numero 9 settembre 2000

Editoriale

LA SITUASIUN A L'E' CULA CA L'E' 

Lucio Magri 

  

Pochi mesi fa, di fronte a una forte e preoccupante accelerazione della situazione, Luigi pintor ha avanzato una proposta, volutamente sbrigativa e quasi provocatoria. La proposta di dar vita, in tempi stretti, ad una nuova formazione politica, che raccolga l'arcipelago di forze, più, meno o niente affatto organizzate, che sono già vicine tra loro in una comune critica alla cultura e al potere oggi dominanti.

Dal primo momento sono emerse opinioni assai diverse, anche all'interno del gruppo promotore di questa rivista: sia sulla proposta in sé, sia e soprattutto sui tempi, i modi, i contenuti. Riconoscendo comunque la rilevanza dell'argomento, abbiamo comunemente deciso di aprire un dibattito pubblico, cercando di coinvolgervi un arco di persone ancora più vasto. Il dibattito c'è stato, sulle pagine della rivista e in molte e partecipate assemblee. Vi si sono espresse posizioni diverse: consensi espliciti, altrettanto chiari dissensi che però non negavano l'esistenza del problema, o disponibilità a discutere la proposta ma con molta cautela e senza precipitare le cose.

 

 

Non possiamo però nasconderci di non essere realmente riusciti a smuovere le acque, tanto meno ad accendere i cuori. "l'evento", di cui tempo fa parlava anche Bertinotti, non è in vista. Il significato generale del dibattito - la convinzione implicita che se ne trae - è infatti questo: le cose non sono mature, la proposta non è ben definita, si potrà parlarne meglio dopo le elezioni. A questo punto a noi pare poco produttivo trascinarlo in modo ripetitivo, e al tempo stesso che sia sbagliato archiviarlo. Meglio attendere e rilanciarlo quando le cose stesse, e una ulteriore riflessione consentano di renderlo meglio definito e più stringente.

A questo fine mi è stato chiesto di fare un punto provvisorio della discussione e di dire a mia volta il mio parere. Non perché abbia un peso particolare - anzi ne ha ben poco dato che non rappresento nessuno - ma perché, per il lavoro che svolgo ho avuto maggiori occasioni di partecipare a ogni momento del confronto, e ho più elementi per tenerne conto.
Cercherò anzitutto di dire perché il tema proposto da Pintor, anche nella sua radicalità, sia reale e pressante: non solo per l'avvenire di quello specifico settore della sinistra di cui si occupa, ma per il futuro della sinistra in generale e di tutta la politica italiana.
E cercherò poi, più problematicamente, di dire qualcosa su quali analisi di lungo periodo quell'obiettivo possa fondarsi, e quali scelte strategiche vi siano implicite e possano qualificarlo.

1.Il naturale punto di partenza del ragionamento è evidente, e ne abbiamo più volte concordemente parlato.

La maggioranza di centro-sinistra - o più precisamente ciò che ne rimane - si avvia ad una probabile sconfitta alle elezioni politiche. Accusare chi lo dice di disfattismo o di spirito rinunciatario è retorico e non convince nessuno: revival di un vecchio "cadornismo". Se si vuole evitare una sconfitta, o almeno ridurne dimensione e conseguenze, occorre anzitutto guardare le cose per quel che sono.

Nel corso dell'ultimo anno si è votato in Italia più volte e ovunque. Gli attuali rapporti di forza, sono decifrabili. Il centro-destra (dopo il recupero della Lega, che non sembra precario) parte con un consenso che raggiunge e supera il 50%. Il centro-sinistra può contare sul 43/44 %, ma solo se vi si sommano i voti di Rifondazione (come è stato possibile alle regionali ed è invece altamente improbabile in elezioni politiche generali). La coalizione di governo conta dunque su circa il 38% dei voti; non brilla per coesione; continua su una strada già percorsa; l'allarme "Berlusconi alle porte" finora non ha funzionato né sono bastate a invertire la tendenza candidature moderate e anche prestigiose. Solo fatti sorprendenti e imprevedibili potrebbero permettere di colmare un tale svantaggio di partenza.

Molti pensano, anche se pochi lo dicono, che questa probabile sconfitta non sarebbe grave, perché ormai le due coalizioni convergono sugli indirizzi di fondo; o addirittura che potrebbe funzionare come una salutare lezione. Io non lo credo.

Anzitutto perché il neoliberismo, che pure accomuna un po' tutti, può essere portato avanti con diversa velocità e drasticità. E il centro-destra non è, a questo riguardo, equivalente a un pur pessimo centro-sinistra: diversi sono il blocco sociale e gli umori che spingono l'uno o frenano l'altro; diverso è anche il personale politico che compete per il governo. E data la situazione concreta dell'economia italiana, i poteri forti che la dominano stanno spostandosi da una parte proprio perché vogliono che si vada più a fondo e più velocemente (su fisco, scuola, flessibilità, assetto contrattuale, pensioni e così via).

In secondo luogo e soprattutto perché la sconfitta elettorale non porterebbe solo il centro-sinistra all'opposizione, ma probabilmente a un suo disfacimento: una parte del centro potrebbe facilmente cambiare di campo, e i DS - che restano un partito del 18 e non del 35/40%, e avevano ritrovato il principale cemento nel governo - trovandosi all'opposizione potrebbero entrare in una crisi senza sbocchi.

Risulta evidente allora un problema di tempi: che si avvii, prima e durante le elezioni, un percorso politico, una discussione programmatica, che consentano una tenuta di forze, favoriscano un ripensamento anziché un collasso, definiscano una linea di ripresa per il futuro.

Ovviamente ciò pone subito di fronte a un dilemma. Si deve considerare ormai liquidata, anche nel medio periodo, la possibilità della sinistra di porre la propria candidatura alla direzione del paese, o al contrario essa deve rilanciarla su basi nuove, con un programma riformatore più coraggioso e coerente, con una identità più riconoscibile, con movimenti di massa più combattivi per i quali non mancheranno occasioni?

Questa seconda è stata l'ipotesi su cui questa rivista è nata. E del resto anche Rifondazione comunista, dopo la rottura del '98, ha tenuto ferma la richiesta di una svolta, e tuttora parla di una "sinistra plurale": formula, tradotta dal francese, che includerebbe anche una grande forza socialdemocratica, e un'alleanza per governare, se e quando si potrà farlo seriamente.

 

 

Mi rendo conto che oggi una simile scelta di prospettiva è assai meno evidente e vicina e che - per non ridursi a pura propaganda - deve perciò essere meglio chiarita e sostenuta con argomenti più di fondo. E cercherò più avanti di portarne qualcuno.

Ma già fermandosi all'immediata evidenza politica una cosa appare certa. La causa fondamentale del fallimento di questo centro-sinistra nasce dal suo drastico e generale spostamento al centro - nella cultura, nei programmi, nelle modalità organizzative. Il che vuol dire, nell'attuale congiuntura storica, assumere i tratti di una forza neoliberista, accettare la modernità senza aggettivi e una egemonia mondiale unipolare. Di qui è nato l'astensionismo elettorale: come critica "da sinistra", o come disorientamento della sinistra nel suo naturale insediamento sociale. Si può discutere se questo sia il solo problema, su come risolverlo senza rinchiudersi in un ghetto rispetto all'insieme della società italiana e di quella internazionale, ma è certo che questo è il problema pregiudiziale, senza affrontare il quale ogni altro diventa insolubile.

Parlare dunque di unità della sinistra, di "sinistra plurale", senza una svolta evidente e profonda dell'attuale sinistra di governo (quanto meno, per dirla rozzamente, dalla linea Blair alla, pure incerta, linea Jospin) è vacuo e consolatorio.

Ma è credibile che una tale svolta si compia? A mio parere non è impossibile: sotto l'impatto di una crisi (Jospin a sua volta nacque dalla crisi del partito mitterrandiano) e anche per il peso che in quel mondo conservano una certa tradizione, un certo radicamento democratico e sindacale. Non è un caso che una dialettica di posizioni esplicita e organizzata si stia manifestando proprio ora e sia stata invece tanto reticente e irresoluta quando le scelte più gravi sono state compiute e potevano essere contrastate.

Tuttavia credo che le cose siano andate troppo avanti - non solo sul terreno degli orientamenti politici, ma su quello delle mutazioni culturali, delle forme organizzative leaderistiche, della costituzione materiale del partito dei DS, della selezione dei gruppi dirigenti - perché una dialettica interna possa bastare a produrre in quel partito una nuova linea generale e una nuova leadership.

Uno spostamento vero, in tempi utili e in misura sufficiente, può realisticamente intervenire solo nella misura in cui agisca e pesi, con una forza e una qualità adeguata, una sinistra alternativa capace di stimolare, in un certo senso di imporre, una nuova prospettiva politica.

Ora, una sinistra alternativa oggettivamente esiste, in Italia e in Europa, e non è puramente residuale né irrilevante. Esiste sul terreno anche soltanto elettorale: perché altrimenti si preoccuperebbero in tanti di trovare un accordo con Rifondazione, e quanti voti avrebbe Rifondazione se non fosse passata attraverso tanti travagli? Comincia a emergere anche sul piano intellettuale: in questo decennio è maturata in tutto l'Occidente una coscienza critica diffusa, e si è prodotta una letteratura che confuta seriamente l'apologetica del pensiero liberale e la lettura acritica della modernità. Affiora sul piano dei movimenti sociali: quello contro la globalizzazione deregolata (da Seattle ad Attac); quello degli insegnanti in difesa della scuola pubblica e per una sua riforma non privatistica; quello in difesa dei diritti civili e delle minime garanzie sociali (la bocciatura del referendum sui licenziamenti, il voto di luglio alla Zanussi, le iniziative contro il razzismo o di solidarietà dal basso verso paesi devastati), e così via. Si può misurarla anche nel gran numero di quadri e militanti rimasti dispersi ma non ancora rinunciatari.

 

 

Tutto ciò non basta però a evitare domande brucianti sui vari soggetti concreti che Pintor elenca. Focalizziamone con franchezza qualcuna che invece il dibattito ha garbatamente solo sfiorato. Perché questa "sinistra della sinistra" pesa politicamente così poco e non decolla? Perché Rifondazione pur essendosi battuta senza reticenza contro la guerra, la precarizzazione, i tagli allo stato sociale, non intercetta una parte dell'astensione ma anzi ne è particolarmente colpita? Perché il partito dei Comunisti italiani non solo è dentro la maggioranza ma in quella scompare? Perché il manifesto stenta a resistere con 25.000 copie e Liberazione con 11.000, malgrado che l'Unità ne abbia perse in grande quantità e rischi la chiusura? Perché la sinistra Cgil, pur essendo quasi tutta d'accordo su un'analisi critica convincente stenta a costruire un'alternativa corposa in un sindacato in crisi, né sorte migliore ha avuto l'esperienza del sindacalismo autoorganizzato? Perché il mondo dell'ambientalismo, nel momento in cui riemergono con più forza i temi più radicali dai quali era mosso, si fa rappresentare da un ceto politico diviso e impallidito, e le associazioni svolgono una pratica accuratamente ai margini della politica e hanno ridotto la loro ambizione alternativa? Perché le 'Associazioni per unire la sinistra', invece di unirsi tra loro si moltiplicano? Perché questa nostra rivista ha ottenuto un inatteso successo, a cui non ha corrisposto altrettanta incidenza politica e culturale?

Il fatto è che questa "sinistra alternativa" è frammentata e continua a frantumarsi (diversi gruppi o iniziative non riescono a produrre azione comune anche quando sono molto simili, o sono percorsi da conflitti ricorrenti anche quando sono già organizzati); discute poco, poco liberamente, e con poca disponibilità autocritica; è povera di quadri e pochi ne produce; ha un radicamento sociale non solo limitato, ma disperso; ognuno dei suoi frammenti è geloso della sua identità non tanto perché ci crede troppo ma in quanto la sente fragile.

Certo, tutto ciò è eredità di conflitti passati e riflette presenti diversità di culture, di esperienze, di generazioni. Ma le irrigidisce e le potenzia perché una insufficienza di forze crea a ciascuno difficoltà a produrre idee e pratiche significative, non riesce a impedire su gran parte del territorio una desertificazione che anche il miglior messaggio mediatico, o qualche esperienza esemplare dal basso, non possono compensare. I convegni, le manifestazioni, o paradossalmente le elezioni diventano le forme prevalenti di una politica che al contrario si vorrebbe presenza permanente nella società, e produttrice di una "rivoluzione culturale".

 

 

 

Ecco perché il problema posto da Pintor è reale e urgente, perché occorre a questo riguardo non solo un far meglio, ma un salto di qualità, un nuovo punto di partenza. Esistono strade più convincenti, risorse più disponibili, per aprire una nuova prospettiva alla intera sinistra e al paese? L'autoriforma dei DS? Una confederazione generale di tutta la sinistra? Una scommessa sulla capacità di Rifondazione di compiere per conto proprio una larga riaggregazione e di diventare prossimamente, come legittimamente aspirava, il nuovo Partito comunista di massa? A me non pare, e non mi sembra neppure che qualcuno, nel corso del dibattito, si sia impegnato a illustrarle.

Detto questo, devo aggiungere che non mi convince pienamente il modo in cui lo stesso Pintor ha proposto di affrontare la questione.
Non mi convince anzitutto una forzatura soggettivistica, che antepone una scelta organizzativa. Perché essa implica disponibilità sufficienti che non sono mature, non si realizzerà, e se si realizzasse mancherebbe l'obiettivo (ricordo deludenti esperienze vissute in passato, ad esempio nel 1976, o, mutatis mutandis, che abbiamo visto naufragare a metà degli anni '90 con la "cosa due" dalemiana). Ancor meno mi convincono espliciti appelli "all'autoscioglimento", in particolare quando ci si rivolge a qualcuno senza apparire altrettanto disposti a farne in proprio: perché rischiano di ottenere l'effetto contrario.

La proposta che mi pare ambiziosa, e quindi comunque difficile, ma realistica, a questo punto del nostro dibattito, è invece quella di aprire un vero processo costituente, dall'alto e dal basso, nel quale ciascuno manifesti la disponibilità a mettere in discussione qualcosa di sé, che via via produca una discussione permanente, cresca su esperienze reali e continuative, coinvolga forze diverse, organizzate in varia forma o non organizzate affatto: ma con l'obiettivo esplicito di approdare, come dice Pintor, ad una nuova e vera "forza politica". Una operazione più fulminea non è possibile, ma un obiettivo meno esplicito e meno ambizioso non muove gran che.

2.Proprio se si volesse tentare una simile strada, sorgerebbe però la questione più ardua e complessa, che il dibattito ha eluso o affrontato in modo un po' nominalistico.

Se anche rinunciamo a un concetto totalizzante e centralistico di partito, una nuova forza politica vera non può nascere se non risponde a un'esigenza storica reale, riconosciuta, oltre che da un'utilità politica contingente; né senza una visione relativamente comune del passato, del presente e del futuro per cui ci si batte. Un "processo costituente", ovviamente, non presuppone tutto ciò, deve costruirlo; ma non comincia e non avanza senza alcune ipotesi generali su cui discutere, da verificare, ma che subito lo caratterizzino.

Qui sta la vera difficoltà della proposta che io stesso ho appena avanzato. La difficoltà di un punto di partenza non tanto definito da escludere il coinvolgimento più largo di forze e culture essenziali, ma neppure tanto generico da produrre un assemblaggio confuso e inerte

 

 

Il fatto è che la crisi della sinistra, di tutta la sinistra, non nasce solo da errori recenti, ma da processi storici oggettivi e di lunga durata. Da un lato il crollo - oltreché la sconfitta - di quel "socialismo reale" che per molti decenni aveva costituito il punto di riferimento ideale per gran parte della sinistra, anche non comunista, e una base materiale di un equilibrio di forze mondiale. Dall'altro lato una ristrutturazione capitalistica che non è solo una restaurazione ma anche una grande trasformazione del modo di produrre, vivere e pensare e che fa leva su una delle maggiori rivoluzioni tecnologiche della storia.

Dalla loro combinazione è nato un nuovo assetto generale, della società e del mondo: quello che nominiamo come neoliberale e neoimperiale e cerchiamo di analizzare con i concetti di globalizzazione, postaylorismo, società dell'informazione, unipolarismo ecc.

La base forte da cui può nascere una "forza di sinistra alternativa" sta nel fatto che questo nuovo assetto capitalistico, già oggi, produce contraddizioni drammatiche e impone prezzi pesanti non solo per delle minoranze, né solo sul terreno dei bisogni più elementari, ma anche per vaste aree sociali, e rispetto anche ai nuovi bisogni che la storia stessa ha fatto emergere e potrebbe realmente soddisfare. Diseguaglianze maggiori tra classi e continenti, e povertà assolute, in un mondo nel quale invece esistono ormai le risorse necessarie per garantire a tutti una decente sopravvivenza; la nuova disoccupazione e la precarizzazione, il sacrificio di diritti e di tutele elementari in un mondo che invece potrebbe ridurre e redistribuire per tutti il tempo e la fatica del lavoro umano e avrebbe bisogno di una maggiore qualità e partecipazione nella sua erogazione; la volontà ossessiva di accelerare produzione e consumo di beni materiali superflui e dissipazione di risorse naturali in un mondo che è già minacciato dal degrado ambientale e avrebbe anzitutto bisogno di un arricchimento intellettuale e umano; individualismo egoistico e competitivo in un mondo nel quale antiche istituzioni di solidarietà e educazione stanno scomparendo e dovrebbero quindi essere sostituite da più ricche e libere forme di socialità; la riproposizione, in versione imbarbarita, di fondamentalismi etnici o religiosi in un mondo che pure pretende di unificarsi e potrebbe permettersi un cosmopolitismo dialogante e cooperativo; la concentrazione dei poteri dominanti nell'economia e nella politica, esterni alla sovranità popolare e da essa incontrollabili, in un mondo in cui, invece, i livelli di istruzione e i mezzi di comunicazione permetterebbero partecipazione diffusa; l'affidamento assoluto agli automatismi del mercato in un mondo in cui il mercato di fatto è orientato da pochi, il consumatore è manipolato e manipolabile, gli obiettivi essenziali hanno bisogno essenziale di scelte consapevoli e di lunga prospettiva, e in cui esistono gli strumenti per pianificarle senza centralizzazione e dispotismo ma orientando decisioni decentrate e iniziative largamente autonome.

Perché allora tutto ciò non produce ancora un'opposizione e una critica diffusa, l'aspirazione ad una trasformazione profonda, una grande politica che l'esprima e l'organizzi? Anzi ne produce ancor meno, e in forme più disperse e subalterne, di quanto le disuguaglianze avevano almeno un fondamento nella scarsità generale, il puro progresso materiale appariva a tutti una esigenza assoluta, le classi dominate erano abituate a una secolare rassegnazione, i continenti dominati erano piegati da un diretto regime coloniale, gli umili erano privi di istruzione e di esperienze di organizzazione? La risposta è abbastanza evidente: sta nella forza impressionante e nella pervasività del potere dominante (i fenomeni che Samir Amin chiama i "cinque monopoli", i quali non pesano solo nei rapporti tra centro e periferia, ma predeterminano ovunque un sistema di compatibilità al quale è difficile opporsi, rendendo ancora più difficile metterne in campo uno diverso).

 

 

È questo meccanismo apparentemente impersonale e senza dimora che impone alla sinistra di governo di accettare l'esistente, perché un riformismo debole è privo del potere e della forza per sfuggire a quell'insieme di compatibilità. Ma si riflette anche - ecco il punto - nel senso comune di massa e nelle forze che lo rifiutano o lo combattono.

Una forma di tale subalternità, la più seria e generosa, penetra anche in quella sinistra sulla quale il nostro discorso ora si concentra e ne spiega la difficoltà. Parlo dell'ideologia del cosiddetto "esodo dalla politica", molto più diffusa e multiforme di quanto non si creda: radicale o moderata, sindacalista o culturalista, classista o solidarista, cattolica o libertaria. Comune è la convinzione che - in questa fase storica o anche oltre - di fronte a questo "potere compatto", a questo "pensiero unico", che svuotano le istituzioni, che omologano il ceto politico, occorre fare di necessità virtù: cioè accettare e usare l'estrema pluralità dei movimenti, far leva su lotte di resistenza magari a volte nell'immediato perdenti ma che accumulano consapevolezza, costruire dal basso, in forma molecolare, là dove l'esclusione è più pesante, esperienze di solidarietà legate al vissuto e al locale; comunque rinunciare all'illusione di un progetto alternativo unificante e complessivamente praticabile, ad un'organizzazione politica permanente, tanto più a porsi problemi di governo, di alleanze, di riforme.

È un'ideologia che ha percorso l'intera storia anche del vecchio movimento operaio, e con cui fare seriamente i conti. Perché contiene importanti e oggi più evidenti elementi di verità. Anzitutto la critica ad una visione tradizionale delle contraddizioni capitalistiche seccamente ridotta al conflitto diretto lavoro-capitale (spesso a sua volta ridotto al terreno sindacale vertenziale e redistributivo), che oggi risulta tanto più legittima in quanto quella visione sottovaluta o subordina il ruolo e la qualità di nuovi soggetti (esterni al mondo del lavoro o espressione di nuove forme di lavoro). In sostanza: critica dell'economicismo. In secondo luogo la critica della politica, della sua concentrazione sul problema della conquista e dell'esercizio del potere, cui si contrappone il bisogno di ridarle tensione ideale e di ricollegarla a una esperienza sociale diretta e vissuta (tanto più quando la conquista del potere degrada a conquista del governo, e i "rivoluzionari di professione" rapidamente si integrano nel ceto politico). In sostanza, critica dello statalismo.

Tuttavia su questa strada non si va lontano.

Tralascio qui un dibattito teorico che sarebbe necessario e ha importanti precedenti. Mi limito a constatazioni fattuali.

L'inquietante novità del capitalismo attuale sta soprattutto nella grande capacità che esso ha acquisito, facendo leva su straordinarie innovazioni tecnologiche, di scomporre le classi, i paesi, i soggetti che più pesantemente opprime, e allo stesso tempo di manipolare le coscienze, i valori, gli stili di vita dell'intero corpo sociale.

Per questo i movimenti che gli si oppongono non solo restano minoritari, ma hanno un andamento sussultorio - esplodono e poi rifluiscono lasciando deboli sedimenti, si alternano e si moltiplicano ma senza convergere se non per brevi momenti e solo contro un comune nemico, spesso entrano in conflitto tra loro, e talvolta contribuiscono a una "rivoluzione passiva" (nuova socialità che si risolve in individualismo, libertà individuale che diventa massificazione). Ogni volta ne cogliamo giustamente la novità e l'importanza, ma raramente ne facciamo un bilancio complessivo e di lungo periodo. Eppure è ormai una storia che dura da trent'anni, alla quale molti di noi hanno direttamente e senza risparmio partecipato, almeno a partire dal '68: la contestazione studentesca e intellettuale, i movimenti per i diritti civili in America e quelli operai in Italia, quelli legati al Vietnam o alla rivoluzione in America Latina, la lotta contro l'energia nucleare, il pacifismo per il disarmo multilaterale, il femminismo e l'ambientalismo come fenomeni insieme radicali e di massa, le occupazioni di case, i consigli di fabbrica, le 150 ore e via via la "Pantera", la scala mobile, le pensioni, lo zapatismo come messaggio simbolico.

Non ricordo tutto ciò per limitare l'importanza di questi movimenti, la ricchezza della loro pluralità, la loro carica innovativa nei contenuti e nelle forme di organizzazione. Voglio solo sottolineare il fatto che per stimolarne la crescita, sviluppandone l'intera potenzialità, occorre, oggi più che nel passato, sostenerli con un progetto, affiancarli con una organizzazione politica che renda più esplicito il collegamento con la struttura di fondo della società, estenda il loro influsso su coloro che non ne sono direttamente coinvolti, e soprattutto incida realmente, con un insieme coerente di riforme, sulle grandi scelte e sui grandi assetti del potere (ricerca, scuola, investimenti, forme istituzionali, assetti proprietari, politiche monetarie). Senza di questo non solo il conflitto resta latente, ma non cresce una soggettività matura, non si forma una classe dirigente, insomma non avanza un'alternativa.

Questa del resto a me pare la vera lezione da trarre dalla esperienza storica, grande e terribile, del Novecento. In negativo, perché essa ha dimostrato come grandi, e autentiche, rotture rivoluzionarie non sono bastate a produrre quella società radicalmente nuova cui aspiravano, e che quando l'hanno tentato oltre il limite storicamente dato, e senza sapere organizzare rapporti di produzione effettivamente nuovi né inventare nuove istituzioni democratiche, si sono bloccate, hanno degenerato, alla fine uscendone sconfitte. Ma anche in positivo, nel senso che quelle stesse rivoluzioni, a un certo punto confluendo con movimenti meno radicali ma seriamente riformatori, e con lotte di liberazione nazionale del Terzo mondo, sono riuscite a produrre straordinari avanzamenti non solo produttivi ma culturali e sociali, hanno sbarrato la strada a soluzioni barbariche di una crisi di sistema, e poi si sono cristallizzate in un assetto generale in cui il capitalismo sopravviveva ma in competizione con altre forze, e seriamente condizionato. Diritti e tutele del lavoro, democrazia organizzata, stato sociale, alfabetizzazione di massa, liberazione politica del Terzo mondo: tutto ciò non è stato il naturale sbocco del capitalismo fordista, ma anche il frutto di un rapporto di forze, di una lotta drammatica e anche di parziali compromessi.

Questa storia ci ha insegnato dunque - se vogliamo darle un senso (oltre l'abiura e senza la rimozione) - che il passaggio dal capitalismo ad un nuovo sistema sociale è un processo di lunga durata, con uno sviluppo non lineare, che può imboccare direzioni diverse e anche regredire. Un processo per tappe, in ciascuna delle quali si realizzano o si possono realizzare non solo obiettivi parziali ma anche successivi equilibri generali, diverse egemonie, convivenza di diverse forme di produzione variamente gerarchizzate.

Oggi si è restaurato un dominio capitalistico più pieno, e più coerente con la sua logica di fondo, ma creando nuove contraddizioni e nuove potenzialità alternative. Ma non è possibile agirvi solo riproponendo contenuti e forme dell'equilibrio precedente, anche se è necessario resistere al suo smantellamento. Si tratta di definire le idee forza di una nuova tappa possibile: sviluppo sostenibile; welfare society; governo multipolare del mondo - di cui un'europa democraticamente legittimata e autonoma nel proprio modello sociale e nel suo ruolo internazionale è condizione necessaria; democrazia economica decentrata unita a un piano complessivo e ad un potere che lo governa, e così via. Novità dirimenti: un nuovo modo di produrre e di consumare e non solo di redistribuire il reddito. Commisurando tutto ciò comunque ai rapporti di forza, individuando soggetti, conflitti e alleanze necessarie: perché questo è lo specifico della politica.

Quando parlo di una "forza politica alternativa" è a ciò che mi riferisco. Non considero cioè - forse a differenza di Pintor o di altri - questa espressione come puro sinonimo di "sinistra critica" (anche se deve ormai escludere ogni dogmatismo) né di "sinistra antagonista" (anche se deve essere animata da una contestazione dei principi fondativi del sistema). Una "sinistra alternativa" si definisce, per me, anzitutto e in positivo, come un progetto e una pratica che si contrappongono ad un assetto capitalistico storicamente determinato - neoliberista e neoimperiale - e ritiene necessario e possibile modificarne l'assetto per aprire la strada a trasformazioni più avanzate. Per questo deve e può essere "politica, in senso forte" rilanciare la lotta di classe ma "elevandola a un livello etico-politico" (Gramsci).

Non è obiettivo di qualche mese né di qualche anno, tanto meno di un governo o di una legislatura. Ma proprio poiché agiscono invece rapidamente processi dissolutivi occorre politicamente e teoricamente proporselo subito e con sufficiente ambizione.

Nessuna conclusione quindi al dibattito avviato da Pintor: solo un contributo, certo meno brillante e stringato ma nelle intenzioni non meno provocatorio, per riprenderlo e portarlo avanti.
Come diceva, negli anni Trenta, l'operaio biellese Willi Schiapparelli al suo compagno di cella, ogni mattina alzandosi: "la situasiun a l'è cula ca l'è". Alcuni anni dopo ottenne qualche soddisfazione.


 


blog comments powered by Disqus