in fabbrica, che in parte aveva votato per il centro-destra e aveva subìto passivamente l’esproprio di fondamentali diritti e il peggioramento delle proprie condizioni materiali. Questa prova è stata pienamente vinta, anche in categorie come il pubblico impiego, i trasporti, la scuola, la sanità. Ed è stata vinta su di un terreno – l’art. 18 – che a prima vista interessava solo una parte del mondo del lavoro, e di cui invece è stato da tutti colto non solo il valore simbolico, ma il valore di annuncio dello smantellamento complessivo dei diritti sociali acquisiti, della definitiva liquidazione della contrattazione collettiva, come questione di libertà. Proprio per questo nella giornata di lotta sono stati visibilmente coinvolti, come protagonisti, settori e soggetti nuovi e diversi, rispetto al sindacato lontani e diffidenti: giovani precari, nuovi lavoratori autonomi, studenti, insegnanti, intellettualità diffusa; e trascinati, e forse convinti, anche settori politici e sindacali finora riluttanti se non ostili allo scontro.
 
Ciò non vuol dire che esista già una maggioranza diversa in termini elettorali: un movimento dell’ampiezza di quello del ’68 ha avuto bisogno di anni per avvicinare quell’obiettivo (con la pausa del ’72). Vuol dire solo che questo movimento, se dura, se consolida la sua unità senza cancellare le differenze, se raggiunge risultati confortanti, ha le risorse per vincere una partita che è politica quanto sindacale e può aprire un nuovo corso.
 
Non a caso però capita a tutti noi, in piazza o altrove, quando parliamo con qualcuno, anche tra i più attivi ed entusiasti, di cogliere una domanda: e ora, come andiamo avanti? La consapevolezza cioè che questo è solo l’inizio di un percorso aspro e per percorrerlo occorre al tempo stesso non mollare ma saper bene come muoversi, da subito. Il dibattito politico che si è avviato ai vertici in questi giorni non ha portato grande luce. Bisogna dunque che ciascuno, per proprio conto, cerchi di rifletterci sopra come può.
 
Anzitutto occorre cercare di valutare come si muoverà l’avversario. Il colpo lo ha avvertito, e si avvertono diversità di opzioni tattiche: ‘non mollare’ e al tempo stesso ‘riaprire un dialogo’. Non si tratta solo delle solite scaramucce nel ceto politico. Ciò che pesa sono le incrinature del blocco sociale ed elettorale berlusconiano: l’assottigliarsi di un convinto consenso in certi strati popolari depoliticizzati, ma soprattutto i dubbi seri che affiorano nel mondo padronale, molto svelto nel misurare le convenienze e preoccupato dei costi possibili di una rinascita di diffusa conflittualità sociale.
 
 
                                                                                                                                                                                                     
Non credo però che tanto basti a produrre una svolta, anche solo sul punto specifico dell’art. 18, cioè ad ottenere il suo stralcio. Questa carta Berlusconi poteva giocarla prima del 23 marzo. Ora le cose sono diverse. Per il governo vorrebbe dire confessare un’impotenza più generale, e la Confindustria alzerebbe il prezzo delle sue richieste su tutto un insieme di questioni, rispetto alle quali un movimento di lotta, confortato da un risultato così chiaro, non concederebbe mediazioni al ribasso. L’ipotesi più credibile, è allora che Berlusconi vada fino in fondo, scontando uno scontro, ma con qualche manovra diversiva, conoscendo a sua volta le divisioni latenti nel campo avverso, contando sulla ampiezza della propria maggioranza parlamentare e del tempo che lo separa da nuove elezioni generali. In concreto: sospenda, senza rinunciarvi, la modifica dell’art.18 e intanto inviti sindacati e partiti di opposizione a ‘trattare sul resto’.
 
In tale manovra ha a proprio vantaggio l’incertezza, ad esempio della Cisl, a considerare ‘lo stralcio’ una pregiudiziale secca, e soprattutto l’opinione, tuttora ribadita da alcuni dirigenti del centro-sinistra, che il complesso del ‘libro bianco’ – quello, si dice, scritto da Biagi – sia una base utile di confronto. Trova però, come e più di prima, come ostacolo, il fatto che il ‘libro bianco’ non è nel suo insieme, e su questioni di non minore portata, digeribile per l’attuale movimento di lotta, ed il fatto di non avere abbastanza quattrini per offrire contropartite appetibili ai suoi interlocutori senza rinunciare alle promesse fatte sia alla Confindustria che ai contribuenti. Anzi la disponibilità di queste risorse, e la possibilità di aggirare l’ostacolo con trucchi contabili, è sempre più ristretta per le nuove difficoltà della finanza pubblica, e la incertezza sull’attesa ripresa economica.
 
È dunque improbabile che la manovra del governo riesca a produrre l’accordo separato all’inizio sperato. Possibile però è che nel corso del dibattito parlamentare sulle deleghe e attraverso una altalena tra rinvii e colpi di mano, riesca a far emergere incertezze nel seno dell’opposizione parlamentare, stallo e diffidenze nel movimento di massa.
Come si evita questo rischio di graduale depotenziamento del conflitto?
 
Io credo che non bastino appelli alla lotta (l’antico: uno, dieci, cento, scioperi generali), per portare ancora più avanti il movimento e salvarne, come occorre, l’ampiezza. Occorre invece discutere realisticamente, decidere e sviluppare l’iniziativa, almeno su tre questioni, tutte egualmente rilevanti.
 
 
Prima questione: allargare la consapevolezza e farla emergere, che l’art. 18 simboleggia ma non esaurisce il contenuto dello sciopero generale. Il ‘libro bianco’, con l’insieme di deleghe ad esso direttamente o indirettamente collegate, è un tutto coerente. Riassumibile in chiare volontà e scelte esplicite. Abbassare le tutele nel rapporto di lavoro, per poterle allargare – si dice – nel mercato del lavoro (caricatura di un ‘modello nordico’ che invece ne riconosce di forti su entrambi i terreni). Rafforzare gli ammortizzatori sociali ma senza oneri aggiuntivi per la spesa pubblica: dunque riducendo quella previdenziale e sanitaria. Stabilire procedure e strumenti che favoriscano non solo la possibilità di licenziare, ma quella di stabilire rapporti di lavoro sempre più precari (in vari aspetti: lavoro interinale, lavoro in affitto a tempo indeterminato, gestione senza vincoli del part-time ecc). ‘Arbitrato di legalità’ nella soluzione giudiziaria delle controversie, cioè anche in deroga a leggi e contratti vigenti. Rappresentatività sindacale necessaria per validare la firma dei contratti non più vincolata ad una rappresentatività dei lavoratori o almeno degli iscritti, ma al numero degli agenti contrattuali comunque presenti. L’insieme sancisce una vera liquidazione dei capisaldi del moderno diritto del lavoro, un ritorno secco – ottocentesco – all’accordo privatistico basato sulla accettazione individuale reciproca tra due soggetti del tutto diseguali. 
 
Fuori dal diritto del lavoro, ma in piena coerenza: la controriforma della scuola (privatizzazione, aziendalizzazione, i due percorsi per diverse classi sociali); la decontribuzione, e dunque la riduzione delle future prestazioni, per sostituire gradualmente alla previdenza pubblica o comunque collettiva l’assicurazione privata; la riforma fiscale con secca riduzione della progressività.
 
Se su questo insieme di temi non cresce nell’opposizione una comprensione e una volontà comune, con discriminanti su cui resistere e piattaforme da contrapporre, l’art. 18 diventerebbe via via, anziché una bandiera che sintetizza la battaglia, solo un simbolo aggirabile, una trincea dietro la quale si sviluppano altre operazioni. La Cgil ha cominciato ad affrontare la questione con un suo documento: con punti importanti, altri più vaghi. Non c’è ancora però neppure la bozza di una piattaforma unitaria. E i partiti di centro-sinistra che pure non lesinano nel parlare di ostruzionismo sono, nel merito, apparsi finora silenziosi e distratti, dopo come prima lo sciopero generale.
 
 
 
 
Seconda questione: il collegamento tra lotta generale e conflittualità di categoria, di territorio, di fabbrica. Certo non era possibile rispondere all’attacco in atto – protagonista il governo – solo o prevalentemente con una vertenzialità dal basso, contrattuale ed economica (la Fiom lo ha fatto, nel modo migliore, dando un contributo decisivo: ma si era all’inizio, ed era la Fiom). A questo punto però sostenere l’ormai raggiunto livello di scontro generale, dargli continuità, e soprattutto vincerlo è molto difficile se il conflitto non torna a farsi vedere e pesare anche in forme articolate e rispetto a controparti dirette. Ciò è vero sempre, ma lo è in questo caso particolarmente perché il soggetto più rilevante e più esposto è la Confindustria, vero ‘azionista di maggioranza’ del governo. Il conflitto che Berlusconi ha scelto, si vince se fa male ai padroni: blocco degli straordinari, difesa intransigente dei livelli di contrattazione, infine, e ancora troppo dimenticata, la questione salariale sempre più acuta. (Mi sia perdonato un interrogativo forse rozzo, da uomo della strada e ‘casalingo’: c’è qualcuno che crede davvero che i prezzi dopo l’euro siano aumentati dello 0,2% come afferma l’Istat, o non è in atto una truffa colossale che decurta salari regolati da indici non credibili?). È una questione che riguarda il sindacato in prima persona, e gli organismi di fabbrica, ma a mio parere non trova soluzione se non c’è una campagna generale, culturale e politica, che la legittimi e la sostenga. I lavoratori hanno dato un contributo decisivo, un punto di aggregazione, per una battaglia generale di libertà: non è giusto, e necessario, che trovino l’appoggio aperto di tutti gli uomini liberi anche su immediati problemi delle loro condizioni di vita?
 
 
 
Terza questione: apparentemente la più semplice, in realtà assai complicata, quella del referendum. Se sull’art. 18 l’ostruzionismo non basta, e non basterà, per salvarlo, lo strumento che resta è quello del referendum abrogativo – che è anche quello sul quale si chiamano tutti a votare e si può dare, a una battaglia che è anche politica, una conclusione politica.
Un primo interrogativo nasce però dalla scelta: un solo referendum o un ‘pacchetto’? Personalmente non mi appassiona. Il buon senso e l’esperienza dovrebbero averci convinto che quando, in un quesito semplice e di poche parole, si può esprimere una grande scelta ideale e civile, sulla quale sono pronti a convergere milioni di persone, una molteplicità sociale ricca di ragioni, un solo sì o no permette il miglior dibattito, il migliore risultato, e incide sulla storia del paese. Nel bene e nel male è avvenuto nelle battaglie sul divorzio, sull’aborto, o sul sistema elettorale maggioritario. Un referendum secco sull’art. 18 – come si è già visto in piazza – può avere questo valore di sintesi.
 
Molto più serio è il problema però del come definirne il contenuto. Sono già emerse due posizioni che attraversano non marginalmente il movimento. Da una parte coloro che puntano all’abrogazione della nuova legge che Berlusconi vuol far passare, e che vanno, per ora, da Cofferati alla Cisl, dai Ds alla Margherita. Dall’altra parte coloro che abrogando una parte del testo di legge oggi in vigore vogliono estenderne l’applicazione alle aziende sotto i 15 dipendenti, e che vanno dalla Fiom a Rifondazione, ai Social forum, ai Cobas. Entrambe le posizioni hanno solidi argomenti a loro sostegno. Quella più radicale, il fatto che, se si tratta di un diritto di libertà, deve essere assicurato a tutti, ma anche il fatto che l’estensione serve a coinvolgere più stabilmente l’area crescente dei nuovi lavori, problema decisivo oggi e in futuro. La posizione più moderata – che pure non contraddice l’obiettivo dell’estensione – sostiene però che tale obiettivo può essere perseguito con strumenti altrettanto efficaci del referendum, ma soprattutto che il referendum si deve vincere, vincerlo bene, e a questo fine occorre ottenere il consenso anche di strati sociali oscillanti e quello dell’intero fronte sindacale e politico che ha retto lo sciopero del 16 aprile, e potrebbero sottrarsi.
 
Quando sono in campo buone ragioni è difficile che una receda. Ma nel caso dei referendum, ciò non è un disastro. Si possono presentare due quesiti distinti, e i cittadini possono votarli entrambi. Il danno può essere limitato o inesistente, a condizione però che, essendo convergenti le intenzioni, non sia troppo acuta la competizione nella raccolta delle firme e nella campagna finale.
 
Insorge qui però una complicazione tecnica, ma politicamente rilevante. Un referendum abrogativo non si può promuovere prima che sia definitiva la legge cui si riferisce. Quella berlusconiana è in via di definizione, e i suoi tempi sono aleatori. Ma se la richiesta di referendum non è già conclusa e firmata entro il 30 settembre esso si potrà tenere, al meglio, nel 2004, perdendo perciò gran parte del suo valore attuale e del suo impatto finale. Se la legge non sarà definitiva prima dell’estate il tempo per la raccolta delle firme quindi può mancare. Restando in piedi solo la possibilità di raccogliere firme sul quesito estensivo, è facile che anziché un percorso parallelo si apra una polemica pesante.
 
C’è una via d’uscita? Forse sì, a condizione di non aspettare troppo a discuterne e di non cercare posizioni di bandiera.
 
Se la legge Berlusconi arriva entro l’inizio di luglio, i sindacati sono in grado di raccogliere le firme in due mesi, e allora il problema è di raggiungere prima un accordo di non belligeranza tra due referendum che andranno insieme al voto nel 2003. Ma se, per circostanze o per volontà maliziosa il governo trascinerà i tempi (ma non può farlo più di tanto), a me sembra che esista un’ulteriore via d’uscita. A norma di Costituzione, un referendum, oltreché da 500.000 elettori, può essere promosso – entro il 30 settembre, con un semplice voto – da cinque consigli regionali. Il centro-sinistra ha la maggioranza in 6. Se non vuol trovarsi nella stretta di dire sì o no al solo quesito presentato da Rifondazione e altri, anche la parte moderata dell’Ulivo e dei sindacati può usare questo strumento più celere per renderli possibili entrambi.
 
Tutte le considerazioni fin qui fatte, in modo semplice e mi pare realistico, mettono in luce alcuni problemi da risolvere, sollevano anche non poche preoccupazioni rispetto alla tremenda lentezza e alla miope furberia con la quale le forze politiche tuttora si muovono, pongono però problemi risolubili.
 
 
C’è invece una questione più grande e complicata, sulla quale qui posso e devo fare solo un cenno: quella di una piattaforma alternativa di politica economica. Al punto in cui sono le cose infatti, qualsiasi soluzione che si voglia dare e si sappia imporre all’attuale scontro sociale ha bisogno di nuove risorse pubbliche. Vale per noi quanto per Berlusconi. Per anni la politica economica è stata dominata da un imperativo: la finanza pubblica fuori controllo, l’emergenza del risanamento – e le discriminanti si stabilivano prevalentemente perciò su come distribuirne i costi sociali e limitare nel tempo quella linea di ‘austerità competitiva’ che nessuno aveva la forza di sovvertire. Così è vissuto il governo Prodi, con l’appoggio di Rifondazione. Superate le forche caudine di Maastricht, allentata l’emergenza finanziaria, si è però imposta una scelta: proseguire sulla stessa strada della politica economica monetarista e privatista, con la fiducia che ora venivano le vacche grasse da redistribuire; oppure passare dal risanamento alle riforme, finanziare nuovo sviluppo e nuova occupazione con una nuova politica economica espansiva, ridiscutendo le assurde rigidità dell’accordo di Amsterdam, la supremazia delle banche centrali, i dogmi del neoliberismo. Su quella scelta la sinistra si è rotta. Noi abbiamo tutti combattuto quella battaglia nel nome di una svolta neokeynesiana: con ottime ragioni, perché era il primo e necessario passo. E tuttavia nell’equivoco di un keynesismo molto di maniera e semplificato: più salari e spese sociali = più domanda = più sviluppo e più occupazione.
 
Io credo che quella proposta fosse insufficiente anche allora – dal punto di vista strutturale. Comunque oggi lo è sicuramente: per molte ragioni che vorrei poter esporre e discutere; ma anche semplicemente per la fase nuova di crisi o almeno di stagnazione produttiva, per la competizione divenuta più aspra in un mercato ancor più globalizzato, per un’Europa tuttora divisa e un’Italia che ha perso risorse competitive vere. In tale nuovo quadro, la ricetta tradizionale e semplificata della sinistra non funziona, così come non funziona quella ritrovata e utilizzata della nuova destra. Il tema principale – più avanzato e difficile – diventa non solo quello del sostegno della domanda e del consumo per stimolare lo sviluppo, ma anche quello della selezione della domanda, della qualità del lavoro, delle strategie programmate degli investimenti (a dimensione almeno continentale). Per questa via, molto prosaica, emergono da un’altra parte i temi di fondo che agitano i nuovi movimenti, con tanta radicalità di valori e insieme fin troppo minimalismo programmatico. 
 
Paradossalmente invece la discussione politica e intellettuale sembra in proposito più piatta che mai. Ma se la sinistra non comincia a definire un’ipotesi di politica economica di medio periodo, non c’è forza di movimento, né unità di opposizione politica, che possa conquistare fiducia tra la maggioranza degli elettori, tanto meno reggere la prova il giorno in cui, anche grazie a Berlusconi, si trovasse di nuovo con una responsabilità di governo. L’idea di navigare tra dissensi irrisolti e convergenze occasionali, di usare il movimento anziché offrirgli una proposta, fino al giorno di rimettere insieme frettolosamente una carovana elettorale, sembra astuta ma è velleitaria.
 


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